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L’Europa chiusa in gabbia — Marco Bascetta, 30.1.2014

L’Europa chiusa in gabbia —Marco Bascetta, 30.1.2014   Derive continentali. Sullo spazio pubblico europeo incombono minacciose le ipotesi di ristrutturazione della governance. Proposte che puntano a consolidare il potere della finanza, attraverso una controriforma delle costituzioni nazionali. Alcune considerazioni a partire da un libro di Slavoj Zizek e Srecko Horvat pubblicato da ombre corte Nella pre­fa­zione a una rac­colta di arti­coli di Sla­voj Zizek e Srecko Hor­vat (Cosa vuole l’Europa?, Ombre corte, pp. 153, euro 14) scrive Ale­xis Tsi­pras: «l’economia è come una mucca. Si nutre di erba e pro­duce latte. È impos­si­bile ridurre la sua razione di erba di tre quarti e pre­ten­dere che pro­duca quat­tro volte più latte. Essa ne mori­rebbe sem­pli­ce­mente». È una imma­gine sem­plice e inci­siva quella cui fa ricorso il lea­der di Syriza per descri­vere le pre­tese che la Troika avanza nei con­fronti della Gre­cia e i loro deva­stanti effetti. Fatto sta che il sug­ge­stivo esem­pio scelto da Tsi­pras è veri­tiero solo fino a un certo punto. La dot­trina e la pra­tica del neo­li­be­ri­smo hanno tro­vato da un pezzo il modo di mun­gere anche la più sche­le­trica delle muc­che, pur rin­vian­done costan­te­mente il decesso. A par­tire dalla sepa­ra­zione netta e indi­scussa tra l’obbligo di pagare gli inte­ressi del debito e la neces­sità della cre­scita eco­no­mica. Lad­dove il primo rap­pre­senta un impe­ra­tivo oltre che indi­pen­dente gerar­chi­ca­mente sovraor­di­nato alla seconda. La ren­dita finan­zia­ria si garan­ti­sce, insomma, non sulla base di una espan­sione pro­dut­tiva, ma sulla base di un potere di ricatto spu­do­ra­ta­mente tra­ve­stito da prin­ci­pio etico. Stran­go­lati e risanati Per restare nella meta­fora bovina, la nostra mucca non avrà biso­gno di pro­durre quat­tro volte più latte, ma di river­sare gran parte del poco che pro­duce nella cisterna dei cre­di­tori. Sol­venza e soprav­vi­venza diven­tano così sino­nimi in un assetto euro­peo che a parole perora la causa della cre­scita, ma che nei fatti dimo­stra di saperne, o volerne, fare a meno. Può durare all’infinito? Ragio­ne­vol­mente si dovrebbe rispon­dere di no. Ma è dif­fi­cile pre­ve­dere il mar­gine di regres­sione sociale, eco­no­mica e cul­tu­rale che le oli­gar­chie finan­zia­rie pos­sono ancora imporre alla popo­la­zione dei paesi debi­tori e delle eco­no­mie più deboli, quanto del benes­sere e dei diritti acqui­siti e quanto a lungo potrà con­ti­nuare a essere sacri­fi­cato sull’altare del fiscal com­pact. In que­sto senso è asso­lu­ta­mente lam­pante che la «tera­pia di risa­na­mento» impo­sta alla Gre­cia da Ber­lino, Bru­xel­les e il Fondo mone­ta­rio, fun­ziona come un labo­ra­to­rio nel quale si spe­ri­menta cini­ca­mente un modello di disci­pli­na­mento appli­ca­bile a diversi altri paesi europei. È il governo della crisi, nella per­pe­tua­zione dei mec­ca­ni­smi che la hanno pro­dotta, quello che si sta spe­ri­men­tando nei paesi dell’Europa medi­ter­ra­nea. Su que­sto punto Zizek e Hor­vat, a par­tire dai loro spe­ci­fici punti di osser­va­zione, rispet­ti­va­mente la Slo­ve­nia e la Croa­zia, due paesi che non si pos­sono certo con­si­de­rare al riparo dai ricatti dell’ «Europa ger­ma­nica», ritor­nano insistentemente. Que­sto destino da «cavia» toc­cato alla Gre­cia e la deter­mi­na­zione poli­tica di rifiu­tarlo, tenen­dosi però alla larga da ogni ten­ta­zione nazio­na­li­sta e anti­eu­ro­pea, è tra le ragioni che hanno con­fe­rito a Syriza e al suo lea­der Ale­xis Tsi­pras un signi­fi­cato sovra­na­zio­nale nello scac­chiere con­ti­nen­tale, ovvero la scelta del ter­reno euro­peo come il solo ade­guato a con­tra­stare la teo­ria e la pra­tica del libe­ri­smo. Le sim­pa­tie che il gio­vane lea­der greco sta rac­co­gliendo in tutto il con­ti­nente stanno ad indi­care che que­sto punto di vista, quello degli «euro­pei­sti insu­bor­di­nati», come li chiama Bar­bara Spi­nelli, si sta ampia­mente dif­fon­dendo e non solo in vista della sca­denza elet­to­rale di mag­gio. Nella con­sa­pe­vo­lezza che le social­de­mo­cra­zie euro­pee, per non par­lare di ancor più mode­rati cen­tro­si­ni­stra, non sono in grado di spin­gersi oltre mode­sti cor­ret­tivi delle ricette liberiste. La reli­gione del debito Il caso greco non è solo quello più dram­ma­tico, ma anche quello che più niti­da­mente ha messo in luce l’ipocrisia delle oli­gar­chie euro­pee e la sfac­cia­tag­gine con cui sol­le­ti­cano l’opinione pub­blica dei più com­pe­ti­tivi paesi del nord. Al momento dell’esplosione del debito greco, i governi che si erano suc­ce­duti ad Atene furono accu­sati delle peg­giori nefan­dezze: di avere truc­cato e mani­po­lato i conti, di avere dila­pi­dato enormi risorse per man­te­nere le pro­prie clien­tele e per acqui­stare con­senso elet­to­rale, in poche parole di avere cor­rotto l’intero paese. Ma quando, con le ele­zioni del 2012, Syriza, un par­tito che annun­ciava di ribel­larsi alle regole det­tate dalla Troika, minac­ciò di vin­cere le ele­zioni, da Ber­lino a Fran­co­forte a Lon­dra, con il con­tri­buto di gran parte dei media filo­go­ver­na­tivi, piov­vero gli inviti, più o meno minac­ciosi, rivolti agli elet­tori greci per­ché votas­sero pro­prio per quei par­titi, il mori­bondo Pasok e «Nuova demo­cra­zia», che di quei governi cor­rotti e cor­rut­tori erano stati i pro­ta­go­ni­sti indi­scussi, ma che ora si ren­de­vano dispo­ni­bili a tar­tas­sare la popo­la­zione in nome dei sacri diritti della ren­dita finan­zia­ria. Non potrebbe esservi un esem­pio più chiaro di que­sto dell’interazione tra oli­gar­chie nazio­nali e sovra­na­zio­nali, né indi­ca­tore più pre­ciso di quanto insen­sata e regres­siva sia la via del ritorno alle sovra­nità nazionali. Il governo tec­no­cra­tico dell’Unione euro­pea e i governi nazio­nali, che ne con­di­zio­nano pesan­te­mente il senso di mar­cia, con­di­vi­dono e si riman­dano, in un con­ti­nuo gioco di spec­chi, carat­teri sem­pre più mar­ca­ta­mente post­de­mo­cra­tici. Ciò che a livello nazio­nale (come dimo­stra anche la poco appas­sio­nante disputa sulla legge elet­to­rale in Ita­lia) rap­pre­senta l’ossessione della cosid­detta «gover­na­bi­lità», che dovrebbe met­tere i gover­nanti al riparo dall’insoddisfazione dei gover­nati, cor­ri­sponde pie­na­mente, sul piano euro­peo, a quella rigi­dità della gover­nance che sacri­fica i diritti e i livelli di vita dei cit­ta­dini alla sta­bi­lità della ren­dita. Cosic­ché gli stessi prin­cipi, più o meno vin­co­lanti, enun­ciati dai trat­tati pos­sono essere sospesi o con­ge­lati quando quest’ultima si ritenga minacciata. Gover­na­bi­lità postdemocratica Fatta nau­fra­gare la Costi­tu­zione euro­pea, si prov­vede, quindi, ad adat­tare le Costi­tu­zioni nazio­nali al governo oli­gar­chico della crisi. Costi­tu­zioni, fra l’altro, cui non è rico­no­sciuto affatto il mede­simo peso, con­tando, per esem­pio, assai di più quella tede­sca di quella greca, slo­vena o ita­liana. Non è stata forse costretta l’intera Europa a pen­dere dalle lab­bra della corte costi­tu­zio­nale tede­sca di Karl­sruhe e subirne i tempi di decisione? Se la Costi­tu­zione poli­tica euro­pea è stata lasciata alle­gra­mente boc­ciare dagli elet­tori fran­cesi e olan­desi, non appena si accenni a sot­to­porre una qual­che misura dra­co­niana di governo della crisi a un pro­nun­cia­mento demo­cra­tico, scat­tano il veto e la minac­cia, la demo­niz­za­zione di qual­siasi alter­na­tiva. Così fu quando Papan­dreu pro­pose di sot­to­porre a refe­ren­dum il piano di «risa­na­mento» impo­sto alla Gre­cia, per subito rinun­ciarvi con una pre­ci­pi­tosa e inde­co­rosa mar­cia indie­tro di fronte alle rea­zioni indi­gnate di Bruxelles. Zizek ricorda un epi­so­dio forse ancora più grave del dicem­bre 2012 quando la corte costi­tu­zio­nale slo­vena negò legit­ti­mità al risul­tato di un refe­ren­dum popo­lare che respin­geva una ope­ra­zione di sal­va­tag­gio delle ban­che a carico dello stato e dun­que dei con­tri­buenti. Secondo la corte l’adempimento di quel refe­ren­dum, pur costi­tu­zio­nale, avrebbe messo a repen­ta­glio altri valori costi­tu­zio­nali che nel con­te­sto della crisi dove­vano essere rite­nuti prio­ri­tari. «Per dirla bru­tal­mente – com­menta Zizek – poi­ché sod­di­sfare i diktat\aspettative è la con­di­zione per man­te­nere l’ordine costi­tu­zio­nale, quei dik­tat e quelle aspet­ta­tive hanno la prio­rità sulla costituzione». L’aborto della Costi­tu­zione euro­pea e la crisi delle Costi­tu­zioni nazio­nali deli­mi­tano oggi il campo di quella gover­na­bi­lità post­de­mo­cra­tica in cui gli inte­ressi domi­nanti nazio­nali e sovra­na­zio­nali si intrec­ciano e si sosten­gono reci­pro­ca­mente, sospen­dendo diritti e dirot­tando risorse dal wel­fare e dai red­diti verso la ren­dita finan­zia­ria. Non dovrebbe più essere un mistero per nes­suno che nel con­te­sto della finan­zia­riz­za­zione la fisca­lità ha cam­biato pro­fon­da­mente di natura, desti­tuendo radi­cal­mente la reto­rica «soli­da­ri­stica» di cui ancora si ammanta. Veleni tec­no­cra­tici Natu­ral­mente oltre la via post­de­mo­cra­tica ne esi­ste un’altra per così dire pre­de­mo­cra­tica: quella del ritorno alla sacra­lità delle sovra­nità nazio­nali pro­pu­gnata da un arco di forze che si estende dai popu­li­smi più o meno ple­bi­sci­tari fino all’estrema destra aper­ta­mente fasci­sta, come quella di «Alba dorata», vele­noso sot­to­pro­dotto del labo­ra­to­rio greco. Qui si affian­cano alla tra­di­zio­nale xeno­fo­bia la nuova mito­lo­gia di una pre­sunta guerra tra nord e sud, vaneg­gia­menti autar­chici e ideo­lo­gie nostal­gi­che. Per quanto se ne possa pre­ve­dere un certo suc­cesso è assai dif­fi­cile che il nazio­na­li­smo di ritorno rie­sca a pre­va­lere. Più pro­ba­bil­mente con­tri­buirà, in una misura che è ancora dif­fi­cile pre­ve­dere, a osta­co­lare un tra­sfor­ma­zione demo­cra­tica dell’Unione europea. Cosa vuole l’Europa? La domanda che da il titolo al libro non ha rispo­sta. O meglio, la rispo­sta è che non vuole nulla. Non esi­ste infatti alcuna entità, costi­tuita o costi­tuente, isti­tu­zio­nale o sociale, in cui risieda una volontà poli­tica euro­pea, una auto­no­mia di pen­siero e di pro­getto che sap­pia disco­starsi signi­fi­ca­ti­va­mente dalla pra­tica e dall’ideologia della glo­ba­liz­za­zione libe­ri­sta. Que­sta auto­no­mia è ancora tutta da costruire sull’unica scala che lo può ren­dere pos­si­bile: quella dell’intera Europa. Per il momento sono altre volontà a muo­vere la mac­china comu­ni­ta­ria e a sta­bi­lire il fun­zio­na­mento dei suoi ingra­naggi, quelle inte­res­sate all’accumulazione del capi­tale e pronte a rea­gire vio­len­te­mente di fronte ad ogni suo blocco. Sono que­ste volontà che det­tano gerar­chie ed equi­li­bri e che impon­gono la com­pe­ti­zione su un ter­reno che dovrebbe essere comune. Il sur­plus della Ger­ma­nia, cui cor­ri­sponde il defi­cit di altri paesi, non finirà nelle tasche dei lavo­ra­tori tede­schi o nelle casse del wel­fare di quel paese, ma nell’accrescimento dei patri­moni finanziari. Il prezzo spa­ven­toso che il governo della crisi ha mostrato di com­por­tare è da un pezzo visi­bile ai più, ma la costru­zione di un movi­mento sovra­na­zio­nale capace di aggre­dirne il modello è solo ai primi passi. Anche l’avventura di Ale­xis Tsi­pras può essere con­si­de­rata, almeno su un piano sim­bo­lico, uno di que­sti. Non qual­cosa che si sosti­tui­sca a un pro­gramma costruito nelle lotte, ma una delle espres­sioni della sua necessità. http://ilmanifesto.it/leuropa-chiusa-in-gabbia/
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A sinistra, una lista per Tsipras

  A sinistra, una lista per Tsipras   Europee. C’è una terza via tra chi vuole distruggere l’Unione e chi vuole mantenerla così com’è  Alexis Tsipras per il manifesto   L’Europa è a un bivio, i suoi cit­ta­dini devono ripren­der­sela. Dicono i cul­tori dell’immobilità che sono solo due le rispo­ste al male che in que­sti anni di crisi ha fran­tu­mato il pro­getto d’unità nato a Ven­to­tene nell’ultima guerra, ha spento le spe­ranze dei suoi popoli, ha risve­gliato i nazio­na­li­smi e l’equilibrio fra potenze che la Comu­nità doveva abbat­tere.La prima rispo­sta è di chi si com­piace: passo dopo passo, con aggiu­sta­menti minimi, l’Unione sta gua­rendo gra­zie alle tera­pie di auste­rità. La seconda rispo­sta è cata­stro­fi­sta: una comu­nità soli­dale si è rive­lata impos­si­bile, urge ripren­dersi la sovra­nità mone­ta­ria scon­si­de­ra­ta­mente sacri­fi­cata e uscire dall’euro. Noi siamo con­vinti che ambe­due le rispo­ste siano con­ser­va­trici, e pro­po­niamo un’alternativa di tipo rivo­lu­zio­na­rio. È nostra con­vin­zione che la crisi non sia solo eco­no­mica e finan­zia­ria, ma essen­zial­mente poli­tica e sociale. L’euro non resi­sterà, se non diventa la moneta di un governo demo­cra­tico sovra­na­zio­nale e di poli­ti­che non calate dall’alto, ma discusse a appro­vate dalle donne e dagli uomini euro­pei. È nostra con­vin­zione che l’Europa debba restare l’orizzonte, per­ché gli Stati da soli non sono in grado di eser­ci­tare sovranità. A meno di chiu­dere le fron­tiere, far finta che l’economia-mondo non esi­sta, impo­ve­rirsi sem­pre più. Solo attra­verso l’Europa gli euro­pei pos­sono ridi­ve­nire padroni di sé.Per que­sto fac­ciamo nostre le pro­po­ste di Ale­xis Tsi­pras, lea­der del par­tito uni­ta­rio greco Syriza, e nelle ele­zioni euro­pee del 25 mag­gio lo indi­chiamo come nostro can­di­dato alla pre­si­denza della Com­mis­sione euro­pea. Il suo paese, la Gre­cia, è stato uti­liz­zato come cavia durante la crisi ed è stato messo a terra: in quanto tale è nostro por­ta­ban­diera. Tsi­pras ha detto che l’Europa, se vuol soprav­vi­vere, deve cam­biare fondamentalmente. Deve darsi i mezzi finan­ziari per un piano Mar­shall dell’Unione, che crei posti di lavoro con comuni piani di inve­sti­mento e colmi il diva­rio tra l’Europa che ce la fa e l’Europa che non ce la fa, offrendo soste­gno a quest’ultima. Deve dive­nire unione poli­tica, dun­que darsi una nuova Costi­tu­zione: scritta non più dai governi ma dal suo Par­la­mento, dopo un’ampia con­sul­ta­zione di tutte le orga­niz­za­zioni asso­cia­tive e di base pre­senti nei paesi europei. Deve respin­gere il fiscal com­pact che oggi puni­sce il Sud Europa con­si­de­ran­dolo pec­ca­tore e adde­stran­dolo alla sud­di­tanza, e che domani punirà, pro­ba­bil­mente, anche i paesi che si sen­tono più forti. Al cen­tro di tutto, deve met­tere il supe­ra­mento della disu­gua­glianza, lo stato di diritto, la comune difesa di un patri­mo­nio cul­tu­rale e arti­stico che l’Italia ha mal­ri­dotto e mal­trat­tato per troppo tempo. La Banca cen­trale euro­pea dovrà avere poteri simili a quelli eser­ci­tati dalla Banca d’Inghilterra o dalla Fed, garan­tendo non solo prezzi sta­bili ma lo svi­luppo del red­dito e dell’occupazione, la sal­va­guar­dia dell’ambiente, della cul­tura, delle auto­no­mie locali e dei ser­vizi sociali, e dive­nendo pre­sta­trice di ultima istanza in tempi di reces­sione. Non dimen­ti­chiamo che la Comu­nità nac­que per debel­lare le dit­ta­ture e la povertà. Le due cose anda­vano insieme allora, e di nuovo oggi. Oggi abbiamo di fronte una grande que­stione ambien­tale di dimen­sioni pla­ne­ta­rie, che può tra­vol­gere tutti i popoli, e un insieme di poli­ti­che tese a sva­lu­tare il lavoro, men­tre una cor­retta poli­tica ambien­tale può essere fonte di nuova occu­pa­zione, di red­diti ade­guati, di mag­giore benes­sere e di riap­pro­pria­zione dei beni comuni. È il motivo per cui con­te­ste­remo dura­mente il mito della cre­scita eco­no­mica così come l’abbiamo fin qui cono­sciuta. Esi­ge­remo inve­sti­menti su ricerca, ener­gie rin­no­va­bili, for­ma­zione, tra­sporti comuni, difesa del patri­mo­nio cul­tu­rale. Sap­piamo che per una ricon­ver­sione così vasta avremo biso­gno di più, non di meno Europa. Pro­prio come Tsi­pras dice rife­ren­dosi alla Gre­cia, in Ita­lia tutto que­sto signi­fica rimet­tere in que­stione due patti-capestro. Primo, il fiscal com­pact: il pareg­gio di bilan­cio che esso pre­scrive è entrato pro­di­to­ria­mente nella nostra costi­tu­zione, l’Europa non ce lo chie­deva, limi­tan­dosi a indi­care sue «preferenze». Secondo, il patto di com­pli­cità che lega il nostro sistema poli­tico clep­to­cra­tico alle domande dei mer­cati: chie­diamo una poli­tica di con­tra­sto con­tro le mafie, il rici­clag­gio, l’evasione fiscale, la pro­te­zione e l’anonimato di capi­tali grigi, la cor­ru­zione, in un’Europa dove non sia più con­sen­tito opporre il segreto ban­ca­rio alle inda­gini della magistratura. Signi­fica infine difen­dere la Costi­tu­zione nata dalla Resi­stenza, e non vio­larne i prin­cipi base come sug­ge­rito dalla JP Mor­gan in un rap­porto del 28 mag­gio 2013, cui i gover­nanti ita­liani hanno assen­tito col loro silen­zio. Signi­fica met­ter fine ai morti nel Medi­ter­ra­neo: i migranti non sono un peso ma il sale della cre­scita diversa che vogliamo. Signi­fica darsi una poli­tica estera, non più al rimor­chio di un paese – gli Stati uniti – che perde potenza ma non pre­po­tenza. La pax ame­ri­cana pro­duce guerre, caos, stati di sor­ve­glianza. È ora di fon­dare una pax euro­pea. Le lar­ghe intese, le rifiu­tiamo in Ita­lia e in Europa: sono fatte per con­ser­vare l’esistente. Per que­sto diciamo no alla grande coa­li­zione par­la­men­tare che si pre­para fra socia­li­sti e demo­cri­stiani euro­pei, pre­sen­tan­doci alle ele­zioni di mag­gio con una piat­ta­forma di sini­stra alter­na­tiva e di rot­tura. Nostro scopo: un Par­la­mento costi­tuente, che si divida fra immo­bi­li­sti e inno­va­tori. Siamo sicuri fin d’ora che gran parte dei cit­ta­dini voglia pro­prio que­sto: non l’Unione mal ricu­cita, non la fuga dall’euro, ma un’altra Europa, rifatta alle radici. La chie­diamo subito: il tempo è sca­duto e la casa di tutti noi è in fiamme, anche se ognuno cer­casse rifu­gio nella sua tana minu­scola e illusoria. L’Italia al bivioQue­sto è l’orizzonte. A par­tire da qui avan­ziamo la pro­po­sta di dare vita in Ita­lia a una lista che alle pros­sime ele­zioni euro­pee fac­cia valere i prin­cipi e i pro­grammi delineati. Una lista pro­mossa da movi­menti e per­so­na­lità della società civile, auto­noma dagli appa­rati par­ti­tici, che sia una rispo­sta radi­cale alla debo­lezza italiana. Una lista com­po­sta in coe­renza con il pro­gramma, che can­didi per­sone, anche con appar­te­nenze par­ti­ti­che, che non abbiano avuto inca­ri­chi elet­tivi e respon­sa­bi­lità di rilievo nell’ultimo decennio. Una lista che sostiene Tsi­pras ma non fa parte del Par­tito della Sini­stra Euro­pea che lo ha espresso come can­di­dato. I nostri eletti sie­de­ranno nell’europarlamento nel gruppo con Tsi­pras (Gue-Sinistra Uni­ta­ria euro­pea). Una lista che potrà essere soste­nuta, come nel refe­ren­dum acqua, dal più grande insieme di realtà orga­niz­zate e che non si man­terrà con i rim­borsi elettorali. Una lista che con Tsi­pras can­di­dato mobi­liti cit­ta­dine e cit­ta­dini verso un’Altra Europa. *** Andrea Camil­leri, Paolo Flo­res d’Arcais, Luciano Gal­lino, Marco Revelli, Bar­bara Spi­nelli, Guido VialeOggi ren­diamo pub­blico que­sto appello cor­re­dato dalle sole firme dei suoi esten­sori. Nei pros­simi giorni ren­de­remo pub­blica la lista delle ade­sioni che si stanno raccogliendo http://ilmanifesto.it/a-sinistra-una-lista-per-tsipras/
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Armi chimiche siriane:Le verità nascoste sul porto di Goia Tauro Domenico Gattuso

Le verità nascoste sul porto di Goia Tauro Domenico Gattuso Gennaio 18 Pubblicato in Mesoregione Euromediterranea Letto 0 volte dimensione font riduci dimensione font aumenta la dimensione del font Stampa  Email  Add new comment Domenico GattusoLa vicenda delle navi con learmi chimiche siriane da bonificareappare tragicomica.Intanto perché molti aspetti dellavicenda risultano sconcertantiper come essa viene gestita, poiperché molte verità restano in ombra.La mancanza di chiarezzacontribuisce d’altra parte ad accrescerei sospetti sul modo in cui lapartita viene giocata dalle autoritàdi governo e ad acuire la tensionesul territorio calabrese.Le questioni in gioco sono in realtàmolteplici e non possono esserericondotte ad assiomi salottierio banalizzanti come quando siafferma che, in fondo, si sta solamenteoperando per il «progressodella civiltà». Essi meritano più diuna riflessione, e qualcuna a tagliosquisitamente tecnico; si intreccianoaspetti ambientali, economici,logistici, politici.Un bel carico di armi chimichedovrebbe lasciare la Siria, attraversoil porto di Latakia, per essere distruttenegli Usa, in Gran Bretagna,in Germania. Le due navi danesi(Taiko ed Ark Futura) di cui siparla in questi giorni, dovrebberotrasportare solo una prima partedi materiale da smaltire (560 tonnellate)verso Gioia Tauro; non èancora ben chiaro quante altre naviseguiranno la stessa rotta, certamentela vicenda non si risolveràrapidamente. Ma una cosa tuttada chiarire è la necessità del trasbordoa Gioia Tauro sulla naveamericana Cape Ray; perché noncaricare direttamente le merci aLatakia evitando il transito da portiterzi? Giocare con armi letalicomporta sempre dei rischi equindi conviene evitarne la manipolazioneil più possibile; a GioiaTauro si dovrà necessariamentefar passare le merciattraverso le banchine,atteso che le navi coinvoltenon sono navi container,ma navi Ro-Ro (ovverocon portellone e caricoorizzontale). Rispondedunque a falsità la notiziache le operazioni ditrasbordo debbano avveniresenza sbarco a terrae senza stoccaggio. E i rischici sono, ancorchè sitenda a minimizzare. Peraltrole merci permarrannonel porto 24-48 ore. Laddoveavvenisse un incidente grave, ilmigliore dei porti italiani potrebbeperdere tutto il suo valore e lasua attrattiva, paradossalmenteper un’attività che nulla ha a chevedere con la sua naturale vocazionedi porto commerciale civile.Perché Gioia Tauro tra tanti portialternativi nel Mediterraneo? Intantovi è da dire che a monte, primaancora di puntare su GioiaTauro, era stata prescelta l’Italiacome nazione protagonista. Quindinulla a che vedere con le caratteristichedi dotazione o di sicurezzaportuale. Perché non Cipro,la Turchia, la Libia, la Spagna, Malta,l’Olanda o il Belgio? Evidentementeil governo nazionale si è assuntouna responsabilità notevolee la ministra Bonino, agguerritasostenitrice dei diritti civili qualchedecennio fa, esprime oggi posizionialquanto discutibili sullascena internazionale.Nei giorni scorsi è circolata lavoce circa 5 possibili porti nazionali,poi è arrivata la decisione delGoverno di puntare su Gioia Tauro.Perché mai? Non occorronobanchine particolarmente attrezzateper la movimentazione perchéle navi coinvolte sono imbarcazionida trasporto relativamentepiccole e non richiedono négrandi fondali (hanno meno di 10metri di pescaggio) né grandi spazidi manovra. Non occorrono grudi banchina, né tecnologie di movimentazioneparticolarmente sofisticate,trattandosi di movimentazionedi carichi orizzontali. Problemidi sicurezza? Il porto calabreseviene additato, spesso strumentalmente,come pericoloso intermini di security per lasua posizione in terra dimafia e per le cronache frequenticirca i traffici di droga;non risulta allora contraddittoriodichiararlo ilporto più sicuro d’Italia?Non sarebbe stato preferibileun porto militare, vistoche i rischi sarebberopiù legati alla security (attiterroristici) che non alla safety(manipolazione dichiarataa basso rischio)?Il Governo italiano provaa tranquillizzare asserendoche nel 2013 il porto di GioiaTauro ha gestito 30 mila tonnellatedi sostanze tossiche di categoria6.1 (su 1500 container) che è lastessa di quella del materiale in arrivodalla Siria. Da questo puntodi vista vi sono molti porti che surclassanodi gran lunga Gioia Tauroin termini di volumi e di prestazioni;si dice una mezza verità peravvallare una decisione che, ancorauna volta, non sta in piedi.Ma ci sono altre considerazioniche meritano di essere poste all’attenzione.Nel corso degli ultimidieci anni il porto di Gioia Tauro èstato isolato e dimenticato nellepolitiche di governo nazionale eregionale. Quello che poteva diventareil porto paese, traino diuna economia portuale nazionale,è rimasto al palo, sostenuto unicamentedall’iniziativa privata dialcuni grandi gruppi armatoriali.Per il resto si è assistito a varie formedi distrazione amministrativa,con fondi e progetti che sono rimastisulla carta e crisi pagate acaro prezzo dai lavoratori e dal territoriocalabrese. Come non pensareal mancato sviluppo delle reti?In questi anni il porto e il Mezzogiornohanno subìto politichescellerate: in Europa perdita delProgetto prioritario 1 Berlino-Palermo,cancellazione del Corridoio21 (Autostrade del Mare), in Italiamortificazione del trasportovia ferro che ha impedito a GioiaTauro di risultare competitivo dalpunto di vista della logistica rispettoai porti del Nord Europa (dauna decina di treni/giorno, in pochianni si è scesi a zero); in Regionecon programmi sbandierati suigiornali e sempre disattesi (mancatoinsediamento di imprese,mancato sviluppo della logistica,gateway ferroviario rimasto unachimera). E’ evidente che Gioiatauro si aspettava, meritava ben altro. http://gallery.mailchimp.com/b0bff3f70c695197fbf8343d2/files/20140118nazionale2.pdf Vota questo articolo  
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Iraq e Siria: guerre parallele DISTRUZIONE DELLO STATO, VIOLENZE DELLE MILIZIE

Cresce ogni giorno la violenza in Iraq. Non era più arrivata ai livelli di oggi dopo la fine della guerra fra le milizie, nel 2006-2008, e il ritiro statunitense alla fine del 2011. La crisi siriana alimenta gli antagonismi nel paese confinante; a Baghdad, il primo ministro Nouri al Maliki conduce una politica di stampo confessionale. E l’allargamento del campo di battaglia destabilizza l’intera regione. di FEURAT ALANI * Iraq e Siria: guerre parallele DISTRUZIONE DELLO STATO, VIOLENZE DELLE MILIZIE «COME fermare un kamikaze?» Se l’è chiesto il governo di Baghdad il 30 novembre 2013, a oltre dieci anni dalla caduta del regime di Saddam Hussein. Di fronte ai quotidiani, sanguinosi attentati, l’apparato della sicurezza iracheno ha organizzato un seminario per aiutare i proprietari di caffè. Assumere una guardia privata, ridurre il numero degli ingressi: un centinaio di commercianti ha ascoltato i consigli dati da poliziotti poco convincenti, per non dire impotenti. L’intero paese è colpito da attentati e attacchi che nel 2013 sono costati la vita a oltre seimila persone. È evidente che il governo, non riuscendo a sradicare la violenza, cerca di convivere con essa. «È sempre la stessa storia. Quando una bomba esplode in un mercato, la polizia e l’esercito impongono un coprifuoco nell’area, ma arrivano sempre troppo tardi! Il governo veste i panni del pompiere che spegne il fuoco. Ma bisognerebbe fermare i piromani», esclama esasperato Mokhlas Al-Jouraisy, giornalista che vive a Baghdad. Nella capitale, ogni famiglia può raccontare una storia tragica, i suoi morti, tanta amarezza. «Dopo la fine dell’occupazione statunitense non è cambiato niente. C’erano esplosioni e ce ne sono adesso. Idem per la disoccupazione e gli altri problemi di cui soffrono gli iracheni. Gli statunitensi ci hanno lasciato come eredità la morte. Gli inglesi, almeno, avevano costruito ponti e scuole», dice un abitante di Baghdad, riferendosi all’occupazione britannica del paese dopo la prima guerra mondiale.l’Esercito iracheno libero annunciava tre obiettivi: «Combattere l’invasione iraniana in Iraq, sostenere il popolo siriano e l’Esercito siriano libero e riunire i combattenti sunniti in Iraq sotto un’unica bandiera».Chi c’è dietro questa nuova formazione? E la sua influenza è stata effettiva? E’ ancora presto per dirlo. Ha diffuso su Internet video dei suoi attacchi contro l’esercito regolare iracheno, poi è progressivamente scomparsa dai radar fino all’arresto del suo capo – la cui identità rimane sconosciuta –, nel febbraio 2013 nei pressi di Kirkuk.L’alleanza fra al Qaeda in Mesopotamia e al Qaeda nel paese di Sham (Siria) è un’altra prova dei legami «naturali» che uniscono sunniti siriani e iracheni. Riuniti sotto la bandiera dello Stato islamico dell’Iraq e del Levante (Isis), i suoi combattenti passano facilmente la frontiera fra Iraq e Siria, controllata dai ribelli. Nato in Iraq nel 2006 come piattaforma di diversi gruppi jihadisti, l’Isis è ormai un elemento potente nella terribile guerra in corso in Siria. Il gruppo non ha problemi di movimento e di approvvigionamento. In questa regione di frontiera, le alleanze tribali sono antiche. È molto facile per un abitante di Falluja o di al Qaim spostarsi ed essere accolto sul lato siriano, ad Abu Kamal. LE RAGIONI della violenza sono molteplici. Per capirle bisogna tornare al 2003, poco dopo la caduta del regime baathista di Saddam Hussein. Paul Bremer, l’amministratore statunitense, decide di smantellare l’apparato di sicurezza iracheno e di «debaathificare» il paese. Una politica arbitraria e nefasta che mette al bando della società quasi un milione di persone qualificate e di esperienza. Nel giro di qualche giorno, il paese passa da un regime ultra-securitario a un deserto amministrativo. Quest’epurazione politica che ha eliminato tutti quelli che avevano collaborato con il regime, da vicino o da lontano, spiega in parte la vulnerabilità del paese. L’indebolimento dello Stato esacerba in modo quasi naturale le tensioni confessionali fra sunniti e sciiti, che raggiungono il parossismo il 21 febbraio 2006, con l’attentato al mausoleo di Samarra, luogo santo dello sciismo; gli sciiti lo considerano una dichiarazione di guerra. Malgrado gli appelli alla calma lanciati da tutte le autorità religiose, militanti sciiti si vendicano attaccando diverse moschee sunnite. «Era il nostro 11 settembre», ricorda un abitante il cui fratello fu assassinato da un miliziano in una di quelle rappresaglie.Per oltre due anni le milizie sciite, in particolare le due più note – l’Esercito del Mahdi del movimento sadrista e la brigata Badr del Consiglio supremo islamico iracheno (1) –, hanno organizzato attacchi contro sunniti, i quali sono stati rapiti, spesso torturati e poi uccisi. Le milizie sunnite rispondevano colpendo i quartieri sciiti di Baghdad con autobombe. Tutti i giorni sui marciapiedi della città o nel Tigri si ritrovava un centinaio di morti. Anche se tardivamente, e per evidenti ragioni di rivalità politica, il 24 marzo 2008 il primo ministro Nouri al Maliki lancia una grande offensiva a Sadr City per disarmare l’Esercito del Mahdi di Moqtada al Sadr. La violenza è diminuita a poco a poco, ma le rivalità all’interno della classe politica si sono rafforzate. Questa violenza è ormai al centro del discorso di al Maliki, che fa ricorso a un vocabolario semplicistico e manicheo, usando termini come «terrorista» e «baathista» per indicare i sunniti.Per spiegare la crisi securitaria dopo la partenza delle truppe statunitensi, bisogna anche ricordare il ruolo dei miliziani della Sahwa – «risveglio» in arabo. Questi membri di tribù sunnite si erano alleati alle truppe statunitensi per combattere contro al Qaeda in Mesopotamia. Secondo la strategia militare del generale statunitense David Petraeus, il surge (2) poteva funzionare unicamente grazie alla collaborazione delle tribù sunnite, simboleggiata dal carismatico Abdul Sattar Abu Risha, ucciso il 13 settembre 2007 da un commando di al Qaeda.Formata da circa centomila uomini, questa milizia ha conseguito successi importanti riuscendo a scacciare dalle città il ramo di al Qaeda in Mesopotamia. I membri della Sahwa avrebbero dovuto essere arruolati nell’esercito regolare, ma questa promessa di al Maliki è stata mantenuta solo per il 20% di loro. Gli altri sono stati abbandonati a se stessi e anzi segnati a dito da un primo ministro sempre più diffidente nei confronti dei sunniti. Oggi il paese è cambiato. Baghdad non è più la città eterogenea nella quale erano rappresentate tutte le province. Salvo rare eccezioni, i sunniti vivono nei quartieri sunniti e gli sciiti nei quartieri sciiti. Nel resto dell’Iraq, la «partizione dolce» sognata da Joseph Biden (3), fra un nord curdo, un centro sunnita e un sud sciita, è già una realtà. Malgrado questo cammino tortuoso e tante promesse non mantenute, la discesa agli inferi dell’Iraq avrebbe potuto essere scongiurata se al Maliki avesse messo in pratica il suo slogan elettorale della «riconciliazione nazionale». Tanto più che, al suo arrivo al potere, diversi consigli tribali sunniti gli si erano dichiarati fedeli. Ma egli ha continuato ad alimentare le contrapposizioni fra sunniti e sciiti, fra IL CONFLITTO siriano è sconfinato effettivamente in Iraq nel marzo 2013, quando una quarantina di soldati e funzionari siriani sono stati uccisi nel dipartimento iracheno di al Anbar, dove si erano rifugiati qualche giorno prima per sfuggire a un attacco dei ribelli. In quell’occasione hanno perso la vita anche sette soldati iracheni. Le crisi nei due paesi sono nate da cause diverse, ma hanno in comune la piega confessionale che hanno preso. La guerra civile siriana contrappone un’insurrezione a predominanza sunnita e una coalizione di minoranze etniche e religiose che sostengono il governo di al Assad. In Iraq, il governo a maggioranza sciita è contestato da sunniti che oscillano fra opposizione politica e opposizione armata. Forse non è una coincidenza che i conflitti confessionali si siano riaccesi in Iraq con l’intensificarsi della guerra civile siriana. Anche l’amministrazione statunitense attribuisce all’Iraq un ruolo importante nella crisi siriana. Durante la visita di al Maliki a Washington, a fine ottobre 2013, il presidente statunitense Barack Obama gli avrebbe chiesto di usare i suoi buoni rapporti con Tehran per chiedere ad al Assad di lasciare il potere «dolcemente». D’altro canto l’Iraq è sottoposto a crescenti pressioni da parte dell’Iran, la principale potenza sciita nella regione, e di Arabia saudita e Turchia, due importanti paesi sunniti, i principali patrocinanti dell’insurrezione anti-Assad.Dopo dieci anni di inaudita violenza, l’Iraq è stretto fra il maelström delle lotte di potere fra sunniti e sciiti, alimentate dal conflitto siriano. Il governo di al Maliki cerca di prendersi gioco di questi mutati scenari regionali. La nuova legge elettorale adottata dal Parlamento e che fissa le prossime elezioni legislative al 30 aprile 2014 è considerata uno scherzo. La popolazione ride dei deputati, della facilità con la quale votano leggi che favoriscono i loro interessi personali e la loro incapacità di mettersi d’accordo su punti essenziali. L’intellettuale e sociologo Amir Ahmed colloca queste elezioni nel teatro dell’assurdo. Paragona la scena politica a quella di Aspettando Godot di Samuel Beckett. «A ogni appuntamento elettorale, la classe politica ci annuncia la venuta di un uomo che promette il cambiamento. Ma non arriva mai. Nell’attesa ci tengono occupati, ci distraggono. Gli iracheni aspettano Godot…»«La presenza iraniana nel paese ha fatto crescere la diffidenza e la paura nella regione araba – continua Ahmed. È questo cambiamento brutale nella politica regionale a provocare tutte tanta tensione. Non bisogna poi dimenticare che l’Iraq è uno Stato ricco di petrolio e che questo suscita l’avidità delle forze internazionali. Esse cercano di alimentare la violenza anziché di stabilizzare la situazione, perché è più facile ricavare profitti da un paese debole che da un paese forte ed equilibrato.» Il petrolio, ecco forse la vera disgrazia dell’Iraq… (1) Il sadrismo è una corrente che rappresenta i ceti sfavoriti e negletti da parte dell’establishment sciita. Il Consiglio, creato nel 1982, ha una formazione armata, la brigata Badr, una milizia che conta fra gli ottomila e i quindicimila membri.(2) Il 10 gennaio 2007, George W. Bush decide di mandare in Iraq altri trentamila soldati statunitensi. Alla testa del surge («rinforzo») nomina il generale Petraeus.(3) Per risolvere il conflitto iracheno, Biden elabora un piano di divisione dell’Iraq in tre blocchi comunitari e confessionali, ispirandosi alla ivisione della Bosnia nel 1995. Cfr. Helene Cooper, «Biden plan for “soft partition” of Iraq gains momentum», The New York Times, 30 luglio 2007.(Traduzione di M.C.)   http://gallery.mailchimp.com/b0bff3f70c695197fbf8343d2/files/lemonde2014_01.pdf
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