Nota congiunturale 1-2014 di Angelo Gennari

                  1.1.2014 (chiusa il 31.12 alle 12:00)   Nota congiunturale 1-2014 di Angelo Gennari  ATTN: cliccando direttamente, o con invio+CTRL, si perviene alla voce voluta tra quelle dell’Indice; per le fonti citate nel testo è stato inserito il link che può aprirle direttamente (nel cliccare, copiare o riprodurre un link per collegarsi, far attenzione a cancellare gli spazi vuoti che esistessero tra lettere e/o segni di interpunzione che, altrimenti, impedirebbero al testo di aprirsi)   TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI. 1 nel mondo in generale. 1 ● Papa vs. Wall Street...                                   ● Questo dannato papa socialista... forse comunista!    (vignette) 3 MEDITERRANEO arabo (tramonto, resistenza, crollo dei rais) AFRICA e AMERICA LATINA.. 3 ● Già...   (vignetta) 7 ● Sud Sudan: ma c’era proprio bisogno di un secondo Sudan?...   (mappa) 16 in CINA (e nei paesi dell’ASIA) 20 ● Bisogna che, però, la smettiamo di incontrarci in queste condizioni...   (vignetta) 20 nel resto dell’ASIA.. 22 EUROPA... 28 ● E, adesso, Europa che facciamo?   (vignetta) 31 ●Alla conquista dei ghiacci del Polo nord (e di quel che c’è sotto)...  (mappa) 39 STATI UNITI. 39 ● Come si dice qui, a Washington, tieniti vicini gli amici ma ancor più vicini i nemici. Ma qui chi è il nemico?. 47 GERMANIA... 49 GIAPPONE... 51 ● Fin qui, tutto bene...   (vignetta) 52     L’A. prega il lettore di tenere a mente che questa Nota viene scritta in progress, giorno per giorno, per aggiunte, sottrazioni e correzioni. Perciò è inevitabile, che si ripeta qua e là, anche – purtroppo – qualche incongruenza. L’alternativa sarebbe quella di redigere il testo tutto nell’ ultima settimana del mese alla fine del quale lo scritto viene messo in rete. Ma, per farlo, quella settimana dovrebbe essere composta di 30 giorni e di 48 ore al giorno… E questo scritto dovrebbe essere redatto non più solo da chi scrive ma da quattro o cinque redattori. Per  cui, abbiate pazienza… e, intanto, beccatevi questo e accontentatevi… TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI nel mondo in generale ●L’agenda politico-istituzional-economico globale del mese di gennaio 2013 prevede, tra gli  appuntamenti  che sembrano di maggiore rilevanza: • Il 1° gennaio 2014, in Europa la Grecia assume la presidenza semestrale di turno dell’Unione: da luglio prossimo, toccherà all’Italia; • e questa, dell’1.1.2014, è anche la data formale dell’accesso della Lettonia all’eurozona, con il lats che viene rimpiazzato dall’euro: tanti auguri...;   • sempre il 1° gennaio, e per quest’anno tocca all’Australia la presidenza del G-20; • ancora l’1° gennaio, la Cina prende la presidenza dell’APEC; • e Myanmar (l’ex Birmania) accede alla presidenza quella dell’ASEAN; • il 5 gennaio, in Bangladesh, elezioni legislative; • il 14, fissata in Egitto – a meno di ripensamenti... – la data del referendum sulla versione rivista e corretta dal regime militare della carta costituzionale: dopo mesi di repressone militare con migliaia di arresti e feriti e, secondo una stima di origine ONU, più di 1.400 egiziani morti per strada sotto i cingoli dei carri armati e i proiettili delle forze di sicurezza; • il 22, parte Ginevra II, la seconda (la prima non s’è mai riunita) conferenza di pace convocata da  ONU, USA e Russia per la Siria; • 22-25, a Davos, in Svizzera, consueto vertice dei potenti e degli onnipotenti, veri ma anche presunti, dell’economia e della finanza mondiale; • 28, discorso del presidente USA,al Congresso riunito sullo Stato dell’Unione;     • 27-28, a Bruxelles, Eurogroup/ECOFIN; • in gennaio (probabile), sentenza in Germaniadella Corte costituzionale sulla conformità alla carta fondamentale tedesca del Meccanismo Europeo di Stabilità e del piano anti-spread-/transazioni monetarie dirette della BCE; sarebbe da ridere – e da piangere, insieme – se  proprio a Karlsruhe dicessero alla fine di no...; • provvisoriamente, come sempre del resto, in gennaio referendum sulla riforma costituzionale. ●Nella scorsa nostra Nota, si è accennato alla cosiddetta Apostolica esortazione (Sala stampa vaticana, 24.11.2013, testo integrale italiano della Evangelii Gaudium, http://press.vatican.va/content/dam/salastampa/it/fuori-bollettino/pdf/EVANGELII-GAUDIUM-italiano.pdf) con papa Francesco che mena duro sul capitalismo quasi intrinsecamente identificato col male... Abbiamo trovato una vignetta che di per sé costituisce un editoriale, anche sapiente e la riproduciamo qui sotto, cogliendo anche lo spunto dal fatto che un presidente come quello americano (sicuramente non sempre democratico e, anzi, come nella natura della bestia assisa al 1.700 di Pennsylvania Avenue, a Washington, D.C., piuttosto autoritario e, per gli altri popoli del mondo spesso proprio tiranno... e più non dimandate) ma “populista” sì, anche in senso di popolare non sempre e solo di demagogo, ha citato proprio il papa questa settimana. ●Ha parlato “dell’inuguaglianza che è aumentata in tutto il nostro mondo sviluppato. Solo la settimana scorsa a qualcuno tra voi sarà capitato di vedere come il papa abbia parlato a lungo e con forza di questo problema. ‘Non è possibile – ha scritto al #53 della sua Esortazione apostolica – come non faccia notizia il fatto che muoia assiderato un anziano ridotto a vivere per strada, mentre la fa il ribasso di due punti in borsa’ ” (White House, 4.12.2013, Considerazioni del presidente sulla mobilità economica [e già la titolazione l’Ufficio stampa dà al suo intervento è significativamente sbagliata e fasulla, motivo di licenziamento in tronco, diremmo: perché in realtà lui ha parlato di altro, di giustizia sociale, non della mobilità: ma sul sito di casa sua l’hanno censurato e, peggio, s’è fatto censurare: non ha licenziato, infatti, proprio nessuno] ▬ http://www.whitehouse.gov/the-press-office/2013/12/04/remarks-president-economic-mobility). Insomma, degno di far notizia non è – segnala Obama giustamente – qualche poco indignato che decine e centinaia di vecchi e bambini crepino di fame e di freddo anche nel paese che si dice più ricco e felice del mondo. E’ che il DJ, l’indice di borsa, vada giù di due punti, la notizia! Esso sì, degno di fare notizia... come ci ricorda inesorabilmente ogni sera, qui da noi, quel blando e genuflesso direttore di TG che chiude sempre – sempre – il su telegiornale delle 20:30, ogni sera, come si trattasse di recitare una giaculatoria con le notizie del Dow Jones a Wall Street..., l’insipiente... Vedete ha ricordato, scandalizzando molti – in realtà pochi, ma molti sulla stampa e nei media in  questo paese, il presidente – ma poi, come troppo spesso gli capita senza dichiarare alcuna guerra, la necessità e anche il modo per provvedere a rovesciare uno status quo inaccettabile – che, qui, “il 20% al  top della scala sociale non si prende più 1/3 del reddito di tutti― ma adesso se ne prende la metà. Mentre in passato il capo di un’impresa faceva venti o trenta volte quel che portava a casa il suo dipendente medio, oggi guadagna 273 volte di più. E, nel frattempo, una famiglia che si situa nell’1% del vertice ha un valore netto 288 volte maggiore di quello di una famiglia tipica americana: che, poi, è il record per questo paese. Insomma, è proprio il contratto sociale di base su cui l’economia di questo paese era fondata che si va sbrindellando”. Già... ben detto. E allora, però, signor presidente, che fare? Anche un critico duro come Paul Krugman gli dà atto di aver detto la verità con grande lucidità e ne prende atto ma poi dice chiaro che tanto non cambia niente, Lui fa un’apertura di credito a Obama, ma pare proprio certo sia l’ultima (New York Times, 5.12.2013, P. Krugman, Obama Gets Real― Obama fa sul serio ▬ http://www.nytimes.com/2013/12/06/opinion/krugman-obama-gets-real.html?partner=rssnyt&emc=rss)... ●Ma, in realtà, c’è da dire molto di più... i “cinici”, come li chiama lui – ma spesso quelli che lo sono diventati nel corso dei mandato e mezzo, quasi, di Obama – forse hanno proprio ragione... Il presidente in quello stesso discorso ha infatti detto sì, forte e chiaro come mai prima, che sono state proprio le scelte di policy alla base anche di questa crisi e che “un deficit di opportunità senza tregua costituisce un pericolo più serio per il nostro futuro di un deficit fiscale in rapida riduzione”. Scelte politiche, dunque, sbagliate― e questa è una novità, a questo livello, colossale davvero; anche se resta ancora quella riserva finale implicita che la riduzione del deficit che costituisce comunque una cosa buona... Ma poi ha anche aggiunto che mai in questo scontro “il governo – parla del suo – può tenersi da parte [nello sforzo di ridurre l’ineguaglianza] perché siamo noi, poi, al dunque il governo. Noi possiamo e dobbiamo, dunque, riflettere i nostri valori e i nostri impegni” nel nostro fare. Già... Però, questo quadro, che Obama ama autodipingersi, è falso. Lui e il suo governo hanno perseguito scelte e politiche che nei fatti hanno continuato a spingere aumentando le ineguaglianze. La lista è lunga, compresi i salvataggi a raffica delle banche tra il 2008 e il 2010 – le banche troppo grandi, cioè troppo indebitate, dicevano, “per lasciarle fallire”, più ferree e estese nel tempo protezioni di monopolio ed oligopoli sul mercato attraverso il meccanismo di patenti e diritti d’autore. E una linea di fasullo “libero scambio” commerciale che protegge e difende i redditi di chi è già meglio pagato e “coperto” dai propri ordini professionali (medici, avvocati, ingegneri) ostacolando in mille modi e con mille pretesti l’arrivo in America della loro concorrenza straniera che sarebbe assai meno costosa mentre lascia in balia del libero mercato e della libera concorrenza i lavoratori americani meno pagati con gli immigrati, clandestini per lo più e sempre peggio pagati di loro. Però, il modo più duro e efficace con cui il governo ha contribuito, malgrado questa bella retorica, a promuovere l’ineguaglianza è stato nel gestire un bilancio pubblico che ha portato a una disoccupazione e a una sottoccupazione su larga scala. Perché, proprio come la decisione di utilizzare la politica fiscale per stimolare l’economia e creare occupazione è una scelta cruciale di politica economica, così lo è la decisione contraria. In Europa è la scelta criminalmente deliberata dell’austerità che sterilizza e riduce il deficit di bilancio a spese della crescita e del lavoro. E che qui contiene sempre troppo i deficit, riducendo allo stesso modo anche se un po’ meno crescita e occupazione. E, in America, è stata una linea che ha tenuto disoccupati, aumentando le disuguaglianze, milioni e milioni di americani. Non solo, visto che il potere contrattuale di chi lavora nel terzo più debole del mercato del lavoro – e, qui, ancor più che da noi – dipende largamente dal livello di quello che Marx aveva chiamato, genialmente, “esercito industriale di riserva”[1]: i disoccupati― perché lasciar sviluppare una larga disoccupazione è il modo più efficace di ridurre anche salari, stipendi e redditi (Center for Economic and Policy Research/CEPR, Washington, D.C., 11.2013, Jared Bernstein e Dean Baker, Getting back to full emloyment – A better bargain for working people― Come tornare alla piena occupazione – Un migliore affare per i lavoratori ▬ http://www.cepr.net/documents/Getting-Back-to-Full-Employment_20131118.pdf). ● Papa vs. Wall Street...                                   ● Questo dannato papa socialista... forse comunista!    (vignette)     Eh, sì: diceva proprio (quindici secoli prima di Karl Marx) che la “proprietà è un furto” (Sant’Ambrogio[2])     Apostolic Exhortation                      W all Street        Eretico miscredente, bestemmiatore contro la mano invisibile del mercato! Tu che getti                                                                                          fango sull’UNICO VERO DIO (il $)!, tu sarai condannato alla dannazione eterna, con                                                                                          Karl Marx, Lenin e Osama bin Laden                                                                         Fonte:  Khalil Bendib, 27.11.2013 ●Il consumo di petrolio, in America, è cresciuto nel mese di novembre al massimo degli ultimi cinque anni, secondo le valutazioni della IEA― l’Agenzia internazionale dell’Energia, 28 paesi membri, fondata come agenzia indipendente (si fa ovviamente per dire: è riservata ai consumatori) dopo la crisi del petrolio del 1973 per informare, assistere e promuovere la ricerca sui dati dell’industria in questione, pagata e sponsorizzata dai propri membri, tutti come detto paesi consumatori compresi quelli che, come gli USA, sono anche tra i maggiori produttori al mondo di greggio. Di conseguenza, l’Agenzia ha provveduto a elevare, anche se in misura contenuta, la propria stima sulla domanda di greggio del 2014, ora prevista a almeno 92,4 milioni di barili al giorno (The Economist, 13.12.2013). ●L’Organizzazione Mondiale per il Commercio, il WTO, ha finalmente concluso a Bali, in Indonesia, a livello di intesa tra tutti i ministri del Commercio presenti, il primo accordo globale di cosiddetto libero scambio nei 19 anni della sua esistenza. Libero, naturalmente, si fa per dire: perché resta il contrario per i lavori protetti più remunerativi, dove marchingegni come gli ordini professionali, ad esempio, dove le grandi lobbies della ricerca farmaceutica e medica e tutta la panoplia di brevetti e patenti eretta a difendere fior di monopoli privati a spese del pubblico per cui si traduce sempre in costi enormemente maggiori, blocca in effetti libera circolazione e concorrenza. Il round di negoziato chiamato di Doha dal posto dove venne lanciato è durato un decennio e era stato abbandonato come fallito almeno due volte (The Economist, 13.12.2013). MEDITERRANEO arabo (tramonto, resistenza, crollo dei rais) AFRICA e AMERICA LATINA ●Proprio a fine mese, di fronte alle serie difficoltà registrate nel trovare paesi che graziosamente, cioè anche gratuitamente anzi a proprie spese e su impegno poi  preso da altri, anzitutto su richiesta e per insistenza degli Stati Uniti, si accollino la grana di provvedere allo smantellamento delle armi chimiche dell’arsenale rimosse dalla Siria fisicamente e con il suo accordo, gli Stati Uniti – ha annunciato l’OPCW, l’Organismo per la Proibizione delle Armi Chimiche di stanza all’Aja, che sorveglia per l’ONU tutto il complesso e costoso meccanismo di rimozione, smantellamento e distruzione materiale dei composti e armamenti in questione: ma non confermano subito gli USA – provvederanno a distruggere a mare e direttamente con un’operazione detta di idrolisi (dal greco: ydor e lyos― acqua e sciogliere) le miscele e gli amalgami considerati maggiormente letali degli ordigni in questione. Lo sforzo per eliminare completamente l’arsenale delle armi chimiche siriane (sono 1/30 circa dello stock più o meno legittimamente detenuto dagli Stati Uniti, per dire: come firmatari anche loro del trattato di proibizione: ma che sino esentati dal distruggerle tutte e in grande quantità a fini di deterrenza e di studio, ovviamente: “diritto” che gli altri non possono, invece, rivendicare...) non potrà in ogni caso mai escludere del tutto la minaccia nel breve termine, sarà anche pieno di rischi e chiederà forse anni per essere completato (Stratfor – Global Intelligence, Analysis, 17.9.2013, Destroying Syria’s Chemical Weapons― La distruzione delle armi chimiche siriane ▬ http://www.stratfor.com/analysis/destroying-syrias-chemical-weapons). Anche se poi il 18 dicembre, dopo una serie di offerte a rendersi disponibili iniziate, come visto, dagli USA e poi seguite da Russia, Cina e anche da diversi paesi europei, l’OPCW annuncia che a fine anno la Siria si farà carico con l’aiuto dei russi (ma chi pagherà le spese, poi, non è chiaro...) di trasportare a Latakya, la biblica Laodicea e la città portuale più importante di Siria qualche centinaio di tonnellate di composti binari per armi chimiche. La Siria utilizzerà una settantina di blindati e autocarri scortati forniti dai russi, contenitori messi a disposizione dagli americani insieme a equipaggiamento anti-contaminazione e localizzatori GPS, a ogni buon conto su  ogni contenitore, coi cinesi che forniranno dieci ambulanze specializzate e telecamere di sorveglianza, i finnici che hanno messo a disposizione una squadra per emergenze speciali, danesi[3] e norvegesi che rendono disponibili due navi traghetto a modalità di carico autonomo di mezzi gommati senza ausilio di mezzi meccanici esterni. La scorta a mare sarà fornita anch’essa da Russia e Cina, mentre l’Italia ha messo a disposizione un porto del Meridione, non identificato per evitare proteste e ribellioni, che eviterà il rischio di trasferire agenti chimici in alto mare (New York Times, 18.12.2013, N. Cumming-Bruce, Chemical Weapons Agency Unveils Plan for Destroying Syria’s Stockpile― L’Agenzia[ONU]per le armi chimiche svela il piano di distruzione dell’arsenale siriano ▬ http://www.nytimes.com/2013/12/19/world/middleeast/syria-chemical-weapons.html?_r=0). ●In uno strano, ma anche quanto mai chiaro risvolto che ha svelato le divisioni mortali tra gli oppositori di Assad, è uscita – prima – una dichiarazione al Times di Londra dell’ex generale dell’esercito regolare siriano al vertice dell’Esercito Libero ribelle (The Times, 4.12.2013, T. Coghlan e C.Philps, Syrian rebels vow to  join forces with army to defeat al-Qaeda― I ribelli siriani promettono di unire le proprie forze a quelle dell’esercito per battere al-Qaeda▬ http://www.thetimes.co.uk/tto/news/world/middleeast/article3939199) e – poi – la regolare, inevitabile ma anche poco convincente, smentita (Al Arabiya News Channel, 4.12.2013, Rebel chief: no cooperation with Assad― Il leader dei ribelli[quelli appoggiati, ufficialmente, dagli USA e da Londra]: nessuna cooperazione con Assad, dice, smentendo di aver mai dato qualsiasi dichiarazione al Times ▬ http://english.alarabiya.net/en/News/middle-east/2013/12/04/Rebel-chief-no-cooperation-with-Assad.%20html). I fatti non sono venuti fuori con nessuna chiarezza. Ma la sequenza in sé degli eventi suggerisce che il gen. Salim Idriss la dichiarazione l’ha fatta ma, come insegna il campione delle autosmentite, il Berlusca, se l’è poi dovuta rimangiare sotto la pressione dei suoi alleati arabi estremisti – i wababiti sauditi che formalmente anche loro sono anti al-Qaedisti ma sono ancor più – pare – anti-Assad – ma anche occidentali presunti moderati (i cosiddetti amici della Siria). E, dunque, la solita tempesta in una catinella. Idriss sa che, se lo catturano, i jihadisti gli tagliano la testa e con un coltello altrettanto male affilato di quello che adoprerebbero volentieri per segare il colo ad Assad. La sua sola speranza, inconfessabile, di sopravvivenza in questa guerra sono paradossalmente l’esercito siriano, gli Hezbollah e le milizie irachene sci’ite che combattono in Siria. E non certo il suo Esercito libero... ●La Tv siriana ha riferito il 9 dicembre della riconquista da parte dell’esercito della città di al-Nabk, nella Siria centro-occidentale dopo giornate di scontri sena tregua: era l’ultima roccaforte che restava in mano ai ribelli sulla strada che collega Damasco a Homs e alla costa mediterranea. Con essa sembra concludersi con successo la controffensiva che mirava a riconquistare le montagne Qalamoun lungo tutto il confine col Libano e a riportare sotto pieno controllo del governo l’autostrada che da Damasco corre dritta al mare. Restano naturalmente problemi di sicurezza ma il sostegno a Damasco ridiventa così possibile e anche, adesso, facilitato. Ora, sarà anche più facile all’OPCW utilizzare quell’autostrada per rimuovere le munizioni e i materiali chimici che devono partire dalla Siria in base all’accordo di Assad con l’ONU. Ormai, un po’ da tutto il paese arrivano, giorno dopo giorno, notizie di continui scontri tra milizie ribelli molto più che contro le forze governative. Nel nordest della Siria, i curdi sono alleati di fatto e pienamente col governo e tengono fuori del loro territorio nel paese negandovi con efficacia l’accesso alle forze jihadiste. Poco a poco siriani e alleati stanno conquistando terreno, in posizioni che, spesso, ormai sono assolutamente di portata strategica: il governo ba’athista a Damasco non corre più il rischio di venire rimosso. L’unico, o comunque l’unico rilevante, pericolo per le forze di governo sembra ora risiedere nelle regioni di confine con la Turchia... che anch’essa, però, ormai sta preparandosi a rivedere l’aiuto diretto – e azzardato – che finora ha fornito ai ribelli: accorgendosi, pare ormai anch’essa di coloro con cui di fatto ha a che fare... ●Un altro segnale della debolezza crescente dei ribelli sul campo e del rafforzamento delle alleanze e della presa sul territorio da parte di Assad lo dà la notizia della ripresa piena dei rapporti tra l’Iran, il grande sostenitore di Assad, e Hamas, il movimento militante tra i palestinesi che a Gaza governa e che proprio le reticenze e l’ostilità crescente al regime di Assad avevano frenato e avvelenato. Mahmoud al-Zahar, uno degli esponenti di punta di Hamas, ha dichiarato ora che la ripresa dei rapporti con Teheran ormai è piena; come resta vero che, anche dall’Egitto, pure se ormai con il regime golpista non c’è più rapporto, dal Cairo arrivano ancora forniture per Gaza, incluse quelle di combustibile (The Times of Israel, 9.12.2013, Hamas, Iran ‘resume’ relations― Hamas e l’Iran ‘riprendono’ i loro rapporti ▬ http://www.timesofisrael.com/hamas-iran-resume-relations). Questo è, probabilmente, la spia più significativa, di portata strategica, degli ultimi sei mesi nell’area mediorientale: Hamas gioca come le capita spesso nella regione un ruolo da esploratore d’avanguardia, come quello del canarino che, nei cunicoli della miniera, testava il livello del gas grisou, inodore e esplosivo dell’ambiente, e qui identifica con notevole precisione chi è in crescita e chi è in calo. Due anni fa, piena dei soldi e delle armi fornite dalle monarchie arabe sunnite e delle promesse di un sostegno americano, Hamas sembrava pronto a scommettere sula vittoria dell’opposizione sunnita contro Assad e contro l’Iran. L’annuncio di oggi funge così proprio da cartina di tornasole. La reazione combinata politica, economica, militare, anche finanziaria e del caos seminato nella regione dal crescere della presenza selvaggiamente anarchica dei jihadisti ha ormai convinto Hamas a tornare indietro, valutando con realismo l’improbabilità di una vittoria dei ribelli sunniti e l’ha portata non a ri-allinearsi ma a ri-allearsi sì e ad appoggiarsi nuovamente su Siria e Iran, piuttosto che su sauditi, qatariani, egiziani del dopo golpe e sulla contraddittorietà degli americani. Importante è la ripresa dell’alleanza completa con Teheran anche perché sta a significare che rispetto a Israele, Rouhani non cambia― se mai lo avesse davvero voluto. E questo, per Hamas e le sue ambizioni, è alla fine poi decisivo. ●“Ad appena un mese dalla conferenza(Ginevra II) che cercherà di metter fine alla guerra civile che da quasi tre ani ormai schiaccia la Siria, l’Amministrazione Obama ha deciso – e reso noto di aver deciso – di interrompere la fornitura di aiuti non letali – alimenti, medicinali, forniture di protezione, anche strumentazioni tecnologiche, di comunicazione e logistica – agli oppositori moderati del regime, dimostrando anche così la frustrazione che prova nel cercare di coltivare un’alternativa fattibile – e per gli occidentali accettabile – al presidente Bashar al-Assad”. Il fatto è che praticamente tutti gli aiuti che arrivavano sul campo finivano alla fine nelle mani dei ribelli jihadisti, quelli di al-Qaeda o, al meglio, i wahabiti di obbedienza saudita, quasi altrettanto estremisti e facinorosamente fanatici. Così sintetizzato, è lo sviluppo che ora conferma il quadro appena finito di illustrare e ormai tornato favorevole all’equilibrio discusso e garantito da Assad in questa fase della situazione siriana (New York Times, 11.12.2013, M.R. Gordon, M. Landlere A. Barnard, U.S. Suspends Nonlethal Aid to Syria Rebels― Gli USA sospendono [anche] gli aiuti non letali ai ribelli siriani ▬ http://www.nytimes.com/2013/12/12/world/middleeast/us-suspends-nonlethal-aid-to-syrian-rebels-in-north.html?_r=0). In definitiva, una a una sono ormai sparite le opzioni che gli USA nutrivano di trovare simpatizzanti islamici moderati tra i ribelli siriani, tutti ormai ammazzati o scappati; quelli che restano oggi sono solo gli estremisti che regolarmente ormai si appropriano di tutti gli aiuti in arrivo. E Washington è costretta a prenderne atto. ●E’ appena arrivata questa notizia e, subito, nell’identico senso si aggiunge la  conferma in assoluto più pesante. L’opposizione non-jihadista in Siria è ormai collassata, come del resto si sapeva da mesi. Il generale Idriss, che un anno fa aveva abbandonato l’esercito regolare siriano mettendosi alla testa dell’autoproclamato Libero Esercito Siriano, dichiaratamente affermatosi moderato, ha fatto in tempo a scappare in Turchia (naturalmente, dice, ‘per raggruppare le forze’…) subito prima che i suoi uffici fossero assaltati e distrutti dai jihadisti. E il Commercio estero turco ha dichiarato subito la chiusura di tutti i valichi di frontiera con la Siria che finora aveva lasciato controllare, irresponsabilmente, ai jihadisti. Il fatto è che in Siria la primavera araba è morta e ha cominciato a decomporsi da almeno un anno e anche più. Tutti gli interessi che avevano scommesso su un rapido crollo a Damasco del regime ba’athista hanno perso quanto ci avevano sopra – miliardi di $ di aiuti: arabi, americani, britannico dei cosiddetti amici della Siria – puntato. Adesso, se le monarchie arabe la smettono di pagare i mercenari che hanno inviato e coltivato in Siria, forse – forse... – la pace potrebbe avere una qualche occasione di provarci. E tutta la miriade di politicanti siriani che stazionano nei salotti di Parigi e di Londra, resteranno adesso senza i sussidi che arrivavano loro e saranno visti ormai, con l’eccezione di qualche auto-illuso, per i fasulli che sono e sono sempre stati. ●Per concludere sul punto, resta utile forse leggere quel che scrive adesso, anche con qualche spudoratezza perché non sogna neanche di ammettere di avere sbagliato tutto – come si diceva una volta non sogna di fare autocritica: neanche dal suo ristrettissimo e cinico punto di vista  che, delle migliaia e migliaia di morti, se ne frega del tutto come l’ex generale Michael Hayden – chi fu due an ni e mezzo fa tra i massimi responsabili, quando guidava la CIA prima della stessa NSA, della formazione della decisione che portò gli Stati Uniti a appoggiare la guerra santa contro Bashar al-Assad. Ora ci ripensa e confessa che, tutto considerato, “un bagno di sangue settario in Siria sarebbe un tale pericolo per la sicurezza di tutta la regione mediorientale che una vittoria del regime di Assad potrebbe sul serio essere la soluzione nigliore” (Countercurrents/ 12.12.13, Assad’s win may be Syria’s best option: ex-CIA chief― Ex capo della CIA: la vittoria di Assad può essere la migliore opzione per la Siria ▬ http://www.countercurrents.org/cc141213.htm). ● Già...   (vignetta) Ma che vuol dire “felice anno nuovo?”   Fonte: INYT, P. Chappatte, 27.12.2013 ●La Russia è oggi, in ogni caso e evidentemente molto più fiduciosa sul futuro della stabilità del regime di Assad. Con esso da parte di Mosca, infatti, si torna ora a trattare di cooperazione economica e di affari, anche a guerra non certo ancora finita. La compagnia di Stato russa Soyuzneftegaz ha adesso firmato con quella di stato siriana, la Compagnia Generale del Petrolio, un importante contratto per esplorazione, ricerca e sfruttamento di gas naturale e petrolio in un’area di 2.190 Km2 al largo delle coste mediterranee fra le città di Tartus e Banyas per un costo di 90 milioni di $ interamente coperti dalla parte russa  che3 curerà anche l’istruzione e la preparazione professionale del personale siriano della CGP (RT/Mosca, 25.12.2013, Syria signs offshore oil and gas exploration deal with Russia― La Siria firma con la Russia un accordo di esplorazione di gas e greggio offshore ▬ http://rt.com/business/syria-oil-gas-russia-795).    ●Sembra, e il 22 novembre viene informalmente reso noto al Palazzo di Vetro, che con la cooptazione formale in CdSfissata al 6 dicembre, sarà la Giordania a rimpiazzare l’Arabia saudita che era stata eletta tra di loro a rappresentare per i due prossimi anni i paesi arabi mediorientali nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU ma che aveva comunicato di non essere interessata denunciando l’ “impotenza” del Consiglio soggetto al diritto di veto dei cinque membri permanenti... anche se essa si lamentava solo di quello dei russi. Nessuna candidatura alternativa è stata avanzata a quella giordana (Al Arabiya, 22.11.2013, (Agenzia Associated Press (A.P.), Jordan in Security Council election for Dec. 6― La Giordania sarà eletta il 6 dicembre al Consiglio di Sicurezza ▬ http://english.alarabiya.net/ en/News/middle-east/2013/ 11/22/Jordan-in-Dec-6-election-to-Security-Council-seat-.html). ●In Libia, gruppi che si rifanno a una milizia tribale e hanno bloccato ormai da tre mesi l’80% dell’export petrolifero del paese hanno ora promesso – dopo una mediazione con Tripoli condotta dai capi tribù tradizionali – di consentirne a breve la ripresa (The Economist, 13.12.2013). Ma subito dopo, gli scettici che avevano subito invitato alla cautela hanno mostrato di avere ragione. Perché solo il giorno dopo il capo della tribù al-Magharba, Ibrahim Jadhran, che è anche alla testa della Guardia armate delle installazioni petrolifere annuncia che, non avendo il governo centrale sottoscritto le condizioni da loro poste, l’accordo è saltato e produzione e, ovviamente, export continueranno a restare bloccate dopo esserlo già state per mesi (ABC News, 15.12.2013, Esam Mohamed, Libya militia says oil terminals to remain closed― Le milizie libiche riaffermano che i terminals petroliferi resteranno chiusi ▬ http://abcnews.go.com/International/wireStory/libya-militia-oil-terminals-remain-closed-21225215). Il problema vero è che se le agitazioni costanti, gli “scioperi”, l’inagibilità forzata imposta all’export venissero affrontati con interventi delle forze di sicurezza o dell’esercito per eliminarli, qui sono tutti certi che il conflitto con Jadhran subirebbe addirittura un’ulteriore escalation non più solo col blocco ma col sabotaggio diretto degli impianti di produzione e di distribuzione e con ulteriori esasperazioni della guerra civile. Lo ha giurato il capo ribelle Jadhran che era stato designato dal governo federale di Tripoli a provvedere alla sicurezza della regione della Cirenaica e del suo export di petrolio in premio del ruolo svolto nella guerra a Gheddafi, si trova adesso a capo del movimento secessionista di tutta la Cirenaica, che qui ora chiamano Barqa in lingua araba (Libya Herald/Tripoli, 15.12.2013, Cyrenaica boss to stop any oil exchange― Il boss cirenaico bloccherà tutti gli scambi di petrolio ▬ http://www.libyaherald.com/12/15/2013/category/libya). Il fallimento del governo nel disinnescare la rivolta che sta bloccando l’export del petrolio- il non raggiunto accordo preannunciato troppo speranzosamente coi leaders tribali ha subito fatto schizzare il prezzo del Brent, il greggio libico particolarmente pregiato perché bisognoso di un minimo di raffinazione rispetto alle altre qualità prodotte ad esempio in Medioriente, a $ 109 al barile (dagli oltre 1 milione di barili di greggio al giorno di luglio l’export libico si è ormai ridotto a non più di 110.000 barili. Nel 2014, ma solo se si troverà presto una qualche soluzione alla spaccatura avanzante del paese, l’ambizione sarebbe quella di puntare a esportare almeno la metà del greggio che ancora era possibile sei mesi fa (AfricanOil&GasNews, 16.12.20132, CNBC, Libya’s Brent rises above $109 on Libya― Il Brent della Libia sale sopra i $ 109 ▬ http://africanoilandgasnews.com/news/brent-rises-above-109-on-libya-but-gains-capped-before-fed-meet).      ●In Egitto, la Commissione incaricata dai golpisti di proporre la nuova Costituzione che dovrebbe, tra mesi con un referendum, sostituire quella approvata un anno fa da un referendum popolare con Morsi allora presidente eletto, pare allargare i diritti – soprattutto con la proibizione scritta di una serie di misure chiaramente illegali, come la tortura, ma anche e malgrado ciò largamente praticate. Ma, e soprattutto, il nuovo testo appena reso noto, lunghissimo 247 articoli, consacra come diritti alla faccia della pratica degli abusi proprio i poteri di tutti gli organismi del potere esecutivo e di polizia (New York Times, 1.12.2013, Kareem Fahim e Mavvy el Sheick, In Egypt Charter, New Right, but No Great Change― Nella Costituzione egiziana, nuovi diritti, ma nessun gran cambiamento [e, come si vede, è un titolo cerchiobottista, quanto pochi altri, rispetto ai contenuti stessi dell’articolo...]▬ http://www.nytimes.com/2013/12/02/world/middleeast/ in-egypt-charter-new-rights-but-no-great-change.html?_r=0). La proposta conferisce così uno status privilegiato alle istituzioni – esercito (il ministro della Difesa lo nomineranno direttamente ora i capi militari... e i tribunali militari potranno processare anche imputati civili...), polizia, apparati di sicurezza, magistratura resa del tutto succuba del potere esecutivo – che negli anni del potere rivoluzionario erano sempre restate in mano ai poteri che l’avevano nominata e dominata nei decenni, da Nasser in poi. Come il vecchio testo anche questo conferma il diritto di credo religioso come un diritto “assoluto”. Ma mentre quello qui si fermava, questo specifica che il “come” verrà poi definito “dalle leggi dello Stato”. E la stessa proibizione dei partiti ad ispirazione religiosa (il nuovo testo dice: “a base”... ma che vuol dire, davvero?) è solo un codice effettivo per proibire ancora una volta il credo, l’ideologia islamica di ogni gradazione― proprio come era con Mubarak, il che non sembra promettere poi un gran che per la pace civile del paese... E, personalmente, il gen. Sisi, il capo della giunta, è di fatto riuscito ad impapocchiare il lavoro della Commissione da paralizzarne la scelta che era tenuta a proporre fra confermare le elezioni parlamentari, come era previsto, o farle anticipare da quelle presidenziali cui al-Sisi stesso, vigente sempre la sua dittatura, intenderebbe così titolarsi a partecipare. ... Poi, tutto sommato all’improvviso, per decreto presidenziale, di fatto per volontà e proclamazione del capo della giunta militare, al-Sisi, il 25 dicembre viene proclamato senza più esitazioni che la Fratellanza mussulmana è fuori legge, come tutti i suoi aderenti: mai aveva osato tanto neanche Mubarak nella storia ormai 85ennale della formazione dichiarata ormai terrorista ... E l’Egitto, dopo molti anni dalla tragedia che ha sconvolto e massacrato col regime militare e la sua efferata repressione gli ultimi vent’anni della vita dell’Algeria senza che il paese sia riuscito ancora davvero a riprendesi e dopo poi essere passato per tre anni veri di sconvolgente sommovimento democratico e, insieme, rivoluzionario, pieno di contraddizioni ma seriamente vitale s’è cacciato per la stessa strada senza uscita. Quella che, per salvare una casta, sopprime una democrazia per quanto embrionale essa fosse (New York Times, 25.12.2013, Kareem Fahim, Egypt Declares Muslim Brotherhood a Terrorist Group― L’Egitto [bé, l’Egitto... piuttosto il regime golpista egiziano...] dichiara che la Fratellanza mussulmana è un gruppo terrorista ▬ http://www.nytimes.com/2013/12/26/world/middleeast/egypt-calls-muslim-brotherhood-a-terrorist-group.html?_r=0). Si tratta, probabilmente, però di un calcolo grossolanamente sbagliato. La Fratellanza non è mai stata solo un’organizzazione politica. E’ un movimento sociale, religioso, educativo,  un istituto che organizza e gestisce necessità fondamentali di un minimo di assistenza sociale ed è un possente movimento di “agitazione” culturale. E’ il volto più visibile e credibile dell’Islam che è qui parte integrante e largamente preponderante della società civile. E’ anche l’organizzazione politico-civile più larga e capace di autodisciplina di tutto il mondo arabo e islamico sunnita. La Fratellanza, da quando nacque nel 1928, ha penetrato tutta la società egiziana, specie nelle classi medio-inferiori e nei quartieri e sobborghi urbani più poveri attraverso la miriade di organismi non governativi che ha istituito, curato, gestito e fatto funzionare da decenni e che provvedono aiuti alimentari, cure mediche, assistenza all’infanzia, istruzione gratuita o a costi, comunque, accessibili. Di  più, sono milioni i professionisti e i lavoratori egiziani – non pochi pure tra i gradi bassi e intermedi delle forze armate – a beneficiare dei servizi offerti da ospedali e cliniche della Fratellanza. Se adesso il governo procedesse davvero a bloccarne il funzionamento, sarebbero altri milioni gli egiziani a protestare, visti i costi esorbitanti dei servizi privati e la qualità scadente della sanità negli ospedali pubblici. Milioni di egiziani e le loro famiglie resterebbero senza prestazioni accessibili e anche a modo loro soddisfacenti (è questa l’opinione, che a noi sembra molto attendibile, di un esperto reale, accademico e di mestiere per i trascorsi alla CIA:  InterPressService/IPS, 29.12.2013, E. Nakhleh[4], Declaring Muslim Brotherhood ‘Terrorist’ Has Far-Reaching Implications― La proclamazione di ‘terrorismo’contro la Fratellanza mussulmana è ricca di implicazioni di vasta portata ▬ http://www.ipsnews.net/2013/12/op-ed-declaring-muslim-brotherhood-terrorists-far-reaching-implications). E, adesso, con lo sbrindellarsi e la metodica distruzione della rete di sicurezza sociale minima ma reale che la Fratellanza garantiva diventerà inevitabile l’impennarsi di rivolte, violenze e instabilità. ●Sulle alture del Golan, cioè in territorio siriano occupato da Israele, il 6 dicembre, un convoglio delle Forze di Difesa Israeliane che pattugliava il confine con la Siria (ma da una parte o dall’altra? quella occupata o quella no? non viene chiarito...) è stato fatto bersaglio di una bomba (Haaretz/Tel Aviv, 7.12.2013, Gili Cohen, Syrians detonate bomb against Israeli patrol on Golan border― I siriani [quali però, poi?] fanno esplodere una bomba contro una pattuglia israeliana al confine col Golan ▬ http://www.haaretz.com/news/diplomacy-defense/1.562236). ●Il governo del Libano ha deciso il 2 dicembre di porre sotto diretto controllo dell’esercito per sei mesi la città di Tripoli dopo un’ondata di assassinii incrociati efferati di stampo settario che ha fatto in poche ore una dozzina di morti. La decisione è stata presa insieme dal presidente della Repubblica Michel Suleiman, dal capo delle Forze armate gen. Jean Kahwaji e dal premier Najib Mikati. Ha spiegato il primo ministro che, per tutto il 30 novembre e il 1° dicembre, gli scontri fra sostenitori e oppositori del regime siriano di Assad hanno infierito senza tregua e solo così ormai, con la presenza armata dell’esercito si può tentare di fermarli. “Noi dobbiamo cercare di contenere quest’esplosione di furia settaria e impedire alle tragedie della Siria di rovesciarsi a casa nostra, in Libano”. L’esercito qui è, però, di dimensioni e potenza ridotte e di tradizioni “culturalmente” troppo cristiane in un paese anche e maggioritariamente mussulmano e diviso poi tra sci’iti e sunniti per tenere efficacemente sotto controllo per sei mesi una città come Tripoli. Il che implicherebbe il sostegno almeno degli americani da cui quell’esercito criticamente dipende (L’Orient-Le Jour, 4.12.2013, L’armée grignote du terrain à Tripoli et procède à des arrestations― L’esercito rosicchia il territorio a Tripoli e procede ad arresti ▬ http://www.lorientlejour.com/article/845384/ larmee-grignote-du-terrain-a-tripoli-et-procede-a-des-arrestations.html). ●Per la cronaca. Un gruppo autonomo combattente, sunnita e anti-Assad, ha rivendicato con grande orgoglio e soddisfazione l’omicidio di uno dei capi dell’ala militare di Hezbollah, Hassan al-Laqis, il 4 dicembre mattina. Hezbollah ha subito incolpato Israele preannunciando che ci saranno costi da pagare per questo e Israele ha, come sempre, negato: stavolta forse con qualche maggiore credibilità di altre. Il punto è che, contrariamente alla speranza/illusione espressa dal premier Mikati, ormai in Libano è dilagata l’ondata della guerra civile siriana. ●Nello Yemen, una serie di attacchi coordinati al ministero della Difesa ha lasciato più di 50 morti e quasi 200 feriti, iniziando con l’esplosione di un’auto suicida davanti al complesso militare del distretto di Bab al-Yaman della capitale, Sana’a, al’entrata della città vecchia. Il tutto seguito da una vera e propria battaglia nell’ospedale dove erano stati trasportati i feriti. Commenti di osservatori esteri imputano la responsabilità dell’azione alla locale affiliata di al-Qaeda (ANSA, 5.12.2013, Yemen: attacco miliziani a ministero Difesa, 52 morti ▬ http://ansamed.ansa.it/ansamed/it/notizie/rubriche/cronaca/2013/ 12/05/ANSA-Yemen-attacco-miliziani-ministero-Difesa-25-morti_9732934.html). ●Adesso, il 12 dicembre, in Yemen, uno dei tanti attacchi d’aereo americano senza pilota – per quanto dichiarati formalmente illegali e proibiti dal governo di Sana’a che non conta un... niente – mettono in evidenza quanto vale la garanzia personale data da Obama che garantiva la sapienza e la precisione di quella che aveva assicurato sarebbe stata una nuova linea nell’uso del massacro condotto da centinaia e migliaia di Km. di distanza (qui da Gibuti, in Somalia, solo 450 Km.) dai droni comandati elettronicamente: un altro niente ancor meno affidabile, ovviamente. Hanno infatti  preso un convoglio nuziale che, secondo costume locale, percorreva la strada dalla casa della sposa a quella dello sposo, a sud della capitale Sana’a nel deserto. Per sbaglio, si spera, di cui si sono “scusati” anche se al solito non in modo diretto (l’America non si scusa mai!) ma ellittico: dopo avendo 19 morti, bambini, donne e vecchi, tra chi al matrimonio si recava festeggiava – gli uomini l’hanno tutti scampata, viaggiando essi sempre secondo costume locale non in convoglio ma su auto individuali – con le conseguenze che perfino (gl)i (ir)responsabili americani riescono a capire cosa possa significare a livello di seminagione copiosa di nuovi jihadisti (New York Times, 20.12.2013. M. Mazzetti e R. F. Worth― Yemen Deaths Test Claims of New Drone Policy― I nuovi morti in Yemen costituiscono il test della nuova dottrina di utilizzo dei drones ▬ http://www.nytimes.com/2013/12/21/world/ middleeast/yemen-deaths-raise-questions-on-new-drone-policy.html?_r=0). ●Il 14 dicembre, in Tunisia, il partito Ennhada, islamico “moderato” al governo, e l’opposizione hanno raggiunto l’accordo per designare l’attuale ministro dell’Industria, Medhi Jomâa, come capo del nuovo governo di unità nazionale, come diremmo noi, che dovrebbe restare in carica fino alle prossime elezioni. Per il giovane premier resteranno aperte tutte le grandi sfide di fondo che il paese deve sempre affrontare e resteranno tutte le divisioni, profonde, tra i vari partiti che ora si sono impegnati a governare insieme (La Presse tunisienne/Tunisi, 18.12.2013, Soufiane Ben Farhat, Cadeau empoisonné pour Mehdi Jomaâ― Regalo avvelenato per Mehdi Jomâa ▬ http://www.lapresse.tn/16122013/76246/ cadeau-empoisonne-pour-mehdi-jomaa.html). E, forse, siamo al dunque. Non solo qui per la Tunisia, ma qui ormai di sicuro . Quel che è successo è che in questo paese dove sono molte persone e gruppi a coltivare modi di vita vicini ai nostri, all’occidentale, laici, anche di sinistra – dove sono forti e contano per esempio i sindacati e una tradizione culturale e linguistica anche diffusamente e capillarmente francese – è stato adesso forzato un cambiamento. Più coerente con la storia vicina del paese: grazie anche e soprattutto all’inefficacia e all’impotenza a governare una società moderna come quella che in Tunisia s’era ormai sviluppata da parte della maggioranza numerica islamista che le elezioni avevano portato al governo dopo la lunga presidenza autorevole e illuminata di Habib Bourguiba e quella altrettanto lunga, altrettanto laica ma autoritaria di Zine El-Abidine Ben Ali. Adesso, l’UGTT – la confederazione sindacale che ha con successo mediato e portato all’accordo – annuncia che il governo di Ennhada cederà i poteri esecutivi a quello “tecnico” di Jomâa. Ma già con la soluzione si va preparando la nuova contraddizione. L’inciampo saranno ancora le elezioni, uno scenario in cui la maggioranza, fatta di gente delle campagne e non delle città, meno istruita e più tradizionale, più islamica che occidentalista, potrebbe riportare al governo un partito islamico al meglio come Ennhada che, per quanto moderato e tollerante, islamico comunque resta e cercherebbe di far valere,  come valori da diffondere coi mezzi del potere che avrebbe più che come imposizioni da imporre, ma comunque, le regole del suo modo di vita (le Monde, 27.12.2013, Un nouveau gouvernement en Tunisie l’8 janvier ▬ http://www.lemonde.fr/tunisie/article/2013/12/27/un-nouveau-gouvernement-en-tunisie-le-8-janvier_4340902_1466522.html). Per capirci, come fece per decenni in Italia – per lo meno dal 1945 al 1974, al referendum sul divorzio che perse – la DC di Fanfani e Andreotti bloccando ogni legislazione che non avesse l’imprimatur vaticano sui diritti civili e familiari. Democratico, insomma, ma e perché maggioritario... in AFRICA ●Il regime della Repubblica centrafricana ha ordinato che solo la guardia presidenziale e le cosiddette forze di pace, ma in realtà di intervento, francesi possano circolare per le strade della capitale, Bangui, un giorno dopo che la Francia ha avuto dal CdS dell’ONU l’approvazione all’aumento della sua “forza di intervento di pace”, in realtà di intervento militare attivo nella guerra etnica e religiosa che dilania il paese e ha fatto, nell’arco di non più di due settimane, oltre 600 morti. I “pacificatori” francesi e africani dovranno ora spingersi fin all’interno di città e villaggi dove ci sono stati gli scontri più accesi tra mussulmani e cristiani e non limitarsi a controllare solo, come finora, le strade principali della capitale. Con ormai 1.600 militari sul luogo, i francesi hanno sùbito incrementato numero e aggressività delle loro pattuglie contenendo razzie e saccheggi. Era proprio del resto nei sobborghi, lontano dalle strade principali, che le atrocità peggiori tra cristiani e islamici, e viceversa, avevano luogo. E ora i paras francesi sono decisamente all’attacco e così sempre più parte attiva, e pure esposta però negli scontri, avendo anche cominciato a spingersi al di fuori della capitale (Le Figaro/Parigi, 7.12.2013, Dernieres développements de l’intervention militaire française en Republique centrafricane aprés le feu vert de l’ONU ― Ultimi sviluppi dell’intervento militare francese nella Repubblica centrafricana dopo il semaforo verde dell’ONU ▬ http://www.lefigaro.fr/international/2013/12/05/01003-20131205LIVWWW00535-la-situation-en-centrafrique-avant-le-feu-vert-de-l-onu-a-l-intervention-francaise.php). Sparatorie e scaramucce si sono riaccese anche a Bossangoa, cittadina a 300 Km. a nord di Bangui, con la Francia di Hollande che ha deciso di restare una forza militare influente in Africa ma, già solo nel corso delle prime 24 ore della sua rafforzata presenza, l’operazione Sangaris (un farfalla particolarmente colorata abitante proprio del Centro Africa) ha pagato lo scotto di due soldati del corpo di spedizione ammazzati), specie nelle sue antiche colonie ma con voglie neo-coloniali, naturalmente sempre ben intenzionate ovviamente, che probabilmente si spingono già ben al di là delle sue attuali possibilità (Stratfor – Global  Intelligence, 6.12.2013, France struggles to retain colonial ties in Africa― La Francia si impegna per riuscire a mantenere i suoi legami coloniali in Africa ▬ http://www.stratfor.com/analysis/ france-struggles-retain-colonial-ties-africa). Guardandosi bene dall’impegnarsi più direttamente, Gran Bretagna e Stati Uniti hanno promesso adesso alla Francia di fornirle capacità essenziali – che da sola non ha o non avrebbe – di airlift, di logistica e di intelligence ai “pacificatori” francesi e a quelli dell’Organizzazione per l’Unità Africana. Ma “con il diffondersi del fenomeno dei soldati bambini e quasi mezzo milione di sfollati – oltre un decimo della popolazione – in campi di assoluta fortuna,la crisi qui si va facendo molto più dura, violenta e disperata di quanto – al solito ottimisticamente, militari e strateghi parigini della Difesa –   avessero anticipato. La scala stessa dei bisogni della popolazione e il veleno in aumento tra mussulmani e cristiani stanno sommergendo le ambizioni e l’obiettivo di Hollande di ripristinare fulmineamente l’ordine, disarmare le milizie, accelerare l’arrivo degli aiuti d’emergenza e preparare il paese alle elezioni del 2014” (New York Times, 13.12.2013, A. J. Rubin, African Crisis Is Tougher Than France Expected― La crisi in Africa è più complicata di quanto si attendesse la Francia ▬ http://www.nytimes.com/ 2013/12/14/world/africa/african-crisis-is-tougher-than-france-expected.html?_r=0). Un miraggio, sembra a molti osservatori o, magari, soltanto un abbaglio ma, soprattutto, l’ambiziosa prosopopea di chi dovrebbe imparare a smettere di fare il passo più lungo di quanto glielo consenta la gamba che ha― la dura lezione che perfino l’America ha cominciato a imparare... In una situazione che, poi, più caotica proprio non potrebbe – non potrà si spera – mai diventare. Infatti, truppe del contingente pacificatore internazionale, del Ciad e del Burundi, si sono prese a fucilate a Bangui, nella capitale, dove – dice il comandante del contingente burundiano – i suoi uomini stavano disarmando un contingente ribelle (ribelle adesso, ma fino a marzo scorso al governo) e sono intervenute le truppe del Ciad, altre volte in passato accusate di schierarsi contro il governo centrale e coi ribelli (Stratfor – Global Intelligence, 25.3.2013 e 24.12.2013, Central African Republic: A New Rebel Government in Bangui―  Nuovo governo ribelle al potere a Bangui ▬ http://zeenews.india.com/news/world/ burundi-chad-peacekeepers-exchange-fire-in-c-africa-burundi-military_8990 61.html). Ridotta ai minimi termini la questione è abbastanza semplice: la maggioranza degli abitanti della RCA sono nominalmente cristiani (l’80%: il 50 dei quali di denominazioni protestanti e, più o meno, il 30% cattolici) e la maggior parte tra loro ha appena cominciato ad opporsi in modo organizzato agli islamici che hanno preso il potere a marzo scorso con la forza sotto la guida diel signore della guerra (lui stesso ama definirsi così) Michel Am-Nondokro Djotodia che, deposti e rimossi gli altri capi di Seleka, si definisce oggi il leader della transizione. E, adesso, la presenza dei militari pacificatori dell’Unione africana, essi stessi in qualche modo considerati dalle parti come intrusi o bersagli perché in maggioranza mussulmani come i soldati del Ciad o ancor più estranei, bianchi come i francesi, gli ex colonizzatori che arrivano da 4.000 Km. di distanza a cercare di imporre, anche loro con le armi, la loro pace. L’ONU, in queste condizioni non ha la minima idea su come districarsi da questo nido di contraddizioni. I cristiani stanno riprendendo il controllo della capitale agli estremisti di Djotodia. Al momento. Perché si potrebbe trattare di un sussulto, come spesso qui, transitorio e neanche la presenza di forze militari ben equipaggiate e addestrate in grado anche di pattugliare il paese riesce a contenere ormai violenza e rivolte. ●Nelson Rolihlahla (l’attaccabrighe[5]) Mandela, dopo 95 anni, ha chiuso la sua stagione terrena di liberatore, anche con le armi sì pur se mai in pratica dirette contro persone fisiche, e di  pacificatore – nel senso nobile del termine, non in quello andante e volgare di chi si preoccupa solo di togliere se stesso da guai meschini e anche un po’ laidi – del grande paese che con lui s’è affrancato, affrancando un popolo tutto da un passato di oppressione e per troppi di schiavitù e dall’idea stessa che fosse “naturale”, e perciò giusta, la discriminazione istituzionalizzata razziale. E ha dato a un mondo, che ne ha – oggi più che mai – un disperato bisogno, l’esempio illuminante che la politica può anche essere – come tante volte in passato è stato e può ancora essere – una forza possente di trasformazione, anche in bene, del mondo. Certo, a rifletterci un attimo questa è forse la lezione più chiara che  viene dalla storia di Nelson Mandela, ma si capisce anche bene perché molti giovani oggi, sommersi dai media e dalle leggende in buona parte vere ma in parte anche rituali e quasi obbligate, si chiedano come il mostro dell’apartheid sia potuto durare tanto, decenni, quando tutto il mondo dice di essere stato amico di Nelson Mandela... gente come i Larussa e i Berlusca e come i Cameron, i Bush e i Cheney e perfino Sir Elton John che, negli anni ‘80, andava a tenere concerti superpagati a Pretoria e certo non nel cortile del carcere di Robben Island (Democratic Underground, 6.6.2010, I. David, Elton John played in Sun City and other South African Venues During Apartheid― Negli anni dell’apartheid Elton John è andato a suonare a Sun City [casinò e resort di lusso a due ore di strada da Johannesburg] e in altre città sudafricane ▬ http://www.demo craticunderground.com/discuss/duboard.php?az=view _all&address=389x8499956)... Ma è vero che Mandela è stato, anche nei 27 anni della relegazione carceraria, per decenni e personalmente – e le persone nella storia collettiva contano sempre – la bussola del suo paese in una transizione poi quasi repentina verso una complicata e mai scontata democrazia multirazziale. E, come era in fondo del tutto normale che fosse, per una grande personalità politica, mai al di sopra di ogni critica: che, mentre il mondo tendeva sempre a santificarlo da vivo, lo ha definito per anni, soprattutto dentro l’ala più battagliera dello stesso movimento antiapartheid, troppo  accomodante, arrendevole, morbido verso la minoranza  bianca del paese e il suo potere. Un uomo con le sue idiosincrasie, le sue debolezze, i suoi punti ciechi: del resto, anche madre Teresa di Calcutta è stata criticata – e pure in alcuni spunti, forse, con qualche ragione... – e perfino a Gandhi c’è chi ha rimproverato qualcosa; c’è qualcuno che trova da ridire anche su quel che,  a suo tempo, fece – o non fece – Gesù Cristo... A lui, va detto, è stato spesso evitato, invece, di imputare remore e esitazioni che per lui si assumevano altri. Come non di rado ha fatto anche chi gli succedette alla presidenza, Thabo Mbeki, che si è assunto per una transizione lenta del paese verso l’uguaglianza economica e non solo politica del paese il cui passo più che lui, però, proprio Mandela – saggiamente dicono; ma c’è chi dice rischiosamente – s’era rifiutato di accelerare (segnaliamo tra l’altro, su come e perché Mandela cambiò su questioni di fondo, il suo punto di vista – addirittura e proprio sulla necessità di aprire al mercato l’economia del Sudafrica dove aveva stravinto da poco l’ANC – che adesso ci sono testimonianze personali, di qualche credibilità, che a convertirlo fu una sua partecipazione al... convegno di Davos, nel Gotha del capitalismo finanziario mondiale – come adesso sia uscito un’interessante contributo sul New York Times, 9.12.2013, nella rubrica DealBook, di A. Ross Sorkin, dal titolo chiarissimo, che vale la pena di leggersi con grande attenzione, anche se è del tutto filo mercato: How Mandela Shifted Views on Freedom of Markets― Come Mandela cambiò il suo punto di vista sulla libertà dei mercati ▬ http://dealbook.ny times.com/2013/12/09/how-mandela-shifted-views-on-freedom-of-markets/?_r=0). Il risultato anche di questa “conversione”, come è stata chiamata, è che l’ineguaglianza economica, dei redditi, dell’istruzione stessa e delle opportunità resta perciò nel paese eclatante. Poi, certo, era una caratteristica sua – e anche un limite, non c’è dubbio – quella di essere un leader, un ispiratore più e meglio che un amministratore, una persona non portata cioè a preoccuparsi di organizzare il lavoro quotidiano, la routine di un paese, di un governo più che di un movimento e della marcia concreta di un’idea. La verità – come ha scritto Anthony Butler dell’università di Cape Town, un giovane docente di scienze politiche sudafricano e bianco di stampo proprio mandeliano – è che “idealizzare un grande leader politico – cercando appunto di tirarlo fuori dalla politica e dalla sua personalissima, individuale vitalità – dalle contraddizioni dell’una e dall’altra – alla fine è sempre uno sforzo futile e, in sé, contraddittorio”. Quando, invece, Mandela “ha spesso ottenuto vittorie assolutamente magnifiche ma anche fallimenti, però maestosi” (era, il suo, un saggio scritto qualche mese fa, un specie di  necrologio leggendo il quale, poi, Mandela stesso ebbe a citare il famoso detto di Mark Twain che la notizia della sua morte era stata magari un po’ esagerata, pubblicato con mesi di anticipo, ma non per questo, meno calibrato sul South Africa Business Day, 28.6.2013, Political vultures are circling over Nelson Mandela― Avvoltoi politici girano sopra a Nelson Mandela ▬ http://www.bdlive.co.za/ opinion/columnists/2013/6/28/political-vultures-are-circling-over-mandela)... ●Una considerazione a latere, che ci sembra cruciale ma che abbiamo trovata ripresa solo in un contributo del larghissimo dibattito avuto in questa occasione, è che negli anni ’80 e ’90 in Sudafrica s’è sviluppata una continua, talvolta esplosiva in ogni senso anche se talvolta rimasta sottotraccia, guerra civile tra bianchi e neri sudafricani ma anche una lotta forte, sorda, e pure violenta tra i bianchi. Nella quale si è distinto un secondo grande liberatore sudafricano, proprio un Afrikaner, nelle fila dei bianchi cui Mandela tenne sempre a dar atto del lavoro e delle scelte che aveva fatto, personalmente: Frederick Willem De Klerk, l’ultimo presidente del Sudafrica bianco dell’apartheid. Che non a caso, significativamente, proprio con Mandela ha condiviso nel 1993 il premio Nobel per la pace: ci furono “due buone persone, due grandi statisti a Cape Town, nel 1990. L’essersi resi conto che il suo clan, quello dei bianchi, per realpolitik ma anche per una conversione di stampo morale. Il clan afrikaner non ha alla fine capitolato perché glielo hanno imposto poteri onnipotenti (come le sanzioni) o perché sono crollati, e è stato certo più significativo per loro, il potere bianco in Rodesia e l’impero coloniale portoghese.     Sono stati i loro preti o i loro intellettuali afrikaner a dire alla fine loro che l’apartheid aveva ormai perso il dibattito. E aveva perso anche la volontà di resistere. Era stato, disse al suo popolo De Klerk, ‘un male terribile, assoluto’ ” (Guardian, 10.12.2013, S. Jenkins,The Mandela coverage and the banality of goodness― La copertura della morte di Mandela e la banalità [proprio nel senso di ordinarietà straordinaria] del bene ▬ http://www.theguardian.com/commentisfree/2013/dec/10/mandela-coverage-banality-of-goodness). A noi, il ragionamento è sembrato convincente... ●Naturalmente c’è chi ha sottolineato come, poi, in fondo Mandela aveva pur aderito al partito comunista sudafricano, quando e mentre aveva già fondato con altri compagni e anche molti eminenti comunisti del suo paese (il segretario generale del SACP, Joe Slovo stesso), l’African National Congress... e anche il suo braccio armato, l’Umkhonto we Sizwe― la Lancia della nazione... Chi tra questi mormoratori è “buono” e comprensivo, ad esempio, sottolinea il suo “e, allora? chi se ne frega!”, non cambia niente. Ma cambia, cambia nelle intenzioni di chi lo va sottolineando, nella cui mente il termine comunista è l’equivalente bushottiano di regno, lui disse impero del male    (New York Times, 7.12.2013, B. Keller, Nelson Mandela, Communist ▬ http://www.nytimes.com/2013/12/08/opinion/ sunday/keller-nelson-mandela-communist.html?_r=0): ma si tratta di un giudizio radicalmente sbagliato. Perché, se fu comunista, è merito... e colpa insieme naturalmente – come nel caso di Fidel Castro – che comunista non era ma lo diventò – e di Ho Chi Minh – lo stesso – che, per trovare sostegno alla lotta per l’indipendenza dei loro paesi, non trovarono altro sostegno politico ma anche concreto in occidente contro l’imperialismo e il colonialismo residuamente becero dell’occidente stesso allora – e subito, al principio, prima ancora di vincere – tra i comunisti... ●Avvicinandosi al microfono per il suo omaggio di cinque minuti a Nelson ‘Madiba’ Mandela (il discorso più bello, quello che è stato colto da tutti come il più profondo e sincero: come sempre capita a Obama), nel corso del Memorial che ha riunito a Johannesburg decine di capi di Stato e di governo, il presidente degli Stati Uniti ha voluto – deliberatamente, in pubblico e sotto gli occhi delle Tv mondiali – stringere la mano, sorridere e – nel farlo – chinare i suoi quasi due metri d’altezza per scambiare qualche parola cordiale col presidente cubano, Raul Castro. Al solito, facendo un gesto di sinistra – ma anche rendendo l’omaggio più consono e efficace a Mandela stesso – e proprio per questo portando a una rabbia furiosa e cieca i suoi critici di destra: specie, naturalmente, gli americani. E ha detto parole faconde e, forse, anche feconde. Feconde per uno sperato ma, da tanti, temuto nuovo rapporto con Cuba e di Cuba con gli Stati Uniti d’America, ad esempio e proprio: “C’è voluto un uomo come Madiba – ha voluto far rilevare – per liberare non solo il prigioniero, ma anche il carceriere; per mostrarci che bisogna fidarsi degli altri in modo che loro possano fidarsi di noi; per insegnarci che riconciliazione e pacificazione non significano ignorare il passato crudele ma sono il mezzo per fare i conti con l’inclusione, la generosità e la verità. È così che ha cambiato le leggi ma ha anche cambiato i cuori” (The White House, considerazioni del presidente Barack Obama al Memorial per la morte di Nelson Mandela, 10.12,2013, Johannesburg ▬ http://www.whitehouse.gov/the-press-office/2013/12/10/remarks-president-obama-memorial-service-former-south-african-president-). Detto stupendamente. Come le cose sempre lui le sa dire ma non sempre poi – purtroppo – le fa― le sa, le vuole, riesce a farle. E a farle fare...  ●Sta crescendo un po’, dappertutto, in Africa – soprattutto per l’insipienza e la mania di predicazione fatta sempre razzolando poi male delle vecchie potenze colonialiste – un forte movimento d’opinione che respinge il meccanismo polarizzante – e questa è l’accusa, che appare anche fondata – che concentra solo, o di gran lunga prevalentemente, sull’Africa, i paesi e i governi africani, l’accusa di violazione dei diritti umani nel mondo trascinandoli sul banco della Corte internazionale di Giustizia dell’Aja. Insomma, in Eritrea, in Etiopia, in Uganda, in Kenya non sono davvero sempre rispettosi di questi diritti fondamentali― anzi! Ma, allora, l’Arabia saudita e il Kuwait? e il lavoro immigrato e forzato in Qatar? e, a modo suo, l’Ungheria? (che, come osserva il Guardian, 11.2.2013, András Schiff – grande pianista e direttore d’orchestra britannico, nato proprio in Ungheria – Hungarians must face their Nazi past, not venerate it― I magiari dovrebbero fare i conti col loro passato nazista e smetterla di venerarlo ▬ http://www.theguardian. com/commentisfree/2013/dec/11/hungarians-must-face-nazi-past-not-venerate-it;     un fatto che denuncia duramente anche un’altra illustre ungherese, la filosofa Agnes Heller, tornata a 84 anni e sempre attivissima, a chiudere la sua grande e operosa vita a Budapest, da cui venne cacciata molti anni fa dai nazisti e dal regime fascista dell’amm. Horty messo da loro al potere negli anni ’40 che la esiliò a Auschwitz, il lager al quale per disgrazia loro è, però, riuscita a sopravvivere: New York Times, 8.12.2013, P. Hockenos, A Scbolar Is Back Home and Defiant in Hungary― Una studiosa è tornata a casa e sfida il governo ungherese ▬ http://www.nytimes.com/2013/12/ 09/world/europe/a-scholar-is-back-home-and-defiant-in-hungary.html?_r=0). O, se è per questo, la condizione del carcere, preventivo e no, anche – sì,  anche – in Italia? e gli USA, con la loro NSA, la loro CIA, la loro sempre aggressiva e, al di là perfino delle intenzioni quasi sempre – non sempre, qualcuno concede e storicamente è anche ormai sempre in tempi sempre più lontani, è vero – oppressiva presenza militare nel mondo? Ma tutti – tutti! – i casi aperti formalmente dalla procura della Corte – 21 casi in 8 paesi dalla creazione di dieci anni fa – sono stati in Africa, con gli USA a spingere ma poi a sottrarsi alla giurisdizione della Corte stessa― perché loro gli USA sono e a nessuno compete, perciò, giudicarli. E la cosa, ovviamente per i leaders africani ma pure, largamente, per le opinioni pubbliche dei paesi africani, è ormai inaccettabile. Tanto che si parla ormai, e con forza, di un ritiro di massa di tutti i paesi africani dalla giurisdizione della Corte internazionale: proprio come, e poi dall’inizio, ha fatto l’America. E’ anche vero, però, che parecchi degli otto casi di capi di Stato messi sotto accusa in Africa sono stati iniziati su impulso di cittadini africani. Ma resta che la Corte non ha mai accettato che fossero neanche solo iscritti a ruolo i casi di violazione criminale dei diritti umani perpetrati ad esempio su ordine di Bush in Iraq― e, questa, volendo, era una procedura che avrebbero potuto iniziare anche a fronte del rifiuto USA di farsi giudicare... E in Yemen, in Siria, in Egitto, in Kuwait, negli Emirati neanche hanno provato alla Corte ad ipotizzare una qualsiasi inchiesta sulle condizioni e i perché quei capi di Stato o di governo abbiamo ordinato e perpetrato eccidi di centinaia e migliaia di loro cittadini senza doverne subire alcuna conseguenza. Adesso, poi, la Corte mette nel mirino forse senza neanche averne “motivazioni sufficienti”, come ammette ora il suo procuratore capo (ICC, 19.12,2013, Dichiarazione del procuratore Fatou Bensouda ▬ http://www.icc-cpi.int/en_menus/icc/press%20and%20media/press%20releases/Pages/otp-statement-19-12-2013. a spx) il nuovo presidente e il vicepresidente del Kenia – a parte il fatto che forse stavolta la sua pretesa di giudicare uno Stato sovrano e il suo presidente potrebbe davvero scornarsi di fronte al rifiuto, largamente condiviso anche a livello popolare da tutto un continente per la propria scempia e grossolana insensibilità. E cresce il sospetto che la Corte dell’Aja si comporti in modo che appare e, forse anche è, palesemente discriminatorio e razzista (ABC News, 12.10.2013, African Union runs critical eye over ICC― L’Unione africana guarda con sospetto alla Corte penale internazionale ▬ http://www.abc.net.au/news/2013-10-12/african-union-runs-critical-eye-over-icc/5018242). ●Scoppia, intanto, il Sud Sudan, lo Stato più giovane del mondo e, forse, anche il più povero, uscito da una secessione imposta con le armi e, alla fine come dire passivamente subìta, con la scissione dal Sudan come tale. Il Sud Sudan che è, potenzialmente, ricco di greggio petrolifero non ha però sbocchi a mare e dovrebbe, quindi, farlo passare, pagando regolarmente i diritti di transito nell’altro pezzo dell’ex Sudan, il nord che mantiene il vecchio nome. Resiste, però, a farlo ma così blocca il suo export e ogni introito per un paese sull’orlo davvero della fame. E oggi anche della guerra civile, tutta interna allo stesso Sud Sudan, scatenata dalla rivolta armata dell’ex vice presidente Riek Machar, dell’etnia Nuer, la seconda del paese, contro il presidente Salva Kiir, appartenente invece all’etnia più numerosa, quella dei Dinka. Solo nelle ultime due settimane, gli scontri tribali hanno causato quasi mille morti e minacce di un’ulteriore escalation (New York Times, 20.12.2013, A.Cowell e R. Gladstone, Fatal Assaults and Fear of War As Turmoil Builds in South Sudan― Attacchi mortali e paura di guerra mentre sale il disordine in Sud Sudan ▬ http://www.nytimes.com/2013/12/20/ world/africa/britain-to-evacuate-its-citizens-from-south-sudan.html). ●E, adesso a Juba, nella capitale interviene un contingente dell’esercito ugandese, sempre molto generoso nel prodigarsi in interventi “di pace” – in realtà sempre interventi di intromissione: di peace making e non di peace keeping – in paesi vicini e mai, si capisce, a spese proprie: e qui paga la Francia. E, intanto, annuncia personalmente Obama, 45 marines americani sono stati inviati a proteggere ed evacuare il personale dell’Ambasciata degli Stati Uniti a Juba nella capitale per difendere l’area e potenzialmente i cittadini americani in pericolo nel paese, dice, “dentro le turbolenze”. Ma, dentro o fuori che siano, il primo tentativo di far atterrare tre aerei a decollo verticale CV-22 Ospreys a Bor per evacuare gli americani dal compound dell’ONU è fallito, con perdite: gli aerei sono stati respinti dal fuoco di armi portatiti, colpiti tutti e tre con diversi feriti, uno grave, e costretti ad andarsene  (New York Times, 21.12.2013, M. R. Gordon, Attack on U.S. Aicraft Foils Evacuation in South Sudan― L’attacco agli aerei USA impedisce l’evacuazione [di alcuni cittadini americani] nel Sud Sudan http://www.nytimes.com/2013/12/22/world/africa/south-sudan.html?_r=0): non avevano chiesto alle autorità reali sul terreno, quelle che di fatto lo controllavano – i ribelli, cioè – il permesso di atterrare... e ne hanno pagato lo scotto: come non sono in genere adusi ma dovranno imparare anche loro, ormai, a fare.              Mentre a nord del Sud Sudan, sempre nella regione del Jonglei, al confine proprio col Sudan vero e proprio, i ribelli conquistano militarmente Bor, la capitale regionale, mentre viene smentito che il controllo della capitale statale, Juba, sia stato messo in pericolo (The Ethiopia Observatory, 19.12.2013, 500 South Sudanese killed; anti-Juba rebels capture key town of Bor― Uccisi 500 sud sudanesi  [ma già il giorno dopo, la stima dell’ONU sale a oltre 1.000 morti]; i ribelli anti Juba conquistano la città chiave di Bor ▬ http://ethiopiaobservatory. com/2013/12/19/500-south-sudanese-killed-anti-juba-rebels-capture-key-town-of-bor). ● Sud Sudan: ma c’era proprio bisogno di un secondo Sudan?...   (mappa)     Fonte: Voice of America/VOA   Insomma, la situazione, riassunta a spanne, è che oggi il presidente Kiir anche se traballa resta al potere a Juba, che almeno 500 persone sono morte lì in pochi giorni subito prima del 20 dicembre e che ormai i ribelli controllano Bor. La maggior parte dei morti, al momento, sembrano essere soldati e il vice presidente fatto fuori e opportunamente eclissatosi, Machar chiede le dimissioni di Kiir. Del quale si conoscono poco le intenzioni se non quella (del tutto utopica) di obbligare il Sudan a riconoscere al Sud Sudan come diritto la richiesta di esportare, e gratis, attraverso i suoi oleodotti il petrolio del Sud... sulla quale Machar, poi, completamente e del tutto illusoriamente concorda. Mentre del suo ex vice si sa che gode di sostegni (ma in realtà quanti?) tra la minoranza Nuer e proprio niente, se poi mai ce l’avesse, del suo programma politico... A dimostrazione che, al dunque, il Sud Sudan non era poi forse nelle condizioni di potersi fare Stato: era, al massimo, un aggregato-disgregato di grandi tribù... Ormai la frittata è fatta, però, e non si può disfare. In ogni caso, poi, le forze ribelli Nuer dell’ex vice presidente Riek Machar hanno preso anche il controllo di Bentiu, la capitale dello Stato federato di Unity, nel Sud Sudan, il piò ricco di greggio, riconosce un portavoce militare dell’esercito regolare del presidente Salva Kiir Mayardit. Questa ormai da guerra civile di tipo classico basata sui rapporti di forza, il controllo territoriale e la divisione del potere si sta trasformando in un vero e proprio, classico scontro più che etnico proprio tribale (GazetteNet/Kampala, 22.12.2013, R. Muhumuza, Oil capital falls to South Sudanese rebels― La capitale del petrolio cade in mano ai ribelli del Sud Sudan ▬ http://www.gazettenet.com/home/9920066-95/oil-capital-falls-to-s-sudanese-rebels). La concorrenza aperta tra i due, presidente e ex vice presidente,che hanno armi alla mano già ingaggiato la corsa per le nuove elezioni presidenziali del 2015 – le uniche che qui contano – rendono naturalmente meno pacifico il flusso del greggio verso il Nord che, in effetti, però al momento sembra più disturbato e ostruito dal conflitto su diritti di transito e costi relativi tra i due tronconi dell’antico Sudan che dalla brutta guerra tribale intestina nel Sud: nessuno dei due governi sembra avere interesse in effetti a distruggere le uniche possibilità di sviluppo economico di quello che oggi è diventato il Sud Sudan, ieri era il Sudan unitario e domani chi sa... (Stratfor – Global Intelligence, 17.12.2013, In South Sudan tribal frictions persist― Nel Sud Sudan, proseguono gli scontri tribali ▬ http://www.stratfor.com/analysis/south-sudan-tribal-frictions-persist). ●Una considerazione di fondo... Per ragioni niente affatto necessitate e obbligate ma, in sostanza, riducibili a una soltanto – alla primavera araba: o, più precisamente, al suo esondare in tutta la regione con le incontrollabili e incontrollate milizie jihadiste che ha qui trasferito da tutto il mondo islamico che ha concentrato qui, dopo Tunisia, Egitto, e soprattutto dopo il caos della Libia e della Siria voluto dal’occidente per far fuori Gheddafi e Assad e portare al trionfo della democrazia, si capisce – eterogenesi dei fini, ricordate? – l’Africa sub-sahariana ha cominciato a destabilizzarsi, e ha continuato fino agli estremi cui sta oggi arrivando. I paesi, diciamo così sotto stress, che stanno letteralmente implodendo in qualche modo anche se in misura ancora diversa, includono Mauritania, Mali, Niger, Repubblica Centrafricana, Nigeria, Congo Brazzaville ex francese, Congo Kinshasa ex belga, Sud Sudan e anche Somalia. E sono solo quelli che vengono subito a mente e non i soli, di certo. Certo è, invece, che l’Africa sub-sahariana non aveva mai sperimentato questo tipo di disordine e caos dal 1960: l’anno di partenza delle indipendenze africane, del loro liberarsi negoziato o conquistato con le armi dal colonialismo europeo. Potremmo cominciare a concludere, insomma, che l’occidente, dopo aver succhiato ricchezza e (letteralmente) anche sangue africano per secoli (la schiavitù), se n’è andato senza preparare responsabilmente un futuro economico possibile e politicamente, se non proprio democratico almeno accettabile ed accettato da popolazioni che esso aveva separato (la conferenza di Berlino del 1884-1885...) e diviso con confini tutti artificiali, tracciati volutamente a spaccare e dividere etnie, culture, tradizioni e genti del continente africano con la riga e il righello e poi la frusta e le bombe. in AMERICA LATINA ●In Venezuela, vasta interruzione per larga parte della notte del 2 dicembre nella distribuzione della corrente elettrica nel paese, la seconda su scala nazionale o quasi nel 2013, con caratteristiche “sospette” che portano il presidente Nicolás Maduro a denunciare l’ “apagón”, il black-out, come un vero e proprio sabotaggio della rete responsabilità – denuncia – diretta dell’opposizione― quella economico-industriale ancor più, dice, di quella politica. Il blackout non ha colpito la produzione delle raffinerie petrolifere e dei giacimenti di greggio e di gas che operano su generatori separati dalla rete elettrica nazionale (El Universal/Caracas, 3.12.2013, La Ministra de Comunicación e información Delcy Rodríguez: Maduro hablará al país sobre “sabotaje económico” ▬ http://www.eluniversal.com/nacional-y-politica/ % 20131203/delcy-rodriguez-maduro-hablara-al-pais-sobre-sabotaje-economico). ●Malgrado ciò – o forse invece proprio perché qui la maggior parte dei cittadini, quelli delle zone rurali e, nelle città, i più poveri: la maggioranza – sente l’interesse e una voglia forte di difendere questo suo governo e questo suo regime contro la vendetta rapinosa di chi comandava prima e vorrebbe con ogni mezzo tornare a decidere, forse proprio per questo, malgrado tutto, compresi i difetti del governo di Maduro e prima di Chávez, le elezioni municipali tenute domenica 8 dicembre hanno visto il confermarsi e consolidarsi delle loro maggioranze. Ha annunciato il Consiglio Nazionale Elettorale che il loro Partito socialista unito ha coalizzato il 49% dei voti, in larga maggioranza nelle zone rurali del paese ma anche, pur in misura minore, sempre maggioranza relativa nelle zone urbane. Dove l’opposizione ha comunque vinto un 43% dell’elettorato e se si fosse votato solo nelle grandi città, come a Caracas proprio, in molte avrebbe vinto (El Universal/Caracas, Mapa de resultados electorales de alcalde - 2013, 9.12.2013 ▬ http://www.eluniver sal.com/nacional-y-politica/elecciones-2013/131209/mapa-de-resultados-electorales). Ma anche a Caracas meno abbienti e più emarginati hanno risposto positivamente alla mobilitazione fatta, ancora e sempre, in nome di Chávez. E dove loro si sono espressi al seggio hanno vinto sempre e, anche, largamente. ●Il Senato paraguaiano, in sessione straordinaria il 10 dicembre, ha approvato con 29 voti contro 10 e 5 astensioni – per quel che valeva: niente cioè, visto che la decisione era diventata già operativa da mesi contro le sue velleitarie obiezioni – l’adesione del Venezuela al Mercosur. Il Senato del Paraguay – che aveva rimosso d’autorità, illegalmente e senza averne i poteri, il presidente della Repubblica perché “di sinistra”. Con una specie di golpe semilegale “coperto” dagli USA ma condannato dagli altri Stati latino-americani – s’era opposto accusando di carenza di democrazia il governo eletto e sempre liberamente riconfermato alle urne di Chávez... (Stratfor – Global Intelligence, 11.7.2013, Paraguay’s dispute with Venezuela continues― La disputa del Paraguay col Venezuela continua [e va a una ignominiosa, inevitabile e giusta sconfitta per il paese della Plata] ▬ http://www.stratfor.com/analysis/paraguays-dispute-mercosur-continues) ha dovuto ora ingoiare, diciamo per un minimo di decenza, il suo veto e il suo voto rimasto del tutto vuoto e senza alcun effetto (UltimaHora/Asunción, 10.12.2013,El Senado de Paraguay vota hoy la adhesión de Venezuela al Mercosur― Il Senato paraguaiano vota oggi[il suo sì al]l’adesione del Venezuela al Mercosur ▬ http://www.ultimahora.com/el-senado-paraguay-vota-hoy-la-adhesion-venezuela-al-mercosur-n748563.html).        ●L’economia del Brasile si è contratta dello 0,5% nel 3° trimestre rispetto al precedente, la peggiore performance dgli ultimi cinque anni. Il paese crescerà quest’anno un po’ meno, probabilmente del 3% invece che del 4,5 che aveva previsto il governo. Anche il 4° trimestre potrebbe veder contrarre l’economia ancora un po’, ponendo il Brasile tecnicamente in fase di recessione. E ormai, con un anno solo alla fine del suo primo mandato, la crescita dell’economia è stata contenuta, sul 2% all’anno, con un’inflazione intorno al 6%, il deterioramento delle finanze pubbliche e un deficit della bilancia dei conti correnti in aumento... Ma si sta sviluppando un forte programma di spesa pubblica per infrastrutture, assolutamente necessario e a lungo rinviato; la disoccupazione è vicina al minimo storico; il reddito reale, anche scontando tutta l’inflazione, è in aumento, pur meno che negli anni passati. E la popolarità della presidente Dilma Rousseff, che aveva sofferto parecchio dall’ondata di proteste popolari, e populiste, dei mesi passati s’è ben ripresa anche per la debolezza degli sfidanti che s’erano proposti contro di lei, nessuno dei quali aveva saputo concretamente poi approfittare del suo relativo declino. In sostanza, la sua scommessa su una seconda possibile presidenza sembra concretizzarsi, malgrado le frenate (The Economist, 6.12.2013, Brazil’s economy – The deterioration ▬ http://www.economist.com/news/ americas/21591196-slow-growth-stubborn-inflation-and-mounting-deficits-deterioration). ●La Saab svedese (Svenska Aeroplan AktieBolaget― SpA aeroplani svedesi), che fabbrica auto ma anche efficienti e modernissimi aerei militari, ha vinto un’asta pubblica da 5 miliardi di $ per fornire all’aeronautica brasiliana 36 dei suoi caccia JAS39 Gripen― Grifone. Lo ha annunciato il ministro della Difesa di Brasilia, Celso Amorim, il 18 del mese, rilevando che la Saab aveva vinto la gara coi rivali, il caccia Rafale― Raffica della francese Dassault e l’FA-18 SuperHornet― Super-calabrone  della Boeing americana (Defense News, 18.12.2013, Brazil Picks Sweden's Gripen Fighter Jet― Il Brasile sceglie il caccia reattore svedese ▬ http://www.defensenews.com/apps/pbcs.dll/article?AID=/201312181459/ DEFREG02/312180027).  Il Brasile oggi è uno degli acquirenti più attivi sul mercato esclusivo e ristretto dei grandi caccia d’attacco militare moderni e della decisione che ha presa si parlava sul mercato da mesi e anzi anche da qualche anno (Stratfor – Global Intelligence, 12.6.2013, Brazil’s bid for foreign markets― Le offerte di acquisto brasiliane sui mercati stranieri  ▬ http://www.stratfor.com/analysis/brazils-bid-for eign-markets). E pare che non esista più dubbio, ufficiosamente s’intende, che la spionite acuta della NSA statunitense che ha intercettato le conversazioni d’ufficio ma anche private di decine di capi di governo e di Stato stranieri, tra cui quelle di Wilma Rousseff, la presidente brasiliana. Senza poi neanche sentire il bisogno di chetarne le sacrosante rimostranze lasciando perdere lo stolto puntiglio di grande potenza col quale Obama ha rifiutato di chiedere scusa e di impegnarsi formalmente a non farlo più, è di fatto costato alla Boeing i 5 miliardi di $ di contratto per i suoi SuperHornets che a Seattle davano già per acquisito (Reuters/Brasilia, 20.12.2013, Brian Winter, Insight: How U.S. spying cost Boeing multibillion-dollar jet contract ― Dietro le quinte: come lo spionaggio degli USA è costato alla Boeing il contratto multimiliardario per i suoi caccia ▬ http://www.reuters.com/article/2013/12/20/us-boeing-brazil-insight-idUSBRE9BJ10 P20131220).    ●In Messico, il parlamento ha votato la proposta del presidente Enrique Peña Nieto che apre  l’industria energetica nazionale, per la prima volta in 75 anni, agli investimenti privati (New York Times, 12.12.2013, R. C. Archibold e E. Malkin, Mexico’s Pride,Its Oil, May Reopen to Big Multinationals ― L’orgoglio del Messico, il suo petrolio, potrebbe riaprire alle grandi multinazionali ▬ http://www.nytimes.com/2013/12/13/world/ameri cas/mexico-oil.html?_r=0). L’opposizione guidata da Cuauhtémoc Cárdenas, tre volte candidato e tre volte sconfitto alle presidenziali, figlio del presidente che tre quarti di secolo fa nazionalizzò il petrolio, ha dichiarato con quello che sembra essere poi un reale consenso maggioritario popolare alle spalle sul tema che la Pemex, la compagnia di Stato del petrolio, è “questione di ogni messicano che i messicani non permetteranno di far privatizzare” a favore poi soprattutto delle grandi compagnie transnazionali ma in realtà americane, inglesi, olandesi e del capitalismo senza bandiera. La legge che proclama come la proprietà del petrolio resti sempre allo Stato ma maschera di fatto così la consegna di cui si vergogna comunque ai privati della gestione completa è passata definitivamente e ha anche trovato subito in pochi giorni la maggioranza di metà più uno degli Stati della Federazione (che si sapeva del resto già esserci Ora bisognerà vedere se la protesta popolare si ferma qui, o se riuscirà a coagularsi in una rivolta strutturata: una mezza rivoluzione che a questo punto, però, imporrebbe anche un cambio radicale di governo. E non sembra probabile... ●In Cile, la presidente Bacheletvince il suo secondo mandato presidenziale, dopo l’interruzione, obbligata cui la Costituzione l’aveva obbligata tra il 2010 e oggi. Vince col 62% dei voti al ballottaggio contro il 38% messo insieme dalla destra e dal centro-destra coalizzati. E promette di mantenere l’impegno su cui è stata eletta di una radicalizzazione a sinistra del programma di governo: istruzione superiore pubblica completamente gratuita e più forte welfare finanziati da una tassazione non solo, e tanto, maggiore ma molto più equa; e, anche, più apertura diciamo pure “libertaria” sui temi culturali e sociali tradizionali (Agenzia Bloomberg, 16.12.2013, Javiera Quiroga,  Bachelet Vows Free Education After Chile Landslide Victory― Bachelet  impegnata a un programma di istruzione pubblica gratuita in Cile dopo la sua vittoria elettorale a valanga ▬ http://www.bloomberg.com/news/2013-12-15/chile-holds-runoff-vote-as-bachelet-seeks-to-regain-presidency.html). in CINA (e nei paesi dell’ASIA) ●Mentre in America, e qualcuno anche da noi, ama speranzosamente spupazzarsi sulla profondità della crisi che starebbe adesso colpendo la Cina, il sorpasso della moneta cinese sull’euro è ormai un fatto. Lo yuan è a fine 2012 già diventato la seconda valuta in uso nel commercio mondiale. Lo rende noto SWIFT, l’organizzazione internazionale dei servizi finanziari interbancari (che, fra l’altro, s’è ora venuto a scoprire, ha subìto interferenze e attacchi sistematici e del tutto illegali da parte dello spionaggio americano aprendo dubbi molto pericolosi sulla sicurezza e l’affidabilità dei dati criptati che la proteggono. Ma il fatto, qui, lo rileviamo come tra parentesi, anche se è estremamente destabilizzante per le transazioni globali. Quanto vale la pena qui di segnalare è che ancora nel 2004, solo nove anni fa, la Cina era al 36° posto per copertura valutaria degli scambi globali e che dal 2005 si rapporta a un paniere di altre monete, mentre dal 2010 le imprese cinesi possono regolare i loro scambi commerciali esclusivamente con la moneta nazionale, lo yuan e anche così, dato il peso preponderante che ha nel commercio mondiale, la Cina è riuscita a guadagnare sempre più alte percentuali di circolazione del suo segno monetario oltre le propriefrontiere. Oltre a Pechino, naturalmente,  i quattro paesi che oggi fanno più ricorso alla sua valuta sono altrettanto ovviamente Hong Kong e poi Singapore. Seguiti da Germania e Australia. L’euro, nel 2012 ha perso , come dice nel suo gergo SWIFT, “vigenza” nel 6,6% delle transazioni e nel 2013 in un altro 7,87% (1. CNBC, 3.12.2013, Yuan overtakes euro as 2nd most used currency in trade finance― Lo yuan scavalca l’euro come seconda valuta più utilizzata nella finanza del commercio mondiale ▬ http://www. cnbc.com/id/ 101241055; 2.SWIFT - http://definitions.uslegal.com/s/society-for-worldwide-interbank-financial-telecom munication -swift). ●L’industria siderurgica ha importato a novembre 77,8 milioni di tonnellate di minerali di ferro continuando a ricostituire le scorte e spingendo il prezzo della materia prima al massimo da quattro mesi. Diversi altri dati contribuiscono anche a suggerire che in Cina la crescita economica stia accelerando: le vendite ai consumi, sempre a novembre sono aumentate del 13,7% (The Economist, 13.12.2013). ●Anche gli aerei militari di Taiwan hanno condotto una trentina di puntate di ricognizione non preannunciate all’interno della zona di identificazione aerea dichiarata nell’area delle isole Dyaoiu/Senkaku dalla Cina popolare. Che si sovrappone a quella analoga del Giappone e, adesso, della Cina stessa. Lo ha ora annunciato il governo di Ma-Ying-jeoung, sotto pressione politica della destra nazionalista d’opposizione (The Times of India, 2.12.2013, Agenzia France-Presse (AF-P), Taiwan military jets fly into overlapping zone with China― I reattori militari di Taiwan volano nella zona di identificazione che sovrapposta a quella della Cina ▬ http://articles.timesofindia.indiatimes.com/2013-12-02/china/44656425_1_east-china-sea-air-force-flight-plans). Si tratta di una situazione di stallo ma, come si dice nella tattica militare, “dinamica” – aerei da caccia che si incrociano, sfidandosi a velocità supersonica – per definizione rischiosa e prona a ogni tipo di provocazione ma anche, e ancor più, a incidenti pressoché inevitabili. Che, si capisce, avrebbe forse preferito evitare ma non ha potuto il presidente Ma,  rieletto a dicembre 2012 come presidente della Repubblica e capo del partito Kuomintang, erede storico e ufficiale del regime di Chiang Kai-shek e favorevole all’idea tradizionale, propria da Deng Xiao-ping in poi della Cina di Pechino, che di Cina ne esiste una sola al momento divisa – ancora – in due stati diversi. ● Bisogna che, però, la smettiamo di incontrarci in queste condizioni...   (vignetta)     Fonte: Liane Zaobao/Singapore― United Morning Paper, Heng, Kim-song, 1.12.2013 ●Appare sempre più chiaro, in questa faccenda, che le autorità cinesi hanno agito affrettatamente e che, stavolta, la cosiddetta legge delle conseguenze non attese[6] (e in genere dannose) si vendica su di loro invece che – almeno per ora... – sugli americani. D’altra parte, loro stavolta è stata l’iniziativa “voluta”... I duri nella leadership militare – che sono spesso civili – e i duri della cosiddetta sovranità nazionale si sono mossi troppo presto sotto almeno due punti di vista: hanno pubblicizzato posizioni e dichiarazioni che sembrano andare al di là della possibilità che la Cina ha di farle eseguire da chi rifiuta di farlo e hanno imposto regolamenti che hanno il potenziale, poi copiati da altri (certo: i giapponesi avevano già proclamato loro da anni la regola dell’identificazione del traffico aereo nella zona: ma non a caso neanche lo avevano in pratica pubblicizzato); destabilizzando così tutta l’Asia nord-orientale su una questione del tutto secondaria. Quando, poi, tutta la leadership del partito aveva impostato tutta la policy sottolineando, invece, che valore e strumento essenziale del progresso economico e sociale per il paese è la stabilità... I paesi dell’Asia nordorientale – gli Stati e i governi: tutti in pratica e, certo, tutti quelli che contano, oltre agli Stati Uniti (Russia e Nord Corea sono in pratica gli unici nella zona a non aver annunciato una posizione ufficiale) – insistono di non riconoscere le regole sul traffico aereo enunciate dai cinesi; ma sono molte, quasi tutte pare, le compagnie aeree che osservano quelle norme per evitare incidenti, ma ormai incombe sempre il rischio di un incidente che a quel punto, certo e purtroppo, chiarirebbe le reali intenzioni cinesi. ●Naturalmente, e per non smentirsi mai, gli USA non resistono alla tentazione scuotere il ditino ammonitore e – in nome di cosa non si sa, visto che loro per primi rischiano sempre e dappertutto incidenti e provocazioni a tutte le latitudini e le longitudini del mondo – di chiedere alla Cina di “cancellare” la sua appena annunciata zona di identificazione: cosa che ovviamente e, a questo punto, non fosse altro che per salvare la faccia a fronte di una motivazione della richiesta (non rischiare col Giappone!!) che appare poi anche insultante, la Cina non farà mai (Guardian, 3.12.2013, P. Lewis e Spencer Ackerman, US calls on China to rescind air defence zone  to avoid Japan confrontation― Per evitare il confronto col Giappone[come se questo potesse mai essere un motivo accettabile per Pechino!], gli USA chiedono alla Cina di cancellare la sua zona aerea di difesa ▬ http://www.theguardian. com/world/2013/dec/02/us-china-rescind-air-defence-zone-confrontation-japan). Ai cinesi non avanzano la richiesta né il presidente né il vice presidente Biden, che pure è in visita a Tokyo e sta per volare proprio a Pechino, ma forse illudendosi di tenere così i toni un po’ bassi ma riuscendo solo a snobbare, e superficialmente poi, la questione uno dei tanti portavoce del dipartimento di Stato. E la faccenda a Pechino non viene vista per niente bene, risulta anzi molto irritante (DepState, Briefing di Jen Psaki, 2.12.2013, on China Air Defence Identification Zone ▬ http://www.state. gov/r/pa/prs/dpb/2013/12/218178.htm#CHINA). ●La visita (lampo) di Joseph Biden a Pechino è stata un flop. Non solo i cinesi non gli hanno mollato niente sulla questione – l’unica che contava, qui, di principio e di fatto: l’unica che, stavolta, lui chiedeva loro di fare, un passo indietro, visibile, sulla crisi potenzialmente innescata dalla proclamazione della zona di identificazione aerea e marittima sulle isolette Diaoyu/Sensaku. Che si affianca e si sovrappone ormai alla zona identica giapponese che già esisteva e a quelle, del tutto velleitarie, oggi proclamate anche da Filippine e Corea del Sud. Ma lui lo sapeva: aveva solo da fare come il leone della MGM:  ruggire sugli schermi per dare un po’ di soddisfazione a certi alleati. Ma il suo è stato un ruggito se non del topo del coniglio, in realtà. Mai i cinesi, anche quando sbagliassero, e sbagliano – proprio come gli americani del resto – mai ammetteranno in pubblico di avere sbagliato e mai comprometteranno su una questione di sovranità nazionale una posizione presa a favore di quella che vorrebbero vedere gli americani e ogni altro, tanto di più... Non è stato raggiunto proprio alcun accordo con questa visita lampo. E, come succede quando le grandi potenze non concordano su quel che al momento è cruciale, hanno evidenziato le questioni minori di cui è stato discusso, scappando come di dice un po’ per la tangente. Così, informano i media, si sono invece intrattenuti a lungo sul trattamento dei giornalisti cui viene intralciato a Pechino il lavoro, così come gli americani lo concepiscono, che è cosa importante ma francamente non minaccia nessuno quanto il volo incrociato di caccia a reazione armati nei cieli di una stessa zona aerea; e hanno discusso a lungo, ma in pratica solo scambiandosi le informazioni filtrate dai rispettivi servizi di intelligence, di due punti importanti ma su cui non c’era niente da decidere e, soprattutto in quella sede, da decidere insieme: le lotte di potere in Corea del Nord e le questioni economiche che, pure, premono... ●Intanto, il Giappone prende misure militari di tipo “difensivo avanzato”: intende dotarsi di una nuova flotta di aerei radar di pronta allerta in risposta all’assertività crescente dell’aviazione cinese manifestata nella disputa territoriale sulle isole del Mar Cinese Orientale (ne riferisce una velina passata, su scontata autorizzazione dall’alto, all’Agenzia Kyodo/Tokyo, 11.12.2013 ▬ http://english.kyodonews.jp/news/2013/ 11/26544.html?searchType=site&req_type=article&phrase).   nel resto dell’ASIA ●In Tailandia, da settimane e ogni giorno, emerge violenta e anche eversiva, nelle piazze, la radicale frattura tra la popolazione urbana e quella della campagna. I due gabinetti Shinawatra sono andati al potere soprattutto grazie ai risultati elettorali delle zone rurali, extra-urbane comunque, del paese contro le maggioranze grosso modo meno a loro favorevoli ma concentrate soprattutto a Bangkok (quasi 9 milioni di abitanti, sui 70 del paese). Una serie di elezioni che hanno portato a proteste e sollevazioni virtualmente identiche e spesso violente nello scorso decennio. L’opposizione urbana, in sostanza, insiste per rovesciare il governo eletto (c’è qui un’analogia un po’ curiosa – ma neanche tanto, poi – con l’Ucraina: governo favorito dalla periferia del paese contro il centro urbano, rivolta popolare nelle grandi città e tentativo di rovesciare il governo malgrado le elezioni che ha vinte...). Finora, in questo paese, che ha vissuto una ventina di colpi di Stato in ottant’anni, già da quando si chiamava ancora Siam, ha sempre mediato tra le popolazioni e l’esercito – di fatto, però, sempre coprendolo – una famiglia reale tradizionalmente quasi divinizzata che non ha in simpatia il populismo a volte anche con vaghe simpatie quasi repubblicane, degli Shinawatra (il fratello, deposto e poi condannato per malversazione e altri reati scappato dal paese anni fa, ma di fatto rimpiazzato dalla sorella) che, però, di regola, evita di mostrare in pubblico le proprie simpatie. Ma il problema, e la sensazione generale, è che se qui si tornasse ancora a votare, comunque gli Shinawatra – le campagne contro le città – vincerebbero ancora (Quotidiano.net, 1.12.2013, Thailandia nel caos: 5 morti. Palazzi del governo sotto assedio, premier al sicuro ▬ http://qn.quotidiano.net/esteri/2013/12/01/ 990345-thailandia-manifestanti-assalto-premier.shtml). Il Partito democratico, quello principale che cerca di rappresentare a Bangkok l’opposizione concentrandosi soprattutto finora sulle proteste di piazza e di massa, ha in parte mutato le sue tattiche e, l’8 dicembre, ha fatto dimettere in massa dal parlamento tutti i suoi deputati adducendo l’illegittimità del governo (Asian Correspondent.com, 8.12.2013, Bangkok Pundit, Thai Democrat MPs announce plan to resign en masse from parliament― I deputati del partito democratico si dimettono in massa dal parlamento ▬ http://asiancorrespondent.com/116943/thai-democrat-mps-announce-plan-to-resign-en-masse-from-parliament). E, alla fine, come ultimo – o penultimo, forse... – tentativo di disinnescare la crisi, il 9 dicembre la prima ministro Yingluck Shinawatra chiede a Sua Maestà Bhumibol Adulyadej di sciogliere il parlamento e fissa al 2 febbraio 2014 la data (anticipata di due anni quasi) delle nuove elezioni politiche. Difficile, comunque, che da ora ad allora tutto torni tranquillo. E difficile che tra due anni l’appeal populista e demagogico del partito Pheu Thai degli Shinawatra – la prima ministra sorella e l’ex primo ministro fratello ora in esilio forzato, sia diminuito in modo da cambiare l’esito elettorale. L’opposizione del Partito democratico, che si regge sulle manifestazioni di piazza, ovviamente lo sa e, infatti, non vuole elezioni ma solo le dimissioni del governo e la designazione di un nuovo gabinetto da parte del re, che tenga fuori comunque gli Shinawatra, naturalmente – va da sé – in  nome del popolo o in alternativa quella che rifacendosi a concezioni di millenni or sono e del tutto estranee alla storia e alla cultura thai (tipo, suggerisce un suo leader, Suthep Thaugsybanai, come il “consesso di saggi” della Repubblica di Platone (IV secolo a.C. in Grecia). Insomma, proprio come sta succedendo nella lontana Europa, in Ucraina, al momento: no al risultato delle elezioni in nome della volontà, presunta però, del popolo... D’altra parte, tutti sanno qui che adesso le elezioni disperatamente anticipate dalla signora Shinawatra non risolveranno niente neanche esse (The Guardian, 9.12.2013, S. Tisdall, Yingluck’s snap election will not cure Thailand’s ills― Le elezioni anticipate di Yingluck non cureranno i mali della Tailandia ▬ http://www.theguardian.com/commentisfree/2013/dec/09/yingluck-snap-election-thailand). Nel senso che le rivince democraticamente e legittimamente chi è ora al governo e l’opposizione – che, semplificando ma accuratamente, lo stesso NYT descrive come rappresentativa della “vecchia élite ricca” del paese – annuncia adesso col suo leader Abhisit Vejjajiva di aver deciso che non parteciperà proprio all’esercizio che tanto, appunto, avrebbe perso comunque (BBC News Asia, 21.12.2013, Thai opposition to boycott 2 February elections― L’opposizione thai boicotterà le elezioni del 2 febbraio ▬ http://www.bbc.co.uk/news/world-asia-2547 5644). ●L’intelligence sud coreana ha riferito al parlamento, dopo averne informato in segreto al governo che, in Nord Corea, hanno epurato il generale Jang Song-thaek, presunto ma anche effettivo numero due del regime, zio del leader Kim Jong-un e mentore designato a guidarlo dal padre Kim Jong-il nella transizione dopo di lui. Ricopriva insieme due ruoli chiave, quello di vice presidente della Commissione nazionale di Difesa e di capo del dipartimento centrale di amministrazione del partito comunista della Repubblica Democratica Popolare di Corea. Ora, dicono, ha perso tutte le sue posizioni nel partito, nell’esercito e nel potere. Dopo che – viene detto ora – il mese scorso sono stati fucilati due suoi vice, Ri Yong-ha and Jang Su-gi, con l’accusa di “corruzione” e malversazione di risorse dello Stato. Dopo l’infarto che nel 2008 colpì il padre del leader attuale, i principali mallevadori, mentori e propositori del leader Kim Jong-un erano stati proprio Jang e sua moglie, la zia paterna del giovane e nuovo capo (New York Times, 3.12.2013, Choe Sang-hun, Uncle of North Korean Leader Stripped of Power, According to Reports― Lo zio del leader nord-coreano privato del potere secondo informazioni di intelligence  ▬ http://www.nytimes.com/2013/12/04/world/asia/uncle-of-north-korean-leader-stripped-of-power-according-to-re por ts.html?ref=international-home&_r=0). Jang era stato a lungo associato, già col precedente “leader supremo”, con la tendenza interna al regime – sempre presente ma sempre precaria – ad aprire l’economia del paese a investimenti esteri e pratiche commerciali e anche di produzione di tipo, come dicono qui, capitalistico. Solo il mese scorso, però, l’approvazione da parte del governo di una nuova dozzina di cosiddette “zone di sviluppo speciale” sembrava aver consolidato il prevalere, almeno temporaneo, della sua linea. Ma, evidentemente, non era così. E sembra che a “rovinarlo” sia stata, insieme, la sua eccessiva indipendenza e la sua presunzione. Avrebbe presentato direttamente ai cinesi, e senza autorizzazione né collettiva del vertice né personale dei Kim, il nocciolo del dibattito ai vertici di Pyongyang – secondo alcune fonti non ben identificate – anche facendo portare a Pechino una documentazione ultra-segreta sull’armamento nucleare effettivamente in possesso di Pyongyang. Materiale che poi – sembrerebbe – risulta essere arrivato, in qualche modo, anche a Seul. E ha chiesto l’appoggio a Pechino per far passare la proposta più riformista: la sua, che con quella da decenni ormai praticata in Cina, del resto, con la loro coincideva. In ogni caso, il 9 dicembre viene confermato che Jang è stato espulso dal partito stesso per aver perseguito iniziative “faziose” come “sognare sogni diversi” (pare quasi una barzelletta... ma il testo dice proprio così!) insieme ai suoi “accoliti: azioni settarie anti-partito e controrivoluzionarie per allargare le proprie forze”. Più concretamente fra le azioni specifiche che gli sono state imputate c’è la cessione “sotto prezzo e a detrimento del paese di proprietà dello Stato – in specie miniere di ferro greggio – alla Repubblica popolare cinese” (New York Times, 8.12.2013, Choe Sang-hun, North Korea Releases List of Accusations Against Purged Official― La Corea del Nord pubblica la lista delle accuse rivolte al suo alto esponente  [appena] epurato ▬ http://www.nytimes.com/2013/12/09/world/asia/north-korea-releases-list-of-accusa tions-against-purged-official.html?_r=0). Ma, certo, lo scenario sulla documentazione trafugata all’estero – al governo cinese, l’amico  amico più stretto – ma comunque duramente e sempre contrario al nucleare nord-coreano – e al nemico-fratello del Sud col quale è sempre formalmente in guerra – riesce a spiegare l’asprezza del trattamento riservata a Jang, molto di più delle accuse grottesche di “sogni” devianti e di “corruzione rampante” che di per sé sembrano aver poco senso in un sistema chiuso e gerarchizzato al cui vertice già saldissimamente e nepotisticamente si è già insediati... Il punto, probabilmente, è che il peccato mortale di Jang è stato quello di “aver sfidato la leadership del paese e di aver cercato di organizzarsi una frazione interna al regime sua propria” (ChosunIlbo― The Korea Daily/Seul, 11.12.2013, Clearer Picture of Jang Song-taek's Ouster Emerges― Emerge un quadro più chiaro sulla rimozione di Jang Song-taek ▬ http://english.chosun.com/site/data/html_dir/2013/12/05/2013120501633.html). Sembrava, però, che schermarlo dall’eliminazione fisica e non solo politica fosse il fatto che era pur sempre un membro della famiglia: perché sarebbe un comportamento aborrente, anzitutto, alla pratica di una qualsiasi famiglia coreana fucilare e anche forse mettere in galera uno dei suoi più autorevoli componenti, pur se – come sembra certo – è stato anche un vecchio praticone e maneggione: riformista sì, ma anzitutto pro domo sua. Si tratta, poi, anche di una pratica contraria alla tradizione confuciana comune alle due popolazioni, sia cinese che coreana. Altra cosa sarebbe eliminarlo dal potere e relegarlo a una piccola marginale pensione... Ma, alla fine, subito prima di metà mese, arriva la notizia (dall’Agenzia di Stato del Nord Corea) che Jang, dopo essere stato rimosso col massimo di pubblicità e di forza, in diretta Tv, da una riunione del vertice, è stato processato per alto tradimento da un tribunale militare il 12 dicembre e fucilato il 13 (1. The Diplomat, 13.12.2013, Zachary Keck e Ankit Panda, North Korea Executes Leaders’ Uncle― La Corea del Nord liquida lo zio del suo leader ▬ http://thediplomat.com/2013/12/north-korea-executes-leaders-uncle); 2. New York Times, 12.12.2013, Choe Sang-hun, North Korea Says Kim’s Uncle Executed― La Corea del Nord informa di aver giustiziato lo zio di Kim ▬ http://www.nytimes.com/2013/12/13/world/asia/north-korea-says-uncle-of-executed. html?_r=0). Nel corso dell’unica udienza tenuta e che lo ha condannato a morte avrebbe confessato – in condizioni, come è ovvio, facilmente intuibili – di star preparando in effetti “un colpo di Stato per cambiare la politica e l’economia del paese, anche se non ne aveva ancora fissato la data” ... Ora sarà interessante vedere se il caso era, come anche il regime sostiene isolato – una cricca di potere e di scontenti che voleva cambiare nel solo modo in cui nel sistema è possibile, col complotto e il regicidio, e che scoperti hanno pagato, cominciando dal vertice – o se invece denota una fragilità, al vertice, più squilibrante per la stabilità del regime. C’è un fatto davvero agghiacciante nel XXI secolo, che sembra riaffondare la storia al XV delle guerre civili tra York, Lancaster e Tudor i reali pretendenti al trono inglese che usavano decapitarsi l’un l’altro a vicenda: due anni fa, ai funerali di Kim Jong-il, i sette più alti esponenti del regime avevano scortato il feretro di Kim Jong-il; di essi cinque sono stati rimossi, condannati a campi di lavoro o, come Jang adesso, eliminati― uno dei due che resta, e resta al comando, è l’erede Kim Jong-un. Come si faceva notare, però, il caso di Jang Song-thaek, uno stretto familiare mandato a morte è la violazione pesante di un precetto della radicata e profonda cultura confuciana di questo paese (New York Times, 16.12.2013, Suki Kim [autrice coreano-americana che ha anche vissuto, lavorando come interprete per le élites a Pyongyang] The Dear Leader’s Heinous Act― Il gesto odioso del caro leader ▬ http://www.nytimes.com/2013/ 12/17/opinion/the-dear-leaders-heinous-act.html?partner=rss&emc=rss). L’immagine del leader supremo potrà, perciò, adesso risentirne a livello popolare, ma sarà interessante vedere, e capire, come proprio l’altra grande cultura confuciana, quella della Cina, senza magari proclamarlo, reagirà a questo tragico finale, palesemente motivato poi proprio per sottolineare pubblicamente e col massimo clamore possibile la sovranità di Pyongyang verso Pechino. Tra l’altro proprio l’ambasciatore nord-coreano in Cina, Ji Jae-ryong, era notoriamente uomo vicinissimo a Jang stesso e, per lo meno a chi scrive, pare improbabile che, adesso, quando verrà richiamato in patria ci torni... Pare invece essere uscita sena conseguenze –  da anni s’era di fatto separata da lui ma politicamente avevano continuato a lavorare insieme – la zia di Kim Jong-un, la 67enne Kim Kyong-hee che, giorni dopo l’esecuzione del marito, vede ancora il suo nome comparire nella lista ufficiale della nomenclatura (anche se girano voci di un attacco di cuore che l’avrebbe colpita alla notizia dell’esecuzione del marito...). Molti degli analisti occidentali – ma sono poi sempre gli stessi che non hanno visto arrivare né lo scontro al vertice né la rimozione “finale” di Jang Song-thaek – dicono anche di pensare che, a questo punto, Kim Jong-un potrebbe a sorpresa lanciare un altro testo missilistico o mettere in piedi qualche forma di agitazione connessa al nucleare per minare la credibilità del vertice cinese, enfatizzare che Kim controlla gli eventi e rafforzare, sotto tensione, anche una nuova unità interna dopo le divisioni e la crisi. ●Il 16 dicembre, a Pyongyang, sulla piazza Kumsusan, dove venne eretto del mausoleo di Kim Il-sung e di Kim Jong-il – nonno e padre dell’attuale guida suprema, Kim Jong-un, grande adunata di massa alla di lui presenza di rappresentanze di tutte le Forze armate. Parla il vice maresciallo Choe Ryong-hae, capo del loro Dipartimento politico generale che conduce la cerimonia del solenne giuramento con cui Esercito, Partito e Stato – nell’ordine – “fanno voto di castigare definitivamente chiunque tenti di minare il ruolo guida del compagno comandante supremo, dovunque questi vermi si nascondano e di bruciarli fino a non lasciarne neanche la cenere”. E si impegnano – garantisce – a condurre con la massima energia “la campagna ideologica tesa a schiacciare le eterogenee e decadenti idee borghesi” servendosi della forza della “cultura del ‘prima l’esercito’ per irrorare col solo sangue del chuch’e, l’ideologia kim-il-sungista dell’atosufficienza che già anima tutto il nostro esercito” (GNC Global News Channel, 16.12.2013, Video of North Korean Army pledging loyalty to Kim Family― Video del giuramento di lealtà alla famiglia Kim da parte dell’esercito nord coreano ▬ http://www.youtube.com/watch?v=HVIWhY88yhg). Insomma, pare che al dunque l’arresto, il processo e l’esecuzione di Jang siano stati – o almeno questo viene lasciato capire – una ripetizione di cui l’esito stavolta sarebbe stato anticipato prima che l’operazione venisse lanciata. La ripetizione, in altri termini, del tentativo di golpe che nell’aprile 1995 venne condotto dal VI Corpo d’armata di stanza nella provincia di Hamyong nel nord est del paese, represso direttamente dal comando centrale dell’esercito: morirono 40 ufficiali e vennero severamente puniti più di 300 soldati, con molti ufficiali superiori che si rifugiarono in Cina, dove restano ancora. L’effetto di quell’evento fu quello di rendere Kim figlio del tutto dipendente dalle Forze armate, abbandonando ogni pretesa di apertura economica e rimpiazzandola proprio con l’ideologia del chuch’e. Adesso, col giovane Kim Jong-un sarebbe successo lo stesso: consolidando la presa sulla nuova “guida suprema”. ●Un quotidiano indiano importane e diffuso in tutta la regione ha informato che, secondo il testo rivisto (e ad esso appena pervenuto di straforo) della nuova “dottrina ufficiale” dell’esercito pakistano, vista la tendenza a una “superiorità crescente strategica dell’India” va incoraggiata una tendenza alla “risposta sproporzionata” da parte del Pakistan in caso di futuri conflitti armati con l’India... Sproporzionata: cioè, di primo attacco anche atomico, e magari preventivo perché fondato sulla coscienza della propria inferiorità militare rispetto all’India? (The Hindu/New Delhi, 5.12.2013, Praveen Swami, Pakistan army warns of ‘disproportionate response’ in future wars― Le Forze armate pakistane parlano di  “risposte sproporzionate” in caso di guerre future ▬ http://www.thehindu.com/todays-paper/tp-national/pakistan-army-warns-of-disproportionate-response-in-future-wars/article5423595.ece). Intanto, mentre sta ancora una volta salendo la tensione tra le forze armate di India e Pakistan sulla linea chiamata di controllo ma, in realtà, del cessate il fuoco del Kashmir che di fatto costituisce il confine e divide l’ex rajastan di Jammu e Kashmir e forma da sempre, da quando la Repubblica islamica si formò il 14 luglio del 1947 secedendo dall’India dopo una guerra civile e almeno un milione di morti, c’è stato un incontro che sembra anche inteso a disinnescare, almeno potenzialmente, il conflitto. Incontro quanto mai tempestivo perché poi, se il confronto reale è tra le truppe al fronte, il nodo alla fine è essenzialmente politico. E, qui, si è trattato del primo incontro in 14 anni tra i direttori delle operazioni militari dei due stati maggiori, il ten. gen. indiano Vinod Bhatia e quello pakistano, il magg. gen. Amir Riaz: tutto meno che tecnico e come tale anche visto dalle due parti. Nel corso dell’ultimo anno c’era stata, infatti, una seria escalation con conflitti di confine e alcune decine di morti sugli altipiani che arrivano fino alle nevi pressoché eterne alle falde della catena himalayana (The Times of India, 25.12.2013, Yudhwir Kana, India-Pak DGMOs hold flag meet after 14 years― I direttori generali degli eserciti indiano e pakistano si incontrano dopo 14 anni ▬ http://articles.timesofindia.indiatimes.com/2013-12-25/india/45560760_1_pakistan-army-ceasefire-violations-dgmos). ●Intanto, a Islamabad, la Corte speciale istituita per processare l’ex dittatore gen. Pervez Musharraf  ha rinviato al 1° gennaio l’inizio del processo per alto tradimento e soppressione della Costituzione del paese: avrebbe dovuto cominciare il 24 dicembre ma è stato rimandato per violenti disordini di strada, il governo dice però – ma nessuno ci crede – non legati alla celebrazione del giudizio. In effetti, la protesta ha cominciato a svilupparsi (Dawn/Islamabad, 24.12.2013, Musharraf treason case adjourned until Jan. 1― Aggiornato al 1° gennaio il processo per alto tradimento a Musharraf ▬ http://www.dawn.com/news/ 1076106/musharraf-treason-case-adjourned-until-jan-1) quando si è appreso che l’ex presidente dittatore non sarebbe stato chiamato a rispondere davanti al tribunale, nominato dal presidente della Corte suprema, per il colpo di Stato del 1999 (e con lui, quindi, nessuno dei suoi commilitoni co-cospiratori) ma solo per aver “abrogato, sovvertito, sospeso, messo in quiescenza la stessa Corte suprema” cancellando la Costituzione del 1973. In effetti, le imputazioni sono rilevanti proprio per quel che manca: cioè, il golpe con cui Musharraf aveva rovesciato il primo ministro Sharif, lo stesso che adesso è tornato al governo. Ma sono limitate all’accusa di aver destituito la Corte suprema. In altre parole, nessun generale e nessun politico pakistano che contribuì al golpe andrà sotto processo con Musharraf perché lo scopo del processo è limitato da chi avanza l’imputazione – non il governo ma la Corte suprema – ad  affermare l’inviolabilità del sistema giudiziario non di quello politico, diciamo così, democratico. La colpa per cui, e per alto tradimento, Musharraf è chiamato a rispondere non è quella contro la democrazia, il colpo di Stato militare, ma l’aver violato le guarantige dei giudici; incluso il presidente della Corte suprema, Iftikhar Muhammad Chaudry, che come suo ultimo atto prima di andarsene onoratamente in pensione ha creato e convocato il tribunale speciale. Era presidente della Corte suprema anche quando nel 2007 era stato destituito dalla stessa carica proprio da Musharraf... (Agenzia Xinhua/Nuova Cina, 24.12.2013, Former Pak president Musharraf to be charged for high treason― L’ex residente pakistano Musharraf alla sbarra con l’accusa di alto tradimento ▬ http://www.nampa.org/index.php?model=cate gories&function=display&id=7025288). ●Proprio in India, le elezioni in uiattri Stati chiave hano inferto unb brquattro Stati chiave – Delhi, Rajasthan, Madhya Pradesh e Chhattisgarh – hanno inferto un gran brutto colpo al partito di governo di Sonia Gandhi, il Congresso fondato da Nehru, dando anche una bella spinta, prima delle elezioni politiche generali del prossimo maggio, all’opposizione del Bharatiya Janata Party, il partito del Popolo, nazionalista e populista, nato solo nel 1980. Sono Stati questi che hanno sempre visto forte la presa del BNP e, dunque, non si può certo parlare di un campione valido per le elezioni politiche ma, di sicuro, svelano una presa calante del vecchio Congresso sull’elettorato nuovo (New YorkTimes, 8.12.2013, E. Barry e Hari Kumar, State Elections Deal Blow to Indian National Congress―Le elezioni statali infliggono un colpo duro al Congresso nazionale indiano ▬ http://www.nytimes.com/2013/12/09/world/asia/india-state-elections.html?_r=0). E’ il tradizionale carisma della famiglia Gandhi (il pandit Nehru, la figlia Indira Gandhi, suo figlio Rajiv, oggi la presidente del partito Sonia) che sta tramontando , coi giovani non più tanto pronti a considerare il retaggio del loro martirio e della spinta che hanno dato al paese ma quello, piuttosto,  del clientelismo che in nome loro è stato per decenni seminato contribuendo non poco, come il quello di sicuro positivo, a formattare la società indiana nelle sue mille contraddizioni e variegate complessità di un paese enormemente differenziato di un miliardo di persone, di decine di etnie, di lingue, di credi profondamente diversi e sostanzialmente, però, democratico. Il vero pericolo che il paese oggi pone al partito del Congresso è la voglia di cambiare, quasi comunque, quasi con chiunque. Come del resto da qualche tempo succede anche in ogni altra delle democrazie del mondo. ●Sta dilagando nel mondo – e non solo in quello che si chiamava una volta il Terzo mondo ma anche ormai in occidente e pure da noi ci sono pulsioni analoghe – il costume prima delle elezioni di chiedere le dimissioni del governo al momento al potere: per quanto sia stato magari eletto democraticamente e, anzi, soprattutto. Perché, certo, questo non è comunque il tipo di appello che si possa rivolgere ai golpisti egiziani, o ai sauditi, per dire. Adesso succede in Bangladesh, l’ex parte meridionale del Pakistan che si è separata dal Nord islamico con la guerra civile e la secessione del 1971, dove l’opposizione della signora Khaleda Zia, già due volte primo ministro, reclama – minacciando altrimenti le elezioni del mese prossimo – che se ne vada subito dal governo l’altra signora, Sheikh Hasina (begum, è il titolo di origine ottomana equivalente all’inglese Lady, che usano dare qui a entrambe le signore, anche la premier attuale oggi al suo secondo mandato. Ora Zia ha anche convocato una marcia sulla capitale Dacca e molte manifestazioni di piazza dei suoi dappertutto e Hasina ha decretato lo schieramento di truppe in funzione antisommossa in 59 dei 64 distretti elettorali in cui è diviso il paese (la metà dell’Italia e con 161 milioni di abitanti, al 98% di etnia bengalese). Hasina e Zia sono due donne forti che hanno dominato la politica del loro paese ormai da decenni, messe fuori dal potere cui erano sempre arrivate comunque per via elettorale solo da colpi di Stato tutti, alla fine, assai transitori.     • Hasina è figlia del padre e primo primo ministro del Pakistan orientale indipendente, il nome originale del Bangladesh, Mujibur Rahman, poi assassinato. E il suo partito, la Lega Awami― Lega del Popolo, è a favore dichiarato di una democrazia di stampo che noi potremmo definire secolare nella proclamazione die èprincipi ma di fato piàò vicino a militari ed imams di quanto sia oggi;       • Khaleda Zia che è, invece, la moglie del settimo presidente del Bangladesh, generale ed eroe dell’indipendenza Ziaur Rahman (nessuna parentela col fondatore del paese e anche lui poi assassinato). Il BNP― Partito nazionalista, in bengalese Bangladesh Jatiotabadi Dôl, che è il suo e venne fondato dal marito, di stampo, in origine “moderatamente” islamico, propugna come guida della democrazia bengalese i princìpi di legge e ordine tipici dell’esercito in origine, dalla fondazione e dalla guerra d’indipendenza del Pakistan unitario dall’India, nati e propugnati dall’esercito pakistano. Entrambe le signore sono donne molto moderne, di grande e dimostrata abilità politica e che non amano certo una società islamista estremista e vi si opporrebbero. L’aiuto, anche militare che col suo esercito, Indira Ghandi, allora primo ministro dell’India, assicurò contro le armate pakistane alla secessione del Bangladesh era stato condizionato in modo esplicito all’impegno di Mujibur Rahman ai principi di una democrazia secolare e all’impegno di non dar vita a un nuovo Stato islamico proclamato al suo confine orientale. EUROPA ●Il 5 dicembre, la BCE nella sessione consueta mensile del direttivo ha lasciato intatto dov’era, dopo il taglio al minimo del mese scorso, il tasso di sconto: tra 0 e 0,25% (New York Times, 5.12.2013, J. Ewing, ― La Banca centrale europea lascia fermi i tassi di interesse ▬  http://www.nytimes.com/2013/12/06/business/inter national/uropean-central-bank-stands-firm-on-rates.html?ref=international-home&_r=0). La mattina se n’era andata via in un dibattito, anche acceso, se ormai il vero rischio – contrario a quello sempre temuto dalle banche centrali, anche quando è del tutto irragionevole farlo – sia ormai quello della deflazione, un largo e sostenuto declino dei prezzi che s’associa sempre alla depressione economica. Draghi stesso, il presidente della BCE ha detto, illustrando la decisione, che la Banca si aspetta un tasso di inflazione inferiore al 2% anche e fino a tutto il 2015 e una crescita ulteriore ma solo dello 0,1%  fino a un tasso annuo dell’1,1 nel 2014 e nel 2015, forse, dell’1,5%. E ha anche accennato – con un pizzico forse di utile autocritica: o no? – che se – se... – la sua Banca dovesse tornare a prestare generosamente a tassi quasi zero altra liquidità alle banche private d’Europa, stavolta forse – forse?! – ne legherebbe la concessione a una ben altra dimostrata loro disponibilità a offrire prestiti a basso interesse a imprese e clienti in grande sofferenza ormai in tanti paesi dell’eurozona (ECB/BCE, 5.12.2013, Dichiarazione introduttiva della Conferenza stampa ▬ http://www.ecb.europa.eu/press/press conf/2013/html/is131 205.en.html)...             ●Alcune delle più grandi banche del mondo – Citigroup, Société Générale, RP Martin, Deutsche Bank, Royal Bank of Scotland (quest’ultima controllata, e di fatto di proprietà tra l’altro, dal Tesoro britannico – si sono accordate per regolare pagando all’Unione europea il contenzioso di cui sono state chiamate a rispondere per aver fatto tra loro cartello riuscendo, anche con pressioni e cospicue mazzette, a bloccare come faceva loro più comodo alcuni tassi chiave di interesse (Euribor e  yenLibor, fissati a Londra: dove il complotto sarebbe stato perpetrato e consumato), uelo relativo apagheranno multe per € 1,71 miliardi  (Guardian, 4.12.2013, Graeme Wearden e N. Fletcher, Banks fined record €1.71bn by EC over rate-fixing cartel scandal― Banche multate per un record di €1,71miliardi dalla Comunità[cioè l’Unione europea]per aver messo in azione un cartello ▬ http://www.theguardian.com/business/2013/dec/04/banks-braced-for-new-rate-rigging-fines-tesco-sales-slide-business-live). L’UBS, svizzera, che sembra essere sfuggita a questa multa perché, in qualche modo... ha fatto la spia (scrive la fonte appena citata che l’Unione delle Banche Svizzere, con altre banche come la Barclays, aveva “allertato le autorità di Bruxelles sulle potenziali malversazioni nel mercato dello yen”; ma aveva già dovuto pagare sull’unghia $ 1,5 miliardi di multe per le truffe fatte... agli americani... Lo ha annunciato il Commissario alla concorrenza Joaquín Almunia. ●I responsabili dei vertici europei per le questioni economico-finanziarie – ministri delle Finanze degli Stati membri, Commissari e Banchieri centrali – hanno concordato il 18 dicembre di dar vita a un sistema per portare alla chiusura delle banche fallite come passo ad interim, intanto, per cominciare a introdurre una vera e propria unione bancaria a livello europeo. Il sistema, chiamato esotericamente – proprio per farsi capire solo dagli iniziati: e magari neanche da loro – Meccanismo Unico di Risoluzione delle crisi, dovrebbe entrare in funzione nel 2015― tanto per cominciare: tra tre anni e solo per iniziare a funzionare. Perché poi, nel corso di altri dieci anni, bisognerà che tutte le banche formino un fondo speciale dal quale, a cominciare dal 2025 (sic!), per un totale di 55 miliardi di € (un niente assoluto: 30 miliardi di € sono stati necessari solo a salvare l’Anglo Irish Bank, un unico e solo istituto bancario irlandese...   Poi, e siamo sempre e solo ai preliminari, bisognerà dettagliare e completare il tutto in sede di parlamento europeo entro maggio: quando ci saranno le nuove elezioni europee o tutto sarà, ancora una volta, rinviato... Tutto è restato fragile e quanto mai etereo, in definitiva. E l’Europa, che resta una trapunta imbottita di 18 (l’eurozona), anzi di 28( l’Unione tutta) regolamentazioni nazionali senza riuscire a darsi neanche un minimo concordato e condiviso di regolamentazione comune per arrivare a chiudere le banche fallite. Adesso in pratica, non fa che continuare a lamentarsi. I membri del parlamento europeo, esponenti, dirigenti e funzionari della Banca centrale danno una valutazione molto negativa e quasi unanime dei buchi del meccanismo, bizantino e pesante, ora così disegnato che renderà impossibile una qualsiasi rapida decisione se e quando una banca comincerà a traballare e i depositanti a ritirare risparmi e contanti. Salta il modello Cipro dove l’Europa decise che a pagare un fallimento bancario sono stati obbligazionisti e depositanti delle singola banca ma, poi, non si decide nulla sul fatto che, alla fine della fiera, se c ‘è un fallimento devono pagare obbligazionisti e depositanti. Salta in teoria, perché poi nessuno decide ancora come procedere – ogni Stato per sé, come vogliono i tedeschi, a pensare a salvare le sue banche; o, come vogliono parecchi altri Stati, a operare un qualche salvataggio comunitario, unitario (New York Times, 18.12.2013, D.Jolly, European Officials Agree on Plan for failed Banks▬ I maggiorenti europei si accordano su un piano per le banche fallite ▬ http://www.nytimes.com/2013/12/19/business/ international/eu-officials-optimistic-on-bank-pact.html?_r=0). Ma, come sempre, come per tante delle grandi ambizioni europee e anche di tanti europei, come si vede pure la costruzione di una solida unione bancaria viene ora coartata dagli interessi contraddittori di troppi paesi diversi. E’ stato dimostrato quanto avesse ragione l’ultimo, forse, tra i grandi padri d’Europa, il presidente della Commissione Jacques Delors, quando avvisava tutti quasi ossessivamente dai tardi anni ’80 che prima di allargare la costruzione europea – prima! – bisognava rafforzarla e consolidarla. E anche questo esercizio sarà quindi un altro edificio traballante invece che davvero unificante, su una base che dai sei paesi iniziali s’è ormai allargata, cementata solo dalla moneta unica e neanche tutta poi, a ventotto paesi i cui leaders non sono in realtà neanche d’accordo sule cause della crisi che li flagella. Il paziente sta male, lo vedono tutti ma i dottori al suo capezzale, che sono poi loro stessi i pazienti,  non riescono a mettersi neanche d’accordo sulla natura della medicina da prendere. Di fatto, la voce grossa la fa ancora quello di loro che vuole continuare a tagliare, tagliate, tagliare chirurgicamente proprio come sempre finora. Ma ormai gli altri – che non trovano forza, coraggio e determinazione per rovesciare diagnosi e prognosi e metterlo fuori la porta – riescono di tanto in tanto a intralciarlo e qualche volta anche a bloccarlo. Ma, così, è la paralisi. Fu nel 1933 che Franklin Delano Roosevelt, in risposta alla Grande Depressione, creò una potente autorità unica bancaria, la Federal Deposit Insurance Corporation, mentre di fronte alla Depressione forse ancora più Grande di oggi l’Europa ha accroccato con una parto laboriosissimo durato anni e anni un’autorità centrale bancaria che lo steso Mario Draghi dichiara ora che rischia di essere “unica soltanto di nome”. Dall’inizio di questa crisi, nel 2008, la FDIC ha chiuso d’autorità 500 banche negli USA, garantendo la copertura ai depositanti ma solo fino al massimo di 250.000 $ ciascuno, lavorando tra apertura e chiusura di ogni procedura tra le 17: 30 di un venerdì sera, a banche e mercati chiusi a Wall Street, e la notte tra domenica e lunedì prima dell’apertura dei mercati in Asia. Ma non c’è nessuno in Europa oggi a pensare che BCE e Unione bancaria avranno mai questo tipo di poteri e questa capacità reale e concreta di governance. Da noi, le autorità bancarie e di politica economica nazionale di 28 paesi (anche chi sta fuori dell’euro, comunque, ha infatti diritto a metterci bocca, la Bulgaria come la Gran Bretagna...) vorranno sempre continuare ad avere l’ultima parola. Insomma, c’è da aspettarsi che il disegno improbabile di meccanismo unico di soluzione delle crisi bancarie – che non sarà affatto unico, non risolverà niente e per quello che è, poi, entrerà in funzione tra... dieci anni – a un certo punto, più prima che poi, farà un brutto tonfo. Così forte, probabilmente, da fare – c’è  qualcuno che almeno ci spera – del fallimento stesso un passo necessario per procedere, dopo l’ennesima crisi, si spera non catastrofica, verso un meccanismo diverso e altrimenti efficace. Forse (New York Times, 19.12.2013, A Higgins e D. Jolly, Deal on Banking Union Will Test Goal of United Europe― L’accordo sull’Unione bancaria mette a dura prova l’obiettivo stesso dell’unità europea ▬ http://www.nytimes.com/2013/12/20/business/international/deal-on-banking-union-will-test-goal-of-united-europe. html?pagewanted=all& _r=0)... In definitiva sembra proprio un marchingegno accroccato e studiato per seminare il panico nel mondo finanziario in caso di crisi serie, per impedire ogni risposta tempestiva a una crisi bancaria. Perché per rispondervi la decisione dovrà essere presa, mentre impazza il mercato, da diversi comitati misti di esponenti e tecnocrati europei e nazionali che devono, prima di autorizzare i regolatori a muoversi, approvare qualsiasi operazione di salvataggio: ci vorrebbero – hanno calcolato – almeno 100 diverse persone per permettere a che ha il compito di decidere anche solo di muoversi. Questo sovraccarico di strati burocratici sembra perversamente studiato apposta per aggiungere panico a panico nel campo della finanza. ●Mentre il Consiglio europeo, i capi di Stato e di governo dei 28, si riuniva a Bruxelles per il vertice del 20 dicembre – e con un tempismo che nessuno può pensare essere casuale – arriva la notizia che la Standard & Poor’s, andandoci come dire all’ingrosso, ha svalutato da AAA ad AA+ è il suo rating di credibilità finanziaria dell’Unione europea stessa― come tale: tutti e 28 presi insieme. Dicendo e riconoscendo l’ovvio, ancora una volta― che nell’UE non sembra proprio esserci coesione sufficiente a prendere decisioni efficaci e coerenti. Ma, come ormai è altrettanto ovvio, l’impatto sui mercati dell’opinione di S&P’s è stato di fatto irrilevante (New York Times, 20.12.2013, D. Jolly, S.&P. Cuts E.U.’s Credit Rating― S&P’s taglia il rating  dell’Unione europea ▬ http://www.nytimes.com/2013/12/21/business/international/sp-cuts-european-unions-credit-rating.html? hp&gwh=B6D84840F8515A170BB26B66C99E0E12&gwt=pay). Perché, quel che dice l’agenzia i mercati già lo sapevano bene: bastava, del resto, vedere come andava il dibattito tra i capi di Stato e di governo  per arrivarci da soli. Piuttosto insopportabile, almeno a noi, pare invece che l’augusto areopago che siede a Bruxelles, dopo aver detto più volte come e perché marchingegni come quelli  della trimurti di S&P’s, di Moody’s, di Fitch – le agenzie di rating – siamo inaffidabili e in realtà facciano un poco schifo, consenta loro dopo avere ogni volta piagnucolato un po’ di continuare a imperversare a piacimento. Intanto sulla prima linea dove si può cercare di costruire faticosamente o si continua a diroccare l’Europa, i tedeschi, i neri e i rossi, hanno concordato di rimettere, di misura anche se a larga maggioranza – e non è una contraddizione: non la ottiene assoluta per soli cinque seggi e le servono quindi i social-democratici per far coalizione anche a caro prezzo – la Merkel sullo scranno del suo terzo mandato di cancelliera. Ma per l’Europa, pare, niente di nuovo neanche dal fronte social-democratico per costringerla a essere un po’ più europeista. ●Curiosa, invero, sembra la soluzione che a questo chi – chi glielo dice, tondo e anche chiaro che vada a farsi... – pare dare adesso pensate un po’ nientepopodimeno che Eugenio Scalfari. Vale la pena di citarlo qui proprio a futura memoria. Per cercar di  capire riflettendoci un po’ e se sarà mai possibile per capire anche perché una cosa simile, sorprendente e addirittura proprio profondamente eversiva, proprio uno come lui l’abbia mai scritta, ecco una sua recentissima pensata (da la Repubblica, 1.12. 2013, Che accadrà di tutti noi, senza più il caimano ▬ http://www.repubblica.it/politica/2013/12/ 01/news/senza_il_caimano-72385973): “Abbiamo il debito pubblico più pesante d’Europa. E’ la nostra debolezza, ma paradossalmente la nostra forza. I default della Grecia o del Portogallo o perfino della Spagna, semmai dovessero verificarsi…sarebbero certamente sgradevoli ma sopportabili dall’Europa. Un default dell’Italia no, sconquasserebbe l’Europa intera con conseguenze negative non trascurabili perfino in USA: il sistema bancario europeo (e non soltanto) ne sarebbe devastato…è questa la spada di Brenno che Letta può gettare sul tavolo della discussione con gli altri membri dell’Unione a cominciare dalla Germania”. Se fosse così, a sentire Scalfari, Letta che sta per prendere la presidenza di turno dell’Unione a luglio, troverebbe alleati tra diversi paesi dell’eurozona, a cominciare dalla Francia, e anche alla BCE ormai― e sarebbe in grado di imporre in pratica il suo diktat a Merkel e a farla piangere, ricattandola. Sarà... ● E, adesso, Europa che facciamo?   (vignetta) Mi dicono che hanno rieletto la Merkel... Bé, forse è ora di chiedere asilo in Turchia...   Fonte: Bart, German Pol Cartoons, 12.2013 ●La Turchia comincia a porre un problema delicato e di peso al resto d’Europa e, più in generale, ai suoi partners e alleati. Il governo di Recep Tayyp Erdoğan non intende subire in silenzio le attenzioni – l’intromissione, la chiama – nei propri affari, nella propria sovranità, di diplomatici o, di presenze politiche, di interessi stranieri nel paese, comunque poi si qualifichino, anche se lo facessero come diritto di intervento umanitario... E’ la posizione che, qualche volta anche ipocritamente – come ogni paese sovrano del resto, per prima l’America – ma in ogni caso con basi ben radicate nel diritto internazionale – per cui ciascuno in casa propria è padrone. Erdoğan lo fa ora in Turchia, come lo fa l’Ungheria di Orbán, la Russia di  Putin, Maduro e prima di lui Chávez per il Venezuela... e mezzo mondo comunque per sé. Adesso, qui il governo di Ankara accusa apertamente diversi ambasciatori di paesi, anche e soprattutto alleati, stranieri di agire proprio, appunto, “ingerendosi”. E lo fa subito dopo che un importante esponente del partito repubblicano popolare di opposizione, Kemal Kilicdaroglu, dichiara di essersi incontrato “per esporgli il suo punto di vista” con l’ambasciatore americano, Francis J. Ricciardone, mentre sta scoppiando un grosso caso di corruzione che coinvolge 24 persone, inclusi i figli di tre ministri (en.haberler.com, 21.12.2013, Turkish PM Calls On Foreign Diplomatic Missions Not To Intervene In Turkey's Affairs― Il PM turco chiede che le missioni diplomatiche straniere non intervengano negli affari turchi ▬ http://en.haberler.com/turkish-pm-calls-on-foreign-diplomatic-missions-338648).   Suggerisce un analista statunitense, di uno speciale centro di ricerche/Agenzia di notizie “vicino” al Pentagono (Stratfor – Global Intelligence, 20.12.2013,Turkish Politics Return to 'Meromictic' Form― La politica turca ritorna alla sua forma ‘meromittica[7]’ ▬ http://www.stratfor.com/analysis/turkish-politics-return-meromictic-form) che “dopo un decennio di esclusione dal potere i vecchi maneggioni di quello che era una volta il centro di potere ottomano, i repubblicani del vecchio partito del laicismo kemalista per legge si sono rimessi a sfidare i nuovi venuti dalla periferia della politica turca”. Intanto, però, e in un paese europeisticamente considerato “arretrato” – senza aspettare che si chiuda alcuna inchiesta giudiziaria ma subito all’apertura del caso: come una volta facevamo nella Roma di tanti secoli fa, quella di prima dell’impero e della primissima repubblica di Cesare non ancora augusto, nel caso di sospetti  sulla moglie di Cesare, ricordate?, che doveva non solo essere ma anche sembrare al di sopra di ogni sospetto[8] – i tre ministri in questione, tutti uomini di molto peso nel partito di governo – quello degli Interni, Muammer Güler, dell’Economia, Zafer Cağlayan, e dell’Ambiente Erdoğan Bayraktar – si sono dimessi il 25 dicembre negando ogni accusa e giurando sull’innocenza anche dei loro figli accusati di abuso di influenza e di aver trattato mazzette e affini per ripetute speculazioni edilizie. L’ultimo tra i tre dimissionari/ti ha aggiunto che secondo lui, e per il bene della nazione, anche il primo ministro dovrebbe dimettersi a questo punto, ma questi gli fa rispondere sornionamente che Cesare non si dimise mica... Ma denuncia tutta l’inchiesta come qualcosa di confezionato dall’estero e/o con l’aiuto di servizi segreti stranieri (e implica apertamente di chi) per far fuori il suo governo (Al Arabiya News, 25.12.2013, Turkey’s scandal hit ministers resign― I ministri turchi colpiti dallo scandalo si dimettono ▬ http://english.alarabiya.net/en/News/world/2013/12/25/Two-Turkish-ministers-resign-over-graft-scan dal.html). E nel termine di qualche ora Erdoğan provvede al rimpasto di gabinetto, ma finalmente riconoscendo che il problema è, in effetti reale, non si limita solo a sostituire i tre ministri dimissionari e indagati ma di botto ne rimpiazza ben dieci, la metà del totale mentre il valore della lira turca rispetto al dollaro comincia subito a scivolare (Financial Times, 26.12.2013, A. Finkel, Turkey’s Erdogan replaces 10 ministers― In Turchia, Erdoğan rimpiazza 10 ministri ▬ http://www.ft.com/intl/cms/s/0/de9843ec-6d65-11e3-9d9b-00144feabdc0.html#axzz2oZgwtq6E).   ●In Ucraina, Viktor Yanukovich, il presidente ha ripreso la parola, pubblicamente, di fronte alla forte ondata di proteste di piazza contro la sua decisione di posporre la firma di un accordo con la Commissione europea che nell’immediato e in attesa di tempi e sviluppi migliori – e chi sa quando, poi, con questa crisi... – e ha spiegato che dire di sì avrebbe portato alle condizioni secondo lui, e probabilmente a ragione, del peggioramento di condizioni di vita e di lavoro per la maggioranza e, soprattutto, subito, per i più economicamente deboli degli ucraini. In televisione, ha voluto sottolineare Yanukovich, anche  “lui è d’accordo che pure per l’Ucraina  non c’è alternativa alla creazione di una società di stampo europeo e che lui desidera che le politiche perseguite dal suo paese in questa direzione siano e continueranno a essere del tutto coerenti. Ma sarei disonesto ed ingiusto – ha aggiunto – se  non mi fossi preoccupato dei cittadini più svantaggiati e vulnerabili della nostra società: se avessi, se avessimo, fatto altrimenti sarebbero loro a dover portare su di sé tutto il peso del periodo di transizione” (BBC News Europe, 25.11.2013, Ukraine president firm over EU 'U-turn' amid protests― Il presidente ucraino resta fermo in mezzo alla protesta contro il voltafaccia sullì’Unione europea  ▬ http://www.bbc.co.uk/news/world-europe-25087162). Hanno mediaticamente mascherato il tutto, a livello di pubblica opinione ipersemplificata e largamente deformata dai media in termini di diritti legali e giudiziari, con la questione della pasionaria ex primo ministro di destra-centrista Yulia Timoshenko, in carcere per reati politici – dicono Merkel e Cameron, che se si facessero più i fatti loro però non ci perderebbe nessuno – ma secondo le leggi in vigore per i cittadini comuni sono reati comuni. La realtà è che, aderendo all’Unione alle condizioni che le venivano offerte – aprire il mercato senza garanzia alcuna di salvaguardia e rinunciando, nel farlo, al minimo di garanzie anche negoziali che ci offriva anche solo il mantenere aperta l’alternativa dell’unione doganale coi russi – il governo avrebbe penalizzato proprio le condizioni di vita e di lavoro dei meno abbienti, dei senza lavoro, dei senza welfare alcuno. Ha detto di no. E ha fatto bene... ●Adesso, poi, proprio a Kiev, partecipando per conto degli USA parte un messaggio finalmente chiaro da una riunione dell’OSCE (l’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione Europea che data addirittura agli ultimi anni della guerra fredda, quelli di Reagan e Breznev e ha svolto un ruolo storicamente di rilievo reale nella caduta del muro), con l’assistente segretaria di Stato per le questioni europee e euro-asiatiche, Victoria Nuland, che ha detto papale papale ai leaders della rivolta anti-Yanukovich di non farsi illusioni. In sostanza, nella sintesi che fa il NYT di quel che ha comunicato s’è trattato proprio di un avvertimento: dietro alle parole formali pur di per sé nette (“Va sempre mantenuta, in ogni circostanza, l’osservanza della legge e l’ossequio all’ordine”: detto a chi sta invadendo strade e piazze, occupa palazzi pubblici e, di tanto in tanto, dà loro anche fuoco...), il messaggio era chiaro: la protesta deve prepararsi a accettare la prospettiva che “Mr. Yanukovich resti al potere”: visto che è stato, comunque, e anche a parere dell’OSCE a suo tempo, democraticamente eletto (New York Times, 5.12.2013, D. M. Herszenhorn e S. Erlanger, American Official Tells Ukraine’s Protest Leaders to Find Peaceful End to Crisis― Alta esponente del governo USA avvisa i capi della protesta ucraina di trovare una fine pacifica alla crisi ▬ http://www.nytimes.com/2013/12/06/world/europe/ukraine-protests.html?hpw&rref=world&_r=0)... Questo paese ha però ormai disperatamente bisogno di un aiuto per raddrizzare un bilancio che non consente più al regime alcuna libertà di manovra. Yanukovich era assente, anche lui, al vertice OSCE: a Pechino, a chiedere un prestito “senza condizioni” di una ventina di miliardi di $ ai cinesi: che non pare, però, glielo abbiano dato così come lo voleva― sull’unghia e “per amicizia”. Ma si sono, comunque, impegnati a investire più di 7 miliardi di $ nello sviluppo di grandi infrastrutture portuali sul mar Nero. Non è, però, chiaro da dove possa adesso venire concretamente e rapidamente un aiuto cash. Pare, invece, chiarissimo che la valutazione fatta a Bruxelles – quella di usare la stessa tattica intransigente che ha piegato Grecia e Cipro e Portogallo e, in pratica, poi tutta l’Europa dell’euro alle manie austeriane – abbia sbagliato le sue previsioni. Ha scommesso che, alla fine, anche gli ucraini, il governo, avrebbero accettato le promesse di benefici a lungo e lunghissimo termine in cambio di aperture liberiste (sacrifici ai più e ai più deboli: non la farsa, insieme tragica e comica, della “liberazione” della Timoshenko: una scusa...)  da fare subito; piuttosto che il tipo di assistenza, politicamente certo almeno altrettanto condizionata ma subito, a breve (sconto sulla fattura del greggio e del gas importato quando serve, adesso, nel pieno dell’inverno rigidissimo dell’Est europeo) un condizionamento di tipo noto al quale, anche  malvolentieri, si rassegnano un po’ tutti gli ucraini che senza benzina e senza gas altrimenti, a prescindere dal grado di eurofilia che sentono, crepano dal freddo (a Kiev, a metà dicembre siamo, sono anzi, tra -15 e -5°). Nelle condizioni date, insomma, sembra difficile dar torto a Yanukovich e al suo no a far stringere la cinghia a chi non più proprio più niente da stringere se non per un disegno, volutamente e comunque, politico... Quello che si manifesta in piazza mobilitando milioni di ucraini, abbattendo di pura rabbia cieca la gigantesca statua di Lenin su piazza Indipendenza a Kiev ma trovandosi sempre di fronte a altri milioni di ucraini: quelli che, alle elezioni presidenziali, hanno votato per lui e contro gli eurofoni senza condizioni... E che continuano a garantirgli in parlamento la maggioranza di cui Victoria Nuland a Kiev prende atto e che, ancora una volta, il 3 dicembre ha respinto la mozione di sfiducia con cui l’opposizione aveva cercato, fallendo, di cacciare via il governo in attesa di mandar via lui. E’ stata l’ennesima volta, il che non significa che ovviamente adesso si rassegneranno lasciando perdere... Significa solo che, in assenza di alternative e di offerte concrete e attente all’oggi e al domani più che alla parusia economica comunitaria di là da venire, sarà duro cambiare strada, qui. E’ vero anche che dalla piazza continua giorno per giorno a salire un movimento impetuoso e anche violento che vuole anzitutto – come succede ormai un po’ dovunque in Europa – cambiare l’ordine  delle cose. Qui, al contrario che a Roma, a Parigi, a Atene e a Madrid dove tutti siamo stati ormai vaccinati, nutrono ancora – forse tragicamente va detto – la speranza/illusione che la soluzione sia come dicono in Europa – meglio: in questa Europa che c’è, così com’è: l’euro e l’eurozona. Anche se è quanto mai irreale la richiesta che lo stesso Yanukovich, che per primo però non ne è per niente convinto, torna a fare quasi obbligato agli austeriani al potere a Bruxelles: di smetterla di auspicare novità e non aiutare in niente a produrle e fare invece condizioni diverse, anzitutto finanziarie, al paese per poter riprendere la trattativa sul fronte dell’Unione europea (Guardian, 10.12.2013, Ukraine to restart work on EU pact after pro-Europe protests, if...― L’Ucraina farà ripartire il lavoro per un accordo con la UE dopo le proteste filo europee, se... ▬ http://www.theguardian.com/world/2013/dec/10/ukraine-european-union-pact-viktor-yanukovych). A Lady Ashton che, per la Commissione, va a trovarlo a Kiev nel corso della manifestazioni di piazza, Yanukovich conferma che lui intende sempre firmare l’accordo con l’Unione “appena sarà possibile”: ma aggiunge che dipende soprattutto da loro metterlo in condizioni di farlo, senza affamare e facendo progredire il paese. Oggi, non dopodomani... Non risulta, però, che tornata alla base, Ashton sia stata capace o abbia anche solo provato a spiegare la cosa alla Commissione stessa. Ha riferito di aver compiuto la sua missione e di avergli chiesto di “aprire” all’opposizione, ma senza dirgli mai come secondo lei (Guardian, 12.12.2013, Shaun Walker, Ukraine 'still intends to sign EU pact' as US considers sanctions― L’Ucraina‘intende sempre formare il patto con l’Unione europea’, mentre gli USA considerano sanzioni[contro Yanukovich: bè, per loro le sanzioni sono diventate quasi un riflesso condizionato..., l’unico modo che sembrano ormai avere di reagire a eventi che a loro non piacciono] ▬ http://www.theguardian.com/world/2013/dec/ 12/ukraine-sign-eu-pact-ashton-us-sanctions-protest). ●In prima fila tra gli oppositori è arrivato nel frattempo Oleg Tyahnibok, leader del partito della Libertà― Svoboda – ipernazionalista e antirusso, in realtà poi dichiaratamente xenofobo, ripetutamente denunciato anche nel recente passato per i suoi comportamenti apertamente anti-semiti che si rifà alle radici dei gruppi partigiani dell’Ukrayins’ka Povstans’ka Armiya (УПА ▬ l’Esercito Insurrezionale ucraino) che, nel corso della seconda guerra mondiale, appoggiarono gli invasori nazisti in odio ai sovietici e ne coprirono e condivisero l’occupazione efferata. Ora ha lanciato una dichiarazione sottoscritta improvvidamente anche dall’altro partito della destra, il partito della Patria di Arseniy Yatsenyuk― lo Batkivshchyna dell’antica prima ministra in galera, Yulia Timoshenko, vanno giurando che non incontreranno mai Yanukovich, come lui propone e chiede la stessa UE (bè, alcuni commissari, diciamo...) finche, dicono contraddicendosi, non si dimette (ma, allora, chi incontrerebbero mai?). Forse a complicare, e non a semplificare, la ricerca di vie di uscita ci si mette adesso anche il parlamento europeo che il 12 dicembre vota una risoluzione (di quelle che mai a nessuno si negano…) chiedendo che in Ucraina si tengano subito nuove elezioni come “una via accettabile – opinano – per aiutare il paese a uscire dalla crisi aiutando le autorità a mantenere la loro legittimità” (una legittimità che, dunque, loro rimane: secondo il parlamento cui nessuno riconosce, però, il diritto di dirlo o non dirlo…). Tra l’altro, a aumentare la confusione, Strasburgo non sembra neanche rendersi conto che, al momento, le elezioni presidenziali sono pianificate per il 2015 e quelle parlamentari per il 2017 (RIA Novosti[9], 13.12.2013, European parliament says Ukraine can hold early elections― Il parlamento europeo dice che elezioni anticipate in Ucraina sono una possibilità ▬ http://en.ria.ru/world/20131212/185505245/European-Parliament-Says-Ukraine-Can-Hold-Early-Elections.html). ●Spiega in Tv il primo ministro Mikolai Azarov che il suo governo sta concludendo positivamente le questioni che restano ancora aperte coi russi e firmerà, ormai a giorni, una serie di accordi economici per ancorare saldamente i rapporti reciproci. Azarov che parlava a una gigantesca dimostrazione filogovernativa a Kiev ha spiegato a lungo come e perché la firma dell’accordo di adesione alla UE avrebbe significato la bancarotta “immediata” per il paese (RIA Novosti, 14.12.2013, Vasily Maximov, Ukraine on Brink of Economic Deal With Russia – Premier― L’Ucraina, dice il premier, alla vigilia di un accordo economico con la Russia ▬ http://en.ria.ru/world/20131214/185553850/Kiev-Prepares-Roadmap-for-Joining-Russian-Led-Customs-Union--Report.html).  Perché non si sarebbe certo a quel punto potuto chiedere a Mosca, in condizioni che Bruxelles insisteva a dipingere come alternative, di continuare a far credito a Kiev per benzina e combustibili vari e sostenere il cambio della hryvnia, visto che comunque nel’euro neanche volendo  potrebbe mai entrare. Del resto, aggiunge da Mosca un importante consigliere del Cremlino, i nuovi accordi che verranno firmati non chiedono niente all’Ucraina se non di tenere ben conto del fatto che, da sempre, per i paesi che orbitano – non necessariamente che entrano – nell’unione doganale guidata dalla Russia c’è – e è notoriamente di pubblica ragione oltre che del tutto ovvio  – un occhio di riguardo in termini di scambio e condizioni commerciali (Financial Times, 12.12.2013, K. Hille, J. Fontanella-Kahn e R. Olearchyk, Brussels and Moscow claim progress on Ukraine accords― Sia Bruxelles che Mosca parlano di progressi sui loro accordi con l’Ucraina[ma il governo di Kiev, parla sempre e solo di quelli, “prossimi” con la Russia: la UE, in effetti, chiacchiera ma non riapre un bel niente...] ▬ http://www.ft.com/intl/cms/s/0/987cc638-6353-11e3-a87d-00144feabdc0.html#axzz2nXrXlTPo) . Azarov ha specificato che Kiev non sta, in ogni caso, pensando di aderire subito all’Unione doganale dell’Est e che chi lo sostiene verrà denunciato per aggiotaggio come profittatore. C’è anche da notare e cercar di capire perché e come la Russia, che considera apertamente l’Ucraina un pilastro essenziale alla sua sicurezza e alla sua stabilità sia restata stranamente ma saggiamente tranquilla e tutto sommato “silenziosa” di fronte ai disordini e alle turbolenze di Kiev (Stratfor–Global Intelligence, 11.12.2013, In Ukraine, why is Russia so quiet?― Com’è che in Ucraina, la Russia è tanto tranquilla? ▬ http:// www.stratfor.com/geopolitical-diary/ukraine-why-russia-so-quiet). Potrebbe essere semplicemente che a Mosca hanno imparato a gestire con maggiore finesse degli americani, i rapporti coi propri alleati, amici, clienti, concorrenti e potenziali avversari... E’ anche ben cosciente, Mosca, che in Ucraina è in atto uno scontro evidente tra speranze e illusioni, di qua, e realtà concrete di là..., che metà del paese – l’Est, la parte industrializzata – è sensibile assai al “richiamo” della Russia – culturale, religioso, di lingua, di storia... – ma che un’altra metà quella urbana, soprattutto delle grandi città, vorrebbe bruciare le tappe, non si rassegna al fatto che l’Europa non le dica un sì caloroso, epperò è costretta a prenderne atto... Perché da occidente, dall’Europa proprio come dall’America, tutti applaudono alla rivolta cosiddetta filo-europea ma nessuno – nessuno! se non alcune ONG americane e poche europee, finanziate da soldi pubblici  – è disposto a dare una mano effettiva a consolidare le possibilità concrete che l’Ucraina, poi, se lo volesse, possa davvero entrare in Europa. No, queste ONG servono in pratica solo a creare casino e non a facilitare le condizioni poste che, come l’apertura incondizionata e concorrenziale al mercato, con le conseguenze che avrebbe subito, adesso, non le promesse per dopodomani poi, pure, sempre fasulle viste le esperienze fatte qui e altrove. E i governi occidentali chiacchierano chiacchierano e niente, assolutamente, di più in termini di una concreta adesione... ●In definitiva, se sembra ancora difficile vedere come la Russia reagirà a questa sfida economico-geo-politica alle sue porte, la cosa che ci pare certa è che reagirà. Anzi ha già cominciato a reagire. Prende nota con freddo realismo, ci pare, il NYT che, al contrario delle chiacchiere avveniristiche sul sole crescente di una UE che ormai sembra invece come avviarsi al tramonto e non offre in concreto, subito, niente assolutamente... adesso Putin ha offerto a Kiev l’apertura immediata di credito bancario per una quindicina di miliardi di $ e consistenti sconti sul prezzo di benzina, greggio e gas importato in Ucraina (1. New York Times, 17.12.2013, D. M. Herszenhorn, Russia Offers Ukraine a Financial Lifeline― La Russia offre al’Ucraina un’ancora di salvezza finanziaria ▬ http://www.nytimes.com/2013/12/18/world/europe/russia-offers-ukraine-financial-lifeline.html?hpw&rref=world &_r=2&; 2. Agenzia RT/Mosca, 17.12.2013, Ukraine scores $15 bln from Russia, 33% gas discount― L’Ucraina strappa alla Russia 15 miliardi di $ e il 33% di sconto sul prezzo del gas ▬ http://rt. com/business/ukraine-15-billion-gas-381). E un acconto sull’unghia di 3 miliardi dei 15 – non promesse, non speranze, non pie illusioni: subito e cash: per un paese che ne ha adesso disperato bisogno – sono già arrivati nelle casse del Tesoro ucraino alla vigilia di Natale: i liquidi verranno, in prima battuta prima di essere rimessi dal governo russo al loro posto, dal  Fondo pensioni nazionale russo e lo rende noto il ministro delle Finanze di Mosca, Anton Siluanov. Lo annunciano a Mosca insieme i due primi ministri, Medvedev e Azarov (Radio The Voice of Russia, 24.12.2013, Russia buys 1st tranche of Ukrainian bonds for $3 bln–PM― La Russia compra una prima parte di buoni del Tesoro ucraini per 3 miliardi di $ ▬ http://voiceofrussia.com/news/2013_12_24/Russia-buys-1st-tranche-of-Ukrainian-bonds-for-3-bln-PM-6040). ●Il ministro dell’Energia di Kiev, Eduard Stavitski, rende anche noto che lo sconto all’ente di Stato, la Naftogaz, per il gas comprato dalla Gazprom russa non avrà effetti rispetto agli accordi che Kiev ha raggiunto con le compagnie energetiche occidentali per il fracking, la cosiddetta frantumazione meccanica idraulica forzata delle scisti bituminose nel sottosuolo dell’Ucraina. In effetti, nell’anno in corso il governo di Kiev aveva raggiunto accordi di esplorazione in proposito con la Royal Dutch Shell e con la Chevron (Reuters, 18.12.2013, Ukraine gas deal with Russia will not affect shale gas agreements―L’accordo sul gas [scontato] con la Russia non avrà alcun effetto sugli accordi precedenti di esplorazione del gas da scisti bituminose ▬ http://www.reuters.com/article/2013/12/18/ukraine-shale-idUSL6N0JX1W6 20131218). Un altro editoriale ospitato dal NYT, proprio per bilanciare forse quello “realista” che abbiamo appena citato, e affidato a una prestigiosa firma europea, Sylvie Kauffmann che ha diretto anche il grande quotidiano le Monde, con l’appannamento di vista datole da un’illusoria lettura della realtà, che di norma poi non le è proprio usuale, scrive invece che “quando il signor Yanukovich è andato a mano tesa a Mosca il 17 dicembre, Putin gli ha offerto un grosso pesce, sotto forma di 15 miliardi di $ di credito e di sconti sul gas naturale”. Regalo, o aiuto, “che il presidente ucraino ha felicemente portato a casa”. Ora, è sicuro che “l’Unione europea non regalerà all’Ucraina proprio nessun pesce. Ma potrebbe ben insegnarle a pescare da sé”, secondo il vecchio, saggio, detto di Mao: imparare a usare la canna da pesca, le regole del mercato, della legge, ecc., ecc. Peccato che, per quando l’Ucraina avesse imparato a pescare, la crisi del cosiddetto mercato potrebbe aver ingoiato metà almeno dei maestri di pesca europei e l’Ucraina stessa, nel frattempo, probabilmente sarebbe morta di fame (New York Times, 23.12.2013, S. Kauffmann, How Europe Can Help Kiev― Come l’Europa può aiutare Kiev ▬ http://www.nytimes.com/2013/12/24/opinion/kauffmann-how-europe-can-help-kiev.html?_r=0)... Uel che è certo, a noi sembra, che mente nesuno sa been come ala fioen reagirà Mosca, Mosca alla fienm comunque reairà. ●In Russia[10], la previsione ufficiale di crescita del PIL, in una brutta fase di stallo dell’economia globale, è stata rivista al ribasso, a non più adesso dell’1,4% quest’anno e del 2,5 nel prossimo (The Economist, 6.12.2013). ●Verso fine anno, il presidente Putin prende una serie di misure – atti di grazia presidenziali per essere precisi: contro i manifestanti di Greenpeace che hanno assaltato, non solo simbolicamente e pacificamente e tentato di occupare una piattaforma di trivellazione al lavoro nell’Artico; le due cosiddette Pussyriots condannate per avere non solo simbolicamente “desecrato” la cattedrale ortodossa di Mosca; e anche la grazia concessa “per motivi umanitari” (la malattia della madre) all’ex oligarca Mikhail Khodorkowsky, stramiliardario – e che tale comunque resta coi soldi che prima di finire al gabbio ha accuratamente inguattati all’estero – che il NYT bolla severamente come “un gesto imperiale e, se non è seguito ora dal rafforzamento della regola della legge, non certo un segnale di servizio reso alla giustizia” (New York Times, 19.12.2013, Edit. Board, Russian Amnesties― Amnistie russe ▬ http://www. nytimes.com/2013/12/20/opinion/russian-amnesties.html?_r=0). ●Appena rilasciato e, su sua richiesta, trasportato a Berlino, l’ex oligarca Mikhail Khodorkowsky – inferendo una delusione mortale a tutti i cosiddetti liberals della cosiddetta opposizione interna che per anni lo avevano idolizzato, erigendolo a unica possibile, concreta alternativa a Putin – colui che lo avrebbe sfidato e eclissato (New York Times, 27.12.2013, Masha Gessen [una free-lancer tanto anarchicamente indipendente da scrivere ormai per un pubblico quasi solo americano in inglese e quasi solo sul NYT] Prisoners of Pardon― Prigionieri della Graziapresidenziale▬ http://latitude.blogs.nytimes.com/2013/12/27/prisoners-of-pardon/?_r =0) – dichiara adesso che non intende finanziare alcun partito politico né opporsi a quello di Putin o ridiventare lui stesso attivo nella politica russa: e che non cercherà neanche di rientrare in possesso dei miliardi e miliardi di dollari di assets – proprietà, azioni, fondi – che ha perso dopo l’arresto di dieci anni fa, la condanna e la confisca che gli venne inflitta dai tribunali russi (Silobreaker, 22.12.2013, Leonid Bershidsky, Win for Putin as Khodorkowsky goes quietly― Vittoria di Putin con l’autosilenzio di Khodorkowsky ▬ http://www.bloomberg.com/news/2013-12-23/win-for-putin-as-khodorkovsky-goes-quietly.html). Diversa è la decisione e il piglio con cui le due Pussyriots (lo sapete, no?, che significa pussy non certo in russo ma, guarda un po’, proprio in inglese e, ovviamente, in americano― la lingua unica che al mondo poi sembra contare...) anche loro amnistiate come ironizzano subito dalla “misericordia” di Putin. Loro la respingono – perché è discriminatoria, non è universale: anche se, poi, nei fatti vale per almeno altri 25.000 detenuti che invece mostrano di apprezzarla molto e non risultano affatto condividerne le balorde opinioni. Su di lui puntavano tutti quelli che volevano far fuori Putin; su di loro, ovviamente pur se, o proprio perché loro hanno il coraggio dell’incoscienza individualista e universalista completa, proprio nessuno. La più combattiva delle “ragazze”, diciamo, “riottose” (e fotogenicamente la più intrigante: una cosa che conta per i media, soprattutto ma non solo da noi, in occidente), Nadezhda Tolokonnikova, conferma e giura, appena arrivata a Mosca e in conferenza stampa, che loro continueranno a combattere Putin: “vogliamo sempre costringerlo (sic! e come?) ad andarsene..., anzi vogliamo proprio cacciarlo via”― e rimpiazzarlo, democraticamente si capisce, “con... Khodorkowsky” (AP, 27.12.2013 ▬ http://bigstory.ap.org/article/pussy-riot-still-want-topple-putin). E certo a chiunque è consentito sperare, sognare ed illudersi: ma prima o dopo, così, e non solo in Russia, si finisce se va bene in camicia di forza... Se insistono troppo tornando a profanare, ad esempio, la cattedrale del Cristo Salvatore per trovare un’udienza – loro, che all’estero non hanno tesori inguattati – vanno di nuovo in galera perché in buona sostanza, la stragrande maggioranza dei russi non ne tollera la provocazione spregiudicata nelle forme sfacciate che rivendicano di poter liberamente squadernare in pubblico ma che nessuna società neanche occidentale, alla fine consentirebbe. In sostanza, sarà per cercare di ammorbidire le campagne anti-russe e, personali, proprio individuali anti-Putin di Obama (che, ricambiato, lo detesta) e di Merkel – entrambi boicottano le olimpiadi invernali di Sochi ma personalmente non come presenza delle loro squadre: e allora, chi se ne frega, no? – o sarà perché Putin vuole mostrare di avere vinto davvero su tutta la linea. Cioè, ha vinto dove contava, con l’oligarca, e il modo in cui, finita la conferenza stampa di fine d’anno e come tra parentesi, ha annunciato la grazia, a latere e parlando con due giornalisti  “concessa su sua personale richiesta, per motivi puramente umanitari: la grave malattia della madre”) al già suo nemico numero uno (con due mesi soli, peraltro, di grazia effettiva sul fine-pena) è davvero la prova che in questo paese l’era del potere degli oligarchi sembra – come tale – ormai tramontata (Stratfor – Global Intelligence, 19.12.2013, Russia: the President and the Oligarch ▬ http://www.strat for/com/geopolitical-diary/russia-president-and-oligarch)... Ma, al solito, per chi vive senza alzare poi troppa polvere nel paese che regolarmente manda a morte secondo le regole della legge per iniezione letale molti malati di mente ogni anno; dove centinaia di innocenti vengono ammazzati da anni senza intralcio legale da una cultura che tollera, e anzi rivendica, per qualsiasi individuo come un diritto la detenzione di armi letali tipo anche i mitra a ripetizione moderni. Un paese dove il primo atto da presidente di Gerald Ford, fu la concessione della  “grazia sovrana” al predecessore Nixon appena dimissionario, così impedendone arresto e condanna; e dove George Bush, prima di andarsene ha graziato, sempre “sovranamente” s’intende, almeno una dozzina di suoi stretti collaboratori da ogni reato che avessero potuto commettere sotto di lui e di cui, partito lui, poi fossero eventualmente chiamati a rispondere alla giustizia... Ecco, gronda al solito ipocrisia da ogni rigo questo editoriale del NYT che, della sovranità del suo presidente e della tutela di legge nel paese della NSA non si cura ma depreca solo la sovranità di Putin e della Russia. Come se fossero caratteristiche uniche. Dicendo cose anche giuste ma a senso unico e, ipocrita. Appunto, insopportabilmente. Il che non vuol dire certo che ogni problema in Russia lo abbiano superato. Anzi... L’occasione offerta ora proprio dalla celebrazione delle olimpiadi invernali di Sochi li costringe a fare i conti col riemergere violento di rivendicazioni autonomiste e secessioniste del Caucaso islamista e estremista che, quando si trovano come oggi al centro dell’attenzione internazionale trovano sempre il martire o la martire desideroso/a, alla lettera, di farsi esplodere cercando di mandare in frantumi l’immagine di sé che il governo russo tende a dare. Succede adesso, facendo almeno una dozzina di morti e una cinquantina di feriti, molti anche gravi, la strage suicida del 29 dicembre nell’atrio della stazione di Volgograd perpetrata facendosi esplodere da una delle vedove dei guerriglieri ceceni caduti per il profeta e la jihad, così come il giorno dopo sono altri 15 i morti e un'altra ventina i feriti vittime dell’esplosione su un tram nella stessa città (RIA Novosti, 30.12.2013, At least 14 killed in second Volgograd suicide bombing― Almeno 14 morti nella seconda esplosione suicida di Volgograd ▬ http://en.ria.ru/russia/20131230/186075824/Explosion-on-Trolleybus-in-Vol gograd-Kills-at-Least-10.html). Ed è la terza strage nei mesi passati che i seguaci di Dokka Khamatovich Umarov, l’autoproclamato emiro del Caucaso del Nord, compiono in pubblico sempre a Volgograd (Stratfor – Global Intelligence, 21.10.2013, Russia: Terror Suspected in Volgograd Bombing― Russia: nell’esplosione della bomba a Volgograd il sospetto del terrorismo ▬ http://www.stratfor.com/analysis/russia-terror-suspected-volgograd-bombing). Naturalmente, Volgograd è la vecchia Stalingrado, dove Armata rossa e popolazione russa all’inizio del 1943 fermarono e poi rovesciarono in una sconfitta catastrofica – la prima – l’invasione nazista: due milioni di soldati sia dell’Asse che sovietici furono uccisi, feriti o catturati nel corso dell’assedio durato oltre sei mesi e più di 100.000 civili vi persero la vita. ●Sempre qui, al Cremlino hanno deciso e, adesso, comunicato alla stampa, che la Difesa ha disposto l’espansione della presenza delle Forze armate nella regione artica con il ripristino e l’ammodernamento di diverse basi aeree a lungo neglette dopo il collasso dell’Unione Sovietica. Col cambiamento climatico in arrivo che rende più accessibili al Nord estremo del mondo sia le risorse naturali finora poco accessibili o a costi troppo elevasti sotto il permafrost che strade e percorsi di accesso e di trasporto, l’attesa è che l’attico diventi una zona sempre più importante economicamente per ogni paese che vi ha interesse e accesso (Stratfor – Global Intelligence, 17.5.2013, The Growing Importance of the Arctic Council― L’importanza crescente del Consiglio artico ▬ http://www.stratfor.com/ analysis/growing-importance-arctic-council ). Nel frattempo la notizia, confermata anche da altre fonti, viene affiancata – anzi, anticipata da quella che direttamente la provoca – che il Canada sta progettando di avanzare e allargare le richieste territoriali esistenti di controllo sul territorio dell’Artico fino a rivendicare la proprietà dello stesso Polo Nord come ha appena annunciato il ministro degli Esteri John Baird dicendo che Ottawa intenderebbe estendere di 2.600.000 Km2 il suo territorio nei ghiacci del suo estremo Nord. Cioè, ben oltre i limiti concordati oggi dal Consiglio artico (USA, Russia, Canada, Norvegia e Danimarca al presente (Guardian, 10.12.2013, L. Harding, Russia to boost military presence in Arctic as Canada plots north pole claim― La Russia incrementa la sua presenza militare nell’Artico e il Canada si ripromette di reclamare per sé il Polo Nord ▬ http://www.the guardian.com/world/2013/dec/10/russia-military-arctic-canada-north-pole). Una nota per lo meno curiosa è che la combinazione di due fattori tanto diversi come, di qua, il riscaldamento climatico e le conseguenze che lo accompagnano e, di là, lo sviluppo delle nuove tecnologie moderne di esplorazione stiano resuscitando le abitudini peggiori degli Stati sovrani – chi onnipotente, chi meno ma un po’ tutti (dalla Russia alla...  Danimarca― l’eccezione qui strana, o forse no, sono gli Stati Uniti: dovuta probabilmente alla forza, ancora data per implicita, di chi non ha neanche bisogno di proclamarlo il diritto a prendersi qualcosa...). In definitiva,  la combinazione di questi due diversi sviluppi porta al rilancio fuori tempo di costumi ●Alla conquista dei ghiacci del Polo nord (e di quel che c’è sotto)...  (mappa) In rosso, la rivendicazione di nuovo spazio del Canada (la Groenlandia è rappresentata nel mondo dalla Danimarca)       Fonte: Guardian, art. cit. vetero-imperialisti da XIX secolo: di quando gli Stati sovrani annunciavano e proclamavano unilateralmente la presa sotto controllo e sfruttamento proprio di terre ancora non conquistate... Non  sembra, prima facie, un gran progresso. STATI UNITI ●Il tasso annuo di crescita dell’economia nel 3° trimestre è stato rivisto, prima, in misura più significativa delle attese a un +3,6% dal precedente di 2,8%, quando gli economisti si aspettavano una crescita del 3,1% (New York Times, 5.2.2013, N. D. Schwartz, US Growth Higher than Estimated in 3rd Quarter― L’aumento della crescita americana è stimato più forte del previsto nel 3° trimestre ▬ http://www.nytimes.com/ 2013/12/21/business/economy/third-quarter-us-growth-at-4-1-rate-in-new-estimate.html?_r=0?). E, poi, subito dopo, esce una revisione a un ancora più solido +4,1%. Notizia ottima ma non come ha millantato per esempio il WP – chiaramente per ignoranza, per distrazione o forse solo per eccessivo entusiasmo: che forse è anche peggio – “il miglior risultato dal 1992”... Ma (non è affatto così: nel 4° trimestre del 2011, neanche due anni fa, l’aumento del PIL segnò il 4,9% proprio come già nei primi tre mesi del 2006 e, con un +4,5% anche nel 1° trimestre del 2005. La maggior parte dell’aumento poi, ora, nel 3° trimestre è dovuto – e sul particolare sia WP che NYT in pratica glissano, colpevolmente, è sostanzialmente dovuto all’accumulo degli inventari: cosa che augura male sugli aumenti del futuro prossimo venturo – per l’accumulazione di scorte che vanno prima smaltite – e che poi risultano essere sempre dati estremamente volatili (Washington Post, 21.12.2013, Ylan Q. Mui, Nation’s GDP grows 4.1% in 3rd quarter― Cresce del 4,1% il PIL del paese nel 3° trimestre ▬ http://www.washingtonpost.com/business/economy/nations-gdp-grows-41-percent-in-third-quarter/2013/12/20/ 32f61 444-699e-11e3-a0b9-249bbb34602c_story.html). ●Con 203.000 nuovi posti di lavoro netti (contati dopo i licenziamenti) a novembre e il tasso di disoccupazione che scende al 7% secco (ufficiale), l’economia americana tocca il suo tasso più basso di senza lavoro da ormai cinque anni e salgono, secondo non pochi prematuramente comunque, le possibilità che alla prossima occasione la Fed cominci a rallentare lo stimolo che immettendo liquidità sul mercato rende più dinamica, in teoria almeno, la vitalità dell’economia. Cosa che in effetti subito regolarmente succede: il 18 dicembre viene annunciato che, da gennaio, comincerà a ridurre l’acquisto regolare mensile di buoni del Tesoro dagli 85 miliardi di $ di oggi a un massimo di 75 miliardi (New York Times, 18.12.2013, B. Appelbaum, Fed Scales Back Stimulus Campaign― La Fed riduce la sua campagna di stimolo ▬ http://www.nytimes.com/2013/12/19/business/economy/fed-scales-back-stimulus-campaign. html?_r=0). Solo nel luglio scorso l’economia aveva creato appena 89.000 posti di lavoro. Ma, e soprattutto, altre notizie come l’aumento significativo del tasso di crescita del PIL nel terzo trimestre qui sembrano davvero aiutare. In alcuni settori, però – non solo nicchie, molto di più in ogni caso anche qui – del mercato del lavoro, la situazione resta peggiore, secondo alcuni ai limiti della disperazione: ad esempio, tra i giovani, 16-19 anni che vorrebbero lavorare la disoccupazione è tre volte tanta, al 20% – da noi è anche  un po’ di più: col tasso generale al 12,7, ormai tra i giovani siamo al 42% di senza lavoro – e tra i lavoratori senza almeno un diploma di scuola superiore, qui sono al 10,8%, quasi quattro punti sopra quella media. Un istituto di ricerca indipendente di Washington, diciamo così attento assai più della media al punto di vista di chi nella scala sociale ci perde di più, ha fatto notare che “il Rapporto sul lavoro a novembre evidenzia diversi spunti relativamente positivi sulla situazione del mercato del lavoro, con l’inchiesta mensile a informarci di un aumento di 203.000 posti di lavoro effettivi; il che promette bene ma non può – non deve – farci dimenticare che per tornare al tasso di occupazione pre-recessione mancano ancora la bellezza di 7,9 milioni di posti di lavoro”. E ce lo spiega, grafico dopo grafico e tabella dopo super-documentata tabella     (1. New York Times, 6.12.2013, N. D. Schwartz, Lowest Jobless Rate in 5 Years Raises Chances of a Fed Move― Il più basso tasso di disoccupazione in 5 anni aumenta le possibilità di una mossa [frenante] della Fed ▬ http://www.nytimes. com/2013/12/07/business/economy/us-economy-adds-203000-jobs-as-unemployment-falls-to-5-year-low.html?ref= international-home&_r=1&&gwh=5F91B56619F7F5CDFAD7ADA0 E5403BE5; 2. Bureau  of Labor Statistics/BLS, dipartimento del Lavoro, 6.12.2013, #USDL 13-2315, Employment Situation Summary ▬ http://www.bls.gov/news. release/empsit.nr0.htm); 3. Economic Policy Institute/EPI, Washington, D.C., 6.12.2013, E. Gould,Despite Today’s Relatively Positive Jobs Report, the Labor Market Remains Weak―Anche con  questo rapporto relativamente positivo sui dati occupazionali, il mercato del lavoro resta fiacco ▬ http://www.epi.org/publication/todays-positive-jobs-report-labor-market). ●L’ultimo round di negoziati tra repubblicani e democratici al Congresso, teso a consentire di alzare il tetto del debito pubblico del minimo che serve a non bloccare del tutto la spesa pubblica, è terminato, dicono tutti gli osservatori, con uno sfondamento del tetto che ha “punito” la posizione intransigente del partito repubblicano e dell’ala sua più fanatica del tea party. In realtà, l’accordo che vale due anni e il 18 sera viene definitivamente approvato, porterà intant o a eviatre ogni alfrrio shutdown per il biennio con altri blocchi di spesa pubblica e a modesti tagli del deficit di bilancio con aumenti di spesa assai contenuti. Ma come sottolinea il Nobel per l’economia Paul Krugman, c’è chi in questo accordo ci ha già perso molto: “chi ci ha perso di più sono stati i disoccupati d’America: perché il nuovo tetto di spesa è talmente basso da tagliare ormai subito da fine mese il programma allargato di sussidi alla disoccupazione che copre al momento 1.300.000 persone e lascerà senza alcuna copertura molti, molti altri disoccupati nei mesi a venire.    E se appena si traguarda il problema in una prospettiva più di lungo periodo – guardando a quanto è successo da quando i repubblicani nel 2010 hanno preso il controllo della Camera dei rappresentanti – salta agli occhi il trionfo di un’ideologia anti-governo e anti-pubblico che ha effetti enormemente distruttivi sui lavoratori”. E, come sempre fa, Krugman  lo documenta (1. New York Times, 12.12.2013, P. Krugman, The Biggest Losers― Chi ci ha perso di più ▬ http://www.nytimes.com/ 2013/12/13/opinion/krugman-the-biggest-losers.html?_r=1&; 2. New York Times, A. Lowrey, Benefits Ending for One Million Unemployed― Fine dei sussidi per un milione di disoccupati ▬ http://www.nytimes.com/2013/12/28/us/benefits-ending-for-one-million-of-unemployed.html?_r=0). Si trattava di un programma federale di emergenza un’ultima ancora di salvataggio per 1.300.000 disoccupati che adesso viene troncato riducendo drasticamente il sostegno pubblico per chi resta senza lavoro più a lungo e, intanto, butta le basi di quello che, adesso, all’inizio del nuovo anno diventerà uno dei più roventi scontri politici in agenda con la maggioranza dei democratici che daranno battaglia per restaurarlo. Il programma che era in vigore dall’inizio della recessione nel 2008, forniva una copertura supplementare di sussidio pubblico a chi restava senza lavoro pur attivandosi a cercarlo per più di 47 settimane consecutive (l la di disoccupazione cosiddetta di lunghissima durata). Ora l’improvvisa scomparsa del programma prevede contraccolpi a catena e a ripetizione con ulteriore perdita di posti di lavoro di almeno 300-350.000 posti nel prossimo anno e con altre centinaia di migliaia di famiglie che finiranno schiacciate sotto il livello ufficiale di povertà. Quando la spesa prevista per lasciare in vita il programma sarebbe stata sui 24 miliardi di $: solo lo 0,7% del PIL. E questo senza neanche calcolare quanto adesso costerà all’economia la sottrazione ulteriore di altrettanti miliardi cash dalla spesa per consumi― che di questo al 100% in questo caso si tratterebbe: nessuno dei percettori di questo aiuto potendosi certo permettere di risparmiare e mettere da parte l’integrazione di un reddito minimo che sarebbe sicuramente subito messa sul mercato (Los Angeles Times, 27.12.2013, D. Lauter, Q&A: why unemploymnt benefits expire for 1.3 million?― Perchè finiscono i sussidi di disoccupazione per 1,3 milioni di senza lavoro? ▬ http://www.latimes.com/nation/politics/politics now/ la-pn-q-and-a-unemployment-benefits-20131227,0,1111524.sto ry#axzz2ox5hH4W9). ●Il presidente Obama ha firmato il 26 dicembre il bilancio federale per il biennio a venire, così trasformando in legge il compromesso che abbiamo appena descritto tra repubblicani e democratici. Lo ha fatto promulgando la legge di bilancio dalle Hawaii dove era in vacanza in famiglia a Natale (e il 26 dicembre ha anche promulgato il bilancio del Pentagono per il 2014, anch’esso concordato nell’accordo). Il compromesso fissa adesso il tetto di spesa per il 2014 e il 2015 annullando anche il taglio automatico che sarebbe altrimenti entrato in vigore al 1° gennaio. Dopo due anni di ribasso, adesso da quella data dovrebbe poter ripartire la spesa pubblica federale passando dai 967 miliardi di $ ai 1.012 ora previsti nel 2014 e ai 1.014 nel 2025 (Reuters, 27.12.2013, Ros Krasny, Obama signs bipartisan budget deal, annual defense bill― Obama firma l’accordo bipartisan sul bilancio e la legge annuale sulla difesa ▬ http://in.reuters.com/article/2013/12/26/usa-obama-idINDEE9BP0CF20131226). Anche le spese militari, che in base ai tagli obbligati avrebbero dovuto subire una riduzione, adesso cresceranno leggermente e la sostanza del patto consiste nel congelamento parallelo di imposte in entrata e spese in uscita.  Così, però, le grandi riforme del welfare (il rafforzamento di pensioni, sanità, sussidi (riforme vere anche se incrementali, non controriforme – cioè – spacciate per miglioramenti) non sono state cancellate ma congelate sì... E’ un passo avanti, tutto considerato, dice come sopra perfino Krugman, perché almeno non sono state ulteriormente tagliate ma è un fatto annota che “chi ci ha perso di più” dagli effetti di tagli che erano stati già decisi e non più recuperabili sono il milione e più di senza lavoro che fino a fine anno, finora ma d’ora in poi non più, “godevano” di un minimo di welfare federale. ●Sempre lo stesso A. – che ci piace tanto citare perché siamo (quasi) sempre d’accordo con lui... o se volete, perché lui, tanto autorevolmente (spesso) è d’accordo con noi? – fa poi rilevare che la disuguaglianza crescente, seminata a piena mani proprio dall’ideologia che si dice anti-ideologia del “pubblico è male”, non è preoccupazione nuova di zecca. Basta ricordare che il grande film di Oliver Stone, Wall Street, con Michael Douglas – ritratto di una plutocrazia rampante che predicava come “l’avidità fosse cosa buona e giusta”, era del 1987, addirittura ma intellettuali, cultura, accademia e politica andante e imperante hanno introiettata quella bestemmia come se fosse la verità rivelata. ●E non sempre e non solo e non certo in genere per convinzione, sbagliando cioè ma in buona fede. Ora c’è la prova provata, e documentata, che – come da sempre asserisce proprio Krugman ma adesso non è più solo un autorevolissimo atto di accusa – Wall Street abbia pagato e paghi loro fior di quattrini sull’unghia e abbia finanziato lautamente le loro università e le loro ricerche quando e se e perché sostenevano i punti di vista e, soprattutto, le scelte della comunità finanziaria soprattutto in tema di libero commercio. Epperò anche – in flagrante contraddizione – a difesa del monopolio che lo Stato assicura a brevetti e patenti di industrie varie (New York Times, 27.12.2013, D. Kocieniewsky, Academics Who Defend Wall Street Reap Rewards― Gli accademici che difendono Wall Street ne traggono lauti compensi ­ ▬ http://www.nytimes.com/2013/12/28/business/academics-who-defend-wall-st-reap-reward.html?_r=0).    Forse, dice Krugman – forse... – in America le cose stanno un poco cambiando, però, e sottolinea indica fatti nuovi e indicativi a supporto della sua convinzione/speranza: la vittoria, di uno come Bill De Blasio a New York che alla guerra di classe crede e incentra tuta una campagna elettorale come una realtà scatenata dai ricchi contro i poveri o quella che sta conducendo chi, come per esempio, che oggi in campagna elettorale non esita a insistere per un allargamento dei programmi pubblici, e perciò aborriti da lor signori, di sicurezza sociale. E importante è anche segnalare ma, certo, “è ancora da vedere se la dichiarazione di Obama che proprio ‘l’inuguaglianza sta diventando la sfida decisiva della nostra età’ si trasformerà in cambiamenti di portata politica”. Ma pare che finalmente la questione stia tornando con qualche prepotenza, e a ragione, alla ribalta. L’argomento più forte è lo stato depresso dell’economia. Perché bisogna piantarla con la favoletta che sarebbe “più importante ripristinare la crescita dell’economia che preoccuparsi di come vanno ridistribuiti gli incrementi di crescita”: cioè dell’ineguaglianza. Non è così, perché “l’impatto dell’ineguaglianza ha proprio giocato un ruolo di grande rilievo nel creare i guai dell’economia e un ruolo cruciale nel non porvi rimedio”. Anche perché “lo spostamento costante e crescente di reddito dalle classi povere e medie verso una ristretta élite ha dragato la domanda di consumi e proprio l’ineguaglianza è diventata il  legame tra la crisi economica e la debolezza della ripresa che ad essa ha cominciato a seguire”. Lì, in America; da noi neanche quella! (New York Times, 15.12,2013, P. Krugman, Why inequality matters― Perché l’inugualianza conta ▬ http://www.nytimes.com/2013/12/16/opinion/krugman-why-inequality-matters. html?_r=0). ●La maggiori compagnie americane high-tech, incluse Apple, Google, Facebook, Microsoft e Twitter – ma nessuna di quelle che, come AT&T e Verizon, avevano firmato col governo l’accordo segreto di condivisione illegale, rivelata al mondo da Edward Snowden, con le organizzazioni di intelligence, a partire dalla NSA, le informazioni sui propri clienti – hanno dichiarato, insieme, che devono poter esistere e vanno ormai implementate misure – il loro è un vero e proprio appello a tutti i governi del mondo perché arrivino a un accordo, a un vero e proprio trattato internazionale, di “limitazioni sensate” all’obbligo imposto loro dai rispettivi governi – cioè, non solo lasciano capire, anche se non lo dicono, da quello americano che tra tutti, al momento, è il più sputtanato: il più esposto e il più restio, insieme – come fornitori di servizi, di svelare i dati segreti, personali anche, dei loro clienti (The Economist, 13.12.2013, Online surveillance–The empires strike back― Gli imperi colpiscono ancora ▬ http://www.economist.com/blogs/schumpeter/2013/12/online-surveillance). Se riusciranno a ottenerlo, e finché il potere politico non troverà – lo trova sempre – il trucco e l’inganno per far loro fare alla fine, quel che desidera, avranno forse di nuovo l’illusione di tornare a comandare loro. ●Il mesi di dicembre segna, in Asia meridionale, una specie di riaggiustamento geo-politico che potenzialmente non appare poi solo di facciata col raggiungimento di una serie di accordi in buona e dovuta forma stipulati tra Afganistan, Iran e India. Separati ma tutti collegati dalla cerniera afgana. Il portavoce del presidente Karzai, Aimal Faizi, ha annunciato che “Kabul ha stilato con Teheran un patto di amicizia e cooperazione a lungo termine”. Karzai e il presidente iraniano Rouhani hanno firmato l’accordo a Teheran l’8 del mese, con l’iraniano che ha profittato dell’occasione per ribadire la forte opposizione del suo paese “a ogni presenza militare straniera nella regione nei suoi risvolti inevitabilmente destabilizzanti”. E di chi parlasse era chiaro a tutti, specie proprio a chi attentamente ascoltava, a Karzai... Che si apprestava, del resto, alla sua terza visita in un anno a New Delhi, il 13 dicembre. Con una serie di accordi militari di assistenza come quello stilato per l’addestramento che continuerà anche in futuro delle forze di sicurezza nazionali afgane sia in territorio afgano che nelle scuole e nelle accademie militari dell’India. Sono diverse migliaia gli ufficiali delle forze di Kabul che frequentano oggi le scuole militari del subcontinente, compresa l’alta accademia di guerra di Dehra Dun. New Delhi ha anche concordato l’impegno ad assistere l’esercito afgano ad equipaggiarsi modernamente. L’accordo non prevede alcuna presenza di truppe indiane in Afganistan e neanche, come Kabul sperava, l’accesso alle tecnologie e agli strumenti militari pesanti (carri armati, aerei, missili) dall’India; mentre viene rafforzato l’impegno esistente a condividere intelligence e informazioni dei rispettivi servizi, sviluppando il “dialogo tra le rispettive agenzie di sicurezza nazionale per stabilire un quadro di cooperazione nell’area”. Mentre dall’India arriveranno aiuti e assistenza economica e ulteriori sviluppi in campo di prospezioni minerarie e della produzione energetica oltre ad altri 500 milioni di $ di aiuti dopo i 2 miliardi di $ indiani che sono arrivati finora a Kabul. Poi, con un accordo bilaterale inatteso, il primo ministro indiano Singh e il presidente afgano Karzai hanno concordato di lavorare insieme con l’Iran all’apertura di nuovi percorsi di transito e di commercio dai confini della Turchia in Iran attraverso l’Afganistan e l’India e oltre. Uno dei più promettenti di questi in progetto comincia dal porto iraniano di Chah Bahar, entra in Afganistan a Zaranj da dove l’India ha già costruito una strada che arriva alla grande circonvallazione che connette le principali città afgane. Di qui una branca stradale unisce il territorio afgano all’Asia centrale e apre ulteriori possibilità di sviluppo al commercio indiano e di espansione di mercato in zone che ancora non coprono. E proprio nel porto da cui inizierebbe tutto il percorso, a Chah Bahar, sia India che Afganistan stanno cercando di aprire uffici di rappresentanza commerciale. In tutta la faccenda è da ogni punto di vista significativa l’assenza completa sia di USA che di Pakistan. Karzai non gode certo di buona stampa e di opinione favorevole in USA ma va rilevato che, nel corso di una settimana, ha provveduto a rafforzare alleanze che possono diventare cruciali per lui e il suo paese dopo la partenza delle forze statunitensi. Sia India che Iran sono fermamente ostili ai pashtun talebani e, prima della vittoria di Mullah Omar negli anni ’90 e del coinvolgimento americano nel 2001, avevano sempre appoggiato le posizioni afgane di governo contro gli insorti jihadisti sunniti. Karzai, così agendo, traguarda al futuro dove, in tutta l’Asia meridionale è scontato, gli interessi USA sono del tutto transitori e, in pratica, già tramontati: alla fine, poi, qui tutti scontano che gli Stati Uniti se ne vanno. E vedono che se ne stanno ormai andando. Si tratta di un radicamento da rinnovare e che viene ora rinnovato di tipo storico. Si tratta di contenere il Pakistan che da sempre, da quando è nato dalla spaccatura dell’India, ha agito come fattore costante di instabilità nell’Asia meridionale. Ora ogni accordo tra Afganistan e India che già schiera migliaia di guardie confinarie paramilitari in territorio afgano col loro accordo aggrava seriamente i timori pakistani di dover combattere domani su un doppio fronte campale. Si tratta di timori del tutto realistici, dal punto di vista di Islamabad che, anche e proprio per questo, sta restaurando e tessendo nuovi legami coi talebani afgani in aggiunta al sostegno dato in funzione anti-indiana dà sistematicamente alle milizie mussulmane del Kashmir. E’ proprio la storia, insomma, che sembra si vada risettando in Asia meridionale anticipando l’uscita dal’Afganistan ormai sicura di USA e NATO (1. RT News, 8.12.2013, Afghanistan agrees on regional security pact with Iran― Accordo sulla sicurezza regionale tra Afganistan e Iran ▬ http://rt.com/news/afghanistan-iran-security-pact-916; 2. The Hindu, 14.12.2013, Sandeep Dikshit, India helping in having our own army: Karzai― Karzai dice che l’India aiuterà a farci il nostro esercito ▬ http://www.thehindu.com/news/ national/india-helping-in-having-our-own-army-karzai/article5458705.ece). ●L’ex premier di Israele, Ehud Olmert ha attaccato con durezza il successore e attuale premier Benjamin Netanyahu per l’inasprirsi inutile e dannoso e la spinosa relazione che ha creato nei rapporti con gli USA con il suo “irragionevole e sciocco” rifiuto di ascoltare anche solo le ragioni del presidente americano sulla necessità di arrivare a un compromesso con l’Iran. Olmert ha accusato l’uomo che nel 2009 lo ha sostituito di assoluta insensatezza per aver distrutto la pur fragile e gracile creatura del vecchio gen. Sharon – che è scomparso dal 2006 sopravvivendo solo in coma vegetativo – prima durissimo nemico dell’idea stessa di una qualsiasi forma di Palestina ma, alla fine, convinto che ormai essa fosse anche nell’interesse di Israele. A quel punto, proprio lui  s’era incaricato di seminare tra gli ebrei israeliani, in mezzo a mille contraddizioni sue e dei suoi, la “formula sorgente”, non nuova ma forte, dei “due Stati per due popoli”. Che subito, Netanyahu, ha fatto di tutto e di più per affossare e rendere impraticabile. Così Olmert lo ha apertamente accusato di aver severamente danneggiato il rapporto unico e privilegiato del governo di Tel Aviv con quello di Washington: l’unico grande protettore, finanziatore, mallevadore del paese. Parlando a un convegno a New York  sui problemi della sicurezza e di fronte a una platea ostile di tifosi americani ostili a chi criticava Israele, Olmert ha detto che le critiche avanzate pubblicamente da Netanyahu contro l’accordo iniziale tra tutte la grandi potenze, USA compresi, e l’Iran hanno costituito un comportamento “provocatorio, irresponsabile e controproducente”. Non è stato certo Netanyahu, ha sottolineato, il primo premier israeliano a pensarla diversamente da un presidente americano. Ma sempre tutti gli altri (da Ben Gurion a Golda Meir a Yitzhak Rabin nel campo laburista; a Sharon, a lui stesso e prima di loro a Menachem Begin e Yitzhak Shamir in quello della destra) avevano avuto cura di dirglielo in privato. E ora il presidente dello Stato di Israele, Shimon Peres, mette anche il suo carico da undici sulle spalle sbilenche assai di Netanyahu – per quello che ormai può valere: cioè, quasi niente, se non forse sul piano del personale prestigio[11] di chi ha fondato lo Stato ebraico con Ben Gurion e Golda Meir― l’ultimo sopravvissuto tra loro.     Dice adesso – e apertamente – che anche secondo lui Netanyahu sbaglia tutto perché invece egli, proprio al contrario, crede che “la definizione del nemico sia quella di chi pratica più che di chi  predica una politica da nemico”. E offre, addirittura, di incontrare direttamente, faccia a faccia, Rouhani (Jerusalem Post, 8.12.2013, Niv Elis, Peres: I would meet Rouhani, Iran is not an enemy― No, l’Iran non è un nemico, io Rouhani lo incontrerei ▬ http://www.jpost.com/Diplomacy-and-Politics/Peres-says-hes-willing-to-meet-Rouhani-Iran-is-not-our-enemy-334310)... ●Naturalmente – bé, insomma... pressoché automaticamente – a Teheran si sentono obbligati a dire subito di no. Marzieh Afkham, portavoce del ministero degli Esteri, ha definito la mossa di Peres – che, del resto, ha tenuto a far notare è solo una figura cerimonial-simbolica – come un trucco per dare una mano a Israele a tirarsi fuori dalla morsa dell’accordo in arrivo tra USA e Iran: un trucco, dice, cui il governo iraniano non sarà mi disponibile. E’ noto e evidente, anche, che la finesse non è sempre prerogativa di tutti gli esponenti del governo iraniano degli ayatollah (RT News/Mosca, 10.12.2013-17:02,Iran dismisses Israeli president’s offer to meet Rouhani― L’Iran scarta l’offerta del presidente di Israele di incontrare Rouhani ▬ http://rt.com/news/line/2013-12-10)... Ma, tornando al dunque, è quella illustrata da Olmert, sicuramente una concezione qualche po’ curiosa di un’alleanza: quasi di una subordinazione e di una dipendenza accertata e accettata. Ma, al di là delle frescacce che le lobbies ebraiche dell’America millantano di un’Israele come coda che sempre controllerebbe le mosse del cagnolino americano, è una considerazione che riflette il rapporto vero di forze. Perché, al dunque, poi è proprio così: al dunque, come per qualsiasi alleato degli americani ma qui, vistane la dipendenza assoluta (da anni e anni, da sempre, quasi 4 miliardi di $ in aiuti finanziari e militari: come se all’Italia regalassero oggi, e da anni, sui 3-400 miliardi di $) ancora di più, se con le spalle al muro anche per il governo USA, qualsiasi governo USA, come del resto per qualsiasi altro governo, prevalgono le sue preoccupazioni. Insomma, la regola non vale solo ma, al dunque non fa neanche eccezione solo, per Israele. E anche Israele deve imparare a considerarne il significato di fondo. Rispondendogli a caldo, Netanyahu ha subito detto che se si tratta di interessi vitali di sicurezza (così come li vede lui, si capisce) “lui non starà mai zitto, con nessuno”. E questo con l’Iran, insiste, è un errore storico. Non riesce proprio a capire, Netanyahu, che non solo Israele ma neanche e perfino gli USA sono più in grado di dire un no secco a un altro grande paese, anche e come l’Iran, riuscendo a vincerla senza pagare pegno (New York Times, 1.12.29013, Agenzia (A.P.), Israel's Former Leader Slams Netanyahu Over US― Ex primo ministro di Israele attacca Netanyahu sulla sua posizione contro gli USA ▬ http://www.nytimes.com/aponline/2013/12/01/world/middleeast/ ap-ml-israel-us.html?partner=rss&emc=rss). Adesso, il 6 dicembre avendo anche incontrato – ma quasi tra parentesi – i palestinesi a Ramallah, nella Cisgiordania occupata, il segretario di Stato americano Kerry, a Gerusalemme, si trova per tre volte in 24 ore, tentando di farlo uscire a forza di prediche e appelli anche un tantino naives allo “spirito di Mandela” – che di Netanyahu, però, non è mai stato un modello: anzi!... terrorista lo ha chiamato, l’israeliano... e più volte in passato per l’appoggio dato all’idea stessa, eretica, di una Palestina come Stato indipendente e sovrano – dal  cul de sac in cui s’è cacciato. E – pare – abbia proprio cacciato il suo governo con la chiusura totale su 5+1 e Iran in cui Isaele è rimasta del tutto isolata e, come dicono qui neanche in pochi, senza poi poterselo davvero permettere (Yahoo News!, 6.12.2013, Kerry urges spirit of Mandela in Middle East peace process― Kerry fa appello allo spirito di Mandela per il processo di pace in Medioriente ▬ http://news.yahoo.com/israel-security-priority-talks-peace-iran-kerry-143833863.html). ●Sheikh Khalifa bin Zayed al-Nuhayyan, emiro di Abu Dahbi e presidente della federazione degli Emirati Arabi Uniti, visiterà l’Iran in una prossima data ancora non identificata avendo accettato l’invito del ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif citando l’agenzia pubblica di Stato. Zarif sta conducendo un largo giro dei paesi del Golfo cercando di disfare tensione e sospetti accumulata per anni tra il suo paese e i vicini arabi (Iran Today, 3.12.2013, Tehran presses its diplomatic offensive in the Gulf States: Iran FM, UEA president stress expansion of ties― Teheran porta avanti la sua offensiva negli Stati del Golfo: il ministro degli Esteri dell’Iran e il presidente degli EAU sottolineano l’allargamento dei rapporti ▬ http://eaworldview.com/2013/ 12/iran-today-tehran-presses-diplomatic-offensive-gulf-states). ●L’Iran progetta nel prossimissimo futuro di offrire sul mercato il suo greggio con contratti di vendita a lungo termine che sostituiscano tutti quelli che attualmente sono stipulati per forza, con le sanzioni, a breve e brevissimo termine. Lo dichiara il 1° dicembre uno dei vice ministri del Petrolio: adesso, con la certezza, sulla base dell’accordo raggiunto a Ginevra coi 5+1, di non trovare ostacoli alla conclusione e all’esecuzione delle consegne stipulate per il primo semestre, almeno, del 2014. L’accordo che in effetti è stato in prima battuta stipulato all’Hotel Inter-Continental di Ginevra stabilisce che in cambio della riduzione dell’arricchimento dell’uranio iraniano, scompariranno almeno 6 miliardi di $ di sanzioni (FARS News Agency/Teheran, 1.12.2013, Long term oil market contracts offered▬ Offerti sul mercato contratti petroliferi a lungo termine ▬ http://english.farsnews.com/result. aspx?=dec+1+oil +long+term+contracts). Avvisa Ali Akbar Salehi, che presiede l’Agenzia atomica iraniana che, attenendosi rigorosamente ai limiti che con gli altri cinque il suo paese aveva concordati il 24 novembre, in sede di negoziato P5 +1  a Ginevra, Teheran ha installato 1.000 centrifughe di seconda generazione in uno dei suoi siti di arricchimento ma tenendole sempre off-line senza ancora iniettarvi l’esafluoruro di uranio (UF6) per farle funzionare. E ha aggiunto che altre centrifughe di terza e quarta generazione sono in via di sperimentazione (Haaretz, 29.11.2013, Report: Iran keeping new centrifuges off-line― L’Iran non mette in funzione le sue nuove centrifughe ▬ http://www.haaretz.com/news/middle-east/1.566031). ●Si rivedono a Vienna, come previsto, il 9 e 10 dicembre i negoziatori del 5+1 e dell’Iran per la prossima fase del negoziato che dovrebbe implementare l’accordo ad interim già raggiunto su nucleare iraniano e sanzioni americano/occidentali con qualche copertura, anche, russo-cinese. Lo ha reso noto a Teheran il 3 dicembre la portavoce del ministero degli Esteri, Marzieh Afkham (Gulf News.com, 4.12.2013, Iran to hold new nuclear talks next week― L’Iran riprende i negoziati sul nucleare la prossima settimana ▬ http://gulfnews.com/news/region/iran/iran-to-hold-new-nuclear-talks-next-week-1.1262833). Ma, in pratica, e subito dopo la ripresa degli incontri, gli iraniani li interrompono nuovamente. Il vice ministro degli Esteri e capo negoziatore di Teheran, Abbas Araghci, denuncia la mossa americana che, in piena “contraddizione e provocatoriamente – dicono i russi con la loro portavoce degli Esteri, Maria Zacharova – rispetto allo spirito dell’accordo” un altro elenco di 19 imprese e persone alla lista nera delle sanzioni contro Teheran. E anche il ministro degli Esteri svedese Carl Bildt – con l’understatement, il gusto di minimizzare le cose di stampo britannico di cui questo governo inglese sembra aver perso ogni capacità – aggiunge che la decisione degli americani “non appare particolarmente utile” e, secondo lui che si batterà in questo senso, a questo punto gli europei dal prossimo gennaio dovrebbero per lo meno “alleggerire” le sanzioni. Quelle che, pedissequamente accodandosi agli USA, avevano decretato a livello di UE. Anche se, poi, confida che il governo americano troverà il modo di correggere “presto” le forzature che,  a nome suo, burocrazia e legislatori hanno forzato rispetto all’accordo appena del 24 novembre dei 5+1 (EuroNews, 14.12.2013, Sweden: No reason why EU Iran sanctions will not be eased in January― Svezia: non ci sono ragioni per non alleggerire a gennaio le sanzioni europee contro l’Iran ▬ http://www.euronews.com/newswires/%2022 58320-sweden-no-reason-why-eu-iran-sanctions-will-not-be-eased-in-january). Alla fine, però, a “cedere” almeno al momento sembra essere con un “passo indietro” proprio Teheran. L’Iran, scrive infatti il ministro degli Esteri sulla sua pagina di Facebook il 15 dicembre, mentre considera l’aggiunta di altre imprese e cittadini iraniani alla lista nera americana come “non costruttiva, provocatoria e inappropriata”, non riuscirà a far deragliare il processo di normalizzazione che ormai è stato avviato (Stratfor – Global Intelligence, 25.11.2013, Next steps for the U.S.-Iran deal― I prossimi passi dell’accordo tra USA e Iran ▬ http://www.stratfor.com/analysis/next-steps-us-iran-deal). ●Il portavoce del segretario di Stato John Kerry, Alan Eyre, giovane specialista di Iran che parla correntemente anche il farsi, intervistato direttamente dall’agenzia di Stato della Repubblica islamica ha dichiarato a Washington che il suo governo si opporrà all’adozione delle ulteriori sanzioni chieste per ora ufficiosamente dal Congresso, rilevando che finché non ci sarà una violazione degli accordi presi il 24 novembre a Ginevra – che al momento non c’è – questa posizione del governo americano non cambierà. D’altra parte, aggiunge, facendo finta di non rilevare la contraddizione ma in modo tale da offrire agli iraniani una qualche copertura al “passo indietro” del governo di Teheran, valorizzando come comunque “positivo” il segnale complessivo di Washington, che la decisione del Tesoro di mettere nella lista delle sanzioni nuovi individui e nuove imprese iraniane “non significa che verranno imposte nuove sanzioni”. Il portavoce americano aveva puntigliosamente spiegato che l’accordo non significa, allo stato, l’eliminazione di alcuna sanzione già in atto e che raggiungerne una versione definitiva non impedirebbe, comunque, agli USA di imporre nuove sanzioni per questioni separate da quelle relative al programma nucleare iraniano. E sembra proprio peggio la toppa del buco... ma è ikl borbottio che serve a tenere un po’ a bada i cagnacci che dietro a Israele vogliono invece e solo la guerra al Congresso. Anche se adesso è interesse momentaneo dell’Iran non sottolinearlo (Agenzia IRNA, 18.12.2013, Alan Eyre: US will oppose adoption of new anti-Iran sanctions― Alan Eyre: gli USA si opporranno all’adozione di nuove sanzioni contro l’Iran ▬  http://www.irna.ir/en/News/80957611/Politic/ Alan_Eyre__US_will_oppo se_to _adoption_of_new_anti-Iran_ sanctions). ●Invece, e altrettanto puntigliosamente, Ali Akbar Salehi, come ricordato già a capo dell’Agenzia atomica iraniana ha chiarito – d’altra parte sembra che fosse stato lui stesso all’origine dell’equivoco ora spiegato, se tale e non una forzatura voluta esso era stato – che all’Agenzia internazionale per l’Energia Atomica, il cosiddetto cane da guardia dell’ONU, non sarà consentito di ispezionare l’industria degli armamenti e quella missilistica iraniana. Non esiste ha chiarito – ed è attualmente proprio così – alcuna istituzione internazionale né esiste alcun trattato che lo autorizzi e il mandato stipulato il 24 novembre in sede di prima intesa dei 5+1 nulla del genere prevede ma ispezioni circoscritte e mirate a certi impianti nucleari concordati che, esse sì, saranno ovviamente permesse (Mehr News, 21.12.2013, ‘IAEA inspectors not allowed visiting Iran’s military, missile centers’― ‘Gli ispettori dell’AIEA non avranno il permesso di visitare i centri militari e missilistici iraniani ▬ http://en.mehrnews.com/detail/News/101296). ● Come si dice qui, a Washington, tieniti vicini gli amici ma ancor più vicini i nemici. Ma qui chi è il nemico? Il miglior Congresso che i           Dobbiamo ancora riuscire a quattrini possano comprare     togliere una o due pieghe...                                                       CONGRESSO/ISRAELE Fonte: Khalil Bendib, 19.12.2013 ●Intanto, Ajay Sharma, nuovo inviato speciale non ancora residente della Gran Bretagna a Teheran, diplomatico di origine indiana particolarmente esperto di cose iraniane e oggi a capo del desk Iran al Foreign Office, ha visitato la capitale iraniana: la prima volta dalla rottura nel 2011 delle relazioni diplomatiche tra i due Stati (News.nom.co, 12.4.2013, New British envoy makes 'constructive' Iran visit― Il nuovo inviato britannico in visita ‘costruttiva’ all’Iran ▬ http://www.news.nom.co/ new-british-envoy-makes-constructive-7415129-news). ●In Francia, le grandi marche automobilistiche Peugeot, Citroen e Renault hanno comunicato di aver firmato un’intesa iniziale con Teheran per riprendere in Iran la vendita delle loro auto nel paese dopo la fine delle sanzioni. Di qui alla fine dell’anno, l’intesa si dovrà trasformare in un vero e proprio contratto (1. Agenzia Aletho News ΑΛΗΘΩΣ, 30.11.2013, PSA Peugeot, Citroen, Renault ready to return to Iran market― Peugeot, Citroen e Renault pronte a tornare sul mercato iraniano ▬ http://alethonews.wordpress.com /2013/11/30/psa-peugeot-citroen-renault-ready-to-return-to-iran-market; 2. Agenzia Yahoo News!, 29.11.2013, L. Frost e M. George, French carmakers poised for scramble to reclaim Iran― I fabbricanti francesi di auto pronti a darsi da fare per riprendersi l’Iran ▬ http://news.yahoo.com/ french-carmakers-poised-scramble-reclaim-202147466.html). ●In Turchia hanno annunciato la formazione di un comitato che includa rappresentanti dei governi turco, iracheno e del Kurdistan autonomo dell’Iraq per trovare un’intesa e regolare il contenzioso sull’export del greggio curdo in Turchia. Il ministro dell’Energia di Ankara, Tatar Yaldiz, ha comunicato che avevano per lo meno concordato la formazione di questo comitato e deciso di riunirlo al più presto (Iraq Dinar News Today/Bagdad, 2.12.2013, Turkey announces forming committee to settle disputes with Iraq over exportation of Kurdistan Region oil― La Turchia annuncia la formazione di un comitato per la regolazione del contenzioso con l’Iraq sull’export di greggio della regione [autonoma] curda ▬ http://iraqidinarnewstoday.net/ turkey-announces-forming-committee-to-settle-disputes-with-iraq-over-exportation-of-kurdistan-region-oil). ●In realtà, il fatto in sé che i curdi di Iraq stiano vendendo, per quanto la cosa venga condannata e osteggiata dal governo centrale iracheno, gas naturale e petrolio alla Turchia “fa infuriare Washington e Bagdad, per il timore che un’indipendenza economica offerta dalla vendita di petrolio potrebbe portare i curdi a dichiarare una loro effettiva indipendenza”  (New York Times, 2.12.2013, T. Arango e C. Krauss, Kurds’ Oil Deal with Turkey Raise Fears of Fissures in Iraq― L’accordo sul greggio coi turchi fa nascere timori di spaccature in Iraq ▬ http://www.nytimes.com/2013/12/03/world/middleeast/kurds-oil-deals-with-turkey-raise-fears-of-fissures-in-iraq.html?_r=0). Di fatto, è da sempre che quei timori esistono; ora con l’autonomia larga dei curdi iracheni si vanno trasformando, però, in una realtà corposa, per combattere la quale in radice il governo di Bagdad si troverebbe costretto a ingaggiare un’altra vera e propria guerra civile... contro una fierissima e agguerritissima etnia indipendente, da tempo ormai quasi un vero e proprio Stato nello Stato iracheno dominato dagli sc’iiti del governo al-Maliki e puntellato dagli iraniani, per natura e storia finora anti-turco... proprio quei turchi coi quali sta ora cercando l’accordo per rendersi più indipendente. E ora l’ossessione americana – cui a Washington né Bush né Obama hanno mai rinunciato, anche alla fine mollando l’osso e andandosene via dal paese – di “governare” la regione appare più preoccupata da questo nuovo fattore – il pericolo del commercio nascente curdo-turco – che della stessa guerra civile interna tra scii’ti e sunniti in Iraq e, perfino, forse di quella che sta dilaniando da più di due anni la Siria. Sulla carta i curdi stanno, in effetti, violando sistematicamente la Costituzione irachena che li obbligherebbe a concordare simili iniziative col governo centrale di Bagdad. Ma ne rimanda l’attuazione... all’italiana, quasi, si direbbe― ma da noi è colpa nostra; qui sarebbe soprattutto responsabilità del potere occupante, gli americani, che per più di dieci anni hanno comandato militarmente il paese senza mai provvedere a farla approvare... E, naturalmente e al solito, i tre litiganti – turchi, curdi e iracheni – sono dipendenti tutti e alleati, da anni e ufficialmente,  proprio degli USA... ●Alla fine, e molto rapidamente, finisce tutto, come del resto era ben prevedibile, in coda di pesce. Intanto, al-Maliki apre l’incontro asserendo che la Turchia avrebbe forse potuto anche puntare ad avere il suo assenso all’accordo se si acconciava, intanto e prima, a restituirgli il suo ex vice primo ministro, sunnita. Tariq al-Hashimi che, ad aprile di un anno fa, accusato di aver organizzato attentati e stragi contro il governo a maggioranza sci’ita di cui era pure e addirittura il vice― attestando che, come capita anche in altri governi ma qui chiaramente di più, non contava niente, fuggì chiedendo asilo politico a Ankara     (1. Stratfor – Global  Intelligence , 23.12.2011, Ethno-Sectarian Tensions Beyond the Baghdad Bombings― A Bagdad, tensioni etno-settarie dietro agli attentati alla bomba, http://www.stratfor. com/sample/analysis/ethno-sectarian-tensions-beyond-baghdad-bombings; 2. DozNews/Bagdad, 5.12.2013, Baghdad to approve Kurdish oil deal if Turkey hands back Hashimi― Bagdad approverà l’accordo petrolifero con i curdi d’Iraq e la Turchia se le riconsegnano Hashimi ▬ http://www.stratfor.com/situation-report/turkey-iraq-asks-ankara-hand-escaped-politician-during-energy-talks). ●Intanto, come facendo finta di niente ma anche rischiando parecchio, e sapendolo, i  curdi iracheni hanno avviato il 13 dicembre tests di pompaggio sul nuovo oleodotto che collega i loro pozzi alla Turchia ma non si ripromettono ancora di dare inizio ufficialmente alle operazioni di export anche asee a Bagda denunciano che invece hanno già cominciato. La Turchia insiste a smentire, insistendo che Bagdad va inclusa in un accordo complessivo sul greggio anche se continua a dire di voler tener fede all’accordo raggiunto coi curdi: esigenze in contrasto eclatante tra loro (Shafaq News/Kirkuk, 15.12,2013, Kurdistan began pumping oil to Turkey since Friday― [Da venerdì 13] il Kurdistan ha cominciato a pompare greggio in Turchia ▬ http://www.shafaaq.com/en/business/8221-sources-kurdistan-began-pumping-oil-to-turkey-sin ce-friday.html)...      ●Gli americani ormai ne sembrano convinti ogni giorno di più. Ma bisogna aspettare che se ne rendano conto e ne condividano la valutazione adesso – prima è, meglio sarà certo – anche i politici che loro si sono scelti e non hanno il coraggio, la coscienza anzi, ancora di farlo. Dice un sondaggio della PEW condotto con il Council of Foreign Relations che il record di sempre di americani, il 53%, è convinto che adesso il loro paese giochi un ruolo più ridotto di sempre, e in particolare di quello che svolgeva dieci anni fa, sullo scacchiere mondiale. Ma anche che, al dunque, così è ormai inevitabile. Non è che siano rassegnati, è piuttosto – dicono le conclusioni – “razionalmente realista”: nel 2009, quelli che già dicevano che il potere degli USA stava calando era il 41%. Nel 2004 era appena il 20%... Adesso è sicuro che una maggioranza anche più larga di americani, fino al 70%, è convinta che l’America dovrebbe accettare di “farsi ormai i fatti propri” (PEW Research Center for the People & the Press, 3.12.2013, America’s Place in the World 2013 ― Public Sees U.S. Power Declining as Support for Global Engagement Slips― Il posto dell’America nel mondo 2013 ― La gente vede declinare il potere americano col sostegno all’allargarsi globale degli USA nel mondo che cala ▬ http://www.people-press.org/2013/12/03/public-sees-u-s-power-declining-as-support-for-global-engagement-slips).  GERMANIA ●Il partito socialdemocratico, l’SPD,  in quelle che per analogia noi potremmo chiamare primarie, condotte per posta però, tra tutti gli iscritti ha detto sì alla Grosse Koalition. Ha annunciato i risultati del voto Sigmar Gabriel,  il presidente del partito che dovrebbe diventare, ora, il vice cancelliere del governo Merkel: il 78% dei 475.000 iscritti al partito ha preso parte al voto e di esso appena più del 75% ha detto sì. Il programma che è stato votato era connotato da un’agenda forte di politica interna. Prevede, in sintesi, l’introduzione del salario minimo, la prima volta per legge in Germania e del diritto alla pensione anticipata per alcune categorie di lavoratori e di una nuova legislazione entro l’estate che stabilisca la rinuncia definitiva all’energia nucleare riducendo, entro il 2020, e la riduzione insieme dell’emissione di gas serra del 40%... C’è la riaffermazione, ovvia e che non costa niente, della posizione di sempre del paese a favore di una “maggiore unità dell’Europa”,  ma senza alcuna specificazione oltre a quella della dimensione monetaria che è già esistente – ma per il resto il programma ha assai poco da dire sull’Europa. In realtà, e più che altro, sembra essere stata la paura del vuoto a convincere la pur larga maggioranza dei social-democratici a dire di si alla coalizione di governo con Merkel e la CDU. Il fatto è nel partito era sembrata prevalere per settimane una dura reticenza all’accordo e solo l’abilità manovriera di Gabriel aveva intuito che, per disinnescarla, era necessario tirarla alle lunghe. E ci sono, in effetti, voluti due mesi di colloqui condotti a brutto muso come se le elezioni, al dunque, non le avesse stravinte Merkel, ma senza riuscire a strappare la maggioranza assoluta del Bundestag per cinque seggi e, perciò, costretta, per essere incoronata cancelliera la terza volta, a dipendere in sostanza dai social-democratici e dal loro condizionamento. Tra i social-democratici, in effetti, resta vivo il ricordo di come è finita la precedente Grosse Koalition, quando alle elezioni del 2009, l’SPD segnò il peggior risultato elettorale della sua storia che appena adesso cominciano con fatica a riprendersi (New York Times, 14.12.2013, Alison Smale, Social Democrats Secure a Third Term for Merkel― I social-democratici assicurano a Merkel il suo terzo mandato ▬ http://www.nytimes.com/2013/12/15/world/ europe/social-democrats-secure-a-third-term-for-merkel.html?_r=0&gwh=87036A4C95BE35C895A02FFBD8F F67E3&gwt=pay). Però..., però come già si accennava sopra nel capitolo sull’EUROPA e l’economia, la linea della cancelliera, coalizione o non coalizione, non cambia: come sintetizza – ma riportando l’originale con scrupolo – un osservatore attento “neanche l’ombra di un dubbio viene espresso sulla correttezza delle politiche seguite finora, ossia l’austerità e la totale assenza di solidarietà economica.     Ogni paese deve risolvere da solo i suoi guai, riducendo i salari e con feroci tagli ai bilanci pubblici; gli aiuti vengono dati, sotto pesanti condizioni, solo quando si arriva sull’orlo di una crisi sistemica” (Repubblica.it, 21.12.2013, C. Clericetti, Also Sprach Angela Merkel― Così parlò Angela Merkel ▬ http://nuke.carloclericetti.it/Default.aspx? TabId=340). “Gli altri paesi non ci stanno? Li ‘spingeremo’ ad accettare, ha affermato la Merkel”... il cui sunto è che bisogna dare più potere alla Commissione che, del resto, la sua filosofia – austerità e rigore -  condivide pienamente: per tutti, si capisce, ma non per la Germania. Infatti, spiega, adesso il nuovo ministro dell’Economia, Gabriel, presidente dei social-democratici, andrà a Bruxelles a chiarire che sbagliano quando bollano come aiuti di Stato i 5 miliardi di euro che il governo tedesco ha scontati in esenzioni alle acciaierie in specie per il consumo di energia verde. Gabriel ha il compito di battere i pugni e far capire – tuona Merkel – che “la Germania non tollererà un indebolimento delle sue industrie o la perdita di posti di lavoro”― quelli degli altri, sì, è necessario per l’equilibrio dei conti: i suoi, giustamente, mai! Non è cosa nuova: è l’identico atteggiamento “tenuto poco più di un mese fa, quando la Commissione ha dovuto rilevare – perché la cosa è prevista negli accordi sulla sorveglianza macroeconomia – che la Germania ha “sforato” i limiti previsti per il surplus dei conti con l’estero. La reazione corale, tanto del governo che di tutta l’opinione pubblica tedesca, è stata: “Siamo bravi, e allora?”.     E quando nel 2002 la Germania (quella volta in compagnia della Francia) sforò il tetto del 3% del deficit (cosa ripetutasi nel 2003 e 2005), ottenne, in clamorosa deroga alle regole valide per tutti, di non essere sottoposta alle sanzioni della procedura di infrazione. Insomma, le regole sono regole e bisogne renderle ancora più rigide, ma se è la Germania a infrangerle o sono sbagliate o sono state interpretate male”. Già. Ma chi davvero la spernacchierà in faccia, dicendoglielo? Chi? Senza confessare insieme di avere coi suoi cedimenti passati consentito a lei di spadroneggiare e di spingere a rovinarsi per puro egoismo tutta l’Unione? Senza mai neanche tentare poi, in realtà, di far superare al suo paese l’incapacità, proprio con lei ormai congenita – certo dovuta sempre, ma ormai a sessant’anni di distanza e ben vaccinata, al retaggio nazista d’antan che già Brandt e Kohl avevano avviato a superamento – di trasformare un indubbio primato economico in una leadership egemonica geo-strategica di tutta l’Unione europea. Anche se ormai, come conclude il nostro osservatore sul sito citato, tuttaltro che un eurofobo – garantiamo – anzi “solo la Germania e la Bundesbank continuano a non avere dubbi sulla necessità di perseverare”sulla strada del rigore.“Ma qui c’è anche di più: c’è la pretesa di essere così tanto i migliori da non poter mai essere messi in discussione. E questo è veramente troppo”: rigore ma per tutti ma non per sé... GIAPPONE ●Dopo avere tergiversato per qualche mese, sapendo bene dello tsunami politico che avrebbe scatenato, il primo ministro Shinzo Abe s’è recato in visita il 25 dicembre al sacrario di guerra di Yasukuni, a Tokyo, dove insieme a migliaia di soldati “morti per l’Imperatore” nel corso delle guerre combattute dal Giappone compresa la seconda guerra mondiale (dal 1867 al 1951), sono tumulate anche le spoglie di una decina dei maggiori criminali di guerra processati, condannati e impiccati. Come, con una decina di altri  il gen. Hideki Tojo, primo ministro per quasi tutta la seconda guerra mondiale per le atrocità effettivamente commesse in nome della patria dal tribunale militare americano nel 1945, dopo la sconfitta e la resa senza condizioni di Tokyo. Era la prima volta che un premier nipponico tornava a Yakusuni in pompa magna e diretta televisiva dal 2006. Lo stesso Abe, nella sua primo mandato come primo ministro subito dopo l’ultimo del premier nazionalista Koizumi, tra il 2006 e il 2007 aveva evitato di andare di persona all’omaggio di Yasukuni. Una palese provocazione e, come tale, inevitabilmente letta in tutta l’Asia orientale da parte di un politico noto  nel suo paese e in tutta la regione per le sue aperte considerazioni revisioniste della storia giapponese recente. Abe giura che qualsiasi paese sottoponesse a analisi storica il suo passato militare, ci troverebbe fior di crimini di guerra― nessuno escluso: e sicuramente ha ragione, visto che i crimini di guerra sono insiti proprio nel concetto stesso di guerra e che ai tribunali militari istituiti dai vincitori ci arrivano sempre e solo i vinti. Ma giura anche che i crimini di guerra per i quali i suoi criminali sono stati impiccati non erano tali― e questo se lo inventa: il sacco di Nanchino e le decine di migliaia di civili cinesi decapitati in piazza, sono un fatto storico, documentato, fotografato e filmato nel 1937 (▬ http://www.csee.umbc.edu/~kunliu1/Nanjing_Massacre.html). Così come un fatto storico è la schiavitù cui le truppe nipponiche sottomisero per il loro “conforto” decine di migliaia di “donne appunto di conforto”, sia cinesi che coreane; così come, prima, un crimine di guerra fu certamente l’invasione e la conquista militare della Manciuria... Subito sono scattate le proteste, sul piano diplomatico-politico e, soprattutto, a livello di massa nei paesi che più di ogni altro, come le due Coree e la Cina, hanno sofferto nella prima metà del secolo scorso delle mire imperiali del Sol Levante (New York Times, 25.12.2013, Hiroko Tabuchi, Japanese Prime Minister Visits Contentious War Shrine― Il primo ministro giapponese visita il polemicamente discusso sacrario di guerra ▬ http://www.nytimes.com/2013/12/26/world/asia/japanese-premier-visits-contentious-war-shrine.html?_r=0).    ● Fin qui, tutto bene...   (vignetta) Agenda nazionalista                         Costituzione pacifista   Fonte:  Liane Zaobao/Singapore― United Morning Paper, Heng, Kim-song, 23.12.2013 ●In effetti, la lettura che in Asia, ma anche in Giappone – e per primo, allarmato dalle vantate  tendenze nazional-estremiste del premier proprio il reporter nipponico che scrive da Tokyo per il NYT – danno del primo anno del premier è secca: “concentrata soprattutto sul ridare vigore a un’economia giapponese da lungo tempo malata, nelle sue intenzioni la ritrovata capacità economica del paese è però solo un mezzo rispetto al fine: edificare un Giappone più potente, più in grado di imporsi, completo di un potere militare suo pieno e dell’orgoglio da ritrovare nel suo passato della seconda guerra mondiale”. E si tratta di una lettura dei fatti che sembra sempre più convincere anche l’America che, del resto, a quei tempi era alleata di Cina e Corea e in guerra contro il Tenno e l’imperialismo nipponico.  E che, dopotutto, fu essa a impiccare gli eroi di Abe. In definitiva, avrebbero ragione cinesi e coreani e quanti, anche in Giappone, temono le manie di grandezza megalo-vetero imperiali del premier e la sua smania sfrenata di glorificazione del militarismo giapponese del secolo scorso (New York Times, 26.12.2013, Hiroko Tabuchi, With Shrine Visit, Leader Asserts Japan’s Track from Pacifism― Con la visita al sacrario [dei criminali di guerra] il leader asserisce l’allontanamento del Giappone dal pacifismo [istituzionalmente voluto] ▬ http://www.nytimes.com/2013/12/27/world/asia/japanese-premier-visits-contentious-war-shrine.html?_r% 20=%200 &_r=0). Obiettivo dichiarato e pertinace di Abe, che nel 2007 perdette il posto dopo un vano analogo tentativo di revisione obbligata dall’alto in senso nazionalista dei testi scolastici di storia bocciato dal parlamento, è ancora una volta una riscrittura revisionista della storia e, a termine, la riscrittura proprio di una Costituzione che i nazionalisti – storicamente a ragione – considerano imposta al paese dalla sconfitta nella seconda guerra mondiale. In effetti, andò proprio così fu il pro-console vincitore, l’americano superguerrafondaio gen. Douglas MacArthur, a scrivere la nuova costituzione pacifista nipponica (New York Times, 28.12.2013, M. Fackler, In Textbook Fight Japan Leaders Seek to Recast History― Nello scontro sui libri di testo, i leaders giapponesi tentano di riscrivere la storia ▬ http://www.nytimes.com/2013/12/29/world/asia/japan-fights-a-political-battle-using-history-texts.html?_r=0).  ●Bisogna concludere, però, che ad Abe e al suo disegno strategico, che trova sul piano specifico,  politico e di ambizioni da grande-media potenza, resistenze forti anche all’interno, tra i maggiorenti stessi del suo partito, forse va meglio per ora con l’equazione un po’ più di inflazione per rilanciare la crescita. Ma non è affatto certo che la ricetta vada poi bene anche ai  giapponesi: fanno notare al Tesoro che se i prezzi aumentano non riescono, invece, a sbloccarsi i salari: a novembre i consumi delle famiglie sono saliti dello 0,2%, nove volte di meno dell’1,8 che si attendevano il governo e le sue previsioni statistiche. Il fatto è che Abe è di certo un interventista in economia ma non al punto di obbligare le imprese a  ridistribuire ai dipendenti quanto vanno guadagnando di più sul mercato, proprio grazie al suo interventismo. Lui da ordini volentieri alla Banca centrale e al Tesoro ma si raccomanda alla sensibilità e al buon cuore dei padroni del Keidanren, la Confindustria giapponese. E, come è ovvio, quelli non lo stanno neanche a sentire... (le Monde, 27.12.2013, P. Mesmer, Les Japonais ne profitent pas des ‘Abenomics’ ▬ http://www.lemonde.fr/economie/article/2013/12/27/les-japonais-ne-profitent-pas-des-abenomics_43  40584_3234.html[1] Cfr. Karl Marx, Il Capitale, ed. ital. Newton Compton, e ed. e-book, vol.1, sez 1▬ http://www.libreriauniversitaria.it/ ebook/9788854125742/autore-karl-marx/il-capitale-ebook.htm.[2] Ambrogio, Aurelius Ambrosius (Treviri – anche lui!!! – vescovo  di Milano, 339/340 d.C. – Milano, 397 d.C.: Natura omne fecit commune. Usurpatio fecit privatum (De Officiis, I 28, PL16,67).[3] Il 19 dicembre, subito, il parlamento danese approva la messa a disposizione dell’OPCW di una nave porta- containers di proprietà privata e di una fregata della marina militare. Risulta che altri parlamenti stiano lavorando nello stesso senso ma non risulta che lo stia facendo, neanche in commissione la Camera dei deputati in Italia.[4] Emile Nakhleh, ex ufficiale anziano della CIA, attualmente docente di politiche internazionali all’università del New Mexico e autore, tra altri lavori, di A Necessary Engagement: Reinventing America’s Relations with the Muslim World― Un impegno necessario: reinventare i rapporti dell’America con il mondo islamico, ed. Princeton University Press, 2009.[5] Era il secondo nome che, seguendo l’uso dell’etnia dei Xhosa, gli aveva dato il padre. Il vero “soprannome” con cui lo chiama tutto il suo paese – anche avversari e nemici – è, invece, Madiba― il nome del clan di cui i Mandela sono membri. E qui, il nome del clan è molto più importante del cognome di una famiglia, riferendosi agli antenati da cui essa discende. Nel caso di Mandela, quello di un capo della tribù Thembu che nel 18° secolo aveva governato il Transkei, 2 milioni e mezzo di abitanti e 50 mila Km2, nella regione orientale del Capo. In Sudfarica è considerato segno di considerazione, di cortesia e, anche, di affetto chiamare qualcuno col nome del suo clan.[6] E’ l’idea che data almeno da Adam Smith, intorno al 1750 (A. Smith, The Theory of Moral Sentiments, 1759― Teoria del sentimento morale), alla scuola dell’illuminismo scozzese e del cosiddetto consequenzialismo (dove si giudica dai risultati di qualcosa o qualcuno). Ma che è stata popolarizzata nel secolo scorso nei lavori del sociologo americano Robert K. Merton (R. K.Merton, The Unanticipated Consequences of Purposive Social Action― Le conseguenze impreviste dell’azione sociale deliberatamente voluta, American Sociological Review 1 (6): 904 - 1936 ▬ http://www.d. umn.edu/cla/faculty/jhamlin/4111/2111-home/CD/TheoryClass/Readings/MertonSocialAction.pdf).[7] Spiega la fonte che “il Bosforo, il bracco d’acqua di 31 Km. che divide in due la vecchia Bisanzio – la grande metropoli moderna di Istanbul – fornisce un’istruttiva quanto erudita metafora delle turbolenze scandalistiche e procellose comunque che scuotono oggi la politica turca. Il Mar Nero è proprio quello che i geologi chiamano un “lago meromittico”, con il 90% del suo volume formato da una strana acqua priva di ossigeno e a bassissima salinità. Per contrasto , il Mediterraneo cui quel “lago” è collegato dal Bosforo via il Mare di Marmara, è ad alto contenuto salino. Il risultato è un’idrologia altamente inusuale e complessa scoperta solo nel 1935. Le sue correnti e controcorrenti mistificano tutt’oggi gli scienziati: quasi quanto, cioè, la politica turca”.[8] Per cui Cesare, nella Vita che ne racconta Plutarco (46-125 d. C., cap. X), ripudiò Pompea Silla, il cui amante Publio Clodio Pulcro era stato colto in casa sua travestito da ancella. Lui rifiutò di denunciarli ma pretese il divorzio perché, appunto, la moglie di Cesare deve...[9] Vedi alla prossima Nota qui a fondo pagina, Nota6: a dimostrazione che l’ordine esecutivo immediato di scioglimento e messa in liquidazione di RIA Novosti non era ancora diventata realtà ancora diversi giorni dopo l’annuncio...[10] Dove, senza preavviso, il 9 dicembre all’improvviso la presidenza della Repubblica  ha deciso di dissolvere la più nota agenzia di stampa che dedicava la sua attenzione soprattutto al mercato internazionale, la RIA Novosti, ufficialmente per ragioni, come si dice, di consolidamento dei costi, ufficiosamente per aver fato male il suo lavoro di rappresentare in modo efficace all’estero il punto di vista russo degli eventi e dei fatti ma, secondo la stessa Agenzia “per poter esercitare un maggiore controllo del già controllato settore del’informazione statale” e  nominato a capo della nuova Agenzia – Rossiya Sevodnya― Russia oggi – un  suo uomo di assoluta fiducia, un commentatore televisivo assai popolare, molto tradizionale e molto aspro coi critici eterodossi come Dmitry K. Kiselyov.     “La Russia ha la sua politica indipendente e difende con forza i suoi interessi nazionali – ha spiegato proprio a RIA Novosti, Sergei Ivanov, il capo dello staff di Vladimir Putin –. E’ difficile spiegarlo al mondo. Ma è possibile e dobbiamo farlo” (New York Times, 9.12.2013, S. L. Myers, Without notice, Putin Scraps Kremlin News Agency― Putin elimina [e rimpiazza] senza preavviso [ma la cosa – in fondo è lui il “padrone” no? – ci sembra ‘normale’] l’agenzia di stampa del Cremlino [che, in sé, poi non sembra manco una gran notizia...] ▬ http://www.nytimes.com/2013/12/10/world/europe/putin-scraps-kremlin-news-agencies.html?_r=0).[11] Però – e in questi giorni in cui tutti, lui compreso, hanno alzato i loro peana a Mandela, è pur necessario ricordarlo: fu Peres colui che scelse di allearsi, negli anni ’70 come ministro della Difesa di Israele, col Sudafrica dell’apartheid in quella che dichiarava essere “la comune battaglia dei due Stati per la civiltà” volendo dotare Israele – anche e proprio con l’alleanza inconfessabile e l’aiuto, in parte almeno anche finanziario e tecnologico pare, del Sudafrica razzista – dell’armamento nucleare che oggi ha. E che – ora è documentato – proprio lui aveva anche offerto di vendere, “con bombe di tre diverse dimensioni e portata” al Sudafrica del governo super-razzista P. W. Botha    (1. Guardian, 24.5.2010, C. MacGreal, How Israel offered to sell South Africa nuclear weapons― Come Israele offrì di vendere al Sud Africa [quello dell’apartheid più inverecondo e profondo] le armi atomiche ▬ http://www.the guardian.com/world/ 2010/may/23/israel-south-africa-nuclear-weapons; 2. Israel and the South African Nuclear Bomb Documents:  i testi originali, fotografati a Pretoria, dei documenti supersegreti di Pretoria firmati tra P.W. Botha e S. Peres ▬ http://what reallyhappened.com/WRHARTICLES/israel_south _african_nuclear_bomb_documents.html).     D’altra parte, per restare a Israele, più ipocrita di lui forse c’è stato proprio e solo Netanyahu che ha levato il suo omaggio al defunto Mandela proclamandolo “un grande combattente della libertà che ha sempre sconfessato la violenza” (Haaretz, 6.12.2013, Netanyahu pays tribute to Mandela▬ Netanyahu rende omaggio a Mandela ▬ http://www. h haaretz.com/news/world/1.562059).     Che è un attacco subdolo, a dir poco, ma in realtà del tutto stupido ai palestinesi. E è anche falso visto che Mandela fu il fondatore e l’animatore del braccio armato dell’ANC e, senza mai lasciarsi andare al terrorismo puro e indiscriminato – questo sì: sapeva fare politica, Nelson Mandela – ha sempre difeso e sostenuto il diritto alla resistenza anche armata anche violenta sì, contro l’apartheid. Senza rinunciare a discutere poi e anche a trattare con chi, dall’altra parte, a un certo punto che l’apartheid fosse sbagliato e non accettabile s’era reso conto...  www.angelogennari.com
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IL PROSSIMO FORUM SOCIALE MONDIALE. si terrà A TUNISI, nel MARZO 2015

IL PROSSIMO FORUM SOCIALE MONDIALE. si terrà A TUNISI, nel MARZO 2015   E’ una notizia di grande importanza che mostra come le organizzazioni sociali ed i movimenti sappiano comprendere più della “politica” quali siano gli scenari e le aree su cui concentrare l’attenzione , costruire rapporti, codecidere le attività e gli interventi da promuovere. A Marzo scorso noi siamo stati, con la rete italiana  e tanti altre reti, protagonisti della costruzione nel FSM dello “ Spazio dell’Alternativa Mediterranea “,che ha dato vita ad un interessante confronto, avente come bussola, tra altro, l’affermazione della Democrazia, attraverso i Diritti e la costruzione di una Comunità Mediterranea. Ritornare a Tunisi dopo due anni, costringe tutti noi a verificare materialmente il cammino fatto e a preparare azioni capaci di spingere in avanti i processi di codecisione e coprogettazione degli interventi. Oggi il Mediterraneo ed i paesi delle sue sponde,attraversati dal sommovimento profondo prodotto dalla crisi dell’Eurozona, da quella che scuote l’insieme del mediterraneo( nord e sud) e da quella meno appariscente in questa fase,ma sempre attiva, che attraversa i Balcani, è ancora di più l’occhio del ciclone della geopolitica. E’ in quest’area che saltano  consolidate egemonie ed equlibri e si perdono per tutti i vecchi rassicuranti punti di riferimento. Gli Usa perdono il ruolo di unica potenza dominate dall’89 in poi; si incrina il triangolo USA, Sauditi, Israele;ritorna in scena , positivamente, l’Iran; si appanna l’immagine della Turchia, si ripropone in maniera vincente la Russia e la Cina continua, con il suo stile non appariscente,nella penetrazione invasiva del continente africano. L’UE, per non smentirsi,  continua a balbettare senza riuscire ad abbozzare una qualche posizione comune tra i gli stati che la compongono. Intanto registrano una pesante involuzione le spinte verso una democrazia fondata sui diritti e la dignità esplose nel nord africa  con la stagione delle primavere e rincula anche l’Islam politico uscito vittorioso dalle urne dopo i terremoti del 2011. La politica delle grandi e medie potenze influenti nell’area, naviga nell’incertezza. In un’ Europa afasica e paralizzata,schiacciata da devastanti politiche di austerità, si prepara  una stagione elettorale all’insegna del rinculo su posizioni nazionaliste involutive,alimentate dal sorgere di vecchie e nuove forme abiette di razzismo e diventa sempre più arduo pensare a politiche radicalmente nuove verso il sud del mediterraneo, in grado di abbandonare le logiche , ormai impraticabili, della “ condizionalità” ( se non fai come diciamo noi non entrerai nel nostro club)  e aprirsi ad un rapporto realmente paritario. Questo processo, però , già rilanciato dal FSM dello scorso anno può consolidarsi ,allargarsi e riprendere quota solo sotto la spinta della società civile dei diversi Paesi. La scelta del Consiglio Internazionale del FSM di ritornare a Tunisi e ripartire da  un grande incontro sociale mondiale è la scelta migliore e più lungimirante  che si potesse fare. Ed è il modo migliore per riaffermare, in questa fase, il ruolo fondamentale del sociale nel difficile processo di transizione apertosi a Sud con le rivolte del 2010-2011,  Prepariamoci quindi a questo incontro. Rafforziamo da subito il nostro impegno in Europa, lavorando all’aggregazione di un campo di forze sempre più ampio per costruire “L’ALTERNATIVA MEDITERRANEA  per  UN’EUROPA DI NUOVA GENERAZIONE”    Verifichiamo il cammino fatto e rilanciamo insieme un percorso di cooperazione e di lotte comuni, perché comuni, per la stragrande maggioranza degli uomini e delle donne dei paesi del bacino, sono i problemi. E solo se ce ne occupiamo tutti, in prima persona, possiamo affrontarli nel segno dei diritti, dell’autonomia, del lavoro, della dignità. Con questa speranza e questo impegno, per la piccola parte di cui siamo capaci,rinnovo a nome mio e della SEM nel suo insieme,a tutti/e voi i più sentiti auguri.  MR  www.sinistraeuromediterranea.it
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La Sinistra Europea si affida a TSIPRAS

La sfida . Dal congresso di Madrid emerge senza ostacoli la candidatura del leader della greca Syriza alla presidenza della Commissione europea. ↳ Alexis TsiprasIl dado è tratto. Dall’altro ieri il par­tito della Sini­stra euro­pea (Se) ha un can­di­dato alla pre­si­denza della Com­mis­sione euro­pea: il 39enne lea­der della greca Syriza, Ale­xis Tsi­pras. L’organizzazione che rag­gruppa la mag­gio­ranza delle forze comu­ni­ste e rosso-verdi del Vec­chio con­ti­nente ha chiuso dome­nica il pro­prio con­gresso a Madrid, indi­vi­duando nel poli­tico elle­nico la figura che dovrà con­durla nella sfida elet­to­rale del pros­simo mag­gio. La scelta della Se – che segue quella del Par­tito socia­li­sta euro­peo (Pse), che ha desi­gnato il tede­sco Mar­tin Schulz – è impor­tante, per­ché aiuta a dare un signi­fi­cato dav­vero «euro­peo» all’appuntamento elet­to­rale di primavera. In realtà, a mag­gio i cit­ta­dini non eleg­ge­ranno diret­ta­mente il suc­ces­sore del con­ser­va­tore por­to­ghese José Manuel Bar­roso: le norme «costi­tu­zio­nali» dell’Unione euro­pea non pre­ve­dono un sistema pre­si­den­ziale. Il número uno della com­mis­sione – l’esecutivo dell’Ue – è scelto dai capi di governo riu­niti nel con­si­glio euro­peo, che devono obbli­ga­to­ria­mente tenere conto delle ele­zioni del par­la­mento euro­peo. L’eurocamera di Stra­sburgo ha un ruolo non secon­da­rio, per­ché detiene un potere d’investitura: se non con­vince la mag­gio­ranza asso­luta dei depu­tati euro­pei, il pre­si­dente inca­ri­cato dai lea­der nazio­nali deve farsi da parte, e si rico­min­cia da capo. Almeno poten­zial­mente, si tratta di rela­zioni poli­ti­che non così lon­tane da quelle vigenti in una (pur imper­fetta) demo­cra­zia rappresentativa. Natu­ral­mente, oltre al pre­si­dente ci sono i sin­goli com­mis­sari (i «mini­stri» della Ue), che ven­gono desi­gnati da cia­scun governo nazio­nale: una pro­ce­dura che di fatto impe­di­sce che la com­mis­sione di Bru­xel­les sia poli­ti­ca­mente omo­ge­nea. L’europarlamento ha comun­que un’ulteriore carta da gio­care, per­ché deve con­ce­dere la «fidu­cia» anche alla com­mis­sione nel suo con­giunto: nel caso in cui la sua com­po­si­zione fosse pale­se­mente in con­tra­sto con l’indirizzo poli­tico emerso dalle urne, i depu­tati di Stra­sburgo potreb­bero negargliela. Den­tro que­sta com­plessa archi­tet­tura isti­tu­zio­nale, lo spa­zio per un’autentica lotta poli­tica è cer­ta­mente molto ridotto, ma la Se appare inten­zio­nata ad occu­parlo. Dalla tri­buna del con­gresso di Madrid il lea­der di Syriza ha sot­to­li­neato la dop­pia sfida che attende la Se: lot­tare con­tro le poli­ti­che di auste­rità, «minac­cia per i popoli d’Europa», e con­tro l’estrema destra, «un peri­colo per la demo­cra­zia». Pro­prio secondo l’esempio della Gre­cia, dove la for­ma­zione di Tsi­pras con­tra­sta sia il governo di «grande coa­li­zione» fra i con­ser­va­tori del pre­mier Anto­nis Sama­ras e i socia­li­sti, sia i neo­na­zi­sti di Alba dorata. Fra le idee-forza della Se, il neo­can­di­dato ha ricor­dato la tra­sfor­ma­zione della Banca cen­trale di Fran­co­forte in un pre­sta­tore di ultima istanza per gli stati Ue (come le nor­mali ban­che cen­trali), la lotta con­tro l’elusione fiscale, un «new deal» per com­bat­tere la disoc­cu­pa­zione e una diversa gestione della crisi dei debiti sovrani. Nella piat­ta­forma finale votata dai dele­gati com­pa­iono anche il «no» al Trat­tato di libero scam­bio Ue-Usa e alla pri­va­tiz­za­zione delle risorse natu­rali, e l’introduzione del diritto al refe­ren­dum su scala europea. Men­tre la nomina di Tsi­pras non ha incon­trato osta­coli, la rie­le­zione alla pre­si­denza della Se del fran­cese Pierre Lau­rent (segre­ta­rio del Pcf) ha sca­te­nato malu­mori interni. Dovuti a que­stioni che di euro­peo hanno pochis­simo, essendo tutte interne alla sini­stra tran­sal­pina: il Par­tie de gau­che dell’ex can­di­dato pre­si­den­ziale Jean-Luc Mélen­chon ha annun­ciato la pro­pria auto­so­spen­sione dall’organizzazione con­ti­nen­tale in pole­mica con la ricon­ferma di Lau­rent. Motivo: il Pcf e il movi­mento di Mélen­chon sono ai ferri corti per le muni­ci­pali del pros­simo marzo, causa l’alleanza dei comu­ni­sti con i socia­li­sti del pre­si­dente Hol­lande. Un «effetto col­la­te­rale» delle assise di Madrid, che rischia di ren­dere arduo il cam­mino della Se in uno stato-chiave come la Fran­cia. Come se già non bastasse, a com­pli­care la mis­sione di Tsi­pras, la debo­lezza strut­tu­rale della Se nei Paesi dell’Europa centro-orientale, dove, con la sola ecce­zione della Repub­blica ceca, rac­co­glie per­cen­tuali da pre­fisso tele­fo­nico o è com­ple­ta­mente assente. Senza dimen­ti­care, ovvia­mente, l’Italia, dove la lista col­le­gata alla Se dovrà fare i conti con lo sbar­ra­mento al 4%. http://ilmanifesto.it/la-sinistra-europea-si-affida-a-tsipras/
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Solo al comando Norma Rangeri, 9.12.2013 IL MANIFESTO—

EDITORIALE Solo al comando Norma Rangeri, 9.12.2013  IL MANIFESTO— Un ple­bi­scito per un uomo solo al comando. La natura del voto che dome­nica ha lan­ciato Mat­teo Renzi alla guida del Pd somi­glia a un’incoronazione più che a un’elezione.La netta impres­sione è che la linea poli­tica e i pro­grammi che i can­di­dati hanno espresso in que­sta cam­pa­gna elet­to­rale abbiano gio­cato un ruolo del tutto secon­da­rio. Certo, il sin­daco di Firenze ha spa­rato con più forza di Cuperlo con­tro il governo — ogni giorno in pra­tica — ma se que­sta fosse stata la carta vin­cente allora Civati, il più deciso con­tro l’alleanza di palazzo Chigi, avrebbe dovuto pren­dere più voti.In realtà i con­te­nuti non sono stati deter­mi­nanti nel decre­tare il trionfo del vin­ci­tore asso­luto delle pri­ma­rie. Dome­nica nei gazebo è acca­duto un feno­meno diverso. Diverso dalle moda­lità delle pri­ma­rie pre­ce­denti — quelle con Prodi, Vel­troni, Ber­sani — dove in sostanza si doveva solo con­fer­mare una scelta di lea­der con­so­li­dati, col­lau­dati e for­te­mente radi­cati nella sto­ria fon­dante del Par­tito democratico.Que­sta volta la spinta è venuta dalla paura di per­dere. In par­ti­co­lare quello che fati­co­sa­mente il Pd aveva por­tato a casa con il voto di feb­braio. Il con­senso al governo di cam­bia­mento di Ber­sani si era rapi­da­mente e rovi­no­sa­mente tra­sfor­mato nel suo con­tra­rio. Anzi­ché un cen­tro­si­ni­stra, una penosa alleanza pro­prio con il peg­giore di tutti, Berlusconi.E, di con­se­guenza, una lace­rante faida interna, le minacce di scis­sioni, il fuoco amico nella bat­ta­glia — umi­liante e penosa — per il Qui­ri­nale. Ha pre­valso dun­que il panico di uno sfal­da­mento defi­ni­tivo, anche gra­zie alla spina nel fianco rap­pre­sen­tata dal Movi­mento 5 Stelle (non a caso il più con­cor­ren­ziale nei con­fronti di Grillo è stato pro­prio Renzi).Così l’uomo che nem­meno un anno fa aveva perso la sfida con Ber­sani, ora viene som­merso da una valanga di consensi.Le stesse regioni rosse, dove for­tis­simo è il vec­chio appa­rato e stret­tis­sima la con­nes­sione tra il ceto politico-amministrativo e la società, gli hanno rega­lato la più alta per­cen­tuale di con­sensi. Un ple­bi­scito che con il 70 per cento a Renzi rati­fica la scelta di un pre­si­den­zia­li­smo di fatto (il sin­daco d’Italia) e con­ferma l’assoluta rile­vanza della comu­ni­ca­zione e del mar­ke­ting poli­tico (le ker­messe della fio­ren­tina Sta­zione Leo­polda). Con la tele­vi­sione che, ancora una volta, ha fatto la dif­fe­renza. E tut­ta­via un risul­tato posi­tivo que­sto voto lo ha pro­dotto: rati­fica la fine di una nomen­cla­tura, soprat­tutto di matrice comu­ni­sta. Del resto negli ultimi anni la parola sini­stra era scom­parsa per­fino dal nome (da Demo­cra­tici di sini­stra a par­tito demo­cra­tico). Con Renzi l’ultimo simu­la­cro cade e quell’equivoco finisce.In ogni caso la sorte del governo delle ristrette intese è nelle sue mani. La frase di Letta, «Lavo­re­remo bene insieme», sem­bra più un atto dovuto che una reale pro­messa. Il pre­si­dente del con­si­glio adesso dorme sonni meno tran­quilli: Renzi non è solo un con­cor­rente per il futuro, ma colui che ha in mano la cor­rente che dà ener­gia al governo.
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