Ruolo e protagonismo delle Comunità Locali tra Africa ed Europa Filadelfia VV 26/27 ottobre 2017 Comunicazione di Mimmo Rizzuti Accenni di scenario Il clima che si respira in questo momento nel nostro Paese e nell’intera Europa, non è dei migliori.

c Filadelfia VV 26/27 ottobre 2017 Comunicazione  di Mimmo Rizzuti Accenni di scenario               Il clima che si respira in questo momento nel nostro Paese e nell’intera Europa, non è dei migliori. La ginnastica sui decimali di PIL non produce effetti tangibili sugli squilibri territoriali, sulla condizione delle fasce sociali deboli e medie della nostra società, sulla condizione giovanile, sul taglio dei diritti del e nel lavoro, mentre monta l’onda delle chiusure nazionalistiche e sovranistiche. Pesa poi sul nostro Paese,  più che mai,  il macigno di un debito mostruoso e la cappa soffocante delle politiche  economiche restrittive, a tutti note. Muoversi dentro le conseguenti logiche di bilancio nazionale  consente appena di sopravvivere senza alcuna possibilità di arrestare declino e sovranismi, densi di raccapriccianti passati . Gli stati Nazione sono tutti  ,anche se  per motivi diversi,  in gravi difficoltà, compressi, dagli indirizzi politici  di una Unione ridotta a “ pura entità contabile addetta a tradurre in prescrizioni le decisioni dell’alta finanza”. Le risposte dominanti a queste politiche sfociano sempre di più, da una parte,  in chiusure identitarie sforanti, quando non  palesemente precipitanti, nella xenofobia e nel razzismo, dall’altra in spinte alla secessione delle regioni più ricche.  Gli esiti delle elezioni dell’ultimo anno  confermano con i risultati a tutti noti, dagli Usa all’Austria alla Repubblica Ceca, alla stessa Germania, questa poco rassicurante fotografia . Con l’eccezione della Francia  la cui linea ,però, sul piano dell’immigrazione, del mercato del lavoro, dei diritti sociali, della qualità del Welfare, non si differenzia gran che dai sovranisti. “Oggi, purtroppo assistiamo alla chiusura dell’UE e degli Stati che la compongono,  in una visione meschina, miope, cinica e alla fine razzista, ad opera di  classi dirigenti europee che  hanno imboccato un vicolo cieco che spinge verso la morte o l’imbalsamazione dell’Unione stessa, ma segna anche il loro irriducibile tramonto.”(Guido Viale il Manifesto 2/11/2017/)     Come muoversi e che fare  in un quadro con questi connotati? Ricette semplici, preconfezionate non ne sono mai esistite e non  ne esistono in nessuna situazione. Men che mai  ne possono esistere in  un Mondo ipertecnologico in cui muta  e si annulla persino il rapporto spazio –tempo,   dominato dall’economicismo e dalle sue feroci leggi, improntato al credo del massimo profitto e della competizione sfrenata ad esso connaturata, in cui saltano etica, valori , ideali e sfumano fino a svanire  i confini tra legale ed illegale. E allora crediamo che, per quanto difficile, sia necessario provare a cambiare rotta, partendo- per quel che più direttamente ci coinvolge,  dalle realtà più colpite,  la Calabria e il Mezzogiorno d’Italia, in una logica di solidarietà, più che di divisione egoistica e competitiva. Tenendo ben fermo che, ad invertire questa tendenza , a cambiare la rotta dell’UE e delle singole realtà nazionali,  non possono essere personaggi e forze che hanno ridotto il progetto di Ventotene, ad essere generosi,  ad un icona vuota. Un’impresa di tale portata può essere solo tentata  “da un movimento, difficile da costruire che, partendo dall’unificazione delle tante forze disperse oggi impegnate in iniziative di accoglienza e di inclusione dei profughi, -dall’ associazionismo sociale e dalle comunità locali-,  sappia farne la leva per affrontare anche gli altri problemi, attraverso un programma di conversione ecologica per creare milioni di posti di lavoro con cui offrire a profughi e migranti le stesse opportunità di inclusione che spettano ai milioni di disoccupati e di precari che le politiche di austerità hanno disseminato negli ultimi dieci anni.” (Guido Viale il Manifesto 2/11/2017/) Il ruolo ed il protagonismo delle Comunità locali Vitale ,in questo sempre più necessario percorso e processo è l’azione ,il ruolo ed il protagonismo delle comunità locali e dell’Associazionismo sociale.  “Comuni piccoli riuniti e decentramenti di Comuni grandi legati tra di loro attraverso processi negoziali. Sono queste per fortuna o purtroppo “le  uniche entità in cui la democrazia rappresentativa, ormai alle corde, può essere positivamente affiancata da una democrazia partecipata di prossimità. Per riterritorializzare mercati, produzioni agricole e attività industriali e per riportare così democrazia e politica al loro significato originario: quello di autogoverno.”  Il tessuto sociale, produttivo, paesistico delle  Comunità Locali  è il fulcro, senza  alternative, sul quale far leva  per ridefinire orizzonti ed obiettivi, ritessere una  trama valoriale  indispensabile per qualsiasi prospettiva di mutamento, pur  nella consapevolezza dei limiti e delle possibilità, che un’impresa del genere comporta. E’ solo in questa dimensione  che si possono cercare , costruire o ricostruire nuove vie per una diversa qualità dei sistemi territoriali che migliori le condizioni di vita, di sicurezza degli abitanti , dia opportunità vere ai giovani , incentivandoli a restare e a farsi protagonisti del cambiamento, rilanci lo spirito di cooperazione e solidarietà, in alternativa alla competitività selvaggia che espropria, esclude e ghettizza. E’ questa, a mio parere, pur nella sproporzione dei rapporti di forza esistenti, la dimensione che consente di  muoversi nella prospettiva  di una  diversa visione del Mondo e delle società che lo compongono, anche se  rasenta il sogno e l’utopia. Sogno e utopia  sono, però, le risorse che da sempre hanno mosso il mondo.  Le uniche  capaci di riattivare dimensioni umane sostenibili ,speranze , valori e prospettive  che, anche nei momenti più bui, consentono squarci di luce e riaprono percorsi concreti. Aiutano a camminare. Per non andare molto lontano da noi, quanto è avvenuto e avviene a Riace e sta avvenendo in alcuni altri nostri Comuni dell’Accoglienza inseriti nel sistema Sprar calabrese   è la conferma più eloquente dell’ipotesi sopra accennata. Il FORUM di OGGI Noi oggi vogliamo provare, nella regione più disastrata d’Italia, a confrontarci  per capire se ci siano e , in caso affermativo, quali siano i margini per avviare questo percorso. Un percorso che non delega, che mette il nostro futuro e quello della nostra terra in mano nostra e guarda alle comunità locali dell’Africa, del Nord in primis, che si dibattono nelle nostre stesse difficoltà, amplificate dai ritardi accumulati e sottoposte, dopo le tragedie loro imposte dai vecchi e nuovi colonialismi, alle cure devastanti delle politiche neoliberiste imposte dall’occidente e delle guerre di posizionamento geostrategico delle potenze mondiali e regionali.   Ma per farlo con il minimo di approssimazione e senza velleitarismi  è    d’obbligo, inquadrare   la nostra discussione , nella giusta dimensione dello  scenario geopolitico in cui siamo immersi, senza trascurare  un richiamo veloce alla geografia e alla storia. Tanto perché nella dimensione del mondo di oggi, più che mai,   il locale deve necessariamente muovere dentro gli  scenari nazionali e macro regionali  del  globale, in cui è immerso e senza contezza delle proprie potenzialità e della propria storia  non è destinato ad andare  lontano. Le comunità locali per un altro rapporto tra le diverse sponde del mediterraneo di cui l’Italia è il perno geografico, per  cambiare l’Unione Per quanto ci riguarda quindi , non possiamo prescindere dalla dimensione Eurasia -Mediterraneo –Africa. All’interno di questa dimensione va tenuto presente   il dibattito generale e le  iniziative che toccano gli assetti dell’Unione, le sue politiche, il suo rapporto con l’Asia, il Mediterraneo e l’Africa. Problemi che oggi sfioreremo appena, ma che mostrano   l’evanescenza geopolitica dell’UE che pure  occupa i lati sud-est ed ovest dei mondi che “Limes” definisce, ormai da tempo, “ Caoslandia e Ordolandia” . In questa nostra  Europa degli Stati e dei Governi, La UE è sempre più un organismo esangue. In essa ogni singolo stato per affermare la sua egemonia coltiva apertamente le sue zone di influenza. La Germania, ad esempio,  fa leva sulla Mitteleuropa.  E l’Italia?  l’Italia per contare in Europa e nell’interesse dell’Europa tutta dovrebbe organizzare gli spazi mediterranei marittimi e terrestri. Quelli  che aveva costruito e coltivato dall’epoca delle repubbliche marinare tra l’XI° ed il XIV-XV secolo. Quei rapporti intercomunitari fatti di incontri , scontri, conflitti , scambi, commerci, senso dell’altro e crescente spirito comunitario. “ Da quei traffici, da quegli scambi e conflitti nacque e fu fondata l’antica presenza italica dall’età medievale e a quella  moderna,  nei Paesi delle diverse sponde del Mediterraneo. Una presenza che ha costituito, nel quadrante africano-levantino un capitale di influenza del Nostro Paese, fino alla guerra libica del 1911. L’italiano fino a quell’epoca era una sorta di lingua franca degli scambi commerciali, diffuso dall’Egitto al Mar Nero, usato anche per la redazione di trattati internazionali Tra fine ottocento e inizi 900 erano circa un milione gli italiani in diaspora tra Marocco e Anatolia. Il velleitarismo geopolitico dell’ Italietta di Giolitti prima , ripreso con particolare violenza e virulenza da Mussolini poi, distrusse in pochi anni la nostra rete mediterranea , fondamentale per i rapporti con l’ISLAM. Le più recenti  guerre di Serbia del 99 e di Libia del 2011 stanno ulteriormente  disperdendo ciò che di quell’influenza resta nel bacino del Mediterraneo.” Un bacino la cui valenza e matrice strategica cambia a seconda dal punto di osservazione.   . “Visto da noi italiani e dagli altri europei, è il diaframma tra “Ordolandia” e “Caoslandia”. Ci connette e ci separa dalle turbolenze nordafricane, levantine e mediorientali. Nella competizione geopolitica fondamentale che riguarda CINA e USA la bussola si orienta verso la polarità est-ovest e qui il Mare Nostro o ex Nostro diventa anello di una catena trans oceanica”  ( Limes n°6 2017)  di cui , in altra sede, sarebbe interessante approfondire valenza, pericoli e opportunità, perché alla conoscenza  e ad una corretta lettura dello scenario geopolitico in evoluzione sono legate le sorti e le prospettive del nostro Paese e della stessa Europa. Ma noi dovremmo prima di tutto avere contezza della geografia, perché è proprio la  geografia fisica che  disegna la centralità assoluta della nostra Penisola  nella “fenditura acquatica” tra gli stretti di Gibilterra, dei Dardanelli ed il canale di Suez,   che separa Eurasia e Africa e connette l’Oceano Atlantico a quello Indiano, attraverso il Mediterraneo  Di questo bacino la nostra Penisola è il perno geografico. E noi oggi, come in un passato che sembra  totalmente dimenticato, dovremmo sfruttarne, nei modi e nelle forme possibili nella geopolitica e geoeconomia contemporanee, la collocazione, anche per pesare di più nelle dinamiche politiche e geopolitiche dell’UE.  E per affrontare in una diversa prospettiva i numerosi problemi all’ordine del giorno dell’Unione, dal clima , al declino demografico ed economico, geopolitico e strategico. Le Migrazioni , Bandolo della matassa dei problemi che gravano sull’area Euroasiatica- Mediterranea-Africana Il bandolo della matassa di questo intreccio di problemi,  sta in  una ineludibile quanto improbabile svolta di 360 gradi nei confronti dei profughi, dei migranti – perché da questo dipende l’agibilità politica necessaria ad affrontare tutto il resto. E non tanto nelle politiche degli stati nazionali di cui abbiamo accennato, difficili da mutare sostanzialmente nel clima che ci grava addosso, quanto nel ruolo che al loro interno giocano e possono giocare le Comunità Locali.  “L’Italia di oggi , però, non ha colto la lezione della storia. Non si pensa e non si vuole marittima , spinge per stare attaccata alle Alpi per non cadere nell’Africa,  Nega l’utilità stessa della sua centralità Mediterranea” E’ sempre più dentro il Mediterraneo senza una decisa  politica Mediterranea ,anche se sulla questione decisiva delle migrazioni, mostra un’attenzione diversa, ancorchè lontana dalle necessità reali,  rispetto a tanti altri Paesi del Continente e della stessa UE, sul versante   accoglienza /integrazione/assimilazione, spazi delle comunità locali. Un versante scivoloso in cui i nostri governi  e tante nostre comunità locali si muovono in maniera contraddittoria, quando non  fuggono per non rischiare l’impopolarità. In generale, però,  il nostro Paese  non si muove assolutamente in sintonia con la lezione della sua  storia, che per memoria è utile richiamare, anche se  al volo. Un veloce richiamo alla storia  La Roma antica nel Mediterraneo costruì e fece fiorire il suo impero. L’unico impero circummediterraneo. Dalla Renania ai Margini del Sahara, dall’Iberia al Levante, la cui influenza  resistette ben oltre la sua caduta  del 476 d.c. Un’influenza che, si mantenne dopo la divisione tra impero di oriente ed occidente,dopo la penetrazione arabo-islamica  del VII secolo che bisecò il circuito mediterraneo, dopo il grande scisma del 1054.Di Oriente o di Occidente a seconda dei punti di vista.   Un’influenza che fu rilanciata e rimodulata dalle prestigiose repubbliche marinare dall’XI/a tutto il XIV secolo e oltre .Con Genova che inventava il capitalismo moderno (1407),  mentre in parallelo  e in concorrenza Venezia, si muoveva già, attraverso il mediterraneo Orientale lungo  le vie dell’Asia, che oggi riprende,  XI Jinping,  in ottica di globalismo sino centrico, sotto il nome di nuove via della seta.  Una presenza ed una influenza durata secoli che faceva registrare tra fine ottocento e inizi 900 in circa un milione gli italiani in diaspora tra Marocco e Anatolia.  L’italiano fino a quell’epoca era una sorta di lingua franca degli scambi commerciali, diffuso dall’Egitto al Mar Nero, usato anche per la redazione di trattati internazionali. Il velleitarismo geopolitico dell’Italietta di Giolitti prima , ripreso con particolare violenza e virulenza da Mussolini poi, distrusse in pochi anni la nostra rete mediterranea , fondamentale per i rapporti con l’ISLAM.” I possibili spazi e prospettive dell’oggi ed un  confronto  con i fattori demografia, clima, economia, geopolitica tra Europa ed Africa  Oggi, se l’Italia  non recupererà con  la lezione della  sua storia, proiezione e rango geopolitico, se non si riposizionerà politicamente nel Mediterraneo, suo habitat naturale, sarà destinata a seri, ulteriori ridimensionamenti della sua potenza commerciale e del suo peso politico nelle dinamiche interne ed esterne all’UNIONE Solo la consapevolezza piena della  sua posizione geografica, della sua millenaria storia, delle dimensioni e traiettorie  economico-finanziarie e geopolitiche in atto  può arrestarne il declino e lo scivolamento nell’irrilevanza  e può offrirle lo spazio adeguato  per  l’insieme delle sue azioni nazionali e locali. Preliminare diventa, quindi, l’abbandono della concezione e della  lettura che vede il Mediterraneo come fossato a protezione della fortezza Europa dalle  ondate turbolente di milioni di giovani che sconvolgerebbero la nostra casa. Una lettura che risveglia la paura dell’altro, dell’alieno che minaccia la nostra identità e genera i mostri che conosciamo e che abbiamo sperimentato nel passato al nostro interno, con guerre devastanti durate decenni e abomini di ogni sorta. Motore di questa paura è l’impropria equazione : migranti-invasori-terroristi, diventata il mantra dei sovranisti di ogni sorta e non solo . Per meglio comprendere cosa sta avvenendo sul fronte delle migrazioni dei popoli  basta solo dare uno sguardo , anche veloce ai  4 fattori strutturali che determinano i movimenti migratori oggi, come in larga parte anche ieri : demografia, economia, clima e geopolitica. Per restare all’Europa e all’Africa, occorre partire dalla gigantesca asimmetria  demografica.  Oggi L’Europa conta 738 milioni di abitanti , nel 2034 se ne prevedono 734 , nel 2050  707, e nel 2100 646. Di contro in Africa oggi gli abitanti sono 1.186 milioni, nel 2034 saranno 1. 679, 2.478 nel 2050 e 4.889 nel 2100. A questo occorre aggiungere che mentre in Europa l’età mediana è di 45, nell’Africa subsahariana, serbatoio principale  dei flussi migratori, non tocca i 20 anni. A muovere uomini e donne verso terre migliori da quelle in cui vivono è “l’intreccio fra eruzione demografica, depressione economica e mutamento climatico che rende inabitabili sempre maggiori porzioni di territorio a sud del Sahara con l’economia della sussistenza in crisi e l’epidemia della fame che opprime decine di milioni di africani. E allora, in quelle zone, ci si aggrappa alle rimesse degli emigranti, cresciute  di sei volte negli ultimi 15 anni,( il valore delle rimesse per le economie in via di sviluppo ha toccato nel 2015   431,6 miliardi di dollari, quasi tre volte la quantità dell’aiuto pubblico allo sviluppo- fonte Idos-rapporto migrazioni  2016) come avvenuto anche da noi dagli inizi 900 a tutto il primo dopo seconda guerra mondiale . “Il combinato disposto delle emergenze demografica, economica e climatica , contribuisce infine  a rendere cronici e i conflitti che devastano africa e medio oriente, uniti ovviamente alla guerra di posizionamento geostrategico delle potenze mondiali. E quindi patetica appare la corsa dei governi europei a remunerare dittatori di rango  (Erdogan –Al Sisi )  o peggio veri o presunti capi locali tutti più o meno interessati alla gestione delle migrazioni in quanto fonte certa di reddito nel caos  e nella incertezza imperante. Il Caso Libia  è emblematico.” ( N° Limes citato) Altrettanto patetico è l’approccio puramente repressivo. I trafficanti non producono i flussi. Li sfruttano. Il loro potere si esercita semmai nella scelta dei corridoi come possiamo costatare agevolmente. Le dimensioni del fenomeno migratorio hanno assunto un livello tale da lasciare intravedere chiaramente che produrrà nel nostro Paese e in tutta Europa un mutamento del suo stesso profilo sociale e culturale per il quale sarebbe importante provare ad attrezzarsi. Ed è proprio su questo fronte  che noi dobbiamo mettere a frutto la nostra posizione di perno geografico del Mediterraneo, capendo che  non è più il Mare Nostrum “ il sistema in cui tutto si fonde e s ricompone in una unità originale” che ci proponeva  30 anni fa  Fernad Braudel, ma “è sempre più un nastro trasportatore che, in senso est-ovest, solletica le ambizioni egemoniche  della Cina, già largamente presente in Africa” . E poi ci sono gli altri . In questo scenario mutato Noi , partendo dall’impatto dei movimenti migratori e dal ruolo nevralgico che assumono le comunità locali all’interno di una adeguata strategia di accoglienza/integrazione /assimilazione possiamo recuperare in parte la visione Braudeliana e rilanciare il ruolo del nostro Paese. In questa ottica diventa essenziale una convergenza di politiche nazionali e locali capaci di puntare in maniera sincronica: 1)ad intercettare meglio, da una parte, i flussi delle nuove vie marittime della seta enfatizzate da Xi Jinpng, potenziando i nostri scali attrezzati per  agganciare adeguatamente i flussi che queste vie stanno già attraversando, collegandoli noi  con i mercati d’oltralpe. E già su questo terreno  siamo parecchio indietro. Dall’altra dovremmo mettere a punto una più coraggiosa politica di accoglienza, integrazione , assimilazione sul MODELLO RIACE e alcuni altri Comuni dell’Accoglienza, modificando e migliorando il pur apprezzabile sistema SPRAR nella direzione, per quanto ci riguarda,  di una legge della Regione Calabria del 2009, colpevolmente accantonata e dimenticata, la legge n° 18 del 2009. Senza una scelta chiara in tal senso andremo, con l’Europa , drammaticamente incontro ad un incontenibile  invecchiamento progressivo delle nostre popolazioni, al decadimento e allo svuotamento di tutte le aree interne del nostro Paese, all’arretramento del sistema produttivo e ad un ulteriore decadimento del Welfare. L’Italia tutta , in questo caso,  finirebbe per essere per l’Europa quello che la Libia è per noi. E allora per concludere 4 proposte secondo me andrebbero vagliate e approfondite nella discussione di oggi e domani portate all’attenzione della nostra Regione e di tutte le nostre comunità locali istituzionali e sociali:  la costruzione di un osservatorio regionale sull’immigrazione per monitorarne politiche e pratiche di gestione, con la possibilità di spingere l’osservazione e la ricerca, nei  Paesi e le comunità di provenienza  dei migranti, con il concorso dell’IDOS, l’ente di ricerca che da anni produce con il sostegno della tavola Valdese, la Rivista Confronti,  e il dipartimento Pari opportunità della presidenza del Consiglio, un pregevole dossier sulle migrazioni col quale domani apriremo i lavori del gruppo sul Tema,  e le nostre università. La costruzione di un percorso che sfoci in un incontro annuale di conoscenza e scambio, UN MERCATO MEDITERRANEO, una fiera non è alla nostra portata, tra le nostre comunità di accoglienza  e quelle di provenienza dei migranti;  una struttura di coordinamento formazione, servizio per tutte le nostre comunità interessate, finalizzata al potenziamento della cooperazione decentrata, e al massimo e migliore utilizzo dei fondi comunitari  ad esse attribuiti.  un gruppo di coordinamento che imposti e avvii, per tempo, la edizione del 2°Forum .           
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OSSERVATORIO SUL SUD: FISSARE ORIZZONTE, FINALITA’ , DIREZIONE, OBIETTIVI.

Una nutrita partecipazione di studiosi, docenti universitari di tante università meridionali, rappresentanti ed attivisti  dell’associazionismo civile, sociale, politico e culturale, ha dato vita lo scorso 2 dicembre a Lamezia, ad un impegnato confronto sull’eclissi che oscura da tempo il Mezzogiorno d’Italia e ne accentua la marginalizzazione e la condanna ad una deriva di degrado territoriale e sociale, ancorchè in misura e condizioni differenti da Regione a Regione, tra aree costiere, aree urbane e aree interne nelle singole Regioni. Una iniziativa promossa da Piero Bevilacqua  e materialmente organizzata da Gianni Speranza con il sostegno di don Giacomo Panizza e Progetto Sud. L’apertura di Piero Bevilacqua  parte dalla constatazione di una condizione del Mezzogiorno  connotata da una sequenza di negatività che hanno portato all’oscuramento di quella che una volta era la questione nazionale per eccellenza. Con tutti gli indicatori  politici, economici , sociali , culturali, istituzionali in  scivolamento costante verso il basso, ancorchè a macchia di leopardo, a testimonianza dell’articolazione della realtà meridionale,  il Sud è progressivamente  scomparso dalla scena . Una recente, interessante  ricerca curata da  Daniele Petrosino e Onofrio Romano con prefazione di Franco Cassano, di cui è coautore Tonino Perna, si intitola emblematicamente “ BUONANOTTE Mezzogiorno” Una ricerca, come sottolinea Cassano nella prefazione che in maniera analitica  registra l’oscuramento e l’impasse in cui si trova il Mezzogiorno da cui, nello scenario dato, non riesce a trovare una via di fuga. Per uscire da questo cono d’ombra occorre avere ben chiari i fenomeni che l’hanno generato e che purtroppo tendono a stabilizzarlo. Dominante appare in ogni manifestazione o tentativo di riprendere il discorso un senso di  rassegnazione, accettazione come inevitabile della condizione esistente e della visione dominante. Una condizione che pervade le classi dirigenti tutte, politiche in primo luogo.   OSSERVATORIO SUL SUD: FISSARE ORIZZONTE, FINALITA’ , DIREZIONE, OBIETTIVI.  PERSEGUIRLI CON INTELLIGENTE ECLETTISMO.     Da cosa deriva questo stato? Piero Bevilacqua, nelle ragioni con cui motiva  questa iniziativa e nella sua introduzione, individua e indica ,tra l’altro, nella “grave trasformazione e degenerazione della vita pubblica nazionale degli ultimi 70 anni.” il fenomeno che ha determinato questo stato di cose . Registra come “quelli che erano stati i grandi partiti popolari, gli “organizzatori della volontà collettiva”, come li chiamava Gramsci,  i produttori di indagine e di cultura sociale finalizzati alla modernizzazione del Paese, si siano “trasformati in raggruppamenti di comitati elettorali. Come gli stessi  si siano dissolti in ceto politico, un corpo frantumato e dominato dall’individualismo competitivo, che opera al fine sempre più esclusivo e assorbente della vittoria elettorale. Vale a dire  l’ingresso alla gestione del potere. A tale scopo, che non è quello della trasformazione del Paese secondo i suoi emergenti bisogni collettivi, l’indagine sociale e la conoscenza non servono. Servono i sondaggi”. Come siamo arrivati a questo stato di cose? Sulla scia della sua introduzione, credo sia opportuno sottolineare come questa condizione si sia determinata a conclusione di due momenti distinti della storia del nostro Paese : dal dopoguerra a tutti gli  anni 70  del 900 e  dagli anni 80 ad oggi. Due periodi in cui il problema degli squilibri Nord –Sud del Paese sono stati declinati ed affrontati con due diversi paradigmi, dentro scenari globali differenti. Nel primo periodo “ La questione Meridionale”, come problema politico nazionale resta oggetto dell’intervento dello stato centrale, attraverso l’intervento straordinario(CASMEZ) che sarebbe dovuto essere un intervento aggiuntivo volto a colmare gli squilibri storici delle due aree del Paese registrati al momento della unificazione (1860) ed accentuatesi successivamente , con una certa attenuazione nei gloriosi anni 30 del dopo seconda guerra mondiale, in cui il Sud  ( anni 60 /70 del 900) aveva attenuato il divario. In ogni caso il Sud, in  tutto questo arco storico, è stato uno dei pistoni di maggiore spinta dello sviluppo del NORD (fornitore risorse umane preziose e mercato di sbocco per le sue imprese).  Forse sarebbe il caso che nel conteggio del dare-avere, sport preferito  dalle classi dirigenti del Nord di questo periodo di crisi profonda dello Stato,  prima di pensare a trattenere le tasse che si pagano nei propri territori, provassero a riflettere su  questi enormi crediti  del Sud.  La questione meridionale ha mantenuto una sua centralità fino a quando il quadro sociale si è organizzato intorno allo stato-nazione. Entrato in crisi l’assetto Stato-centrico,(O Connor 73-97 ) il Mezzogiorno è progressivamente uscito di scena e negli ultimi decenni la questione meridionale, nel nuovo assetto della globalizzazione neoliberista e della travolgente  rivoluzione tecnologica, ha assunto un inedito protagonismo la questione settentrionale. Si aggiunga che con  la caduto il muro di Berlino nell’89 e la  modificazione dell’assetto geopolitico mondiale , il senso ed il tessuto della solidarietà nazionale si è ancor più lacerato. Agli inizi del secolo presente Cassano , Zolo, Amoroso, Bevilacqua, Alcaro, Barcellona, Perna ed altri , con varie accentuazioni  ripropongono il tema del recupero di uno specifico  ruolo centrale   del Mezzogiorno nel nuovo scenario del Mediterraneo.  Siamo in una fase, a metà degli anni  90 in cui prende piede nell’ Unione , dopo il trattato Di Maastricht (1992),il processo di Barcellona ( 1995), per dare vita  al Partenariato Euro Mediterraneo. Cioè ad una strategia comune  europea per la regione mediterranea, interessata a quell’epoca( 1993) anche dall’avvio del processo di pace israelo-palestinese che culminava nell’incontro di Oslo, con protagonisti Arafat e Rabin e Clinton. Iniziative di breve vita  che però avevano suscitato grandi speranze,acceso entusiasmi, aperto nuove prospettive. Sono del 2006/ 2007  due volumi collettanei fondamentali del  tentativo  di porre come scenario per l’Europa  la questione Mediterranea in cui il Sud Italia acquista piena centralità. E’Il momento più alto dell’emergere del  paradigma dell’Autonomia.  Il primo è del 2006, la Frontiera Mediterranea, curato da Pietro Barcellona e Fabio Ciaramelli. Il secondo del 2007 è l’Alternativa Mediterranea,  Il volume curato  da Franco Cassano e Danilo Zolo, cui segue nel 2009 un altro  libro di Cassano “Tre modi di vedere il Sud” in cui si definisce il paradigma che connoterà la lettura e orienterà gli interventi nel Mezzogiorno, come Localismo Virtuoso. Un intervento dal basso  che, nella logica della modernizzazione, punta tutto sulle risorse endogene . E comunque su questo paradigma si dispiegano nell’arco del primo decennio di questo secolo,  quasi  tutte le energie intellettuali  pur con diversità di accenti e tematiche affrontate, impegnate sul tema:  da Trigilia 93 a Magnaghi, Cersosimo, Donzelli, Donolo, Viesti, Barca che   da Agenda 2000 ad oggi, con incarichi dirigenziali ed  istituzionali,  Ministro delle politiche della coesione sociale e territoriale nel governo Monti, ne  è stato l’attore principale sia sul versante della programmazione che su quello del controllo di gestione. Ed è di questa fase il lavoro interessante  delle Riviste MERIDIANA , diretta all’epoca  da Piero Bevilacqua, Città Futura di Antonio Pioletti a Catania e Ora Locale diretta dal mai abbastanza compianto Mario Alcaro, fautore più di altri del paradigma dell’Autonomia , nel sostenere come alcune caratteristiche dell’identità meridionale, quali ad esempio la socievolezza e, in genere lo stesso  familismo, possano essere fatte valere come carte vincenti  da giocare nella partita dello sviluppo e della competitività, dentro un’identità mediterranea di cui il parametro fondamentale è costituito dalla natura dove  “ la visione del cosmo e il modo di rapportarsi al naturale danno vita a un naturalismo immaginifico e potente, di cui la modernità ha smarrito il senso”.  Temi che in altro contesto e scenario aleggiano nel recente volume di Riccardo Petrella “ nel nome dell’Umanità  “ un patto sociale mondiale tra tutti gli abitanti della Terra” e che impattano frontalmente i temi dell’ambiente, della natura umana e dei sistemi che la dominano.  Ma , anche in questa visione, il sud non è decollato. Restano gli squilibri di cui conosciamo fin troppo i numeri e le ricadute sulle popolazioni del mezzogiorno. Anzi il Mezzogiorno è scomparso tout court dalla scena  anche mediatica. La ricerca PRIN “ Il sud e la Crisi” pubblicata  nel libro “BUONANOTTE MEZZOGIORNO” economia, immaginario e classi dirigenti  nel Sud della Crisi, curato  da Romano e Petrosino, edito recentemente  da Carocci , fornisce un’immagine inequivocabile dell’eclissi in cui è sprofondato il sud nella crisi su cui si è abbattuta la lunga recessione,  analizzata  nella ricerca da Tonino Perna e Fabio Mostaccio. Anche se  annotano gli autori nella introduzione, qualche debole segnale, peraltro non scontato, di esistenza , emerge dagli ultimi due rapporti Svimez.  Se diamo anche una fugace occhiata alla narrazione del Mezzogiorno, in termini quantitativi e qualitativi  nel trentennio che va dal 1980 al 2010 al TG1 e ai due maggiori quotidiani italiani, e pur nella strutturale diversità ai siti web e alle pagine facebook, abbiamo la certificazione della scomparsa della questione. Alcuni numeri: Sul totale dei servizi esaminati nel periodo indicato  il 91% non fa riferimento alcuno al Sud( 1678 ) contro il  9% riferiferiti al Sud (166). Se ancora si guarda il totale dei servizi dal 2000 al 2010 cambiano i numeri , 1433 a 150 ma le percentuali restano immutate. 91% e 9% . E così possiamo continuare con rapporti analoghi sul numero delle edizioni in cui il sud è menzionato nei due periodi .Se poi andiamo a vedere le parole chiave in valore assoluto usate dai sevizi televisivi sul sud in testa la cronaca (53) , di cui quella nera rappresenta il 93% , seguita a ruota da Criminalità 42 ,seguite con distacco dal meteo 25 ( alluvioni e disastri) e dal welfare  (sanità 63%. Lo stesso andamento lo troviamo su Repubblica e Corriere della Sera, i due quotidiani  esaminati In totale su Repubblica su 2417 articoli  , 2005 coprono il periodo 1980 -1999. 412  il 2000-2010. Nel corriere su 1251 articoli  941 coprono l’ultimo ventennio del 900 e 225 il primo decennio del 2000. Le parole chiave sono criminalità  46% cronaca 18% Politica 13% Welfare 7%  cultura 5% , Migranti 1% economia 2% ambiente 2% Lavoro 3% Società 3% meteo 0% L’immagine che ne viene fuori non ha bisogno di illustrazioni. La ricerca poi  si pone il problema di esaminare l’immaginario delle classi dirigenti e con un campione composto da industriali , professori ordinari, politici  e nuove leve .  Ne esce un quadro di sfiducia   e rassegnazione e comunque una volontà di trascinarsi dentro l’attuale modello  di localismo e di modernizzazione progressista , nonostante gli esiti. L’indice più alto di sfiducia e rassegnazione si registra in Calabria. Il più basso in Puglia. In una situazione del genere diventa difficile imbarcarsi su sentieri nuovi di cui non si intravedono, segnali, dopo  la chiusura della fase  dell’intervento straordinario ancorata al Paradigma del Sud Questione Nazionale,  nel solco dell’art. 3 della Costituzione  e dell’impegno a rimuovere   e il quasi fallimento della mobilitazione dal basso della società Civile,  paradigma del localismo virtuoso sostenuto dalle programmazioni dei fondi comunitari da Agenda 2000 a quelli della programmazione 14/20 in atto, che puntava molto sul recupero e rivitalizzazione  delle zone interne.  Senza una visione catalizzante ed attrattiva come lo sono state in condizioni diverse le due precedenti, è comunque, possibile rimettere in moto un qualche processo? La questione richiede un approfondimento. Entrambi questi paradigmi, ci ricorda Cassano, scontano il fatto di trascurare gli elementi strutturali  che nel contesto più vasto e generale regolano i rapporti tra centro e periferia e che potrebbe essere positivo, senza aspettare super paradigmi interpretativi,  riconoscere ognuno la propria parzialità, e provare a dar vita, dialogando a formulare teorie più eclettiche, per cercare di arrestare l’effetto S. Matteo suggerito  da R. Merton  richiamando quel versetto dell’evangelista che recita . E allora bisogna vedere come si inverte la logica di questo versetto in una situazione dominata dal dominio di entità economico finanziarie astratte, che detengono in mano poteri illimitati. Considerato anche che l’altro paradigma importante, quello dell’autonomia e dell’Alternativa Mediterranea  diventa sempre più problematico   in virtù del Caos regnante nell’area che va dal sud del Mediterraneo, al Sahel, alla Penisola Arabica  e dal Corno d’Africa all’Hindu kush . Ma noi siamo chiamati a misurarci con questa situazione e con i problemi che ci pone innanzi. E allora forse l’indicazione di Cassano di ricorrere ad un eclettismo non banale tra i diversi paradigmi  può consentirci un rapporto più laico con la realtà e smuovere una situazione stagnante in cui migliaia di persone hanno bisogno di risposte irrinviabili per la propria esistenza.  Azzardiamo. La globalizzazione liberista ha generato , ormai in maniera conclamata , quello che Bruno Amoroso, già nel 2000 definiva un sistema di Apartheid  globale .  Un sistema in cui , se è vero che alcune aree e realtà sono uscite da condizioni di assoluta sopravvivenza, è anche vero che lo stesso  ha prodotto una condizione di esclusione e povertà drammatica nel mondo.  Basti pensare che oggi , 8 miliardari possiedono  nel mondo la stessa  ricchezza di 3,6 miliardi di persone. E che in Italia, per capire di cosa parliamo quasi un terzo dei suoi abitanti , oltre  18 milioni, è a rischio povertà, come certifica l’ISTAT. Questo sistema di cui è parte fondamentale una politica , ormai struttura servente dell’economia e della finanza, ha gettato nel Caos l’intero medio oriente e tagliato fuori da una vita accettabile un intero continente : l’Africa. In questa vasta area , definita da Limes Caoslandia, si incrociano alla perfezione i 4 fattori strutturali delle migrazioni: : demografia, economia, clima e geopolitica. La geopolitica ha scatenato in quell’area  un condizione di guerra   permanente di posizionamento geostrategico delle potenze mondiali e regionali . Tutto ciò, unito alla esplosione demografica, e alle avversità climatiche, dà vita ad un fenomeno  migratorio destinato a non arrestarsi . Fenomeni che irrompe in maniera enfatica nei  telegiornali e genera il clima che percepiamo ad ogni angolo del Paese: paura, odio, violenza ottusità mentale. Tenendo presente che in queste condizioni nessuno potrà fermare questi flussi migratori che peraltro stanno nei limiti della normalità e rientrano in quella che è la normale storia dell’umanità, il governo di questo fenomeno può divenire un elemento costitutivo di un nuovo paradigma che riprende in parte quello sull’autonomia e l’Alternativa Mediterranea. Ovviamente mettendo da parte la via degli accordi intergovernativi  oggi  impossibili e  processi di partenariato simili a quello di Barcellona 95 e coniugando questo paradigma   con i bisogni e gli interessi di un continente: l’Europa. Un continente  , in progressivo rapido invecchiamento e decadimento  che ha bisogno di ricambi generazionali per l’insieme dei sistemi sociali , produttivi e territoriali dei Paesi della sua Unione. Mezzogiorno e Calabria, in questo scenario,  possono muoversi , sulla scorta di esempi  di accoglienza  e inserimento paradigmatici ( Riace in primis , ma non solo) per intrecciare a livello di Comunità Locali (istituzionali  e associative ) gli interventi della programmazione comunitaria 14/20 con gli interventi di stato per l’accoglienza e l’inserimento dignitoso ed umano di chi scappa dall’inferno. Potremmo, ad esempio, in un momento di impasse, degli stati nazionali  riaprire le vie di un rapporto con l’Africa , a cominciare da quella a noi limitrofa per provare, in una rete di scambi autonomi con le comunità locali di provenienza dei migranti, a costruire un rapporto che si richiami idealmente  a quelli   rilanciati e rimodulati, parecchio dopo il crollo dell’impero romano, esempio paradigmatico di impero circummediterraneo esteso dalla frontiera del Reno al Sahel,   dalle prestigiose repubbliche marinare dall’XI/a tutto il XIV secolo e oltre. Con Genova che inventava il capitalismo moderno, mentre in parallelo  e in concorrenza Venezia, si muoveva già, attraverso il mediterraneo Orientale lungo  le vie dall’Asia al Mediterraneo , che oggi riprende,  XI Jinping,  in ottica di globalismo sino centrico, sotto il nome di nuove via della seta. Fu quella delle repubbliche marinare una presenza ed una influenza durata secoli che faceva registrare ancora tra fine ottocento e inizi 900 in circa un milione gli italiani in diaspora tra Marocco e Anatolia.  L’italiano fino a quell’epoca era una sorta di lingua franca degli scambi commerciali, diffuso dall’Egitto al Mar Nero, usato anche per la redazione di trattati internazionali. “Il velleitarismo geopolitico dell’Italietta di Giolitti prima , ripreso con particolare virulenza da Mussolini poi, distrusse in pochi anni la nostra rete mediterranea , fondamentale per i rapporti con l’ISLAM.” A me sembra che sarebbe necessario, pur nella piena consapevolezza delle difficoltà, provare a mettere insieme, per il Mezzogiorno e la Calabria,  un paradigma capace di tenere uniti alcuni aspetti del paradigma  Mezzogiorno come questione nazionale, con quelli che recuperano le parti vitali e fresche  del Localismo Virtuoso, dentro gli aspetti praticabili di quello dell’Autonomia e dell’Alternativa Mediterranea.  Credo che una posizione del genere ci consentirebbe di  mettere a frutto la nostra posizione di perno geografico del Mediterraneo, capendo che lo stesso   non è più il Mare Nostrum “ il sistema in cui tutto si fonde e si ricompone in una unità originale” che ci proponeva  30 anni fa  Fernad Braudel, ma “è sempre più un nastro trasportatore che, in senso est-ovest, solletica le ambizioni egemoniche  della Cina, già largamente presente in Africa” . E poi ci sono gli altri . In questo scenario mutato Noi , partendo dall’impatto dei movimenti migratori e dal ruolo nevralgico che assumono le comunità locali all’interno di una adeguata strategia di accoglienza/integrazione /assimilazione possiamo recuperare in parte la visione Braudeliana e rilanciare il ruolo del nostro Paese nell’Europa. In questa ottica, determinante  diventa  una convergenza di politiche nazionali, comunitarie e locali . Perciò credo che l’osservatorio che propone Piero dovrebbe essere articolato per sezioni per monitorare i vari aspetti della politica a cominciare da quella dell’accoglienza dei migranti. Per la Calabria penso che dovrebbe lavorare con altri soggetti già operanti sul territorio  alla costruzione di :un percorso che sfoci in un incontro annuale di conoscenza e scambio, UN MERCATO MEDITERRANEO,  tra le nostre comunità di accoglienza  e quelle di provenienza dei migranti;  una struttura di coordinamento formazione, servizio per tutte le nostre comunità interessate, finalizzata al potenziamento della cooperazione decentrata, e al massimo e migliore utilizzo dei fondi comunitari  ad esse attribuiti.Mi piace ricordare concludendo che proprio a Lamezia il 23 Maggio del 2008 si tenne un importante attivo nazionale della SEM ( sinistra euro mediterranea) presieduto dal caro compagno Gianni Lucchino. L’attivo fu concluso nel ridotto del teatro Grandinetti , con una tavola rotonda  coordinata da  Matteo Cosenza , allora direttore del Quotidiano della Calabria e con la partecipazione del sindaco di Lamezia di  Gianni Speranza al suoprimo mandato, che dava il via  al primo atto concreto per la costruzione di un  “Cantiere per l’area del  Mediterraneo” con  la presentazione del VII rapporto sul Mediterraneo, curato da Bruno Amoroso , Nino Lisi e Gianfranco Nicolais, edito da Rubbettino. Un rapporto  che si sviluppava sul tema culture ed economie del mediterraneo e, con un approccio tipicamente braudeliano, guardava al Mediterraneo come una Mesoregione in evoluzione.,    Mimmo Rizzuti
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Ruolo e protagonismo delle Comunità Locali tra Africa ed Europa

Ruolo e protagonismo delle Comunità Locali tra Africa ed Europa Filadelfia VV 26/27 ottobre 2017 Comunicazione  di Mimmo Rizzuti Accenni di scenario               Il clima che si respira in questo momento nel nostro Paese e nell’intera Europa, non è dei migliori. La ginnastica sui decimali di PIL non produce effetti tangibili sugli squilibri territoriali, sulla condizione delle fasce sociali deboli e medie della nostra società, sulla condizione giovanile, sul taglio dei diritti del e nel lavoro, mentre monta l’onda delle chiusure nazionalistiche e sovranistiche. Pesa poi sul nostro Paese,  più che mai,  il macigno di un debito mostruoso e la cappa soffocante delle politiche  economiche restrittive, a tutti note. Muoversi dentro le conseguenti logiche di bilancio nazionale  consente appena di sopravvivere senza alcuna possibilità di arrestare declino e sovranismi, densi di raccapriccianti passati . Gli stati Nazione sono tutti  ,anche se  per motivi diversi,  in gravi difficoltà, compressi, dagli indirizzi politici  di una Unione ridotta a “ pura entità contabile addetta a tradurre in prescrizioni le decisioni dell’alta finanza”. Le risposte dominanti a queste politiche sfociano sempre di più, da una parte,  in chiusure identitarie sforanti, quando non  palesemente precipitanti, nella xenofobia e nel razzismo, dall’altra in spinte alla secessione delle regioni più ricche.  Gli esiti delle elezioni dell’ultimo anno  confermano con i risultati a tutti noti, dagli Usa all’Austria alla Repubblica Ceca, alla stessa Germania, questa poco rassicurante fotografia . Con l’eccezione della Francia  la cui linea ,però, sul piano dell’immigrazione, del mercato del lavoro, dei diritti sociali, della qualità del Welfare, non si differenzia gran che dai sovranisti. “Oggi, purtroppo assistiamo alla chiusura dell’UE e degli Stati che la compongono,  in una visione meschina, miope, cinica e alla fine razzista, ad opera di  classi dirigenti europee che  hanno imboccato un vicolo cieco che spinge verso la morte o l’imbalsamazione dell’Unione stessa, ma segna anche il loro irriducibile tramonto.”(Guido Viale il Manifesto 2/11/2017/)     Come muoversi e che fare  in un quadro con questi connotati? Ricette semplici, preconfezionate non ne sono mai esistite e non  ne esistono in nessuna situazione. Men che mai  ne possono esistere in  un Mondo ipertecnologico in cui muta  e si annulla persino il rapporto spazio –tempo,   dominato dall’economicismo e dalle sue feroci leggi, improntato al credo del massimo profitto e della competizione sfrenata ad esso connaturata, in cui saltano etica, valori , ideali e sfumano fino a svanire  i confini tra legale ed illegale. E allora crediamo che, per quanto difficile, sia necessario provare a cambiare rotta, partendo- per quel che più direttamente ci coinvolge,  dalle realtà più colpite,  la Calabria e il Mezzogiorno d’Italia, in una logica di solidarietà, più che di divisione egoistica e competitiva. Tenendo ben fermo che, ad invertire questa tendenza , a cambiare la rotta dell’UE e delle singole realtà nazionali,  non possono essere personaggi e forze che hanno ridotto il progetto di Ventotene, ad essere generosi,  ad un icona vuota. Un’impresa di tale portata può essere solo tentata  “da un movimento, difficile da costruire che, partendo dall’unificazione delle tante forze disperse oggi impegnate in iniziative di accoglienza e di inclusione dei profughi, -dall’ associazionismo sociale e dalle comunità locali-,  sappia farne la leva per affrontare anche gli altri problemi, attraverso un programma di conversione ecologica per creare milioni di posti di lavoro con cui offrire a profughi e migranti le stesse opportunità di inclusione che spettano ai milioni di disoccupati e di precari che le politiche di austerità hanno disseminato negli ultimi dieci anni.” (Guido Viale il Manifesto 2/11/2017/) Il ruolo ed il protagonismo delle Comunità locali Vitale ,in questo sempre più necessario percorso e processo è l’azione ,il ruolo ed il protagonismo delle comunità locali e dell’Associazionismo sociale.  “Comuni piccoli riuniti e decentramenti di Comuni grandi legati tra di loro attraverso processi negoziali. Sono queste per fortuna o purtroppo “le  uniche entità in cui la democrazia rappresentativa, ormai alle corde, può essere positivamente affiancata da una democrazia partecipata di prossimità. Per riterritorializzare mercati, produzioni agricole e attività industriali e per riportare così democrazia e politica al loro significato originario: quello di autogoverno.”  Il tessuto sociale, produttivo, paesistico delle  Comunità Locali  è il fulcro, senza  alternative, sul quale far leva  per ridefinire orizzonti ed obiettivi, ritessere una  trama valoriale  indispensabile per qualsiasi prospettiva di mutamento, pur  nella consapevolezza dei limiti e delle possibilità, che un’impresa del genere comporta. E’ solo in questa dimensione  che si possono cercare , costruire o ricostruire nuove vie per una diversa qualità dei sistemi territoriali che migliori le condizioni di vita, di sicurezza degli abitanti , dia opportunità vere ai giovani , incentivandoli a restare e a farsi protagonisti del cambiamento, rilanci lo spirito di cooperazione e solidarietà, in alternativa alla competitività selvaggia che espropria, esclude e ghettizza. E’ questa, a mio parere, pur nella sproporzione dei rapporti di forza esistenti, la dimensione che consente di  muoversi nella prospettiva  di una  diversa visione del Mondo e delle società che lo compongono, anche se  rasenta il sogno e l’utopia. Sogno e utopia  sono, però, le risorse che da sempre hanno mosso il mondo.  Le uniche  capaci di riattivare dimensioni umane sostenibili ,speranze , valori e prospettive  che, anche nei momenti più bui, consentono squarci di luce e riaprono percorsi concreti. Aiutano a camminare. Per non andare molto lontano da noi, quanto è avvenuto e avviene a Riace e sta avvenendo in alcuni altri nostri Comuni dell’Accoglienza inseriti nel sistema Sprar calabrese   è la conferma più eloquente dell’ipotesi sopra accennata. Il FORUM di OGGI Noi oggi vogliamo provare, nella regione più disastrata d’Italia, a confrontarci  per capire se ci siano e , in caso affermativo, quali siano i margini per avviare questo percorso. Un percorso che non delega, che mette il nostro futuro e quello della nostra terra in mano nostra e guarda alle comunità locali dell’Africa, del Nord in primis, che si dibattono nelle nostre stesse difficoltà, amplificate dai ritardi accumulati e sottoposte, dopo le tragedie loro imposte dai vecchi e nuovi colonialismi, alle cure devastanti delle politiche neoliberiste imposte dall’occidente e delle guerre di posizionamento geostrategico delle potenze mondiali e regionali.   Ma per farlo con il minimo di approssimazione e senza velleitarismi  è    d’obbligo, inquadrare   la nostra discussione , nella giusta dimensione dello  scenario geopolitico in cui siamo immersi, senza trascurare  un richiamo veloce alla geografia e alla storia. Tanto perché nella dimensione del mondo di oggi, più che mai,   il locale deve necessariamente muovere dentro gli  scenari nazionali e macro regionali  del  globale, in cui è immerso e senza contezza delle proprie potenzialità e della propria storia  non è destinato ad andare  lontano. Le comunità locali per un altro rapporto tra le diverse sponde del mediterraneo di cui l’Italia è il perno geografico, per  cambiare l’Unione Per quanto ci riguarda quindi , non possiamo prescindere dalla dimensione Eurasia -Mediterraneo –Africa. All’interno di questa dimensione va tenuto presente   il dibattito generale e le  iniziative che toccano gli assetti dell’Unione, le sue politiche, il suo rapporto con l’Asia, il Mediterraneo e l’Africa. Problemi che oggi sfioreremo appena, ma che mostrano   l’evanescenza geopolitica dell’UE che pure  occupa i lati sud-est ed ovest dei mondi che “Limes” definisce, ormai da tempo, “ Caoslandia e Ordolandia” . In questa nostra  Europa degli Stati e dei Governi, La UE è sempre più un organismo esangue. In essa ogni singolo stato per affermare la sua egemonia coltiva apertamente le sue zone di influenza. La Germania, ad esempio,  fa leva sulla Mitteleuropa.  E l’Italia?  l’Italia per contare in Europa e nell’interesse dell’Europa tutta dovrebbe organizzare gli spazi mediterranei marittimi e terrestri. Quelli  che aveva costruito e coltivato dall’epoca delle repubbliche marinare tra l’XI° ed il XIV-XV secolo. Quei rapporti intercomunitari fatti di incontri , scontri, conflitti , scambi, commerci, senso dell’altro e crescente spirito comunitario. “ Da quei traffici, da quegli scambi e conflitti nacque e fu fondata l’antica presenza italica dall’età medievale e a quella  moderna,  nei Paesi delle diverse sponde del Mediterraneo. Una presenza che ha costituito, nel quadrante africano-levantino un capitale di influenza del Nostro Paese, fino alla guerra libica del 1911. L’italiano fino a quell’epoca era una sorta di lingua franca degli scambi commerciali, diffuso dall’Egitto al Mar Nero, usato anche per la redazione di trattati internazionali Tra fine ottocento e inizi 900 erano circa un milione gli italiani in diaspora tra Marocco e Anatolia. Il velleitarismo geopolitico dell’ Italietta di Giolitti prima , ripreso con particolare violenza e virulenza da Mussolini poi, distrusse in pochi anni la nostra rete mediterranea , fondamentale per i rapporti con l’ISLAM. Le più recenti  guerre di Serbia del 99 e di Libia del 2011 stanno ulteriormente  disperdendo ciò che di quell’influenza resta nel bacino del Mediterraneo.” Un bacino la cui valenza e matrice strategica cambia a seconda dal punto di osservazione.   . “Visto da noi italiani e dagli altri europei, è il diaframma tra “Ordolandia” e “Caoslandia”. Ci connette e ci separa dalle turbolenze nordafricane, levantine e mediorientali. Nella competizione geopolitica fondamentale che riguarda CINA e USA la bussola si orienta verso la polarità est-ovest e qui il Mare Nostro o ex Nostro diventa anello di una catena trans oceanica”  ( Limes n°6 2017)  di cui , in altra sede, sarebbe interessante approfondire valenza, pericoli e opportunità, perché alla conoscenza  e ad una corretta lettura dello scenario geopolitico in evoluzione sono legate le sorti e le prospettive del nostro Paese e della stessa Europa. Ma noi dovremmo prima di tutto avere contezza della geografia, perché è proprio la  geografia fisica che  disegna la centralità assoluta della nostra Penisola  nella “fenditura acquatica” tra gli stretti di Gibilterra, dei Dardanelli ed il canale di Suez,   che separa Eurasia e Africa e connette l’Oceano Atlantico a quello Indiano, attraverso il Mediterraneo  Di questo bacino la nostra Penisola è il perno geografico. E noi oggi, come in un passato che sembra  totalmente dimenticato, dovremmo sfruttarne, nei modi e nelle forme possibili nella geopolitica e geoeconomia contemporanee, la collocazione, anche per pesare di più nelle dinamiche politiche e geopolitiche dell’UE.  E per affrontare in una diversa prospettiva i numerosi problemi all’ordine del giorno dell’Unione, dal clima , al declino demografico ed economico, geopolitico e strategico. Le Migrazioni , Bandolo della matassa dei problemi che gravano sull’area Euroasiatica- Mediterranea-Africana Il bandolo della matassa di questo intreccio di problemi,  sta in  una ineludibile quanto improbabile svolta di 360 gradi nei confronti dei profughi, dei migranti – perché da questo dipende l’agibilità politica necessaria ad affrontare tutto il resto. E non tanto nelle politiche degli stati nazionali di cui abbiamo accennato, difficili da mutare sostanzialmente nel clima che ci grava addosso, quanto nel ruolo che al loro interno giocano e possono giocare le Comunità Locali.  “L’Italia di oggi , però, non ha colto la lezione della storia. Non si pensa e non si vuole marittima , spinge per stare attaccata alle Alpi per non cadere nell’Africa,  Nega l’utilità stessa della sua centralità Mediterranea” E’ sempre più dentro il Mediterraneo senza una decisa  politica Mediterranea ,anche se sulla questione decisiva delle migrazioni, mostra un’attenzione diversa, ancorchè lontana dalle necessità reali,  rispetto a tanti altri Paesi del Continente e della stessa UE, sul versante   accoglienza /integrazione/assimilazione, spazi delle comunità locali. Un versante scivoloso in cui i nostri governi  e tante nostre comunità locali si muovono in maniera contraddittoria, quando non  fuggono per non rischiare l’impopolarità. In generale, però,  il nostro Paese  non si muove assolutamente in sintonia con la lezione della sua  storia, che per memoria è utile richiamare, anche se  al volo. Un veloce richiamo alla storia  La Roma antica nel Mediterraneo costruì e fece fiorire il suo impero. L’unico impero circummediterraneo. Dalla Renania ai Margini del Sahara, dall’Iberia al Levante, la cui influenza  resistette ben oltre la sua caduta  del 476 d.c. Un’influenza che, si mantenne dopo la divisione tra impero di oriente ed occidente,dopo la penetrazione arabo-islamica  del VII secolo che bisecò il circuito mediterraneo, dopo il grande scisma del 1054.Di Oriente o di Occidente a seconda dei punti di vista.   Un’influenza che fu rilanciata e rimodulata dalle prestigiose repubbliche marinare dall’XI/a tutto il XIV secolo e oltre .Con Genova che inventava il capitalismo moderno (1407),  mentre in parallelo  e in concorrenza Venezia, si muoveva già, attraverso il mediterraneo Orientale lungo  le vie dell’Asia, che oggi riprende,  XI Jinping,  in ottica di globalismo sino centrico, sotto il nome di nuove via della seta.  Una presenza ed una influenza durata secoli che faceva registrare tra fine ottocento e inizi 900 in circa un milione gli italiani in diaspora tra Marocco e Anatolia.  L’italiano fino a quell’epoca era una sorta di lingua franca degli scambi commerciali, diffuso dall’Egitto al Mar Nero, usato anche per la redazione di trattati internazionali. Il velleitarismo geopolitico dell’Italietta di Giolitti prima , ripreso con particolare violenza e virulenza da Mussolini poi, distrusse in pochi anni la nostra rete mediterranea , fondamentale per i rapporti con l’ISLAM.” I possibili spazi e prospettive dell’oggi ed un  confronto  con i fattori demografia, clima, economia, geopolitica tra Europa ed Africa  Oggi, se l’Italia  non recupererà con  la lezione della  sua storia, proiezione e rango geopolitico, se non si riposizionerà politicamente nel Mediterraneo, suo habitat naturale, sarà destinata a seri, ulteriori ridimensionamenti della sua potenza commerciale e del suo peso politico nelle dinamiche interne ed esterne all’UNIONE Solo la consapevolezza piena della  sua posizione geografica, della sua millenaria storia, delle dimensioni e traiettorie  economico-finanziarie e geopolitiche in atto  può arrestarne il declino e lo scivolamento nell’irrilevanza  e può offrirle lo spazio adeguato  per  l’insieme delle sue azioni nazionali e locali. Preliminare diventa, quindi, l’abbandono della concezione e della  lettura che vede il Mediterraneo come fossato a protezione della fortezza Europa dalle  ondate turbolente di milioni di giovani che sconvolgerebbero la nostra casa. Una lettura che risveglia la paura dell’altro, dell’alieno che minaccia la nostra identità e genera i mostri che conosciamo e che abbiamo sperimentato nel passato al nostro interno, con guerre devastanti durate decenni e abomini di ogni sorta. Motore di questa paura è l’impropria equazione : migranti-invasori-terroristi, diventata il mantra dei sovranisti di ogni sorta e non solo . Per meglio comprendere cosa sta avvenendo sul fronte delle migrazioni dei popoli  basta solo dare uno sguardo , anche veloce ai  4 fattori strutturali che determinano i movimenti migratori oggi, come in larga parte anche ieri : demografia, economia, clima e geopolitica. Per restare all’Europa e all’Africa, occorre partire dalla gigantesca asimmetria  demografica.  Oggi L’Europa conta 738 milioni di abitanti , nel 2034 se ne prevedono 734 , nel 2050  707, e nel 2100 646. Di contro in Africa oggi gli abitanti sono 1.186 milioni, nel 2034 saranno 1. 679, 2.478 nel 2050 e 4.889 nel 2100. A questo occorre aggiungere che mentre in Europa l’età mediana è di 45, nell’Africa subsahariana, serbatoio principale  dei flussi migratori, non tocca i 20 anni. A muovere uomini e donne verso terre migliori da quelle in cui vivono è “l’intreccio fra eruzione demografica, depressione economica e mutamento climatico che rende inabitabili sempre maggiori porzioni di territorio a sud del Sahara con l’economia della sussistenza in crisi e l’epidemia della fame che opprime decine di milioni di africani. E allora, in quelle zone, ci si aggrappa alle rimesse degli emigranti, cresciute  di sei volte negli ultimi 15 anni,( il valore delle rimesse per le economie in via di sviluppo ha toccato nel 2015   431,6 miliardi di dollari, quasi tre volte la quantità dell’aiuto pubblico allo sviluppo- fonte Idos-rapporto migrazioni  2016) come avvenuto anche da noi dagli inizi 900 a tutto il primo dopo seconda guerra mondiale . “Il combinato disposto delle emergenze demografica, economica e climatica , contribuisce infine  a rendere cronici e i conflitti che devastano africa e medio oriente, uniti ovviamente alla guerra di posizionamento geostrategico delle potenze mondiali. E quindi patetica appare la corsa dei governi europei a remunerare dittatori di rango  (Erdogan –Al Sisi )  o peggio veri o presunti capi locali tutti più o meno interessati alla gestione delle migrazioni in quanto fonte certa di reddito nel caos  e nella incertezza imperante. Il Caso Libia  è emblematico.” ( N° Limes citato) Altrettanto patetico è l’approccio puramente repressivo. I trafficanti non producono i flussi. Li sfruttano. Il loro potere si esercita semmai nella scelta dei corridoi come possiamo costatare agevolmente. Le dimensioni del fenomeno migratorio hanno assunto un livello tale da lasciare intravedere chiaramente che produrrà nel nostro Paese e in tutta Europa un mutamento del suo stesso profilo sociale e culturale per il quale sarebbe importante provare ad attrezzarsi. Ed è proprio su questo fronte  che noi dobbiamo mettere a frutto la nostra posizione di perno geografico del Mediterraneo, capendo che  non è più il Mare Nostrum “ il sistema in cui tutto si fonde e s ricompone in una unità originale” che ci proponeva  30 anni fa  Fernad Braudel, ma “è sempre più un nastro trasportatore che, in senso est-ovest, solletica le ambizioni egemoniche  della Cina, già largamente presente in Africa” . E poi ci sono gli altri . In questo scenario mutato Noi , partendo dall’impatto dei movimenti migratori e dal ruolo nevralgico che assumono le comunità locali all’interno di una adeguata strategia di accoglienza/integrazione /assimilazione possiamo recuperare in parte la visione Braudeliana e rilanciare il ruolo del nostro Paese. In questa ottica diventa essenziale una convergenza di politiche nazionali e locali capaci di puntare in maniera sincronica: 1)ad intercettare meglio, da una parte, i flussi delle nuove vie marittime della seta enfatizzate da Xi Jinpng, potenziando i nostri scali attrezzati per  agganciare adeguatamente i flussi che queste vie stanno già attraversando, collegandoli noi  con i mercati d’oltralpe. E già su questo terreno  siamo parecchio indietro. Dall’altra dovremmo mettere a punto una più coraggiosa politica di accoglienza, integrazione , assimilazione sul MODELLO RIACE e alcuni altri Comuni dell’Accoglienza, modificando e migliorando il pur apprezzabile sistema SPRAR nella direzione, per quanto ci riguarda,  di una legge della Regione Calabria del 2009, colpevolmente accantonata e dimenticata, la legge n° 18 del 2009. Senza una scelta chiara in tal senso andremo, con l’Europa , drammaticamente incontro ad un incontenibile  invecchiamento progressivo delle nostre popolazioni, al decadimento e allo svuotamento di tutte le aree interne del nostro Paese, all’arretramento del sistema produttivo e ad un ulteriore decadimento del Welfare. L’Italia tutta , in questo caso,  finirebbe per essere per l’Europa quello che la Libia è per noi. E allora per concludere 4 proposte secondo me andrebbero vagliate e approfondite nella discussione di oggi e domani portate all’attenzione della nostra Regione e di tutte le nostre comunità locali istituzionali e sociali:  la costruzione di un osservatorio regionale sull’immigrazione per monitorarne politiche e pratiche di gestione, con la possibilità di spingere l’osservazione e la ricerca, nei  Paesi e le comunità di provenienza  dei migranti, con il concorso dell’IDOS, l’ente di ricerca che da anni produce con il sostegno della tavola Valdese, la Rivista Confronti,  e il dipartimento Pari opportunità della presidenza del Consiglio, un pregevole dossier sulle migrazioni col quale domani apriremo i lavori del gruppo sul Tema,  e le nostre università. La costruzione di un percorso che sfoci in un incontro annuale di conoscenza e scambio, UN MERCATO MEDITERRANEO, una fiera non è alla nostra portata, tra le nostre comunità di accoglienza  e quelle di provenienza dei migranti;  una struttura di coordinamento formazione, servizio per tutte le nostre comunità interessate, finalizzata al potenziamento della cooperazione decentrata, e al massimo e migliore utilizzo dei fondi comunitari  ad esse attribuiti.  un gruppo di coordinamento che imposti e avvii, per tempo, la edizione del 2°Forum .   
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Ruolo e protagonismo delle Comunità Locali tra Africa ed Europa

Ruolo e protagonismo delle Comunità Locali tra Africa ed Europa Filadelfia VV 26/27 ottobre 2017 Comunicazione  di Mimmo Rizzuti Accenni di scenario               Il clima che si respira in questo momento nel nostro Paese e nell’intera Europa, non è dei migliori. La ginnastica sui decimali di PIL non produce effetti tangibili sugli squilibri territoriali, sulla condizione delle fasce sociali deboli e medie della nostra società, sulla condizione giovanile, sul taglio dei diritti del e nel lavoro, mentre monta l’onda delle chiusure nazionalistiche e sovranistiche. Pesa poi sul nostro Paese,  più che mai,  il macigno di un debito mostruoso e la cappa soffocante delle politiche  economiche restrittive, a tutti note. Muoversi dentro le conseguenti logiche di bilancio nazionale  consente appena di sopravvivere senza alcuna possibilità di arrestare declino e sovranismi, densi di raccapriccianti passati . Gli stati Nazione sono tutti  ,anche se  per motivi diversi,  in gravi difficoltà, compressi, dagli indirizzi politici  di una Unione ridotta a “ pura entità contabile addetta a tradurre in prescrizioni le decisioni dell’alta finanza”. Le risposte dominanti a queste politiche sfociano sempre di più, da una parte,  in chiusure identitarie sforanti, quando non  palesemente precipitanti, nella xenofobia e nel razzismo, dall’altra in spinte alla secessione delle regioni più ricche.  Gli esiti delle elezioni dell’ultimo anno  confermano con i risultati a tutti noti, dagli Usa all’Austria alla Repubblica Ceca, alla stessa Germania, questa poco rassicurante fotografia . Con l’eccezione della Francia  la cui linea ,però, sul piano dell’immigrazione, del mercato del lavoro, dei diritti sociali, della qualità del Welfare, non si differenzia gran che dai sovranisti. “Oggi, purtroppo assistiamo alla chiusura dell’UE e degli Stati che la compongono,  in una visione meschina, miope, cinica e alla fine razzista, ad opera di  classi dirigenti europee che  hanno imboccato un vicolo cieco che spinge verso la morte o l’imbalsamazione dell’Unione stessa, ma segna anche il loro irriducibile tramonto.”(Guido Viale il Manifesto 2/11/2017/)     Come muoversi e che fare  in un quadro con questi connotati? Ricette semplici, preconfezionate non ne sono mai esistite e non  ne esistono in nessuna situazione. Men che mai  ne possono esistere in  un Mondo ipertecnologico in cui muta  e si annulla persino il rapporto spazio –tempo,   dominato dall’economicismo e dalle sue feroci leggi, improntato al credo del massimo profitto e della competizione sfrenata ad esso connaturata, in cui saltano etica, valori , ideali e sfumano fino a svanire  i confini tra legale ed illegale. E allora crediamo che, per quanto difficile, sia necessario provare a cambiare rotta, partendo- per quel che più direttamente ci coinvolge,  dalle realtà più colpite,  la Calabria e il Mezzogiorno d’Italia, in una logica di solidarietà, più che di divisione egoistica e competitiva. Tenendo ben fermo che, ad invertire questa tendenza , a cambiare la rotta dell’UE e delle singole realtà nazionali,  non possono essere personaggi e forze che hanno ridotto il progetto di Ventotene, ad essere generosi,  ad un icona vuota. Un’impresa di tale portata può essere solo tentata  “da un movimento, difficile da costruire che, partendo dall’unificazione delle tante forze disperse oggi impegnate in iniziative di accoglienza e di inclusione dei profughi, -dall’ associazionismo sociale e dalle comunità locali-,  sappia farne la leva per affrontare anche gli altri problemi, attraverso un programma di conversione ecologica per creare milioni di posti di lavoro con cui offrire a profughi e migranti le stesse opportunità di inclusione che spettano ai milioni di disoccupati e di precari che le politiche di austerità hanno disseminato negli ultimi dieci anni.” (Guido Viale il Manifesto 2/11/2017/) Il ruolo ed il protagonismo delle Comunità locali Vitale ,in questo sempre più necessario percorso e processo è l’azione ,il ruolo ed il protagonismo delle comunità locali e dell’Associazionismo sociale.  “Comuni piccoli riuniti e decentramenti di Comuni grandi legati tra di loro attraverso processi negoziali. Sono queste per fortuna o purtroppo “le  uniche entità in cui la democrazia rappresentativa, ormai alle corde, può essere positivamente affiancata da una democrazia partecipata di prossimità. Per riterritorializzare mercati, produzioni agricole e attività industriali e per riportare così democrazia e politica al loro significato originario: quello di autogoverno.”  Il tessuto sociale, produttivo, paesistico delle  Comunità Locali  è il fulcro, senza  alternative, sul quale far leva  per ridefinire orizzonti ed obiettivi, ritessere una  trama valoriale  indispensabile per qualsiasi prospettiva di mutamento, pur  nella consapevolezza dei limiti e delle possibilità, che un’impresa del genere comporta. E’ solo in questa dimensione  che si possono cercare , costruire o ricostruire nuove vie per una diversa qualità dei sistemi territoriali che migliori le condizioni di vita, di sicurezza degli abitanti , dia opportunità vere ai giovani , incentivandoli a restare e a farsi protagonisti del cambiamento, rilanci lo spirito di cooperazione e solidarietà, in alternativa alla competitività selvaggia che espropria, esclude e ghettizza. E’ questa, a mio parere, pur nella sproporzione dei rapporti di forza esistenti, la dimensione che consente di  muoversi nella prospettiva  di una  diversa visione del Mondo e delle società che lo compongono, anche se  rasenta il sogno e l’utopia. Sogno e utopia  sono, però, le risorse che da sempre hanno mosso il mondo.  Le uniche  capaci di riattivare dimensioni umane sostenibili ,speranze , valori e prospettive  che, anche nei momenti più bui, consentono squarci di luce e riaprono percorsi concreti. Aiutano a camminare. Per non andare molto lontano da noi, quanto è avvenuto e avviene a Riace e sta avvenendo in alcuni altri nostri Comuni dell’Accoglienza inseriti nel sistema Sprar calabrese   è la conferma più eloquente dell’ipotesi sopra accennata. Il FORUM di OGGI Noi oggi vogliamo provare, nella regione più disastrata d’Italia, a confrontarci  per capire se ci siano e , in caso affermativo, quali siano i margini per avviare questo percorso. Un percorso che non delega, che mette il nostro futuro e quello della nostra terra in mano nostra e guarda alle comunità locali dell’Africa, del Nord in primis, che si dibattono nelle nostre stesse difficoltà, amplificate dai ritardi accumulati e sottoposte, dopo le tragedie loro imposte dai vecchi e nuovi colonialismi, alle cure devastanti delle politiche neoliberiste imposte dall’occidente e delle guerre di posizionamento geostrategico delle potenze mondiali e regionali.   Ma per farlo con il minimo di approssimazione e senza velleitarismi  è    d’obbligo, inquadrare   la nostra discussione , nella giusta dimensione dello  scenario geopolitico in cui siamo immersi, senza trascurare  un richiamo veloce alla geografia e alla storia. Tanto perché nella dimensione del mondo di oggi, più che mai,   il locale deve necessariamente muovere dentro gli  scenari nazionali e macro regionali  del  globale, in cui è immerso e senza contezza delle proprie potenzialità e della propria storia  non è destinato ad andare  lontano. Le comunità locali per un altro rapporto tra le diverse sponde del mediterraneo di cui l’Italia è il perno geografico, per  cambiare l’Unione Per quanto ci riguarda quindi , non possiamo prescindere dalla dimensione Eurasia -Mediterraneo –Africa. All’interno di questa dimensione va tenuto presente   il dibattito generale e le  iniziative che toccano gli assetti dell’Unione, le sue politiche, il suo rapporto con l’Asia, il Mediterraneo e l’Africa. Problemi che oggi sfioreremo appena, ma che mostrano   l’evanescenza geopolitica dell’UE che pure  occupa i lati sud-est ed ovest dei mondi che “Limes” definisce, ormai da tempo, “ Caoslandia e Ordolandia” . In questa nostra  Europa degli Stati e dei Governi, La UE è sempre più un organismo esangue. In essa ogni singolo stato per affermare la sua egemonia coltiva apertamente le sue zone di influenza. La Germania, ad esempio,  fa leva sulla Mitteleuropa.  E l’Italia?  l’Italia per contare in Europa e nell’interesse dell’Europa tutta dovrebbe organizzare gli spazi mediterranei marittimi e terrestri. Quelli  che aveva costruito e coltivato dall’epoca delle repubbliche marinare tra l’XI° ed il XIV-XV secolo. Quei rapporti intercomunitari fatti di incontri , scontri, conflitti , scambi, commerci, senso dell’altro e crescente spirito comunitario. “ Da quei traffici, da quegli scambi e conflitti nacque e fu fondata l’antica presenza italica dall’età medievale e a quella  moderna,  nei Paesi delle diverse sponde del Mediterraneo. Una presenza che ha costituito, nel quadrante africano-levantino un capitale di influenza del Nostro Paese, fino alla guerra libica del 1911. L’italiano fino a quell’epoca era una sorta di lingua franca degli scambi commerciali, diffuso dall’Egitto al Mar Nero, usato anche per la redazione di trattati internazionali Tra fine ottocento e inizi 900 erano circa un milione gli italiani in diaspora tra Marocco e Anatolia. Il velleitarismo geopolitico dell’ Italietta di Giolitti prima , ripreso con particolare violenza e virulenza da Mussolini poi, distrusse in pochi anni la nostra rete mediterranea , fondamentale per i rapporti con l’ISLAM. Le più recenti  guerre di Serbia del 99 e di Libia del 2011 stanno ulteriormente  disperdendo ciò che di quell’influenza resta nel bacino del Mediterraneo.” Un bacino la cui valenza e matrice strategica cambia a seconda dal punto di osservazione.   . “Visto da noi italiani e dagli altri europei, è il diaframma tra “Ordolandia” e “Caoslandia”. Ci connette e ci separa dalle turbolenze nordafricane, levantine e mediorientali. Nella competizione geopolitica fondamentale che riguarda CINA e USA la bussola si orienta verso la polarità est-ovest e qui il Mare Nostro o ex Nostro diventa anello di una catena trans oceanica”  ( Limes n°6 2017)  di cui , in altra sede, sarebbe interessante approfondire valenza, pericoli e opportunità, perché alla conoscenza  e ad una corretta lettura dello scenario geopolitico in evoluzione sono legate le sorti e le prospettive del nostro Paese e della stessa Europa. Ma noi dovremmo prima di tutto avere contezza della geografia, perché è proprio la  geografia fisica che  disegna la centralità assoluta della nostra Penisola  nella “fenditura acquatica” tra gli stretti di Gibilterra, dei Dardanelli ed il canale di Suez,   che separa Eurasia e Africa e connette l’Oceano Atlantico a quello Indiano, attraverso il Mediterraneo  Di questo bacino la nostra Penisola è il perno geografico. E noi oggi, come in un passato che sembra  totalmente dimenticato, dovremmo sfruttarne, nei modi e nelle forme possibili nella geopolitica e geoeconomia contemporanee, la collocazione, anche per pesare di più nelle dinamiche politiche e geopolitiche dell’UE.  E per affrontare in una diversa prospettiva i numerosi problemi all’ordine del giorno dell’Unione, dal clima , al declino demografico ed economico, geopolitico e strategico. Le Migrazioni , Bandolo della matassa dei problemi che gravano sull’area Euroasiatica- Mediterranea-Africana Il bandolo della matassa di questo intreccio di problemi,  sta in  una ineludibile quanto improbabile svolta di 360 gradi nei confronti dei profughi, dei migranti – perché da questo dipende l’agibilità politica necessaria ad affrontare tutto il resto. E non tanto nelle politiche degli stati nazionali di cui abbiamo accennato, difficili da mutare sostanzialmente nel clima che ci grava addosso, quanto nel ruolo che al loro interno giocano e possono giocare le Comunità Locali.  “L’Italia di oggi , però, non ha colto la lezione della storia. Non si pensa e non si vuole marittima , spinge per stare attaccata alle Alpi per non cadere nell’Africa,  Nega l’utilità stessa della sua centralità Mediterranea” E’ sempre più dentro il Mediterraneo senza una decisa  politica Mediterranea ,anche se sulla questione decisiva delle migrazioni, mostra un’attenzione diversa, ancorchè lontana dalle necessità reali,  rispetto a tanti altri Paesi del Continente e della stessa UE, sul versante   accoglienza /integrazione/assimilazione, spazi delle comunità locali. Un versante scivoloso in cui i nostri governi  e tante nostre comunità locali si muovono in maniera contraddittoria, quando non  fuggono per non rischiare l’impopolarità. In generale, però,  il nostro Paese  non si muove assolutamente in sintonia con la lezione della sua  storia, che per memoria è utile richiamare, anche se  al volo. Un veloce richiamo alla storia  La Roma antica nel Mediterraneo costruì e fece fiorire il suo impero. L’unico impero circummediterraneo. Dalla Renania ai Margini del Sahara, dall’Iberia al Levante, la cui influenza  resistette ben oltre la sua caduta  del 476 d.c. Un’influenza che, si mantenne dopo la divisione tra impero di oriente ed occidente,dopo la penetrazione arabo-islamica  del VII secolo che bisecò il circuito mediterraneo, dopo il grande scisma del 1054.Di Oriente o di Occidente a seconda dei punti di vista.   Un’influenza che fu rilanciata e rimodulata dalle prestigiose repubbliche marinare dall’XI/a tutto il XIV secolo e oltre .Con Genova che inventava il capitalismo moderno (1407),  mentre in parallelo  e in concorrenza Venezia, si muoveva già, attraverso il mediterraneo Orientale lungo  le vie dell’Asia, che oggi riprende,  XI Jinping,  in ottica di globalismo sino centrico, sotto il nome di nuove via della seta.  Una presenza ed una influenza durata secoli che faceva registrare tra fine ottocento e inizi 900 in circa un milione gli italiani in diaspora tra Marocco e Anatolia.  L’italiano fino a quell’epoca era una sorta di lingua franca degli scambi commerciali, diffuso dall’Egitto al Mar Nero, usato anche per la redazione di trattati internazionali. Il velleitarismo geopolitico dell’Italietta di Giolitti prima , ripreso con particolare violenza e virulenza da Mussolini poi, distrusse in pochi anni la nostra rete mediterranea , fondamentale per i rapporti con l’ISLAM.” I possibili spazi e prospettive dell’oggi ed un  confronto  con i fattori demografia, clima, economia, geopolitica tra Europa ed Africa  Oggi, se l’Italia  non recupererà con  la lezione della  sua storia, proiezione e rango geopolitico, se non si riposizionerà politicamente nel Mediterraneo, suo habitat naturale, sarà destinata a seri, ulteriori ridimensionamenti della sua potenza commerciale e del suo peso politico nelle dinamiche interne ed esterne all’UNIONE Solo la consapevolezza piena della  sua posizione geografica, della sua millenaria storia, delle dimensioni e traiettorie  economico-finanziarie e geopolitiche in atto  può arrestarne il declino e lo scivolamento nell’irrilevanza  e può offrirle lo spazio adeguato  per  l’insieme delle sue azioni nazionali e locali. Preliminare diventa, quindi, l’abbandono della concezione e della  lettura che vede il Mediterraneo come fossato a protezione della fortezza Europa dalle  ondate turbolente di milioni di giovani che sconvolgerebbero la nostra casa. Una lettura che risveglia la paura dell’altro, dell’alieno che minaccia la nostra identità e genera i mostri che conosciamo e che abbiamo sperimentato nel passato al nostro interno, con guerre devastanti durate decenni e abomini di ogni sorta. Motore di questa paura è l’impropria equazione : migranti-invasori-terroristi, diventata il mantra dei sovranisti di ogni sorta e non solo . Per meglio comprendere cosa sta avvenendo sul fronte delle migrazioni dei popoli  basta solo dare uno sguardo , anche veloce ai  4 fattori strutturali che determinano i movimenti migratori oggi, come in larga parte anche ieri : demografia, economia, clima e geopolitica. Per restare all’Europa e all’Africa, occorre partire dalla gigantesca asimmetria  demografica.  Oggi L’Europa conta 738 milioni di abitanti , nel 2034 se ne prevedono 734 , nel 2050  707, e nel 2100 646. Di contro in Africa oggi gli abitanti sono 1.186 milioni, nel 2034 saranno 1. 679, 2.478 nel 2050 e 4.889 nel 2100. A questo occorre aggiungere che mentre in Europa l’età mediana è di 45, nell’Africa subsahariana, serbatoio principale  dei flussi migratori, non tocca i 20 anni. A muovere uomini e donne verso terre migliori da quelle in cui vivono è “l’intreccio fra eruzione demografica, depressione economica e mutamento climatico che rende inabitabili sempre maggiori porzioni di territorio a sud del Sahara con l’economia della sussistenza in crisi e l’epidemia della fame che opprime decine di milioni di africani. E allora, in quelle zone, ci si aggrappa alle rimesse degli emigranti, cresciute  di sei volte negli ultimi 15 anni,( il valore delle rimesse per le economie in via di sviluppo ha toccato nel 2015   431,6 miliardi di dollari, quasi tre volte la quantità dell’aiuto pubblico allo sviluppo- fonte Idos-rapporto migrazioni  2016) come avvenuto anche da noi dagli inizi 900 a tutto il primo dopo seconda guerra mondiale . “Il combinato disposto delle emergenze demografica, economica e climatica , contribuisce infine  a rendere cronici e i conflitti che devastano africa e medio oriente, uniti ovviamente alla guerra di posizionamento geostrategico delle potenze mondiali. E quindi patetica appare la corsa dei governi europei a remunerare dittatori di rango  (Erdogan –Al Sisi )  o peggio veri o presunti capi locali tutti più o meno interessati alla gestione delle migrazioni in quanto fonte certa di reddito nel caos  e nella incertezza imperante. Il Caso Libia  è emblematico.” ( N° Limes citato) Altrettanto patetico è l’approccio puramente repressivo. I trafficanti non producono i flussi. Li sfruttano. Il loro potere si esercita semmai nella scelta dei corridoi come possiamo costatare agevolmente. Le dimensioni del fenomeno migratorio hanno assunto un livello tale da lasciare intravedere chiaramente che produrrà nel nostro Paese e in tutta Europa un mutamento del suo stesso profilo sociale e culturale per il quale sarebbe importante provare ad attrezzarsi. Ed è proprio su questo fronte  che noi dobbiamo mettere a frutto la nostra posizione di perno geografico del Mediterraneo, capendo che  non è più il Mare Nostrum “ il sistema in cui tutto si fonde e s ricompone in una unità originale” che ci proponeva  30 anni fa  Fernad Braudel, ma “è sempre più un nastro trasportatore che, in senso est-ovest, solletica le ambizioni egemoniche  della Cina, già largamente presente in Africa” . E poi ci sono gli altri . In questo scenario mutato Noi , partendo dall’impatto dei movimenti migratori e dal ruolo nevralgico che assumono le comunità locali all’interno di una adeguata strategia di accoglienza/integrazione /assimilazione possiamo recuperare in parte la visione Braudeliana e rilanciare il ruolo del nostro Paese. In questa ottica diventa essenziale una convergenza di politiche nazionali e locali capaci di puntare in maniera sincronica: 1)ad intercettare meglio, da una parte, i flussi delle nuove vie marittime della seta enfatizzate da Xi Jinpng, potenziando i nostri scali attrezzati per  agganciare adeguatamente i flussi che queste vie stanno già attraversando, collegandoli noi  con i mercati d’oltralpe. E già su questo terreno  siamo parecchio indietro. Dall’altra dovremmo mettere a punto una più coraggiosa politica di accoglienza, integrazione , assimilazione sul MODELLO RIACE e alcuni altri Comuni dell’Accoglienza, modificando e migliorando il pur apprezzabile sistema SPRAR nella direzione, per quanto ci riguarda,  di una legge della Regione Calabria del 2009, colpevolmente accantonata e dimenticata, la legge n° 18 del 2009. Senza una scelta chiara in tal senso andremo, con l’Europa , drammaticamente incontro ad un incontenibile  invecchiamento progressivo delle nostre popolazioni, al decadimento e allo svuotamento di tutte le aree interne del nostro Paese, all’arretramento del sistema produttivo e ad un ulteriore decadimento del Welfare. L’Italia tutta , in questo caso,  finirebbe per essere per l’Europa quello che la Libia è per noi. E allora per concludere 4 proposte secondo me andrebbero vagliate e approfondite nella discussione di oggi e domani portate all’attenzione della nostra Regione e di tutte le nostre comunità locali istituzionali e sociali:  la costruzione di un osservatorio regionale sull’immigrazione per monitorarne politiche e pratiche di gestione, con la possibilità di spingere l’osservazione e la ricerca, nei  Paesi e le comunità di provenienza  dei migranti, con il concorso dell’IDOS, l’ente di ricerca che da anni produce con il sostegno della tavola Valdese, la Rivista Confronti,  e il dipartimento Pari opportunità della presidenza del Consiglio, un pregevole dossier sulle migrazioni col quale domani apriremo i lavori del gruppo sul Tema,  e le nostre università. La costruzione di un percorso che sfoci in un incontro annuale di conoscenza e scambio, UN MERCATO MEDITERRANEO, una fiera non è alla nostra portata, tra le nostre comunità di accoglienza  e quelle di provenienza dei migranti;  una struttura di coordinamento formazione, servizio per tutte le nostre comunità interessate, finalizzata al potenziamento della cooperazione decentrata, e al massimo e migliore utilizzo dei fondi comunitari  ad esse attribuiti.  un gruppo di coordinamento che imposti e avvii, per tempo, la edizione del 2°Forum .   
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