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EDGAR MORIN, la Repubblica • 29 nov 15 • Un Medio Oriente libero e tollerante torniamo al sogno di Lawrence d’Arabia

Nel Califfato storico convivevano popoli e religioni diverse Il colonialismo costruì Stati artificiali che si sono dissolti e incendiati dal fanatismo. Ma il terrorismo è una formula vuota che si sconfigge togliendogli le ragioni EDGAR MORIN, la Repubblica • 29 nov 15 •  Un Medio Oriente libero e tollerante torniamo al sogno di Lawrence d’Arabia      Per capire cosa succede nel mondo islamico è necessario avere una cultura storica: senza storia infatti non può esserci alcuna comprensione degli avvenimenti. Bisogna sapere, per esempio, che nell’antico Califfato c’era piena libertà religiosa sia per i cristiani che per gli ebrei, mentre l’intolleranza più cieca riguardava solo il mondo cristiano: basti pensare alle Crociate, all’Inquisizione, alle persecuzioni anti- ebraiche. In realtà il vero problema del mondo arabo è stata la sua colonizzazione durata secoli, dalla fine del 400 dopo Cristo alla decomposizione dell’Impero ottomano. Da queste macerie nacque un sogno: il sogno di ricostruire e unificare il mondo arabo, il sogno di Lawrence d’Arabia. Un progetto che però si è andato a infrangere contro le mire egemoniche di paesi europei come la Gran Bretagna e la Francia, che per perseguire i propri interessi nazionali in Medio Oriente “crearono” paesi tra loro diversi: la Siria, il Libano, l’Iraq. Ed è stato un peccato, perché una nazione unificata araba avrebbe potuto svilupparsi in senso multietnico, visto che in ognuno di quei territori avevano sempre convissuto islamici, cristiani ed ebrei. Questa nazione avrebbe potuto consolidarsi, svilupparsi in un clima di libertà religiosa. Le cose sono andate diversamente. Prima con la frantumazione in Paesi differenti, ognuno inserito in una differente sfera d’influenza. E poi, molto più recentemente, con gli effetti della strategia americana, con la seconda guerra del Golfo che è servita solo a distruggere lo stato iracheno. Ora da una parte c’è la componente sciita; dall’altra quella curda, decisa a diventare indipendente; e infine quella sunnita. In questo contesto esplosivo — e con le conseguenze di una serie di fenomeni storici come il fallimento del socialismo arabo, il fallimento delle nuove democrazie, il problema palestinese irrisolto, il sottosviluppo economico e un sentimento diffuso e generalizzato di umiliazione collettiva — si è arrivati alla situazione attuale. In cui perfino nei “laici” Territori occupati la radicalizzazione del conflitto e la disperazione hanno portato a una crescita del potere dei fattori religiosi. A questo punto, serve in primo luogo una risposta di tipo culturale. Dobbiamo introdurre nei nostri paesi l’insegnamento delle religioni, non del cattolicesimo ma di tutte le diversità: perché la religione non è, come pensava Voltaire, un’invenzione della cura, ma, come diceva Karl Marx, è il sospiro della creatura infelice. In altre parole, è l’infelicità umana che alimenta la religione. In secondo luogo, per favorire l’integrazione degli studenti musulmani, bisogna mostrare come la Francia — proprio come l’Italia, o la Spagna — sia in realtà una nazionale multiculturale. In Italia ad esempio non ci sono solo discendenti dei latini, è una nazione composta da popoli diversi, siciliani, piemontesi, trentini. E ci sono molti ebrei. L’Italia insomma non ha una razza unica, ma tante diverse, con lingue diverse che col tempo si sono integrate. È la vera eredità dell’universalismo dell’impero romano. La storia insomma deve aiutare anche i giovani a capire come l’integrazione, nel tempo, sia possibile. Terzo tema: cosa fare oggi con la parola “terrorismo”? Una parola che in realtà non è quella giusta, perché è vuota. Una parola che non contiene in sé una vera fede, una vera passione, ma solo un mondo dalla realtà rovesciata. Era così anche in fenomeni terroristici di altro tipo, come le Brigate Rosse e l’eversione nera in Italia. Le persone non nascono terroriste, si comincia magari per seguire un qualche ideale di salvezza. Come succede con l’Is: dal disagio storico e sociale si passa a pensare di essere al servizio di Dio. E nel caso degli estremisti islamici, il fuoco, il carburante che alimenta la loro follia è la questione irrisolta del Medio Oriente. Questo fuoco è come un cancro, che fa metastasi ormai nell’intero pianeta. Ecco perché bisogna risolvere una volta per tutte il problema mediorientale. Imponendo la pace a tutti le componenti che alimentano questa guerra civile. È questo l’unico modo per isolare il fanatismo di Daesh e del sedicente Califfato. Ma come fare? A questo punto, ricostruire l’integrità della Siria e dell’Iraq appare impossibile. L’unica soluzione allora è riprendere, tornare a far vivere il sogno di Lawrence d’Arabia, promuovendo una grande Confederazione del Medio Oriente in cui sia ripristinata la libertà di culto. Se decidiamo che è davvero questo lo scopo da raggiungere, allora possiamo portare avanti una grande coalizione che promuova la pace. Solo così quel concetto vuoto che chiamiamo “terrorismo” potrà essere progressivamente liquidato. Questa è una missione vitale, non solo per i francesi o gli europei, ma per tutta l’umanità. ( Questo testo è l’intervento che l’autore ha tenuto al convegno internazionale di Rimini organizzato da Edizioni Erickson) califfatocolonialismoDaeshEdgar Moringuerra in Iraqguerra in SiriaIsLawrence d’Arabiamedio oriente Vota questo articolo  
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Il commercio degli schiavi-UNIVERSITÀ DI PISA, CORSO DI LAUREA DI SCIENZE PER LA PACE-“Europa e mondo dall’età moderna all’età contemporanea” (prof. Marco Della Pina)

  UNIVERSITÀ DI PISA, CORSO DI LAUREA DI SCIENZE PER LA PACE  Il commercio degli schiavi Materiali di studio per l’insegnamento di “Europa e mondo dall’età moderna all’età contemporanea”(prof. Marco Della Pina) Il commercio degli schiavi, una enorme tragica realtà di cattura, trasporto e vendita di esseriumani, ha coinvolto decine di milioni di persone durante l’epoca moderna, dalla scoperta econquista dell’America all’Ottocento. L’epicentro è l’Africa, l’irraggiamento vastissimo,verso l’Asia, l’Europa e soprattutto l’America ; le conseguenze sociali, economiche edemografiche molteplici ed ancora oggi molto discusse, variamente interpretate dagli storici espesso oggetto di un improprio « uso politico della storia ». Comprovato fin dai tempi piùantichi, il commercio di uomini e donne dell’Africa ha avuto inizio molto prima che glieuropei dell’epoca moderna esplorassero le coste del continente nero. Così è essenzialedistinguere bene tra le grandi forme di tratta degli schiavi che avevano fatto della popolazionenera la fonte principale, se non l’unica, di approvvigionamento di schiavi: la tratta dettaorientale, la tratta interna africana, la tratta coloniale europea, detta anche “tratta atlantica” .Queste tre forme di tratta degli schiavi non sono comparse nei medesimi periodi e non hannoavuto la stessa durata, ma si sono sovrapposte all’epoca coloniale.Lo storico francese Olivier Pétré-Grenouilleau, (Les Traites négrières, Essai d'histoireglobale, 2004) che più di altri ha messo l’accento sulla rilevanza della tratta orientale, hastimato a 42 milioni di persone il totale delle vittime delle tratte africane :· La tratta orientale, con destinazione il mondo arabo-musulmano, dall’anno 650al 1900, circa 17 milioni di persone;· la tratta intra-africana, in un periodo indefinito che giunge sino al primoNovecento, circa 14 milioni di persone, di cui una parte rivenduta ad europei o adarabi;· la tratta atlantica, fatta dagli europei, dal 1519 al 1867, ma concentrata nel corsodel Settecento, circa 12 milioni di persone.La tratta orientale si inserisce nella continuità delle pratiche schiaviste delle societàdell’antichità classica: l’antico Egitto, la Mesopotamia, l’impero romano, hanno in particolarefatto abbondante ricorso agli schiavi africani per il lavoro agricolo, nella costruzione degliedifici pubblici e delle strade, ma anche per i lavori domestici. Erede del mondo romano,l’impero bizantino ha continuato in questa pratica fino nel cuore del medioevo. Sorti in granparte sul territorio dell’impero bizantino, gli imperi arabi, a partire dal VII secolo, hannocontinuato questo trasferimento di popolazioni africane asservite fino ai centri dei nuovipoteri, verso Mossul e Bagdad, per esempio.Il lavoro agricolo era allora la principale attivitàgarantita da questi schiavi e schiave, ma essi erano ugualmente destinati ai compitidell’economia domestica e agli harem. I circuiti di approvvigionamento di questi grandiimperi sono rimasti pressoché immutati durante millenni: per via di terra attraverso il Sahara,il deserto arabico, l’alta valle del Nilo, poi attraverso il Sinai, l’Anatolia, la valle del Tigri edell’Eufrate, e poi l’Asia centrale e i confini dell’impero russo a partire dalla fine delSeicento; per via marittima attraverso il mar Rosso e il Golfo Persico partendo dalle costeorientali dell’Africa, perfino dal Madagascar per quanto riguarda la tratta nella sua partearaba.2Questa pratica di assai lunga durata è sopravvissuta ai numerosi cambiamenti politici e aglisconvolgimenti religiosi: dal paganesimo antico all’Islam, passando per il cristianesimo tantogreco che latino, la riduzione in schiavitù degli africani si è mantenuta in queste società ed èstata alimentata da un commercio regolare di provenienza dall’Africa orientale, da Zanzibarall’Abissinia, passando per la regione dei Grandi Laghi. Mentre è impossibile misurarel’ampiezza della tratta antica e bizantina, in mancanza di fonti affidabili, sono stati effettuatitentativi di valutazione quantitativa della tratta chiamata musulmana (o araba) - terminologiaquesta sulla quale non vi è unanimità. Si stima che dal settimo al diciannovesimo secolo sianostati strappati al continente nero dai 12 ai 17 milioni di persone, distribuite abbastanzauniformemente nei 12 secoli. Ma queste cifre restano oggetto di vivaci controversie.La tratta intra-africana, fondata principalmente sul rendere schiavi i prigionieri di guerra, èesistita per un periodo ancora più lungo, del quale in mancanza di informazioni èestremamente difficile fissare la durata. Sotto forme diverse, la schiavitù e il commercio dellepersone sono stati praticati diffusamente nella maggior parte delle società africane moltoprima dell’arrivo dei navigatori europei e indipendentemente dai circuiti delle tratte orientali.Hanno potuto essere avanzate valutazioni che fanno della tratta dei neri interna all’Africa - lacui esistenza è ancor oggi contestata da certi intellettuali africani - l’equivalente della trattaorientale, ma ripartita su un periodo ancora più lungo. Tuttavia - essenziale questa diversità -mentre la tratta orientale privava l’Africa di una parte della sua popolazione, la tratta africanainterna manteneva intatto il potenziale umano del Continente. E’ quindi la tratta più oscuraperché meno documentata. Secondo Peter Manning essa è divenuta dominante soltanto nellaseconda metà dell’Ottocento e nel primo Novecento, quando la sua entità diventa superiore aquella che avevano raggiunto la tratta atlantica ed orientale. La crescita della tratta intraafricanain questo periodo, conseguenza della tratta atlantica che aveva favorito le guerreinterne africane, secondo alcuni studiosi avrebbe reso più fragile l’Africa nel periodo dellarivoluzione industriale europea ed avrebbe favorito la formazione degli imperi coloniali allafine dell’Ottocento.La tratta atlantica, che prende l’avvio con gli imperi coloniali spagnoli e portoghesi e poicresce fortemente dalla fine del Seicento con l’arrivo degli olandesi, francesi ed inglesi, conlo sviluppo nelle Americhe delle economie di piantagione e con l’affermarsi del cosiddettocommercio triangolare, presenta caratteristiche radicalmente nuove, sia qualitative chequantitative. A differenza delle precedenti, essa ebbe preponderante carattere “razziale”: nefurono vittime soltanto i Neri dell’Africa, al punto di rendere il termine “negro” sinonimo dischiavo nella lingua francese del XVIII secolo. Questa “deriva razziale” dello schiavismo haportato al trasferimento di una ingente popolazione africana sul continente americano i cuidiscendenti formano oggi un’importante componente, in alcuni casi come alle Antille perfinocome maggioranza. La tratta coloniale degli schiavi, organizzata dagli Stati più strutturatidell’Europa moderna, è quella maggiormente documentata perché è stata oggetto di unaminuziosa legislazione (fiscale, commerciale, amministrativa, sanitaria). Gli archivi pubblici eprivati abbondano di documenti in merito ed hanno permesso agli storici, da più di tredecenni, di analizzare con rigore i meccanismi messi in opera da armatori, capitani di navi,fornitori di merci destinate a servire da moneta per l’acquisto degli schiavi sulle costeafricane, piantatori delle colonie acquirenti di questa mano d’opera schiava, amministratoriincaricati della gestione e della difesa delle colonie.È ormai in maniera quasi unanime accettato che la tratta europea abbia prelevato in Africa frai 12 e i 13 milioni di esseri umani, comprese tutte le destinazioni, dei quali circa un terzodonne. La mortalità durante le traversate era molto variabile secondo le spedizioni, ma ilnumero dei morti nel corso delle traversate - accuratamente registrati sui libri di bordo - si è3elevato mediamente a circa il 15% del totale degli schiavi imbarcati, facendo dell’Atlantico il«più grande cimitero della storia»; ai quali devono essere aggiunte le vittime. Dal livello dicirca il 30% nel XVII secolo, la mortalità degli schiavi è scesa al 12% alla fine del XVIIIgrazie alla minore durata delle traversate e all’incontestabile miglioramento dell’igiene edell’alimentazione degli schiavi, per risalire a più del 15% nel corso dell’Ottocento durante ilperiodo della tratta illegale. Altra particolarità della tratta coloniale: la sua durata fu molto piùbreve di quella della tratta orientale e intra-africana, perché si svolse dalla fine delQuattrocento fino agli anni 1860. Il Settecento concentra da solo il 60% delle spedizioni,l’Ottocento - periodo nel quale la tratta era diventata illegale - quasi il 33%, mentre i secoliprecedenti raggiungono a malapena il 7% del totale.Eppure la massima intensità della tratta europea degli schiavi, che le attribuì tutta la suaspecificità storica, si è in realtà concentrata su un periodo molto più breve, poiché il 90%degli schiavi africani deportati verso le colonie europee delle Americhe lo sono stati fra il1740 e il 1850, ovvero in poco più di un secolo. Proprio questo carattere di brutalità,circoscritto a un lasso di tempo molto corto, ha profondamente segnato gli spiriti e urtato lecoscienze di molti contemporanei: fra il 1780 e gli anni ’20 del 1800, circa 100.000 africanifurono comperati ogni anno, cifra che nessun’altra tratta negriera ha mai raggiunto ed allaquale neppure si è mai avvicinata. La graduatoria delle potenze negriere si stabilisce sullabase delle statistiche della tratta stessa: il Portogallo ha effettuato il trasferimento alleAmeriche di più di 4,6 milioni di schiavi. Dopo aver inaugurato questo commercio a partiredalla metà del Quattrocento, ha svolto la parte essenziale della tratta illegale nell’Ottocento.La Gran Bretagna viene in seconda posizione, con più di 2,6 milioni di schiavi, una parte deiquali fu venduta nelle colonie spagnole. La Spagna, malgrado l’immensità del suo imperoamericano, arriva soltanto al terzo posto, soprattutto nell’Ottocento a causa dell’attività diCuba, punto di partenza di un buon numero di navi della tratta clandestina. Gran partedell’approvvigionamento in schiavi delle colonie spagnole fu eseguito dai britannici. LaFrancia occupava il quarto posto, con circa 1,2 milioni di deportati sulle proprie navi, deiquali circa l’80% furono destinati a Santo Domingo (Haiti), primo produttore mondiale dizucchero alla fine del Settecento.La geografia dell’Europa negriera è ben nota: i grandi porti negrieri si concentrarono in untriangolo che andava da Bordeaux a Liverpool e all’Olanda. Questa parte nord-occidentaled’Europa organizzò più del 95% delle spedizioni negriere europee. In ordine d’importanza igrandi porti della tratta sono stati Liverpool, con 4.894 spedizioni identificate, seguito daLondra (2.704), Bristol (2.064), Nantes (1.714), Le Havre-Rouen (451), La Rochelle (448),Bordeaux (419), Saint-Malô (218). Si deve segnalare il caso del Portogallo. Primo paesenegriero, di gran lunga davanti a Inghilterra e Francia, questo Paese seguì una pratica diversa:i circuiti non partivano sistematicamente da Lisbona, ma il commercio degli schiavi sisvolgeva fra il Brasile - di gran lunga la principale destinazione - e le coste dell’Angola, dellaGuinea o del Mozambico, attraverso l’Atlantico meridionale.Un aspetto particolare del commercio negriero: il pagamento degli schiavi sulle costedell’Africa, nei regni costieri che si erano strutturati intorno a questo lucrativo commercio, sifaceva soltanto eccezionalmente in metalli preziosi, e abitualmente invece con manufatti:tessuti, ferramenta, stoviglie, armi bianche e da fuoco, alcool, bigiotteria. Queste merci, detteda tratta, non erano affatto, come spesso si è pensato, di cattiva qualità o di valore irrisorio: incambio di prigionieri (il più sovente in seguito a guerre o razzie), i re africani checontrollavano la tratta a monte ottenevano strumenti di prestigio che garantivano loro unpotere spesso molto esteso ed anche le armi necessarie a intraprendere nuove conquiste enuovi schiavi. Per l’Europa qui stava la novità del commercio triangolare, questo scambio di4una forza lavoro destinata alle sue colonie contro prodotti usciti dall’attività manifatturieradelle sue città e campagne era altamente remunerativo. Non soltanto l’acquisto di schiavicontribuiva alle attività manifatturiere più diverse e sovente distanti dai porti negrieri, maquegli schiavi venduti alle colonie costituivano la mano d’opera indispensabile per laproduzione delle derrate coloniali (zucchero, caffè, cacao, tabacco) molto ricercate inun’Europa in pieno sviluppo. Queste merci coloniali, trasformate sul continente europeo,venivano esportate lontano dai porti d’arrivo e procuravano notevoli guadagni. Inoltre, e aquel tempo si trattava di un elemento di capitale importanza, il «baratto» di schiavi contromerci evitava l’uscita dall’Europa di metalli preziosi, la cui presenza era il metro con cui sicalcolava la ricchezza di un paese.Quale fu l’impatto economico della tratta sullo sviluppo dell’economia europea ? Secondoalcuni studiosi, si è molto esagerata la rilevanza della tratta sull' economia dei paesi negrieridell' Europa, che non sarebbe stata una componente particolarmente rilevante dello svilupposettecentesco, generando profitti abbastanza ridotti, tra l’8 ed il 10%. Occorre tuttavia rilevareche la tratta costituiva una parte strutturale ed integrante del sistema economicointernazionale. Deve quindi essere presa in considerazione la totalità del circuito commercialenegriero: a monte, le attività sviluppate da un flusso continuo di armamento di navi per questocommercio, pesantemente caricate di manufatti, la costruzione navale, l’attrezzatura e lamanutenzione delle navi; a valle, l’esistenza delle colonie della zona tropicale e le loroproduzioni agricole di elevato valore agli occhi di una clientela europea sempre più numerosaed esigente. Queste colonie furono non soltanto fonti di immensi profitti, tanto per i piantatoriche per i negozianti dei porti, ma erano considerate come i segni più visibili della potenzadelle metropoli. Nel Settecento le guerre franco-inglesi avevano tutte sullo sfondo la rivalitàper la supremazia coloniale. Ora, senza la mano d’opera fornita dalla tratta negriera, questecolonie non sarebbero state altro che inutili terre vuote.E quale fu l’impatto demografico sull’Africa ? Per i paesi africani si è anche sostenuta la tesiparadossale che la tratta avrebbe avuto effetti positivi, avendo allentato gli effetti negatividella crescita della popolazione oltre a fornire ricchezza monetaria e merci che avrebberofavorito lo sviluppo; essa poi non avrebbe avuto effetti demografici sensibili. La realtà fuprobabilmente assai diversa: se è vero che sull' intero continente subsahariano - che nelSettecento contava forse 70 milioni di abitanti - gli effetti quantitativi di un flussocomplessivamente imponente, ma assai diluito nel tempo, non furono rilevanti, ciò non è verosicuramente per le aree che pagarono il più alto prezzo alla tratta. Questa non solo eraselettiva, privilegiando uomini e donne giovani di età e robusti di costituzione, ma era anchequantitativamente importante, influenzando la stabilità e la crescita demografica. Ve ne sonoprove, nel corso del Settecento, in varie regioni dell' Africa occidentale. Infine, quale calcolopotrebbe mai valutare il costo del degrado umano, sociale e civile (e la sua durata nel tempo)che la tratta inflisse alle popolazioni africane ?Così soprattutto nel Seicento e nel Settecento la tratta degli schiavi costituì il cuore dellaricchezza e della potenza coloniale delle grandi nazioni d’Europa, ma la sua violenza ne feceil principale bersaglio della nascente contestazione del sistema coloniale. Il movimentoantischiavista e abolizionista, all’inizio sorto e formatosi negli Stati Uniti al momento dellaDichiarazione d’Indipendenza, poi in Inghilterra e in Francia alla fine degli anni 1780, misel’eliminazione della tratta al primo posto nei suoi obiettivi politici. La prima tappa sarebbedovuta essere la sua proibizione mediante un accordo fra i grandi paesi europei; ne sarebbederivata una trasformazione delle condizioni stesse della schiavitù, che avrebbe aperto lastrada alla sua soppressione progressiva, senza scontri né crolli economici. Per il movimentoabolizionista internazionale, la schiavitù era una conseguenza del crimine iniziale5rappresentato dalla tratta, il crimine assoluto. La sua scomparsa avrebbe avuto un doppioeffetto benefico: da una parte, l’estinzione programmata della schiavitù, sostituita dalsalariato, e dall’altra la fine dello spopolamento dell’Africa.Questo schema, idealizzato all’estremo dai più ferventi antischiavisti, l’Abbé Grégoire eMirabeau in Francia, Thomas Clarkson e William Wilberforce in Inghilterra, nei fatti non si èmai realizzato in questa forma. In Francia, la prima abolizione della schiavitù, il 4 febbraio1794, venne imposta dalla “rivoluzione nera” di Haiti a una Convenzione che non siprospettava certo di procedere tanto in fretta, ma Napoleone la ristabilisce nel 1802 eorganizza la spedizione contro Haiti. Nel 1815, al Congresso di Vienna, le potenze europee siaccordarono per mettere fuori legge la tratta negriera, tuttavia in nessun luogo si vide comeconseguenza anche la contemporanea scomparsa della schiavitù. Nella maggior parte deipaesi europei la tratta viene abolita molto prima della schiavitù: in Inghilterra, dove ilmovimento abolizionista era molto potente, come pure negli Stati Uniti, la tratta fu abolita conuna legge nel 1807, ma la schiavitù resiste fino al 1833, negli Usa si ha l’abolizione dellatratta nel 1808, e la fine della schiavitù nel 1860; in Francia infine la tratta è abolita nel 1817,ma la schiavitù soltanto nel 1848. Da ricordare infine che una tratta illegale mantenne a lungoin funzione i circuiti di approvvigionamento delle grandi piantagioni del Brasile, di Cuba eperfino degli Stati Uniti. La Gran Bretagna impegnò la propria forza navale contro i questatratta illegale, ma riuscì ad eliminarla soltanto verso la metà dell’Ottocento. Il Brasileabolisce poi ufficialmente la tratta nel 1850 e l’ultima nave negriera giunge a Cuba nel 1867.
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Così noi europei inventammo il Medio Oriente- Limes-

Così noi europei inventammo il Medio Oriente- Limes- Settembre 14 Pubblicato in Mesoregione Euromediterranea  Letto 1 volte  dimensione font riduci dimensione font aumenta la dimensione del font  Stampa  Email  Add new comment Così noi europei inventammo il Medio Oriente   [Carta di Laura Canali]  16/09/2014 Conversazione con Eugene Rogan, professore di Storia del Medio Oriente moderno al St Antony’s College. a cura di Federico Petroni GIORDANIA, INTERVISTE, IRAQ, ISRAELE, KURDISTAN, PALESTINA, SIRIA, MEDIO ORIENTE LIMES Riferendosi ai paesi mediorientali nati dopo la Prima Guerra Mondiale, in una delle sue pubblicazioni lei scrive: «La loro genesi gettò le basi di molti conflitti che avrebbero in seguito costellato la regione». A cosa si riferisce?ROGAN Come cerco di mostrare in The Arabs, all’indomani della Prima Guerra Mondiale le potenze europee si accordarono tra loro sul modo in cui spartirsi i territori dell’impero ottomano e sulla forma da dare agli Stati sorti dalle sue ceneri senza la minima consultazione delle popolazioni e delle élite locali… Se guardiamo ai nazionalismi insoddisfatti o ai territori disputati, possiamo identificare precisi problemi nelle relazioni internazionali le cui origini possono essere rintracciate nelle frontiere disegnate durante e dopo la Grande guerra.Un esempio è il fatto che non sia mai nato uno Stato curdo, nonostante già alla fine del conflitto i curdi fossero stati identificati come gruppo nazionale. Il trattato di Sèvres prevedeva la creazione di uno Stato curdo, ma rimase sulla carta. Disattendendo le aspirazioni nazionaliste curde si innescò il processo in virtù del quale assistiamo a periodiche ribellioni, insurrezioni come quelle del Pkk o violenze di Stato come quelle perpetrate in passato in Iran o in Iraq. LIMES Quello kemalista non era comunque un progetto europeo.ROGAN Si prenda allora il caso palestinese: quei territori furono promessi a tre parti diverse durante il conflitto. Prima, nella corrispondenza McMahon-Hussein del 1915 tra il residente britannico del Cairo e lo šarīf della Mecca, la Palestina fu promessa a quello che sarebbe dovuto diventare lo Stato degli arabi. Poi, l’accordo Sykes-Picot del 1916 introdusse l’idea di porre quelle terre sotto tutela internazionale. Infine, la dichiarazione Balfour le promise agli ebrei. Il risultato fu una rivalità tra due nazionalismi incompatibili che avrebbe reso il Mandato britannico in Palestina il più disfunzionale dell’intero Medio Oriente. E innescato un conflitto che arriva sino ai giorni nostri. Un altro perfetto esempio è il Libano. La Francia s’imbarcò in un progetto di ingegneria frontaliera per ritagliare ai cristiani del Monte Libano il territorio più vasto possibile affinché essi potessero dominare il futuro Stato. Un’operazione mal concepita sin dall’inizio, perché il tasso di natalità tra i musulmani si rivelò molto più alto di quello dei cristiani: già dagli anni Quaranta i cristiani del Libano erano una minoranza nello Stato che governavano. Per cercare di bilanciare questi squilibri, i libanesi svilupparono una forma di governo settario che, nella sua rigidità, è stata la fonte di due grandi guerre civili, nel 1958 e nel 1975-1990, nonché delle attuali tensioni. LIMES C’è una correlazione tra l’instabilità che oggi flagella paesi come Egitto, Turchia o Iraq e il fatto che alcuni di questi Stati sono figli della prima guerra mondiale?ROGAN Non li vedo tanto come figli ma come nipoti della Grande guerra. Britannici e francesi furono colonizzatori molto tenaci, opposero resistenza alle forze nazionaliste con ogni strumento – politico, militare, diplomatico – ed è solo nel secondo dopoguerra, con gli imperi ormai molto indeboliti, che le regioni mediorientali furono in grado di raggiungere l’indipendenza. Ma le élite nazionaliste che avevano guidato la lotta per l’indipendenza, molte delle quale istruite in Europa, erano ormai compromesse dal precedente fallimento nel negoziare la libertà. Quando un’ondata rivoluzionaria spazzò la regione, queste élite furono rimpiazzate da militari e tecnocrati. Ed è questo il Medio Oriente con cui facciamo i conti oggi. Ecco perché li definisco nipoti della Prima Guerra Mondiale. LIMES Un figlio ancora in vita però c’è: la Giordania.ROGAN Vero, in Giordania governa ancora la casa regnante posta sul trono dai britannici dopo la Prima Guerra Mondiale. Ed è stata in grado di gestire tre successioni senza grossi problemi all’interno dei confini ereditati dal Mandato britannico. Nonostante re Hussein abbia dovuto resistere alle pressioni dei nasseriani e a tentativi di golpe e di omicidio, nel tempo le istituzioni monarchiche si sono rafforzate. Certo, oggi re ‘Abdallāh non gode della popolarità del padre e nel 2011 anche la Giordania è stata scossa dalle richieste popolari di cambiamento che spazzavano il mondo arabo. Tuttavia, credo che i giordani – vedendo la guerra civile in Siria, le sommosse in Egitto e in Yemen, lo Stato fallito libico – siano ora molto riluttanti a scagliarsi contro il regime e a rischiare di importare l’instabilità che li circonda. LIMES A proposito della Siria, l’odierna instabilità è un lascito della Grande guerra?ROGAN Non imputerei la guerra civile siriana ai confini tracciati dalle grandi potenze dopo la Prima Guerra Mondiale. Nella lotta nazionalista contro il Mandato francese, la Siria sviluppò un’identità nazionale che godeva di un sostegno popolare molto vasto. In un certo senso, questa è l’ironia della rivolta contro Asad: all’inizio era un movimento trasversale alle varie comunità siriane che mirava a ottenere più libertà politiche. Sono convinto che se Asad avesse allargato la sfera politica sarebbe stato rieletto presidente: i siriani non vedevano il dominio alauita come il problema principale, erano preoccupati piuttosto dalla scarsa partecipazione politica e dall’uso dell’intimidazione e della violenza contro i cittadini. LIMES Ritiene quindi che i confini mediorientali, tracciati nella sabbia dalle potenze coloniali, siano diventati reali nel corso del tempo?ROGAN Nel XX secolo, la lotta per l’indipendenza e il processo di formazione dello Stato ha reso possibile a confini indiscutibilmente artificiali di acquisire un valore reale. Per quanto riguarda la Siria, la sua popolazione non ha messo in discussione quelle frontiere né la Siria in quanto Stato. Per questo motivo credo che la Siria – e l’Iraq, anche se solo in parte – sia riuscita a sviluppare una certa identità nazionale. In certi casi poi la creazione di alcuni paesi è avvenuta in modo autonomo. Non penso solo alla Turchia, uno Stato a tutti gli effetti. Penso anche all’Arabia Saudita, creata con le sue stesse forze. Certo, i britannici posero dei paletti – in Kuwait e in Transgiordania – ma l’Arabia Saudita gode della legittimità che le deriva, oltre dal controllo sulle città sante, dall’aver in gran parte stabilito autonomamente i propri confini. LIMES Eppure altrove le potenze europee assemblarono territori che spesso avevano poco a che spartire l’un con l’altro.ROGAN Vero. In questi territori non c’era un’idea coerente di Stato nazionale. Gli ottomani avevano identificato il nazionalismo come la più grave minaccia per l’impero – dopotutto era stato la forza che aveva fatto esplodere i Balcani sottraendoli a Costantinopoli. Nei territori arabi questo significò che le discussioni sulla questione nazionale furono immediatamente soppresse, spingendo alla clandestinità o all’esilio in Egitto, a Parigi o nelle Americhe chi ne volesse parlare liberamente. Gli arabi stavano solo incominciando a discutere le proprie idee di nazione e di nazionalismo quando all’orizzonte balenò la possibilità del crollo dell’impero ottomano, dopo quattro secoli un’eventualità considerata inimmaginabile. È solo nell’ottobre-novembre 1918, quando gli ottomani si ritirarono dal mondo arabo, che gli arabi politicamente attivi iniziarono a discutere il loro destino e come declinare lo slancio wilsoniano per l’autodeterminazione. Ma era troppo tardi. Francia, Russia e Gran Bretagna avevano già stretto accordi di spartizione dell’impero ottomano, a partire dal patto di Costantinopoli del 1915 con cui la Russia reclamava il Bosforo e i Dardanelli, lasciando alla Francia i territori siriani e alla Gran Bretagna il diritto di decidere in futuro cosa riservarsi. Così gli arabi si trovarono di fronte una soluzione imposta dall’esterno. Quello che sappiamo dei dibattiti dell’epoca è che molte organizzazioni cercarono di mandare delegazioni alla conferenza di pace di Versailles. C’era chi progettava uno Stato mesopotamico con Baghdad e Bassora e chi ne invocava un altro nel bilād al-Šām, la grande Siria. Dopo la «rivolta araba», molti volevano fare della Siria un regno, con a capo Faysal della dinastia hascemita. C’erano le comunità raccolte attorno al Monte Libano che puntavano sulla loro relazione speciale con la Francia per creare uno Stato cristiano e furono molto attive nell’attività di lobbying a Versailles. Infine c’erano i sauditi che stavano costruendo autonomamente il loro Stato a suon di conquiste. Se gli arabi fossero stati consultati, la mappa del Medio Oriente sarebbe stata molto diversa. LIMES Cioè?ROGAN Se gli europei non si fossero spartiti le province arabe e avessero permesso agli hascemiti di instaurare monarchie in Mesopotamia, Siria e Hiğāz , sarebbe molto probabilmente esploso un conflitto tra gli stessi hascemiti e i sauditi. Le relazioni erano già molto tese e i sauditi erano più forti, come dimostra la presa dello Hiğāz negli anni Venti. Sarebbe stato difficile contenerli, visto il furore delle loro schiere di ihwān: avrebbero potuto facilmente conquistare il regno di Faysal in Siria e almeno l’area di Bassora. La tendenza sembrava puntare verso la creazione di un impero arabo saudita con capitale Riyad. E forse nel Nord dell’attuale Iraq si sarebbe creato uno Stato curdo. LIMES E il sionismo?ROGAN Il sogno sionista è diventato realtà solo grazie all’intervento britannico. Di tutti i movimenti nazionalisti che parteciparono alla conferenza di pace di Parigi, i sionisti erano quelli con meno chances di farcela. Perseguivano un’agenda nazionalista in un territorio in cui non avevano presa demografica. Le popolazioni ebraiche della Palestina prima del 1917 erano molto inferiori al 10%: non era realistico creare una realtà nazionale in una situazione simile. Era possibile solo con una massiccia immigrazione. E una simile immigrazione può essere tollerata solo grazie al supporto di una grande potenza: senza l’intervento britannico in nessun modo i sionisti sarebbero stati in grado di persuadere la popolazione locale ad accettare l’enorme afflusso di popolazione, tale non solo da creare una nazione ma uno Stato. Non ho dubbi che senza la dichiarazione Balfour non ci sarebbe stato uno Stato ebraico in Palestina. LIMES Un altro elemento che indebolì i popoli arabi all’indomani della guerra fu la scarsa preparazione a farsi carico di uno Stato.ROGAN Di sicuro loro erano convinti di esserne in grado, o almeno così emerge dalle varie rappresentazioni che le delegazioni arabe fecero di loro stesse alla conferenza di pace di Parigi. Sostennero che non erano meno in grado di determinare le loro istituzioni politiche di quanto non lo fossero i popoli dei Balcani. L’unica cosa che mette in dubbio queste pretese è che avevano fatto parte di un impero in cui era stato necessario lottare per il solo diritto di partecipare alla vita politica. Molti arabi, specie dopo la rivoluzione del 1908, furono esclusi dalle sfere più alte di governo e discriminati in quanto arabi. Questo dimostra che non avevano accumulato l’esperienza per creare un nuovo governo e istituzioni statali, gestire un’economia e un potere giudiziario indipendente, dotarsi di un meccanismo per rinnovare la classe dirigente. LIMES Quanto pesa quell’impreparazione allo Stato sull’attuale instabilità mediorientale?ROGAN Oggi non è tanto rilevante il fatto che quelle comunità dopo la Grande guerra non fossero pronte quanto la distorsione operata in seguito dal dominio coloniale sul sistema politico. Le energie politiche locali furono costrette a concentrarsi unicamente sull’indipendenza, tralasciando la vera politica. Raggiunta l’indipendenza, non si erano formate classi dirigenti in grado di gestire ad esempio l’economia. Lo vediamo in Egitto, dove oggi come decenni fa si cerca di gestire l’economia con programmi che sembravano e sembrano esercizi di fantasia. LIMES Nella regione è in corso un processo di erosione dello Stato per mano di poteri informali. Basti pensare alla Siria, dove si intersecano alleanze transnazionali su basi religiose o settarie.ROGAN Vero, però questo è anche dovuto al fatto che il sistema degli Stati in Medio Oriente ha nel suo dna sia stabilità sia instabilità. In tutte le insurrezioni non solo mediorientali le potenze regionali combattono sempre una guerra per procura, cercando di avanzare i propri interessi statali. La crisi siriana si è internazionalizzata perché un movimento non violento di riforma è stato schiacciato con la violenza e si è evoluto in resistenza armata. Per organizzare un esercito c’è bisogno di armi, quindi di soldi. È qui che gli attori regionali entrano in gioco, perché sono gli unici a poter finanziare la lotta armata. In Siria, gli scontri tra le milizie identificano due lotte regionali: una tra le potenze sunnite e gli sciiti sostenuti dall’Iran; l’altra tra sauditi e qatarini sul ruolo della Fratellanza musulmana in politica. I sauditi temono i Fratelli in quanto partito islamista moderato che può sfidare la loro legittimità in patria e prediligono le correnti salafite. Questo scontro regionale viene declinato di Stato in Stato. LIMES Però attori non statali come lo Stato Islamico (Is) invocano esplicitamente l’erosione dei confini.ROGAN È difficile sapere quanto questi movimenti con agende transnazionali siano sostenuti dalla gente comune. Ogni milizia ha un’idea ambiziosa che serve non solo per reclutare manodopera ma per indurla a sacrificare la propria vita. L’idea di lottare per un’impresa storica quale la creazione di un grande Stato ha un forte impatto motivazionale. LIMES Ma ha un forte impatto anche sulla legittimità degli Stati.ROGAN L’avrebbe se questi gruppi armati fossero influenti al di là dei campi di battaglia. Hanno influenza in Siria e solo dove si combatte. Ma non in Iraq: la Repubblica islamica di Siria e Iraq non nascerà mai, al di là di quel che dice l’Is, perché è un progetto che non ha presa sugli iracheni. L’Is non è nemmeno in grado di controllare porzioni consistenti di territorio: al massimo può mantenere in vita l’insurrezione il più a lungo possibile, fintanto che riceverà armi dall’estero. Ma credere che possa realizzare il suo grande ideale e scardinare il sistema statale vorrebbe dire accordargli più consenso di quanto ne goda realmente. LIMES Qual è la linea di faglia che più minaccia la mappa politica del Medio Oriente?ROGAN Le aspirazioni nazionali curde. Dalla caduta di Saddam nel 2003, la regione autonoma curda in Iraq sta passo dopo passo costruendo istituzioni statuali indipendenti. Lo sta facendo nel contesto di un Iraq federale, senza sfidare apertamente l’integrità dello Stato perché sa che scatenerebbe la reazione di Baghdad e della Turchia. Ma non si possono interpretare diversamente gli sforzi curdi nella creazione del proprio esecutivo e legislativo, delle proprie università, della propria versione della storia. E nel Nord-Est siriano si sta generando un’altra area di instabilità che forse nel futuro sfiderà l’integrità delle frontiere uscite dalla Prima Guerra Mondiale. LIMES Qual è l’eredità del tradimento delle promesse fatte a Versailles sulle relazioni tra il mondo arabo e l’Occidente?ROGAN La gente comune in Medio Oriente ha una forte consapevolezza storica di quanto successo a Versailles. Lo impara a scuola, a differenza nostra che ignoriamo di aver fatto agli arabi promesse che non abbiamo mantenuto. Tuttavia, se da un lato ci accusano di non essere affidabili, dall’altro ci considerano partner essenziali per risolvere alcuni problemi internazionali. Per affrontare la questione israeliana o per far cessare la guerra civile in Siria gli arabi chiedono all’Occidente di intervenire, invocando la nostra responsabilità storica o la nostra migliore organizzazione. In ogni caso, è sopravvissuta la concezione di potenza occidentale dell’èra coloniale, quando eravamo gli arbitri assoluti dell’ordine internazionale. È una relazione di amore e odio, approfondita dal fatto che negli ultimi 25-30 anni molti arabi sono emigrati in Europa: vedono la libertà delle democrazie occidentali come modello a cui aspirare per plasmare un diverso sistema politico nei loro paesi. Un altro aspetto patologico è l’ascesa delle teorie del complotto per spiegare i ripetuti fallimenti dei governi, secondo cui le potenze occidentali sarebbero intente a tirare i fili della politica locale a loro piacimento. Hanno le loro ragioni, penso al colpo di Stato in Iran nel 1953 e a Suez nel 1956, ma vedere la politica plasmata dalla Cia o dal Mossad vuol dire ritirarsi nella fantasia e abdicare alle proprie responsabilità. LIMES In che misura essere arabi è un fattore della geopolitica contemporanea?ROGAN Nel 2011 assistemmo a un significativo ritorno del fattore arabo, quando un movimento iniziato nella marginale Tunisia fu in grado di generare entusiasmo in tutta la regione. Gli eventi tunisini ed egiziani riuscirono a elettrizzare la gente negli altri paesi e a far intravedere una reale possibilità di cambiamento, perché tutti avevano gli stessi problemi e facevano le stesse domande; i problemi locali erano visti come parte di una stessa condizione araba. Nel 2012 e nel 2013, però, tutto questo è svanito: ci siamo accorti che non avevamo a che fare con un fenomeno arabo. Non c’era una sola rivoluzione araba. La primavera araba non esisteva. LIMES Ma c’è stata poi la controrivoluzione capeggiata dagli Stati del Golfo.ROGAN Esatto, gli stessi che hanno sempre sentito la loro stabilità politica più minacciata dal cambiamento rivoluzionario. La priorità era che nessuna monarchia fosse rovesciata da movimenti popolari. Emblematico il fatto che l’Arabia Saudita si sia spinta a offrire di entrare nel Consiglio di cooperazione del Golfo a Giordania e Marocco, due Stati che col Golfo hanno poco a che spartire. A quel punto sarebbe a tutti gli effetti un’alleanza tra case regnanti contro le rivoluzioni popolari. Le monarchie hanno retto l’urto meglio delle repubbliche, puntellando le istituzioni governative e ridistribuendo le risorse. Ma non è finita: la politica saudita è ancora concentrata sul contenimento della minaccia rivoluzionaria. Per approfondire: Le maschere del califfo  www.limesonline.com
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FSM TUNIS 2015-FORUM ITALO TUNISINO PER LA CITTADINANZA MEDITERRANEA LE ATTTIVITA' AL fsm

  FSM TUNIS 2015  Espace: Alternative Méditerranéenne   FORUM ITALO TUNISINO PER LA CITTADINANZA MEDITERRANEA ; AL TRAMENTE, ARCI, CIME (Conseil Italien Mouvement Européen) FIOM, RACMI (Réseaux Associations Communauté Marocaine en  Italie) SEM (gauche euro-méditerranéenne) TRANSFORM ITALIA, Union des Associations marocaines en Ligurie : Les activités dans le FSM de Tunis –Mars 2015-   UNE COMMUNAUTE' MEDITERRANNENNE ENTRE EUROPE, ASIE, AFRIQUE:   Objectif stratégique prioritaire pour les peuples et pour les gouvernements démocratiques de tous les Pays qui donnent sur la Méditerranée.   Un cercle de sociétés et de Pays où sont en vigueur le respect de la dignité des personnes, un système démocratique de gouvernement fondé sur les droits est le seul rempart capable d’arrêter les guerres, les peurs, la terreur et l’instabilité.     Guerre et terrorisme, crise économique, croissance de la pauvreté, menacent sur tout le bassin de la Méditerranée avec les différences qui s’imposent et les exceptions partielles. C’est justement pour cela, pour l’Europe et les pays des autres bords de la Méditerranée dans les conditions politico institutionnels qui le permettent, l’objectif prioritaire devient : Relancer une initiative de paix, de dialogue, de coopération, capable d’ouvrir des parcours d’inversion des tendances en cours; construire  un forum stable, vers  une communauté institutionnelle  dans toute la zone.   C’est dans cette direction que nos trois initiatives avancent au prochain FSM de Tunis.   La première:         DATE 26 MARS H 15.00  – 17,30  SALLE SE 2A Titre  Vers  une communauté méditerranéenne entre l'Europe-Asie-Afrique> dans le cataclysme qui se déroule dans le bassin méditerranéen à partir des territoires de l'ex-Empire ottoman au Moyen-Orient Objectif : un processus conduisant vers une Communauté qui rassemble les aspects des intérêts stratégiques partagés (énergie, environnement, eau, immigration, mobilité des femmes et des hommes, intégration économique et sociale, dimension des droits et renforcement de la démocratie) et un cadre institutionnel commun avec une Haute Autorité chargée de gouverner les intérêts stratégiques partagée, un Tribunal des droits, un Comité permanent des ministres et un « Sénat » élu au suffrage universel et direct. Ce processus sera fondé sur la logique de l’interdépendance allant au-delà de la culture du néo-colonialisme qui a caractérisé, dans des formes variées, les rapports entre l’Europe et la Méditerranée.   Dans cet esprit, il est important et urgent de développer une vision d’une prospérité différente de la région euro-méditerranéenne, en imaginant une nouvelle architecture politique  et institutionnelle permettant de sortir définitivement de la paralysie et des ambiguïtés des politiques actuelles de voisinage.     Coordinateur  Roberto Morea ( Transform Italia) Présentation de la problématique et du projet, par Pier Virgilio Dastoli (président Conseil  Italien  Mouvement Européen –CIME- Que reste t- il du Printemps arabe : dignité, égalité, le droit d’avoir droit. Les points cardinaux d’où il faut repartir  (ManoubiaBen Ghedahem Université Cartagine – Tunis que se passe t’il et pourquoi, dans les pays allant de la Méditerranée au sud-ouest, vers le Sahel pour la péninsule Arabique et le Moyen-Orient; (rédactrice en chef  de  Bad EL  Libano –SEM) Signification et première étape institutionnelle d'une communauté méditerranéenne : la culture, la démocratie, les droits, la citoyenneté. Erik Van Ermen (Belgique)  Labor Rights, démocratie( Stefano Maruca FIOM – Raffaella Bolini  ARCI) . Initiative Averroès un programme d'échanges culturels méditerranéens et la formation, principal antidote à la radicalisation et les affrontements de la civilisation et la religion Nedra Belkir (Forum Italo Tunisien) . Le rôle stratégique de la Tunisie post révolution et de l'Italie dans cette voie et processus (Parlementaires  européens , italiennes  et  tunisiennes) Débat Premières  interventions Riccardo Petrella (Professeur émérite de l’Université Catholique de Louvain (B), Président du IERPE (Institut Européen de Recherche sur la Politique de l’Eau ) Anna Maria Rivera (journaliste écrivain université Bari )  Tarek Chabouni (entrepreneur tunis) Yassine Belkassem (RACMI –Maroc –Italie) Les interventions des représentants des associations et des institutions,  d’Algérie, de France, d’Espagne, de Grèce, d’Egypte, d’Allemagne, de Tunisie sont prévues. Temps de la discussion  dans chaque activité: 10-15 Minutes pour les présentations ; 10 minutes interventions programmées et thématisées ;5 minutes pour les autres interventions.     La deuxième  date 27 Mars  h 8,30 – 11,00   SALLE SP 16     Titre :  Lutte contre la pauvreté  Pour une citoyenneté méditerranéenne.               Lutter contre les causes structurelles de l’appauvrissement. Coordinateur  Roberto Musacchio ( Altramente  Italia)  Objectif : Tout semble pousser vers un espace méditerranéen inégal, conflictuel, dégradé. Il faut penser dès maintenant à reconstruire, du local (les villages, les villes) au mondial (citoyenneté universelle plurielle) en passant par des espaces multiples de vie (Europe, Méditerranée…). L’atelier sera structuré en deux moments  comment combattre les processus créateurs d’inégalités et d’exclusion ; comment vivre localement le processus vers la citoyenneté méditerranéenne). Programme   La problématique de l’atelier, par Riccardo Petrella, Promoteur  de l’Initiative Internationale  DIP (Déclarons illégale la pauvreté) Une société mondiale en miettes. L’humanité en lutte contre  elle-même.     Intervention :  Quelle(s) citoyenneté(s) face aux inégalités et aux exclusions croissantes ? par Gazi Garairiri  juriste tunisienne?,  Quelle    °Méditerranée ?, par Piero Bevilacqua ( université Rome La Sapienza)   Débats et réponse des intervenants Propositions pour la citoyenneté méditerranéenne  par Anton Auer, (Ecolnet), Filippo Miraglia ( ARCI) Une Tunisienne, un/ una Marocain/e, un/ une algérien/ne, Enzo Scandurra ( Université Rome La Sapienza “ Habiter la Méditerranée” débat Francesco Piobbichi, Mediterranean    Hope, Lampedusa Graziella Mascia ( Altramente Italia) Erik Van Ermen Belgio Yassine Belkassem (RACMI Marocco-Italia)   Les interventions des représentants des associations et des institutions européennes, tunisiennes, algériennes, marocaines, espagnoles, grecques, françaises, italiennes, égyptiennes, libanaises sont prévues.   Conclusions et propositions pour la suite (notamment dans le                             cadre de la DIP et du forum euro-méditerranéen)   le Troisième jour 27 Mars    h11,30-14 SALLE  SP 17     demande de déplacement  h 15,00 – 17,30 ?  si le déplacement est accordé vous en serez immédiatement informés  Titre. Construire une communauté méditerranéenne. Partir de l'eau et de l'agriculture. Le projet OASI. ( agglutinat avec valorisation du savoir-faire oasien pour la survie des oasis) Coordinateur Mimmo Rizzuti ( Forum Italo Tunisino- SEM)   Objectif. Jeter les bases de connaissance et stratégiques pour re-penser la Méditerranée en tant qu'espace économique, environnemental et socio-culturel propice à la conception et mise en œuvre d'un forum permanent  interrégional centré sur le développement prioritaire d'une agriculture alternative (biologique, paysanne et familiale) et d'une politique de l''eau comme base d'un gouvernement  durable et participatif du territoire et de la mer à l'échelle de la Méditerranée.   Programme   Présentation de la problématique et du projet, par Riccardo Petrella  (IERPE/DIP)   Les instruments: le forum permanent interrégional "l'Uliveto". La politique, l'économie et l'écologie main dans la main, par Anton Auer (Ecolnet)   Interventions d'un ???et d'un agronome  tunisiens spécialisé dans le domaine de l'eau :  Nourreddine Tarauni( Association Taisir  Citoyenneté & développement) économiste agraire  tunisien Mahijoub Raouf Mohamed agronome tunisien…… Tonino Perna( président SEM – prof. Université Messina) Coopération, libre circulation, autre économie)  Rosario Lembo (UBC) Piero Bevilacqua  prof UN. Rome Sapienza (Agriculture, vie, changement) Leila Ghanem (rédactrice en chef  de  Bad EL  Libano –SEM) EricVan Ermen ( Belgique) Gianfranco Laccone (Ministère  politiques Agricoles et Alimentaires–Italie) Yassine Belkassem (RACMI –Maroc –Italie) Les interventions des représentants des associations et des institutions d’Algérie, de France, d’Espagne, de Grèce, d’Egypte et d’Allemagne sont prévues. Conclusions. Vers la réalisation du projet. Les prochaines étapes., par Riccardo Petrella  WWW.forum italo tunisino per la cittadinanza mediterranea.com           
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