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Iraq e Siria: guerre parallele DISTRUZIONE DELLO STATO, VIOLENZE DELLE MILIZIE

Cresce ogni giorno la violenza in Iraq. Non era più arrivata ai livelli di oggi dopo la fine della guerra fra le milizie, nel 2006-2008, e il ritiro statunitense alla fine del 2011. La crisi siriana alimenta gli antagonismi nel paese confinante; a Baghdad, il primo ministro Nouri al Maliki conduce una politica di stampo confessionale. E l’allargamento del campo di battaglia destabilizza l’intera regione. di FEURAT ALANI * Iraq e Siria: guerre parallele DISTRUZIONE DELLO STATO, VIOLENZE DELLE MILIZIE «COME fermare un kamikaze?» Se l’è chiesto il governo di Baghdad il 30 novembre 2013, a oltre dieci anni dalla caduta del regime di Saddam Hussein. Di fronte ai quotidiani, sanguinosi attentati, l’apparato della sicurezza iracheno ha organizzato un seminario per aiutare i proprietari di caffè. Assumere una guardia privata, ridurre il numero degli ingressi: un centinaio di commercianti ha ascoltato i consigli dati da poliziotti poco convincenti, per non dire impotenti. L’intero paese è colpito da attentati e attacchi che nel 2013 sono costati la vita a oltre seimila persone. È evidente che il governo, non riuscendo a sradicare la violenza, cerca di convivere con essa. «È sempre la stessa storia. Quando una bomba esplode in un mercato, la polizia e l’esercito impongono un coprifuoco nell’area, ma arrivano sempre troppo tardi! Il governo veste i panni del pompiere che spegne il fuoco. Ma bisognerebbe fermare i piromani», esclama esasperato Mokhlas Al-Jouraisy, giornalista che vive a Baghdad. Nella capitale, ogni famiglia può raccontare una storia tragica, i suoi morti, tanta amarezza. «Dopo la fine dell’occupazione statunitense non è cambiato niente. C’erano esplosioni e ce ne sono adesso. Idem per la disoccupazione e gli altri problemi di cui soffrono gli iracheni. Gli statunitensi ci hanno lasciato come eredità la morte. Gli inglesi, almeno, avevano costruito ponti e scuole», dice un abitante di Baghdad, riferendosi all’occupazione britannica del paese dopo la prima guerra mondiale.l’Esercito iracheno libero annunciava tre obiettivi: «Combattere l’invasione iraniana in Iraq, sostenere il popolo siriano e l’Esercito siriano libero e riunire i combattenti sunniti in Iraq sotto un’unica bandiera».Chi c’è dietro questa nuova formazione? E la sua influenza è stata effettiva? E’ ancora presto per dirlo. Ha diffuso su Internet video dei suoi attacchi contro l’esercito regolare iracheno, poi è progressivamente scomparsa dai radar fino all’arresto del suo capo – la cui identità rimane sconosciuta –, nel febbraio 2013 nei pressi di Kirkuk.L’alleanza fra al Qaeda in Mesopotamia e al Qaeda nel paese di Sham (Siria) è un’altra prova dei legami «naturali» che uniscono sunniti siriani e iracheni. Riuniti sotto la bandiera dello Stato islamico dell’Iraq e del Levante (Isis), i suoi combattenti passano facilmente la frontiera fra Iraq e Siria, controllata dai ribelli. Nato in Iraq nel 2006 come piattaforma di diversi gruppi jihadisti, l’Isis è ormai un elemento potente nella terribile guerra in corso in Siria. Il gruppo non ha problemi di movimento e di approvvigionamento. In questa regione di frontiera, le alleanze tribali sono antiche. È molto facile per un abitante di Falluja o di al Qaim spostarsi ed essere accolto sul lato siriano, ad Abu Kamal. LE RAGIONI della violenza sono molteplici. Per capirle bisogna tornare al 2003, poco dopo la caduta del regime baathista di Saddam Hussein. Paul Bremer, l’amministratore statunitense, decide di smantellare l’apparato di sicurezza iracheno e di «debaathificare» il paese. Una politica arbitraria e nefasta che mette al bando della società quasi un milione di persone qualificate e di esperienza. Nel giro di qualche giorno, il paese passa da un regime ultra-securitario a un deserto amministrativo. Quest’epurazione politica che ha eliminato tutti quelli che avevano collaborato con il regime, da vicino o da lontano, spiega in parte la vulnerabilità del paese. L’indebolimento dello Stato esacerba in modo quasi naturale le tensioni confessionali fra sunniti e sciiti, che raggiungono il parossismo il 21 febbraio 2006, con l’attentato al mausoleo di Samarra, luogo santo dello sciismo; gli sciiti lo considerano una dichiarazione di guerra. Malgrado gli appelli alla calma lanciati da tutte le autorità religiose, militanti sciiti si vendicano attaccando diverse moschee sunnite. «Era il nostro 11 settembre», ricorda un abitante il cui fratello fu assassinato da un miliziano in una di quelle rappresaglie.Per oltre due anni le milizie sciite, in particolare le due più note – l’Esercito del Mahdi del movimento sadrista e la brigata Badr del Consiglio supremo islamico iracheno (1) –, hanno organizzato attacchi contro sunniti, i quali sono stati rapiti, spesso torturati e poi uccisi. Le milizie sunnite rispondevano colpendo i quartieri sciiti di Baghdad con autobombe. Tutti i giorni sui marciapiedi della città o nel Tigri si ritrovava un centinaio di morti. Anche se tardivamente, e per evidenti ragioni di rivalità politica, il 24 marzo 2008 il primo ministro Nouri al Maliki lancia una grande offensiva a Sadr City per disarmare l’Esercito del Mahdi di Moqtada al Sadr. La violenza è diminuita a poco a poco, ma le rivalità all’interno della classe politica si sono rafforzate. Questa violenza è ormai al centro del discorso di al Maliki, che fa ricorso a un vocabolario semplicistico e manicheo, usando termini come «terrorista» e «baathista» per indicare i sunniti.Per spiegare la crisi securitaria dopo la partenza delle truppe statunitensi, bisogna anche ricordare il ruolo dei miliziani della Sahwa – «risveglio» in arabo. Questi membri di tribù sunnite si erano alleati alle truppe statunitensi per combattere contro al Qaeda in Mesopotamia. Secondo la strategia militare del generale statunitense David Petraeus, il surge (2) poteva funzionare unicamente grazie alla collaborazione delle tribù sunnite, simboleggiata dal carismatico Abdul Sattar Abu Risha, ucciso il 13 settembre 2007 da un commando di al Qaeda.Formata da circa centomila uomini, questa milizia ha conseguito successi importanti riuscendo a scacciare dalle città il ramo di al Qaeda in Mesopotamia. I membri della Sahwa avrebbero dovuto essere arruolati nell’esercito regolare, ma questa promessa di al Maliki è stata mantenuta solo per il 20% di loro. Gli altri sono stati abbandonati a se stessi e anzi segnati a dito da un primo ministro sempre più diffidente nei confronti dei sunniti. Oggi il paese è cambiato. Baghdad non è più la città eterogenea nella quale erano rappresentate tutte le province. Salvo rare eccezioni, i sunniti vivono nei quartieri sunniti e gli sciiti nei quartieri sciiti. Nel resto dell’Iraq, la «partizione dolce» sognata da Joseph Biden (3), fra un nord curdo, un centro sunnita e un sud sciita, è già una realtà. Malgrado questo cammino tortuoso e tante promesse non mantenute, la discesa agli inferi dell’Iraq avrebbe potuto essere scongiurata se al Maliki avesse messo in pratica il suo slogan elettorale della «riconciliazione nazionale». Tanto più che, al suo arrivo al potere, diversi consigli tribali sunniti gli si erano dichiarati fedeli. Ma egli ha continuato ad alimentare le contrapposizioni fra sunniti e sciiti, fra IL CONFLITTO siriano è sconfinato effettivamente in Iraq nel marzo 2013, quando una quarantina di soldati e funzionari siriani sono stati uccisi nel dipartimento iracheno di al Anbar, dove si erano rifugiati qualche giorno prima per sfuggire a un attacco dei ribelli. In quell’occasione hanno perso la vita anche sette soldati iracheni. Le crisi nei due paesi sono nate da cause diverse, ma hanno in comune la piega confessionale che hanno preso. La guerra civile siriana contrappone un’insurrezione a predominanza sunnita e una coalizione di minoranze etniche e religiose che sostengono il governo di al Assad. In Iraq, il governo a maggioranza sciita è contestato da sunniti che oscillano fra opposizione politica e opposizione armata. Forse non è una coincidenza che i conflitti confessionali si siano riaccesi in Iraq con l’intensificarsi della guerra civile siriana. Anche l’amministrazione statunitense attribuisce all’Iraq un ruolo importante nella crisi siriana. Durante la visita di al Maliki a Washington, a fine ottobre 2013, il presidente statunitense Barack Obama gli avrebbe chiesto di usare i suoi buoni rapporti con Tehran per chiedere ad al Assad di lasciare il potere «dolcemente». D’altro canto l’Iraq è sottoposto a crescenti pressioni da parte dell’Iran, la principale potenza sciita nella regione, e di Arabia saudita e Turchia, due importanti paesi sunniti, i principali patrocinanti dell’insurrezione anti-Assad.Dopo dieci anni di inaudita violenza, l’Iraq è stretto fra il maelström delle lotte di potere fra sunniti e sciiti, alimentate dal conflitto siriano. Il governo di al Maliki cerca di prendersi gioco di questi mutati scenari regionali. La nuova legge elettorale adottata dal Parlamento e che fissa le prossime elezioni legislative al 30 aprile 2014 è considerata uno scherzo. La popolazione ride dei deputati, della facilità con la quale votano leggi che favoriscono i loro interessi personali e la loro incapacità di mettersi d’accordo su punti essenziali. L’intellettuale e sociologo Amir Ahmed colloca queste elezioni nel teatro dell’assurdo. Paragona la scena politica a quella di Aspettando Godot di Samuel Beckett. «A ogni appuntamento elettorale, la classe politica ci annuncia la venuta di un uomo che promette il cambiamento. Ma non arriva mai. Nell’attesa ci tengono occupati, ci distraggono. Gli iracheni aspettano Godot…»«La presenza iraniana nel paese ha fatto crescere la diffidenza e la paura nella regione araba – continua Ahmed. È questo cambiamento brutale nella politica regionale a provocare tutte tanta tensione. Non bisogna poi dimenticare che l’Iraq è uno Stato ricco di petrolio e che questo suscita l’avidità delle forze internazionali. Esse cercano di alimentare la violenza anziché di stabilizzare la situazione, perché è più facile ricavare profitti da un paese debole che da un paese forte ed equilibrato.» Il petrolio, ecco forse la vera disgrazia dell’Iraq… (1) Il sadrismo è una corrente che rappresenta i ceti sfavoriti e negletti da parte dell’establishment sciita. Il Consiglio, creato nel 1982, ha una formazione armata, la brigata Badr, una milizia che conta fra gli ottomila e i quindicimila membri.(2) Il 10 gennaio 2007, George W. Bush decide di mandare in Iraq altri trentamila soldati statunitensi. Alla testa del surge («rinforzo») nomina il generale Petraeus.(3) Per risolvere il conflitto iracheno, Biden elabora un piano di divisione dell’Iraq in tre blocchi comunitari e confessionali, ispirandosi alla ivisione della Bosnia nel 1995. Cfr. Helene Cooper, «Biden plan for “soft partition” of Iraq gains momentum», The New York Times, 30 luglio 2007.(Traduzione di M.C.)   http://gallery.mailchimp.com/b0bff3f70c695197fbf8343d2/files/lemonde2014_01.pdf

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