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UN PRODOTTO TOSSICO INVADE L'EUROPA DICHIARAZIONE DEL MOVIMENTO EUROPEO

MOVIMENTO EUROPEOCONSIGLIO ITALIANO________________________________________________________________________________________________UN PRODOTTO TOSSICO INVADE L'EUROPADICHIARAZIONE DEL MOVIMENTO EUROPEO Un prodotto tossico invade l’Europa. Esso provoca intolleranze, sentimenti incontrollati di paura,reazioni violente e aggressività. Il prodotto tossico si chiama “disinformazione” e riguarda letrasmigrazioni che passano dal continente africano – per decenni devastato anche dagli europei – alcontinente europeo ma coinvolge anche l’America Latina, l’Asia e l’Oceania. Queste trasmigrazionihanno reso drammaticamente desueta la Convenzione di Ginevra “per la protezione delle personecivili in tempo di guerra” che appare ora inefficace di fronte alle nuove ragioni che costringonopersone a fuggire da guerre, disastri ambientali e violenze tribali.Ci sono nel mondo più di sedici milioni di rifugiati di cui i tre quarti hanno trovato asilo fuoridall’Europa mentre nell’UE essi non superano l’1% della popolazione residente. Per dare untermine di paragone, l’Europa – che è solo in parte terra di immigrazione (legale, illegale, dirichiedenti asilo) – è stata per decenni terra di emigrazione: dal 1836 al 1914, trenta milioni dieuropei hanno cercato e trovato accoglienza negli USA. Secondo l’UNHCR dal 1° gennaio al 30settembre 2016 gli sbarchi in Europa sono diminuiti del 42% (da 500.042 a 300.927 di cui 166.749in Grecia e 131.702 in Italia) mentre è spaventosamente aumentata (23%) la carneficina nelMediterraneo.Non funziona la politica di ricollocazione fra paesi membri: una percentuale minima di rifugiaticambia Stato di accoglienza con decisioni che ignorano spesso la loro volontà e le esigenze diricongiungimento familiare e sociale. Non potrà funzionare il Regolamento di Dublino secondo laproposta della Commissione se non si modificheranno sostanzialmente i suoi elementi essenzialipassando dallo stato di emergenza a quello di permanenza, se non sarà sancito il carattere vincolantedel principio di solidarietà e se non ci sarà un’efficace protezione e accoglienza dei minori nonaccompagnati. Non c’è ancora vera gestione europea delle trasmigrazioni alle frontiere dell’UE, ilche rende difficile il controllo da parte degli Stati di prima accoglienza e rischia di renderepermanente la sospensione degli accordi di Schengen. Non esistono strumenti finanziari adeguatiper aiutare gli Stati a promuovere ed eseguire politiche di accoglienza, inclusione e sviluppo disocietà interculturali fondate sulla convivenza e il rispetto dell’altro.Il Movimento europeo ha deciso di avviare un’urgente azione con tutti i suoi membri collettivi:- per combattere la disinformazione in tema di immigrazione e asilo- per ottenere una revisione della proposta di modifica del Regolamento di Dublino,presentata dalla Commissione, nel senso indicato più sopra- per chiedere la revisione e l’accelerazione delle procedure che determinano chi ha diritto diasilo e delle misure di accoglienza- per far inserire nelle direttive europee il diritto di circolazione per ricerca di lavoro e ildiritto di asilo previsti dalla Carta dell’ONU- per lanciare, insieme alle organizzazioni che operano a favore dei rifugiati, un’iniziativainternazionale volta a modificare la Convenzione di Ginevra- per far riorientare a favore dell’accoglienza una parte significativa delle spese di coesioneregionale, sociale e territoriale destinate a società inclusive, diverse e plurali dando lapriorità allo sviluppo delle aree interne- per ottenere una vera e propria politica di cooperazione allo sviluppo verso l’Africa chedistingua paesi a regime democratico e paesi dove i diritti dell’Uomo sono costantementeviolati.Roma, 26 ottobre 2016
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UN PRODOTTO TOSSICO INVADE L'EUROPA DICHIARAZIONE DEL MOVIMENTO EUROPEO

MOVIMENTO EUROPEOCONSIGLIO ITALIANO________________________________________________________________________________________________UN PRODOTTO TOSSICO INVADE L'EUROPADICHIARAZIONE DEL MOVIMENTO EUROPEO Un prodotto tossico invade l’Europa. Esso provoca intolleranze, sentimenti incontrollati di paura,reazioni violente e aggressività. Il prodotto tossico si chiama “disinformazione” e riguarda letrasmigrazioni che passano dal continente africano – per decenni devastato anche dagli europei – alcontinente europeo ma coinvolge anche l’America Latina, l’Asia e l’Oceania. Queste trasmigrazionihanno reso drammaticamente desueta la Convenzione di Ginevra “per la protezione delle personecivili in tempo di guerra” che appare ora inefficace di fronte alle nuove ragioni che costringonopersone a fuggire da guerre, disastri ambientali e violenze tribali.Ci sono nel mondo più di sedici milioni di rifugiati di cui i tre quarti hanno trovato asilo fuoridall’Europa mentre nell’UE essi non superano l’1% della popolazione residente. Per dare untermine di paragone, l’Europa – che è solo in parte terra di immigrazione (legale, illegale, dirichiedenti asilo) – è stata per decenni terra di emigrazione: dal 1836 al 1914, trenta milioni dieuropei hanno cercato e trovato accoglienza negli USA. Secondo l’UNHCR dal 1° gennaio al 30settembre 2016 gli sbarchi in Europa sono diminuiti del 42% (da 500.042 a 300.927 di cui 166.749in Grecia e 131.702 in Italia) mentre è spaventosamente aumentata (23%) la carneficina nelMediterraneo.Non funziona la politica di ricollocazione fra paesi membri: una percentuale minima di rifugiaticambia Stato di accoglienza con decisioni che ignorano spesso la loro volontà e le esigenze diricongiungimento familiare e sociale. Non potrà funzionare il Regolamento di Dublino secondo laproposta della Commissione se non si modificheranno sostanzialmente i suoi elementi essenzialipassando dallo stato di emergenza a quello di permanenza, se non sarà sancito il carattere vincolantedel principio di solidarietà e se non ci sarà un’efficace protezione e accoglienza dei minori nonaccompagnati. Non c’è ancora vera gestione europea delle trasmigrazioni alle frontiere dell’UE, ilche rende difficile il controllo da parte degli Stati di prima accoglienza e rischia di renderepermanente la sospensione degli accordi di Schengen. Non esistono strumenti finanziari adeguatiper aiutare gli Stati a promuovere ed eseguire politiche di accoglienza, inclusione e sviluppo disocietà interculturali fondate sulla convivenza e il rispetto dell’altro.Il Movimento europeo ha deciso di avviare un’urgente azione con tutti i suoi membri collettivi:- per combattere la disinformazione in tema di immigrazione e asilo- per ottenere una revisione della proposta di modifica del Regolamento di Dublino,presentata dalla Commissione, nel senso indicato più sopra- per chiedere la revisione e l’accelerazione delle procedure che determinano chi ha diritto diasilo e delle misure di accoglienza- per far inserire nelle direttive europee il diritto di circolazione per ricerca di lavoro e ildiritto di asilo previsti dalla Carta dell’ONU- per lanciare, insieme alle organizzazioni che operano a favore dei rifugiati, un’iniziativainternazionale volta a modificare la Convenzione di Ginevra- per far riorientare a favore dell’accoglienza una parte significativa delle spese di coesioneregionale, sociale e territoriale destinate a società inclusive, diverse e plurali dando lapriorità allo sviluppo delle aree interne- per ottenere una vera e propria politica di cooperazione allo sviluppo verso l’Africa chedistingua paesi a regime democratico e paesi dove i diritti dell’Uomo sono costantementeviolati.Roma, 26 ottobre 2016
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Un conflitto oltre le frontiere- Etienne Balibar-il Manifesto 18 /09/15

Un conflitto oltre le frontiere- Etienne Balibar-il Manifesto 18 /09/15 Settembre 18 Pubblicato in Mesoregione Euromediterranea  Letto 0 volte  dimensione font riduci dimensione font aumenta la dimensione del font  Stampa  Email  Add new comment Un conflitto oltre le frontiere Derive continentali. La decisione della Germania di aprire le frontiere per accogliere i rifugiati per poi richiuderle ha messo in discussione un caposaldo dell’Unione Europea. Ma ha provocato un allargamento politico dell’Europa. Ad entrare non sono Stati, ma uomini, donne e bambini   Étienne Balibar EDIZIONE DEL18.09.2015 PUBBLICATO18.9.2015, 0:45 AGGIORNATO17.9.2015, 21:10 Men­tre i mini­stri dei ven­totto paesi Ue non sono riu­sciti a met­tersi d’accordo sull’attuazione del piano di ripar­ti­zione pro­po­sto dalla Com­mis­sione euro­pea, è senza dub­bio arri­vato il momento di ren­dersi conto dell’entità dell’avvenimento sto­rico a cui deve far fronte la «comu­nità» delle nazioni euro­pee, e delle con­trad­di­zioni che que­sto avve­ni­mento ha messo in luce. Esten­dendo a tutta l’Europa il pro­no­stico che la Can­cel­liera Angela Mer­kel ha for­mu­lato  — «que­sti avve­ni­menti cam­bie­ranno il nostro paese» — biso­gna dire: cam­bie­ranno l’Europa. Ma in che senso? Non abbiamo ancora la rispo­sta. Stiamo entrando in una zona di flut­tua­zioni bru­tali, dove dovremo dar prova di luci­dità e determinazione. Quello che sta avve­nendo è un allar­ga­mento dell’Unione e della stessa costru­zione euro­pea. Ma, a dif­fe­renza dei pre­ce­denti allar­ga­menti, que­sto è impo­sto dagli avve­ni­menti nel qua­dro di uno «stato d’emergenza» e non c’è una­ni­mità. Più che per gli allar­ga­menti del pas­sato, quindi, andrà incon­tro a dif­fi­coltà e pro­vo­cherà scon­tri poli­tici. Soprat­tutto, que­sto allar­ga­mento è para­dos­sale, per­ché non è ter­ri­to­riale ma demo­gra­fico: ciò che «entra in Europa» in que­sto momento non sono nuovi stati, ma uomini, donne e bam­bini. Sono dei cit­ta­dini euro­pei vir­tuali. Que­sto allar­ga­mento, essen­zia­le­mente umano, è anche morale: è un allar­ga­mento della defi­ni­zione di Europa, dall’idea che ha di se stessa fino agli inte­ressi che difende e agli obiet­tivi che si pone. In sostanza è un allar­ga­mento poli­tico, desti­nato a «rivo­lu­zio­nare» i diritti e gli obbli­ghi dei paesi mem­bri. Può fal­lire, ma allora la costru­zione euro­pea stessa avrà poche pos­si­bi­lità di resi­stere. Per que­sto motivo molti oggi in Europa par­lano di momento di verità. È evi­dente che la situa­zione mate­riale e morale creata dall’afflusso dei rifu­giati sia «ecce­zio­nale». Ma per­ché par­lare di stato d’eccezione, di emer­genza, nozione carica di ter­ri­bili signi­fi­cati, che evoca momenti in cui il qua­dro isti­tu­zio­nale della vita sociale vacilla e l’identità col­let­tiva dei popoli trema? Evo­cherò almeno tre ragioni. Addio a Schengen La prima è che, de facto, un pezzo impor­tante della «costi­tu­zione» euro­pea ha smesso di fun­zio­nare: gli accordi di Schen­gen com­ple­tati dai rego­la­menti di Dublino. Que­sta sospen­sione era già chiara da quando il governo tede­sco ha dichia­rato che non avrebbe appli­cato ai rifu­giati siriani la regola dell’immatricolazione nel paese di arrivo in seno alla zona Schen­gen. La deci­sione del 13 set­tem­bre di chiu­dere la fron­tiera con l’Austria, a causa del supe­ra­mento delle capa­cità di acco­glienza della Ger­ma­nia e della cat­tiva volontà degli altri paesi euro­pei, non cam­bia nulla, al con­tra­rio. Mostra che l’apertura e la chiu­sura delle fron­tiere interne dell’Europa è oggetto di deci­sioni arbi­tra­rie degli stati e che la libertà di cir­co­la­zione è sospesa. La seconda ragione è che il «pro­blema migra­to­rio» dell’Europa è com­ple­ta­mente intrec­ciato allo stato di guerra del Medio­riente, che costi­tui­sce la fonte prin­ci­pale dell’afflusso dei rifu­giati. Si tratta di una guerra civile gene­ra­liz­zata, di una cru­deltà e capa­cità di distru­zione senza equi­va­lenti dopo la seconda guerra mon­diale nella nostra regione del mondo, che ha acqui­sito una dina­mica pro­pria. Non potremo fer­marla nell’immediato, soprat­tutto non con inter­venti mili­tari. Il numero delle vit­time e dei rifu­giati che causa aumen­terà. L’esodo, momen­ta­nea­mente con­cen­trato negli stati «tam­pone» (Tur­chia, Gior­da­nia, Libano, Tuni­sia), sta comin­ciando a tra­vol­gerli e minac­cia di farli esplo­dere. Lo spa­zio inve­stito da que­sto con­ta­gio ingloba tutta l’Europa (ivi com­preso benin­teso attra­verso i rischi di dif­fu­sione del terrorismo). Infine, pos­siamo par­lare di stato d’emergenza poi­ché la crisi migra­to­ria sta spez­zando il con­senso sui «valori» con­sti­tu­tivi dello stato demo­cra­tico, che porta a una messa a con­fronto dell’Europa con se stessa, suscet­ti­bile di assu­mere forme vio­lente. Tutti que­sti aspetti sono evi­den­te­mente legati tra loro. La mossa di «Merkiavelli» Dopo l’esplosione della crisi a fine ago­sto, la Can­cel­liera tede­sca ha svolto un ruolo deter­mi­nante nella defi­ni­zione del carat­tere poli­tico degli avve­ni­menti. È lei, in effetti, che ha dichia­rato lo stato di emer­genza pren­dendo misure «uni­la­te­rali» e ha posto la que­stione di una rifon­da­zione dei nostri stati di diritto, esclu­dendo qual­siasi «tol­le­ranza» nei con­fronti delle cor­renti xeno­fobe e raz­zi­ste. Coloro che, come me, deplo­rano asso­lu­ta­mente il modo in cui la Can­cel­liera Mer­kel ha pilo­tato l’imposizione a tutta l’Europa delle poli­ti­che di auste­rità, in par­ti­co­lare l’umiliazione e l’espropriazione della Gre­cia, devono oggi saper rico­no­scere il valore della sua azione e dirlo. Natu­ral­mente, Mer­kel non ha agito da sola: ha inter­pre­tato lo slan­cio di soli­da­rietà di una parte signi­fi­ca­tiva della società tede­sca. Alcuni sup­pon­gono che, così facendo, abbia difeso gli inte­ressi dell’economia tede­sca, ricor­dan­dosi dei bene­fici avuti dal suo paese dall’apporto di altri rifu­giati. Pos­siamo imma­gi­nare che «Mer­kia­velli» (come l’ha chia­mata Ulrich Beck) abbia visto un’occasione per ribal­tare l’immagine di inu­ma­nità che le era stata affi­biata dopo la «solu­zione» della crisi greca. Ma que­ste spie­ga­zioni non bastano e sono soprat­tutto inca­paci di cogliere l’effetto ogget­tivo della deci­sione di Mer­kel, che tra­sforma i dati del pro­blema costi­tu­zio­nale in Europa e inten­si­fica il con­flitto latente sull’identità euro­pea. Forse Mer­kel non ha com­preso subito fino a dove la sua deci­sione l’avrebbe por­tata: ma l’importante è che sia arri­vata a un punto di non ritorno di cui deve adesso assu­mere le con­se­guenze e difen­derne il significato. Si tratta di quat­tro ordini di con­se­guenze di primo piano. Le prime riguar­dano la gestione delle fron­tiere dell’Europa, ma anche del loro rap­porto con la sovra­nità nazio­nale. L’accordo di Schen­gen si basava sul pre­sup­po­sto ambi­guo che è pos­si­bile «met­tere in comune» la fun­zione di sor­ve­glianza delle entrate e delle uscite dallo spa­zio comu­ni­ta­rio, con­ti­nuando però al tempo stesso a con­si­de­rare sovrani gli stati, respon­sa­bili degli indi­vi­dui che si tro­vano sul «pro­prio» ter­ri­to­rio, dal punto di vista della sicu­rezza o della pro­te­zione. Dall’altro canto, l’Unione euro­pea – attra­verso gli allar­ga­menti selet­tivi – aveva cer­cato di man­te­nere con­tem­po­ra­nea­mente sia l’idea che ha voca­zione a incor­po­rare tutte le nazioni euro­pee che l’idea che que­sta mem­ber­ship com­porta delle « con­di­zioni di ade­sione » da rispet­tare (più o meno rigo­ro­sa­mente). Di qui la situa­zione di enclave ana­cro­ni­stica nella quale si tro­vano oggi alcuni paesi dell’ex Jugo­sla­via che costi­tui­scono delle «porte di accesso» al cuore dell’Europa. Que­sta situa­zione non è teni­bile dal punto di vista sia secu­ri­ta­rio che uma­ni­ta­rio: o i paesi bal­ca­nici ver­ranno incor­po­rati all’Europa come mem­bri a pieno titolo oppure l’Europa dovrà abo­lire tutte le pro­ce­dure di sicu­rezza comunitarie. Un con­ti­nente Borderland Ma più in gene­rale appa­rirà che l’Europa «non ha» delle fron­tiere nel senso clas­sico: né fron­tiere «fede­rali» né fron­tiere delle nazioni costi­tuenti. Piut­to­sto, è essa stessa una «fron­tiera» di nuovo tipo, pro­prio alla glo­ba­liz­za­zione, un Bor­der­land o un com­plesso di isti­tu­zioni e di dispo­si­tivi di sicu­rezza estesi su tutto il ter­ri­to­rio, per «rego­lare» i movi­menti di popo­la­zioni, in modo che può essere più o meno vio­lento, più o meno deciso e con­trol­lato demo­cra­ti­ca­mente. Per i cit­ta­dini è com­pli­cato capire que­sto, che però avrà un’influenza sem­pre mag­giore sulla loro vita quo­ti­diana e il loro destino. Di qui la seconda serie di con­se­guenze, sui regimi migra­tori. Nella pole­mica in corso sull’instaurazione delle quote per la ripar­ti­zione dei rifu­giati in Europa, la Ger­ma­nia e la Com­mis­sione euro­pea si aggrap­pano con tutte le forze alla distin­zione tra «rifu­giati» e «migranti eco­no­mici». È facile capirlo: lo fanno per con­ci­liarsi l’opinione pub­blica e per man­te­nere una dif­fe­renza di trat­ta­mento ammi­ni­stra­tivo per chi arriva, senza la quale, appa­re­nen­te­mente, l’unica solu­zione sarebbe di deci­dere l’abolizione delle fron­tiere. Non dirò che que­sta distin­zione non ha senso, la prima cate­go­ria defi­ni­sce uno sta­tuto di diritto inter­na­zio­nale, che non riguarda la seconda. Non c’è difatti uno «sta­tuto del migrante» nel mondo attuale. Ma è chiaro che la dif­fe­renza è social­mente arbi­tra­ria, poi­ché la mon­dia­liz­za­zione sel­vag­gia tende a tra­sfor­mare le zone di pau­pe­riz­za­zione in zone di guerra e reci­pro­ca­mente. Gli abi­tanti fug­gono in massa zone di morte, cor­rendo il rischio di per­dere tutto. Soprat­tutto, biso­gna chie­dersi con quali mezzi, che non siano vio­lenze su grande scala, l’Unione euro­pea potrà attuare una poli­tica di «rin­vio» degli inde­si­de­ra­bili, esclusi dall’ «acco­glienza». Que­sto non ha fun­zio­nato a livello indi­vi­duale, da decenni, e non ha nes­suna pos­si­bi­lità di fun­zio­nare a livello di massa. All’opposto delle con­di­zioni di rifu­giato o di migrante «inde­si­de­ra­bile», quali pro­spet­tive si aprono per coloro che guerre o mise­ria cac­ciano verso l’Europa e che arri­vano a peri­colo della vita? Cosa deve offrire loro l’Europa? Forse è solo l’accesso alla cit­ta­di­nanza euro­pea. Biso­gna quindi che que­sta nozione esca final­mente dal limbo nel quale è rele­gata dal rifiuto degli stati di aprire la strada alla sovra­na­zio­na­lità. Dicendo che stiamo assi­stendo a un allar­ga­mento demo­gra­fico della Ue, volevo appunto indi­care que­sta pro­spet­tiva. Deve essere una pro­spet­tiva rego­lata, nor­ma­liz­zata, ma è ine­lut­ta­bile. Tutti sanno che i rifu­giati che arri­vano adesso non se ne andranno: non tutti, di sicuro, e non subito. Se non vogliamo creare una popo­la­zione di stra­nieri rele­gati in un esi­lio interno per varie gene­ra­zioni, biso­gna aprire ampia­mente la pos­si­bi­lità di inte­gra­zione, cioè lavoro, diritti sociali e diritti cul­tu­rali eguali. Ma la chiave di tutti que­sti diritti e del loro legit­timo pos­sesso, con­tro tutte le stig­ma­tiz­za­zioni raz­zi­ste, è la cit­ta­di­nanza. Visto che il pro­blema si pre­senta su que­sta scala, biso­gna inven­tare nuove moda­lità e nuove pro­spet­tive di accesso alla nazio­na­lità, spe­ci­fi­ca­mente euro­pee, che per que­sto stesso fatto ne modi­fi­cano la defi­ni­zione. Ideal­mente, ne indi­vi­duo due: la prima sarebbe di isti­tuire, accanto all’accesso alla cit­ta­di­nanza euro­pea attra­verso la strada della cit­ta­di­nanza nazio­nale, un accesso diretto a una «nazio­na­lità fede­rale». Se que­sta pro­po­sta appare troppo sov­ver­siva o rischiosa, resta un’altra posi­bi­lità, senza dub­bio migliore : con­si­ste a gene­ra­liz­zare lo «jus soli» in tutta l’Ue. In que­sto modo, l’avvenire dei figli dei rifu­giati sarà garan­tito dall’Europa, e sap­piamo che que­sta pro­spet­tiva è uno dei fat­tori più potenti di inte­gra­zione per gli stessi genitori. L’inganno delle quote d’accoglienza In ultimo, la deci­sione «uni­la­te­rale» della Ger­ma­nia di acco­gliere dei rifu­giati, creando lo stato d’emergenza che ci porta all’allargamento «demo­gra­fico», per l’Europa com­porta delle con­se­guenze eco­no­mi­che strut­tu­rali. Si insi­ste sulle pro­spet­tive di tra­sfor­ma­zione del mer­cato del lavoro, ma si comin­cia anche a par­lare del costo dell’accoglienza e dell’integrazione dei rifu­giati, degli aiuti comu­ni­tari neces­sari per­ché alcuni paesi euro­pei pos­sano far fronte ai com­piti di sal­va­tag­gio, regi­stra­zione e tra­sfe­ri­mento, e delle sov­ven­zioni che costi­tui­scono la logica con­tro­par­tita dell’imposizione delle «quote di accoglienza». Biso­gna dire che, in realtà, l’apertura dell’Europa ai rifu­giati implica a breve ter­mine un cam­bia­mento di dot­trina e di poli­tica che con­trad­dice il regime eco­no­mico attuale. In cifre asso­lute, i rifu­giati rap­pre­sen­tano sol­tanto una pro­por­zione minima della popo­la­zione euro­pea. Ma saranno ancora a lungo a carico di alcuni comuni, regioni, paesi che non sono pre­pa­rati o fanno fronte essi stessi a reali dif­fi­coltà eco­no­mi­che e finan­zia­rie. Biso­gna quindi rove­sciare la ten­denza neo­li­be­ri­sta, aumen­tare il bud­get della Ue in modo signi­fi­ca­tivo, avviare un piano di inter­gra­zione su scala euro­pea, pro­muo­vere la soli­da­rietà tra stati e costruire in comune una nuova società, vegliando in par­ti­co­lare a che l’integrazione dei rifu­giati sul mer­cato del lavoro non avvenga a detri­mento dei «vec­chi euro­pei», o inver­sa­mente. Ma que­sta pia­ni­fi­ca­zione deve esi­gere a sua volta dei cam­bia­menti di poli­tica mone­ta­ria, dei pro­gressi nella costru­zione fede­rale, che pos­sono essere decisi e appli­cati demo­cra­ti­ca­mente, oppure impo­sti tec­ni­ca­mente. In quest’ultimo caso fal­li­ranno, nell’altro hanno una spe­ranza di riu­scire. Comin­ce­remo a capire che ci vuole un’altra Europa, per­ché l’Europa possa far fronte ai com­piti che, improv­vi­sa­mente, incom­bono, un’Europa che si tra­sformi, o che cambi forma politica. Nulla di tutto ciò, cer­ta­mente, potrà farsi in modo spon­ta­neo, né all’unanimità. Lo stato di emer­genza migra­to­rio ha fatto esplo­dere, sotto i nostri occhi, le con­trad­di­zioni intra-europee masche­rate, bene o male, dall’ideologia dell’«interesse comune» e delle «norme comuni». La pro­spet­tiva di un nuovo allar­ga­mento suscita vio­lente resi­stenze, che d’ora in ora si stanno tra­sfor­mando in un «fronte del rifuto» poli­ti­ca­mente orga­niz­zato. La que­stione mag­gior­mente discussa è il fos­sato che si è rive­lato tra la «vec­chia Europa» (all’ovest) e la «nuova» (all’est): sono state pro­po­ste varie spie­ga­zioni eco­no­mi­che, cul­tu­rali, sto­ri­che, poli­ti­che, che hanno tutte qual­che per­ti­nenza. Ma nei fatti, il rifiuto arriva anche dall’Olanda o dalla Dani­marca, non solo dalla Polo­nia o dalla Slo­vac­chia, per non par­lare della Gran Bre­ta­gna o per­sino della Fran­cia, che ha accet­tato solo tar­di­va­mente l’idea di quote vin­co­lanti, sem­pre cer­cando di mini­miz­zarne gli obbli­ghi. In realtà, la divi­sione mag­gior­mente rive­la­trice, quella che separa dav­vero due «Europa», attra­versa tutti i paesi, anche se con pro­por­zioni e rap­porti di forza diversi. È certo mira­co­loso che gran parte della popo­la­zione tede­sca sia accorsa in soc­corso dei rifu­giati siriani. Ma è altret­tanto signi­fi­ca­tivo che i capi della Csu si siano aper­ta­mente deso­li­da­riz­zati da que­sta poli­tica, arri­vando fino a con­clu­dere una alleanza con Vik­tor Orban e che la Frank­fur­ter All­ge­meine Zei­tung abbia pub­bli­cato un edi­to­riale per dichia­rare che «i paesi dell’est hanno ragione». Dopo la chiu­sura «prov­vi­so­ria» della fron­tiera con l’Austria, gli stessi si ral­le­grano aper­ta­mente per il «passo indie­tro senza pre­ce­denti» della cancelliera. Xeno­fo­bia continentale In realtà, ciò che è in via di costi­tu­zione in Europa è un fronte trans­na­zio­nale del rifiuto dei rifu­giati, di cui i gruppi aper­ta­mente raz­zi­sti e vio­lenti sono sol­tanto la punta estrema. Senza dub­bio assi­ste­remo per la prima volta a ciò che finora era sem­pre fal­lito a causa di riva­lità e nazio­na­li­smi: l’emergenza di un «par­tito» xeno­fobo uni­fi­cato in Europa. In rea­zione a ciò, l’Europa della soli­da­rietà non potrà evi­tare una lotta poli­tica deter­mi­nata, che comin­cia con la con­danna intran­si­gente delle vio­lenze con­tro i migranti, e pro­se­gue con la riven­di­ca­zione delle con­di­zioni di acco­glienza, che ho evo­cato prima. È que­sta lotta, se verrà vera­mente fatta, che «tra­sfor­merà» più pro­fon­da­mente l’Unione euro­pea. Ma la vit­to­ria non sarà facile. Da una pro­spet­tiva fran­cese, dove il Fronte nazio­nale ha con­ta­mi­nato tutta la vita poli­tica, pos­siamo dire che sarà molto dif­fi­cile. Ma è ine­lut­ta­bile, poi­ché la causa dei rifu­giati, se non fa passi avanti nell’opinione pub­blica e nelle isti­tu­zioni, rischia di indie­treg­giare molto in fretta e brutalmente. Que­sta lotta ha quindi biso­gno di una forte legit­ti­mità: in ogni paese e in tutta l’Unione. Ma la sola legit­ti­mità che, in ultima ana­lisi, sia in misura di inva­li­dare e di neu­tra­liz­zare le resi­stenze è la legit­ti­mità demo­cra­tica diretta. Que­sta legit­ti­ma­zione demo­cra­tica è il solo modo per per­met­tere alla Ger­ma­nia di pas­sare dall’iniziativa uni­la­te­rale alla soli­da­rietà comu­ni­ta­ria, senza la quale, mal­grado la sua ric­chezza e deter­mi­na­zione, non potrà riu­scire. È sto­ri­ca­mente deci­sivo che, per la prima volta dopo la riu­ni­fi­ca­zione degli anni Novanta, la Ger­ma­nia abbia di nuovo biso­gno della soli­da­rietà di altri paesi euro­pei: que­sta volta, però, non ne ha biso­gno solo per se stessa, ma nell’interesse di tutti. È una carat­te­ri­stica del «momento euro­peo» ecce­zio­nale che stiamo vivendo.   CONDIVIDI: FACEBOOK GOOGLE+ LINKEDIN TWITTER EMAIL                  Facebook                               Google+                               LinkedIn                               Twitter                               WhatsApp                               Email              SCARICA IN: PdfePubmobi     Vota questo articolo   Un conflitto oltre le frontiere- Etienne Balibar-il Manifesto 18 /09/15 Settembre 18 Pubblicato in Mesoregione Euromediterranea  Letto 0 volte  dimensione font riduci dimensione font aumenta la dimensione del font  Stampa  Email  Add new comment Un conflitto oltre le frontiere Derive continentali. La decisione della Germania di aprire le frontiere per accogliere i rifugiati per poi richiuderle ha messo in discussione un caposaldo dell’Unione Europea. Ma ha provocato un allargamento politico dell’Europa. Ad entrare non sono Stati, ma uomini, donne e bambini   Étienne Balibar EDIZIONE DEL18.09.2015 PUBBLICATO18.9.2015, 0:45 AGGIORNATO17.9.2015, 21:10 Men­tre i mini­stri dei ven­totto paesi Ue non sono riu­sciti a met­tersi d’accordo sull’attuazione del piano di ripar­ti­zione pro­po­sto dalla Com­mis­sione euro­pea, è senza dub­bio arri­vato il momento di ren­dersi conto dell’entità dell’avvenimento sto­rico a cui deve far fronte la «comu­nità» delle nazioni euro­pee, e delle con­trad­di­zioni che que­sto avve­ni­mento ha messo in luce. Esten­dendo a tutta l’Europa il pro­no­stico che la Can­cel­liera Angela Mer­kel ha for­mu­lato  — «que­sti avve­ni­menti cam­bie­ranno il nostro paese» — biso­gna dire: cam­bie­ranno l’Europa. Ma in che senso? Non abbiamo ancora la rispo­sta. Stiamo entrando in una zona di flut­tua­zioni bru­tali, dove dovremo dar prova di luci­dità e determinazione. Quello che sta avve­nendo è un allar­ga­mento dell’Unione e della stessa costru­zione euro­pea. Ma, a dif­fe­renza dei pre­ce­denti allar­ga­menti, que­sto è impo­sto dagli avve­ni­menti nel qua­dro di uno «stato d’emergenza» e non c’è una­ni­mità. Più che per gli allar­ga­menti del pas­sato, quindi, andrà incon­tro a dif­fi­coltà e pro­vo­cherà scon­tri poli­tici. Soprat­tutto, que­sto allar­ga­mento è para­dos­sale, per­ché non è ter­ri­to­riale ma demo­gra­fico: ciò che «entra in Europa» in que­sto momento non sono nuovi stati, ma uomini, donne e bam­bini. Sono dei cit­ta­dini euro­pei vir­tuali. Que­sto allar­ga­mento, essen­zia­le­mente umano, è anche morale: è un allar­ga­mento della defi­ni­zione di Europa, dall’idea che ha di se stessa fino agli inte­ressi che difende e agli obiet­tivi che si pone. In sostanza è un allar­ga­mento poli­tico, desti­nato a «rivo­lu­zio­nare» i diritti e gli obbli­ghi dei paesi mem­bri. Può fal­lire, ma allora la costru­zione euro­pea stessa avrà poche pos­si­bi­lità di resi­stere. Per que­sto motivo molti oggi in Europa par­lano di momento di verità. È evi­dente che la situa­zione mate­riale e morale creata dall’afflusso dei rifu­giati sia «ecce­zio­nale». Ma per­ché par­lare di stato d’eccezione, di emer­genza, nozione carica di ter­ri­bili signi­fi­cati, che evoca momenti in cui il qua­dro isti­tu­zio­nale della vita sociale vacilla e l’identità col­let­tiva dei popoli trema? Evo­cherò almeno tre ragioni. Addio a Schengen La prima è che, de facto, un pezzo impor­tante della «costi­tu­zione» euro­pea ha smesso di fun­zio­nare: gli accordi di Schen­gen com­ple­tati dai rego­la­menti di Dublino. Que­sta sospen­sione era già chiara da quando il governo tede­sco ha dichia­rato che non avrebbe appli­cato ai rifu­giati siriani la regola dell’immatricolazione nel paese di arrivo in seno alla zona Schen­gen. La deci­sione del 13 set­tem­bre di chiu­dere la fron­tiera con l’Austria, a causa del supe­ra­mento delle capa­cità di acco­glienza della Ger­ma­nia e della cat­tiva volontà degli altri paesi euro­pei, non cam­bia nulla, al con­tra­rio. Mostra che l’apertura e la chiu­sura delle fron­tiere interne dell’Europa è oggetto di deci­sioni arbi­tra­rie degli stati e che la libertà di cir­co­la­zione è sospesa. La seconda ragione è che il «pro­blema migra­to­rio» dell’Europa è com­ple­ta­mente intrec­ciato allo stato di guerra del Medio­riente, che costi­tui­sce la fonte prin­ci­pale dell’afflusso dei rifu­giati. Si tratta di una guerra civile gene­ra­liz­zata, di una cru­deltà e capa­cità di distru­zione senza equi­va­lenti dopo la seconda guerra mon­diale nella nostra regione del mondo, che ha acqui­sito una dina­mica pro­pria. Non potremo fer­marla nell’immediato, soprat­tutto non con inter­venti mili­tari. Il numero delle vit­time e dei rifu­giati che causa aumen­terà. L’esodo, momen­ta­nea­mente con­cen­trato negli stati «tam­pone» (Tur­chia, Gior­da­nia, Libano, Tuni­sia), sta comin­ciando a tra­vol­gerli e minac­cia di farli esplo­dere. Lo spa­zio inve­stito da que­sto con­ta­gio ingloba tutta l’Europa (ivi com­preso benin­teso attra­verso i rischi di dif­fu­sione del terrorismo). Infine, pos­siamo par­lare di stato d’emergenza poi­ché la crisi migra­to­ria sta spez­zando il con­senso sui «valori» con­sti­tu­tivi dello stato demo­cra­tico, che porta a una messa a con­fronto dell’Europa con se stessa, suscet­ti­bile di assu­mere forme vio­lente. Tutti que­sti aspetti sono evi­den­te­mente legati tra loro. La mossa di «Merkiavelli» Dopo l’esplosione della crisi a fine ago­sto, la Can­cel­liera tede­sca ha svolto un ruolo deter­mi­nante nella defi­ni­zione del carat­tere poli­tico degli avve­ni­menti. È lei, in effetti, che ha dichia­rato lo stato di emer­genza pren­dendo misure «uni­la­te­rali» e ha posto la que­stione di una rifon­da­zione dei nostri stati di diritto, esclu­dendo qual­siasi «tol­le­ranza» nei con­fronti delle cor­renti xeno­fobe e raz­zi­ste. Coloro che, come me, deplo­rano asso­lu­ta­mente il modo in cui la Can­cel­liera Mer­kel ha pilo­tato l’imposizione a tutta l’Europa delle poli­ti­che di auste­rità, in par­ti­co­lare l’umiliazione e l’espropriazione della Gre­cia, devono oggi saper rico­no­scere il valore della sua azione e dirlo. Natu­ral­mente, Mer­kel non ha agito da sola: ha inter­pre­tato lo slan­cio di soli­da­rietà di una parte signi­fi­ca­tiva della società tede­sca. Alcuni sup­pon­gono che, così facendo, abbia difeso gli inte­ressi dell’economia tede­sca, ricor­dan­dosi dei bene­fici avuti dal suo paese dall’apporto di altri rifu­giati. Pos­siamo imma­gi­nare che «Mer­kia­velli» (come l’ha chia­mata Ulrich Beck) abbia visto un’occasione per ribal­tare l’immagine di inu­ma­nità che le era stata affi­biata dopo la «solu­zione» della crisi greca. Ma que­ste spie­ga­zioni non bastano e sono soprat­tutto inca­paci di cogliere l’effetto ogget­tivo della deci­sione di Mer­kel, che tra­sforma i dati del pro­blema costi­tu­zio­nale in Europa e inten­si­fica il con­flitto latente sull’identità euro­pea. Forse Mer­kel non ha com­preso subito fino a dove la sua deci­sione l’avrebbe por­tata: ma l’importante è che sia arri­vata a un punto di non ritorno di cui deve adesso assu­mere le con­se­guenze e difen­derne il significato. Si tratta di quat­tro ordini di con­se­guenze di primo piano. Le prime riguar­dano la gestione delle fron­tiere dell’Europa, ma anche del loro rap­porto con la sovra­nità nazio­nale. L’accordo di Schen­gen si basava sul pre­sup­po­sto ambi­guo che è pos­si­bile «met­tere in comune» la fun­zione di sor­ve­glianza delle entrate e delle uscite dallo spa­zio comu­ni­ta­rio, con­ti­nuando però al tempo stesso a con­si­de­rare sovrani gli stati, respon­sa­bili degli indi­vi­dui che si tro­vano sul «pro­prio» ter­ri­to­rio, dal punto di vista della sicu­rezza o della pro­te­zione. Dall’altro canto, l’Unione euro­pea – attra­verso gli allar­ga­menti selet­tivi – aveva cer­cato di man­te­nere con­tem­po­ra­nea­mente sia l’idea che ha voca­zione a incor­po­rare tutte le nazioni euro­pee che l’idea che que­sta mem­ber­ship com­porta delle « con­di­zioni di ade­sione » da rispet­tare (più o meno rigo­ro­sa­mente). Di qui la situa­zione di enclave ana­cro­ni­stica nella quale si tro­vano oggi alcuni paesi dell’ex Jugo­sla­via che costi­tui­scono delle «porte di accesso» al cuore dell’Europa. Que­sta situa­zione non è teni­bile dal punto di vista sia secu­ri­ta­rio che uma­ni­ta­rio: o i paesi bal­ca­nici ver­ranno incor­po­rati all’Europa come mem­bri a pieno titolo oppure l’Europa dovrà abo­lire tutte le pro­ce­dure di sicu­rezza comunitarie. Un con­ti­nente Borderland Ma più in gene­rale appa­rirà che l’Europa «non ha» delle fron­tiere nel senso clas­sico: né fron­tiere «fede­rali» né fron­tiere delle nazioni costi­tuenti. Piut­to­sto, è essa stessa una «fron­tiera» di nuovo tipo, pro­prio alla glo­ba­liz­za­zione, un Bor­der­land o un com­plesso di isti­tu­zioni e di dispo­si­tivi di sicu­rezza estesi su tutto il ter­ri­to­rio, per «rego­lare» i movi­menti di popo­la­zioni, in modo che può essere più o meno vio­lento, più o meno deciso e con­trol­lato demo­cra­ti­ca­mente. Per i cit­ta­dini è com­pli­cato capire que­sto, che però avrà un’influenza sem­pre mag­giore sulla loro vita quo­ti­diana e il loro destino. Di qui la seconda serie di con­se­guenze, sui regimi migra­tori. Nella pole­mica in corso sull’instaurazione delle quote per la ripar­ti­zione dei rifu­giati in Europa, la Ger­ma­nia e la Com­mis­sione euro­pea si aggrap­pano con tutte le forze alla distin­zione tra «rifu­giati» e «migranti eco­no­mici». È facile capirlo: lo fanno per con­ci­liarsi l’opinione pub­blica e per man­te­nere una dif­fe­renza di trat­ta­mento ammi­ni­stra­tivo per chi arriva, senza la quale, appa­re­nen­te­mente, l’unica solu­zione sarebbe di deci­dere l’abolizione delle fron­tiere. Non dirò che que­sta distin­zione non ha senso, la prima cate­go­ria defi­ni­sce uno sta­tuto di diritto inter­na­zio­nale, che non riguarda la seconda. Non c’è difatti uno «sta­tuto del migrante» nel mondo attuale. Ma è chiaro che la dif­fe­renza è social­mente arbi­tra­ria, poi­ché la mon­dia­liz­za­zione sel­vag­gia tende a tra­sfor­mare le zone di pau­pe­riz­za­zione in zone di guerra e reci­pro­ca­mente. Gli abi­tanti fug­gono in massa zone di morte, cor­rendo il rischio di per­dere tutto. Soprat­tutto, biso­gna chie­dersi con quali mezzi, che non siano vio­lenze su grande scala, l’Unione euro­pea potrà attuare una poli­tica di «rin­vio» degli inde­si­de­ra­bili, esclusi dall’ «acco­glienza». Que­sto non ha fun­zio­nato a livello indi­vi­duale, da decenni, e non ha nes­suna pos­si­bi­lità di fun­zio­nare a livello di massa. All’opposto delle con­di­zioni di rifu­giato o di migrante «inde­si­de­ra­bile», quali pro­spet­tive si aprono per coloro che guerre o mise­ria cac­ciano verso l’Europa e che arri­vano a peri­colo della vita? Cosa deve offrire loro l’Europa? Forse è solo l’accesso alla cit­ta­di­nanza euro­pea. Biso­gna quindi che que­sta nozione esca final­mente dal limbo nel quale è rele­gata dal rifiuto degli stati di aprire la strada alla sovra­na­zio­na­lità. Dicendo che stiamo assi­stendo a un allar­ga­mento demo­gra­fico della Ue, volevo appunto indi­care que­sta pro­spet­tiva. Deve essere una pro­spet­tiva rego­lata, nor­ma­liz­zata, ma è ine­lut­ta­bile. Tutti sanno che i rifu­giati che arri­vano adesso non se ne andranno: non tutti, di sicuro, e non subito. Se non vogliamo creare una popo­la­zione di stra­nieri rele­gati in un esi­lio interno per varie gene­ra­zioni, biso­gna aprire ampia­mente la pos­si­bi­lità di inte­gra­zione, cioè lavoro, diritti sociali e diritti cul­tu­rali eguali. Ma la chiave di tutti que­sti diritti e del loro legit­timo pos­sesso, con­tro tutte le stig­ma­tiz­za­zioni raz­zi­ste, è la cit­ta­di­nanza. Visto che il pro­blema si pre­senta su que­sta scala, biso­gna inven­tare nuove moda­lità e nuove pro­spet­tive di accesso alla nazio­na­lità, spe­ci­fi­ca­mente euro­pee, che per que­sto stesso fatto ne modi­fi­cano la defi­ni­zione. Ideal­mente, ne indi­vi­duo due: la prima sarebbe di isti­tuire, accanto all’accesso alla cit­ta­di­nanza euro­pea attra­verso la strada della cit­ta­di­nanza nazio­nale, un accesso diretto a una «nazio­na­lità fede­rale». Se que­sta pro­po­sta appare troppo sov­ver­siva o rischiosa, resta un’altra posi­bi­lità, senza dub­bio migliore : con­si­ste a gene­ra­liz­zare lo «jus soli» in tutta l’Ue. In que­sto modo, l’avvenire dei figli dei rifu­giati sarà garan­tito dall’Europa, e sap­piamo che que­sta pro­spet­tiva è uno dei fat­tori più potenti di inte­gra­zione per gli stessi genitori. L’inganno delle quote d’accoglienza In ultimo, la deci­sione «uni­la­te­rale» della Ger­ma­nia di acco­gliere dei rifu­giati, creando lo stato d’emergenza che ci porta all’allargamento «demo­gra­fico», per l’Europa com­porta delle con­se­guenze eco­no­mi­che strut­tu­rali. Si insi­ste sulle pro­spet­tive di tra­sfor­ma­zione del mer­cato del lavoro, ma si comin­cia anche a par­lare del costo dell’accoglienza e dell’integrazione dei rifu­giati, degli aiuti comu­ni­tari neces­sari per­ché alcuni paesi euro­pei pos­sano far fronte ai com­piti di sal­va­tag­gio, regi­stra­zione e tra­sfe­ri­mento, e delle sov­ven­zioni che costi­tui­scono la logica con­tro­par­tita dell’imposizione delle «quote di accoglienza». Biso­gna dire che, in realtà, l’apertura dell’Europa ai rifu­giati implica a breve ter­mine un cam­bia­mento di dot­trina e di poli­tica che con­trad­dice il regime eco­no­mico attuale. In cifre asso­lute, i rifu­giati rap­pre­sen­tano sol­tanto una pro­por­zione minima della popo­la­zione euro­pea. Ma saranno ancora a lungo a carico di alcuni comuni, regioni, paesi che non sono pre­pa­rati o fanno fronte essi stessi a reali dif­fi­coltà eco­no­mi­che e finan­zia­rie. Biso­gna quindi rove­sciare la ten­denza neo­li­be­ri­sta, aumen­tare il bud­get della Ue in modo signi­fi­ca­tivo, avviare un piano di inter­gra­zione su scala euro­pea, pro­muo­vere la soli­da­rietà tra stati e costruire in comune una nuova società, vegliando in par­ti­co­lare a che l’integrazione dei rifu­giati sul mer­cato del lavoro non avvenga a detri­mento dei «vec­chi euro­pei», o inver­sa­mente. Ma que­sta pia­ni­fi­ca­zione deve esi­gere a sua volta dei cam­bia­menti di poli­tica mone­ta­ria, dei pro­gressi nella costru­zione fede­rale, che pos­sono essere decisi e appli­cati demo­cra­ti­ca­mente, oppure impo­sti tec­ni­ca­mente. In quest’ultimo caso fal­li­ranno, nell’altro hanno una spe­ranza di riu­scire. Comin­ce­remo a capire che ci vuole un’altra Europa, per­ché l’Europa possa far fronte ai com­piti che, improv­vi­sa­mente, incom­bono, un’Europa che si tra­sformi, o che cambi forma politica. Nulla di tutto ciò, cer­ta­mente, potrà farsi in modo spon­ta­neo, né all’unanimità. Lo stato di emer­genza migra­to­rio ha fatto esplo­dere, sotto i nostri occhi, le con­trad­di­zioni intra-europee masche­rate, bene o male, dall’ideologia dell’«interesse comune» e delle «norme comuni». La pro­spet­tiva di un nuovo allar­ga­mento suscita vio­lente resi­stenze, che d’ora in ora si stanno tra­sfor­mando in un «fronte del rifuto» poli­ti­ca­mente orga­niz­zato. La que­stione mag­gior­mente discussa è il fos­sato che si è rive­lato tra la «vec­chia Europa» (all’ovest) e la «nuova» (all’est): sono state pro­po­ste varie spie­ga­zioni eco­no­mi­che, cul­tu­rali, sto­ri­che, poli­ti­che, che hanno tutte qual­che per­ti­nenza. Ma nei fatti, il rifiuto arriva anche dall’Olanda o dalla Dani­marca, non solo dalla Polo­nia o dalla Slo­vac­chia, per non par­lare della Gran Bre­ta­gna o per­sino della Fran­cia, che ha accet­tato solo tar­di­va­mente l’idea di quote vin­co­lanti, sem­pre cer­cando di mini­miz­zarne gli obbli­ghi. In realtà, la divi­sione mag­gior­mente rive­la­trice, quella che separa dav­vero due «Europa», attra­versa tutti i paesi, anche se con pro­por­zioni e rap­porti di forza diversi. È certo mira­co­loso che gran parte della popo­la­zione tede­sca sia accorsa in soc­corso dei rifu­giati siriani. Ma è altret­tanto signi­fi­ca­tivo che i capi della Csu si siano aper­ta­mente deso­li­da­riz­zati da que­sta poli­tica, arri­vando fino a con­clu­dere una alleanza con Vik­tor Orban e che la Frank­fur­ter All­ge­meine Zei­tung abbia pub­bli­cato un edi­to­riale per dichia­rare che «i paesi dell’est hanno ragione». Dopo la chiu­sura «prov­vi­so­ria» della fron­tiera con l’Austria, gli stessi si ral­le­grano aper­ta­mente per il «passo indie­tro senza pre­ce­denti» della cancelliera. Xeno­fo­bia continentale In realtà, ciò che è in via di costi­tu­zione in Europa è un fronte trans­na­zio­nale del rifiuto dei rifu­giati, di cui i gruppi aper­ta­mente raz­zi­sti e vio­lenti sono sol­tanto la punta estrema. Senza dub­bio assi­ste­remo per la prima volta a ciò che finora era sem­pre fal­lito a causa di riva­lità e nazio­na­li­smi: l’emergenza di un «par­tito» xeno­fobo uni­fi­cato in Europa. In rea­zione a ciò, l’Europa della soli­da­rietà non potrà evi­tare una lotta poli­tica deter­mi­nata, che comin­cia con la con­danna intran­si­gente delle vio­lenze con­tro i migranti, e pro­se­gue con la riven­di­ca­zione delle con­di­zioni di acco­glienza, che ho evo­cato prima. È que­sta lotta, se verrà vera­mente fatta, che «tra­sfor­merà» più pro­fon­da­mente l’Unione euro­pea. Ma la vit­to­ria non sarà facile. Da una pro­spet­tiva fran­cese, dove il Fronte nazio­nale ha con­ta­mi­nato tutta la vita poli­tica, pos­siamo dire che sarà molto dif­fi­cile. Ma è ine­lut­ta­bile, poi­ché la causa dei rifu­giati, se non fa passi avanti nell’opinione pub­blica e nelle isti­tu­zioni, rischia di indie­treg­giare molto in fretta e brutalmente. Que­sta lotta ha quindi biso­gno di una forte legit­ti­mità: in ogni paese e in tutta l’Unione. Ma la sola legit­ti­mità che, in ultima ana­lisi, sia in misura di inva­li­dare e di neu­tra­liz­zare le resi­stenze è la legit­ti­mità demo­cra­tica diretta. Que­sta legit­ti­ma­zione demo­cra­tica è il solo modo per per­met­tere alla Ger­ma­nia di pas­sare dall’iniziativa uni­la­te­rale alla soli­da­rietà comu­ni­ta­ria, senza la quale, mal­grado la sua ric­chezza e deter­mi­na­zione, non potrà riu­scire. È sto­ri­ca­mente deci­sivo che, per la prima volta dopo la riu­ni­fi­ca­zione degli anni Novanta, la Ger­ma­nia abbia di nuovo biso­gno della soli­da­rietà di altri paesi euro­pei: que­sta volta, però, non ne ha biso­gno solo per se stessa, ma nell’interesse di tutti. È una carat­te­ri­stica del «momento euro­peo» ecce­zio­nale che stiamo vivendo.   CONDIVIDI: FACEBOOK GOOGLE+ LINKEDIN TWITTER EMAIL                  Facebook                               Google+                               LinkedIn                               Twitter                               WhatsApp                               Email              SCARICA IN: PdfePubmobi     Vota questo articolo  
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il dramma epocale delle migrazioni ad una svolta, per l’Europa.

il dramma epocale  delle migrazioni ad una svolta, per l’Europa. La scelta dirompente della Germania e di Angela Merkel muove nella direzione giusta, pur impattando  con un contraddittorio e complicato scenario Europeo e con un ancor più complicato scenario geopolitico che investe interessi contrastanti delle potenze mondiali in tutta l’area che  va dalle sponde meridionali del Mediterraneo al Sahel e al Corno d’Africa, all’Africa nel suo insieme e dalla penisola arabica all’Hindu Kush. Il problema adesso è capire  se, con la decisiva svolta tedesca,  si creeranno per l’Europa le condizioni  per aggredire le cause recenti e remote di un fenomeno che , come è chiaro a tutti, ha dimensioni, portata  e durata incalcolabili. E quale direttrice di marcia si sceglierà per provare a rimuoverle evitando nuove guerre  da sommare a quelle devastanti già in corso. La storia dei rapporti tra gli Stati Europei e l’Africa è segnata, come noto,  già da prima della sottomissione coloniale dell’Africa, da processi e percorsi di inaudita violenza sfociati nella tratta atlantica degli schiavi (XV-XIX secolo).Deportazione stimata di circa dodici milioni di uomini donne e bambini cui aggiungere oltre due milioni di morti. Giusto per memoria e per aver più chiaro ciò che avviene oggi,  è utile tener presente che, dalla fine del colonialismo , le potenze europee tutte , al dli là delle diverse matrici politico-culturali, hanno continuato a controllare la politica del continente africano  e la sua economia, riempiendo d’armi dittatori interessati prevalentemente, quando non solo, ad arricchirsi personalmente  attraverso contratti con compagnie e stati ex coloniali, tagliati su misura  degli interessi di questi ultimi e comprensivi , naturalmente, della devastazione dei loro territori e della presenza dominante delle grandi multinazionali e dei loro modelli di sviluppo. L’accordo anglo-francese  ( 1915-16)  Sykes - Picot , la conseguente divisione dell’impero ottomano e le modalità con cui fu operata dalle  potenze europee che, come noto,  “si accordarono tra loro sul modo in cui spartirsi quei territori e sulla forma da dare agli Stati sorti dalle ceneri dell’impero caduto senza la minima consultazione delle popolazioni e delle élite locali”, è indubbio che sia la matrice dell’attuale cataclisma che investe l’ex medio oriente. Su di essa, poi, si sonno innestati gli urti geopolitici successivi  delle grandi potenze per la difesa e l’ampliamento delle rispettive posizioni nell’area, dando vita,dopo l’89, alla tragica sequenza di guerre fomentate dalle politiche di potenza americane, nell’assenza e/o subalternità dell’Europa. [ Prima guerra del Golfo (1991) Escalation di W Bush, Guerra Afganistan (2001) seconda guerra del Golfo (2003) Il tutto in un quadro da decenni attraversato dalla polveriera nota come “ questione palestinese” che troppo spesso si tende ad occultare e a minimizzare] . E questo, giusto per restare  a quanto determinatosi nell’ultimo secolo. Se si aggiunge, poi, che tutta l’immensa area  tra Nord Africa ed Asia centro occidentale si presenta oggi come una distesa di territori infiniti e  frammentati , in cui è difficile vedere delinearsi processi di ricomposizione robusti, il quadro esprime uno scenario dalle prospettive dominate da una instabilità di lungo periodo densa, di nubi gonfie di tempeste. Eppure in questi territori nella seconda metà del 900 ed in particolare nell’ultimo quarto di secolo ,si è attivata una dinamica complessa, messa in moto da fattori diversi ( demografia, concentrazione urbana, migrazioni ed esposizioni allo stile di vita occidentale ,emersione di una nuova gioventù frustrata nelle sue aspettative di benessere e protagonismo ma, spesso, tutt’altro che rassegnata . Da qui , nel passaggio del millennio, è emerso un fiorire di posizioni, gruppi e sigle jiadiste , movimenti anche di massa,  palesi e sotterranei , sociali, politici , culturali, economici  e religiosi che hanno intaccato strutture secolari, rotto quietismi ,aperto nuove dinamiche nello stesso mondo religioso. Da questo frullatore nel 2011 sono fuoriuscite anche  le “ primavere arabe(in occidente,  troppo velocemente e superficialmente archiviate o trasformate in autunni o inverni)    che mettevano in discussione assetti di potere ossificati, rapporti sociali inaccettabili e rivendicavano prima di tutto dignità e diritti. Contro di esse si è mosso, con tutta la potenza dei petrodollari, il fronte controrivoluzionario centrato sull’Arabia Saudita ed i suoi satelliti, sostenuto dai loro tradizionali alleati occidentali e ben visto persino da Israele che ha generato, a suon di dollari e di armamenti,   da una parte la reazione furiosa dei generali e il ripristino  delle dittature abbattute ( Egitto), dall’altra la galassia Jiadista ,  in tanta parte sfuggita di mano e precipitata in DAESH. Ma , se è vero che quel sommovimento sorgeva dai problemi sopra appena accennati, la sua spinta propulsiva è tutt’altro che esaurita.     Ed a quei problemi ed a quelle dinamiche bisogna prestare attenzione se si vogliono cercare e sostenere   percorsi , certamente lunghi e difficili, di ricomposizione di una area immensa , oggi in piena eruzione e frammentazione. Chi deve muoversi?, Come e da dove partire? E qui il problema diventa ancor più complesso. E’ indubbio che il ruolo predominante sia elle mani delle grandi potenze mondiali e regionali, dei singoli Stati e delle loro Multinazionali. Ma non basta e non sono solo loro a fare la storia. Quando processi di lungo periodo arrivano a maturazione basta una foto, una marcia , un urlo corale e la storia cambia verso. Così è successo sempre ed è successo in questi giorni in Europa difronte allo straripare dell’onda d’urto di milioni di persone in fuga da guerre, violenze, miseria, fame. Ma anche questa svolta  può assumere segno e propulsione diverse a seconda che nel suo corso si inserisca l’intervento di quella che noi indichiamo come società civile, lo sviluppo e l’alimentazione della cultura e della conoscenza dell’altro, della sua storia. Per questo credo che oggi più che mai il ruolo dell’associazionismo culturale, sociale e politico, dei sindacati, dei movimenti impegnati sul fronte dei diritti, del lavoro, della difesa della dignità delle persone   e della solidarietà sia fondamentale, più che mai. Per questo credo sia , per noi , di grande significato riprendere il percorso tracciato al Forum sociale di Tunisi del Marzo scorso e precisato a Messina nel successivo Giugno ( progetto Averroè “ Erasmus Mediterraneo”; strutturazione di un progetto di scambio  culturale italo-tunisino, rilancio delle proposte contenute nell’appello di Messina, avvio costruzione del Forum permanente  “ L’Uliveto”  , agorà del mediterraneo, partendo da acqua, agricoltura, cittadinanza, abitare, vita, riaffrontare il nodo del partenariato Europa-Mediterraneo del Sud, ripartendo dal processo di Barcellona 95,lavorare alla costituzione di un forum permanente delle città del Mediterraneo. Mimmo Rizzuti (www.sinistraeuromediterranea.it)
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