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La Siria e il grande gioco

Antonella Vicini5 settembre 2013a-A+Da Reset-Dialogues on CivilizationsAncora una settimana e poi forse gli Stati Uniti attaccheranno la Siria. La decisione sembra presa, bisogna solo stabilire quando. E bisogna a questo punto incassare il sì del Congresso, dopo il 9 settembre e dopo che i Repubblicani hanno fatto intravvedere che “sì”, loro ci starebbero. Nel frattempo, si continua a parlare di guerra imminente, dimenticando forse che una guerra in Siria si combatte ormai da più di due anni e che ha prodotto, secondo le Nazioni Unite, più di 100mila morti. Ma quella siriana non è solo una guerra interna di cui, come spesso capita, ci si accorge in ritardo, ma una guerra regionale allargata al di là del Mediterraneo che spaventa e preoccupa, ragione per cui la tacca sull’asticella della cosiddetta linea rossa è stata più volte tirata  in su.La chiave di lettura più immediata e semplificatoria vede contrapposta la minoranza alauita  rappresentata da Bashar Al Assad alla maggioranza sunnita che, dopo mesi di manifestazioni pacifiche represse brutalmente, si è riunita nell’Esercito siriano libero. Due blocchi a cui corrispondono altrettanti gruppi di attori: i Paesi del Golfo, la Turchia, l’Iran, Israele e alle spalle,  con un occhio puntato su tutto, Usa e Russia, ma a differenza della Guerra Fredda, ora le cose appaiono un po’ più complesse.Prima di tutto c’è un’alleanza strategica rappresentata da Iran, Hezbollah libanesi che controllano il Sud del Libano e regime siriano; e su questo stesso lato della plancia c’è Mosca che oltre alle armi ha fornito un capello di protezione indispensabile all’interno del Consiglio di Sicurezza dell’Onu bloccando, grazie anche alla Cina, ogni risoluzione punitiva contro il regime di Assad. Navi russe sono schierate a Tartus, il porto siriano che è l’unico accesso al Mediterraneo di Mosca, sin dal 1971 sulla base di un accordo siglato in piena Guerra Fredda e implementato nel 2009, facendo guadagnare alla flotta navale russa una posizione stabile in un punto nevralgico.Un rapporto, quello fra Damasco e Mosca, consolidato anche da interscambi economici considerevoli e di lunga durata nel settore energetico, delle infrastrutture e del turismo, che solo nel 2010 hanno fatto registrare fatturati da 1 miliardo di dollari e nel 2009 investimenti  da 20 miliardi. Ci sono, inoltre, i lavori per la costruzione del gasdotto che dovrebbe passare anche per la Siria e che ha spinto la compagnia Stroitransgaz a portare da tempo il suo personale in loco.Fin qui è tutto piuttosto chiaro e, soprattutto, non inedito se non fosse per le ultime dichiarazioni di Vladimir Putin che, alla viglia del G20 di San Pietroburgo, ha scompaginato le carte  in tavola con un’apertura a un attacco “limitato” in Siria se si dovesse trovare l’evidenza dell’uso di armi chimiche.Ma quando si parla di Iran e Hezbollah una delle prime cose che viene in mente è anche Israele: Israele che ha una guerra per il momento fatta solo di minacce e schermaglie verbali con la Repubblica Islamica, ma che con il Libano la guerra l’ha fatta davvero: l’ultima è nel 2006 (dopo essere intervenuto pesantemente nella guerra civile libanese), e il risultato è una forza d’interposizione che sta lì, a sud del fiume Litani, dove ci sono, fra gli altri, 1100 militari italiani della missione Unifil e una blue line composta da una serie di bidoni blu (quello stesso blu della bandiera delle Nazioni Unite) che ricordano alle parti in causa il limite da non superare. Ma Israele la guerra l’ha fatta anche contro la Siria e, a dire il vero, dal 1967 a oggi non è stata mai siglato un accordo di pace; questo significa che oggi i due Paesi sono ufficialmente in guerra con un contenzioso territoriale, quello sulle Alture del Golan occupate durante la guerra dei Sei Giorni dallo Stato ebraico, ancora aperto. E nel frattempo, un test dell’Idf con la collaborazione del Pentagono del sistema di intercettazione antimissile Arrow, avvenuto a sorpresa nel Mediterraneo, ha innalzato nuovamente la tensione nella zona.Dall’altra parte, la situazione non è meno intricata. Anzi. Non è una novità che l’Iran stia cercando di rimpiazzare la supremazia dei Paesi del Golfo, Arabia Saudita in prima linea, nell’area puntando sull’alleanza con gli sciiti di Iraq, Bahrein e Yemen. Una prospettiva che spaventa non poco il piccolo Stato ebraico e che lo rende ora, come non mai, straordinariamente vicino agli interessi sauditi, sebbene essi siano intrecciati a doppio filo con il fondamentalismo wahabita. La battaglia contro Bashar Al Assad rappresenta per loro una battaglia, indiretta, contro l’Iran e contro le sue ambizioni politiche e nucleari. Un attacco a Damasco sarebbe infatti anche un monito rivolto a Teheran e la prova che l’establishment israeliano cerca dell’interventismo statunitense, se mai ce ne fosse bisogno. Ma a Israele non piacciono neanche i ribelli siriani, sia perché molti di loro sono vicini ai Fratelli Musulmani (lo stesso movimento da cui deriva Hamas), sia perché ormai al loro interno si contano gruppi di islamisti qaedisti.Il problema della variegata composizione dell’opposizione ad Assad è ciò che ha fatto tentennare l’Amministrazione Usa finora. Meglio permettere che si rafforzi l’asse Assad-Khamenei-Nasrallah o lasciare spazio libero alla ampia galassia sunnita? E mentre il dilemma prendeva corpo nelle stanze della Casa Bianca, sul terreno hanno guadagnato spazio realmente tutti quei gruppi che poco hanno a che fare con gli ideali libertari delle prime manifestazioni a Daraa, Homs, Idlib; gruppi composti da combattenti islamici che hanno già operato in Iraq, Somalia, Afghanistan, Cecenia e che inizialmente sono sembrati l’unico ausilio in grado di contrastare le truppe governative.Questa è la stessa ragione, del resto, che contrappone di fatto Turchia e Paesi del Golfo, la prima sostenitrice dei ribelli della prima ora, gli altri legati da sempre dei movimenti più estremi.La tensione fra Ankara e Damasco è però storia lunga, precedente al 2011. Prima la disputa sulla provincia di Hatay, annessa dalla Turchia su mandato francese e contesa dalla Siria, poi il sostegno siriano ai curdi del PKK e agli armeni dell’ASALA, due profonde spine nel fianco turco. E ora l’aperto sostegno all’opposizione di Assad  ha creato non poco problemi interni a Erdogan, sia politici, sia di sicurezza. Si ricordano, fra gli altri, l’attacco nell’ottobre 2012 della contraerea siriana proprio nella provincia di Hatay e lo scorso maggio l’esplosione di due autobombe nella stessa zona. Del resto la Turchia, assieme al Libano e alla Giordania, sta pagando il prezzo di questi due anni di guerra in termini di ospitalità offerta ai profughi.Due milioni i rifugiati che fino a oggi hanno abbandonato il Paese, il 97% dei quali, spiega l’UNHCR, si è ospitato nei Paesi confinanti: “110mila in Egitto, 168mila in Iraq, 515mila in Giordania, 716mila in Libano e 460mila in Turchia”. Dati che tengono conto solo delle situazioni regolarmente registrate. Altri 4 milioni sono gli sfollati all’interno della Siria stessa, “per un totale di più di 6 milioni di persone in fuga dalle loro case”. Un milione dei quali sono bambini. Per farsi un’idea: è come se una città come Rio de Janeiro scomparisse progressivamente nel nulla.Vai a www.resetdoc.orgLa Siria e il grande gioco
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Habermas: vi spiego perché la sinistra anti-Europa sbaglia Jűrgen Habermas 3 settembre 2013

Habermas: vi spiego perché la sinistra anti-Europa sbagliaJűrgen Habermas3 settembre 2013a-A+Questo saggio di Jürgen Habermas rappresenta l’aprirsi di una Europa-Streit, di una polemica sull’Unione europea. Il filosofo tedesco accusa la sinistra di essersi fermata su posizioni “nostalgiche” e di ripetere l’errore nazionalista dell’inizio del XX secolo, che aprì la strada alla Prima guerra mondiale. L’attacco di Habermas prende di mira un libro del sociologo Wolfgang Streeck, Gekaufte Zeit (Tempo comprato) Suhrkamp. Questi ha sostenuto, in una conferenza l’anno scorso e quest’anno nel libro, che l’Unione europea s’identifica oggi come l’epicentro del radicalismo neoliberale e che gli euro-idealisti di sinistra sono caduti vittime di un abbaglio, dando via libera alla costruzione di un edificio mostruoso.Queste tesi per Habermas riflettono un errore che nasce dalla timidezza della sinistra nei confronti delle tendenze populiste della destra e del centro. A chi lamenta l’assenza sulla scena pubblica tedesca di un dibattito aperto sull’Europa, Die Zeit fa notare in questi giorni che è assente solo dalle grandi tribune pubbliche di Stato e di partito. Su riviste e giornali la discussione divampa e non c’è dubbio che avrà un seguito.Wolfgang Streeck, nel suo libro sulla crisi rinviata del capitalismo democratico [1] sviluppa un’analisi severa della genesi dell’attuale crisi bancaria e debitoria e delle sue ripercussioni sull’economia reale. Questo studio ricco di spunti ed empiricamente fondato è la rielaborazione di un ciclo di lezioni (Adorno-Vorlesungen) presso l’Istituto per la ricerca sociale di Francoforte. Nelle sue parti migliori, dove la passione politica si coniuga con la forza illuminante dei fatti e con l’efficacia degli argomenti, il testo ricorda il 18 Brumaio di Luigi Bonaparte. L’autore muove dalla giusta critica della teoria della crisi sviluppata da Claus Offe e da me negli anni settanta. L’ottimismo regolatorio di allora, influenzato dalla predominanza del keynesianismo, ci aveva fatto ritenere che i potenziali di crisi economica tenuti sotto controllo dalla politica si dislocassero in contraddittori imperativi nei confronti di un apparato statale gravato da troppi compiti e (per usare una formula di Daniel Bell) in “contraddizioni culturali del capitalismo”. Inoltre pensavamo che tali potenziali di crisi economica si esprimessero nella forma di una crisi di legittimazione. Oggi non ci troviamo confrontati (non ancora?) con una crisi di legittimazione, bensì con una evidente crisi economica. La descrizione della crisiCon il vantaggio cognitivo dell’osservatore che guarda al passato in chiave storica, Wolfgang Streeck fa partire la sua esposizione del decorso della crisi da uno schizzo del regime di welfare costruito nell’Europa del dopoguerra fino all’inizio degli anni settanta [2]. Ad esso seguono le fasi dell’affermazione delle riforme neoliberali che senza riguardo per le conseguenze sociali hanno migliorato le condizioni di valorizzazione del capitale e nel far ciò hanno finito col capovolgere la semantica del termine “riforma”. Le riforme hanno allentato i vincoli negoziali corporativi e deregolato i mercati – non solo i mercati del lavoro, ma anche i mercati per beni e servizi, e soprattutto i mercati dei capitali: “nello stesso tempo i mercati dei capitali si trasformano in mercati per il controllo di imprese che fanno della crescita del shareholder value il criterio principale del buon management. (57 sg.)Wolfganf Streeck descrive questa svolta prodottasi con Reagan e Thatcher come una spallata liberatoria assestata dai detentori di capitale e dai loro manager ad uno Stato democratico che sulla base di criteri di giustizia sociale aveva ridotto i margini di profitto degli imprenditori, ma dal punto di vista degli investitori aveva soffocato la crescita economica e in tal modo nuociuto al bene generale. La sostanza empirica della ricerca consiste in una comparazione di lungo periodo (gli ultimi quattro decenni) tra paesi di particolare rilevanza. Nonostante tutte le differenze tra le singole economie nazionali, da essa risulta nel complesso un quadro del decorso della crisi sorprendentemente uniforme. Ai crescenti tassi di inflazione degli anni settanta segue un aumento dell’indebitamento dei bilanci pubblici e privati. Nel contempo crescono le diseguaglianze nella distribuzione del reddito, mentre gli introiti dello Stato si riducono in relazione alla spesa pubblica. In un contesto di crescente disuguaglianza sociale questi sviluppi portano ad una trasformazione dello Stato fiscale: “lo Stato democratico governato dai suoi cittadini e, come Stato fiscale, da essi alimentato, diventa uno Stato democratico debitore (Schuldenstaat) quando la sua sussistenza non dipende più solo dalle contribuzioni dei suoi cittadini, ma in misura rilevante anche dai suoi creditori”. (119)Nella comunità monetaria europea è possibile osservare come i mercati limitino in forma perversa la capacità di iniziativa politica degli Stati. Qui la trasformazione della Stato fiscale in Stato debitore costituisce lo sfondo del circolo vizioso tra il salvataggio di banche decotte da parte degli Stati i quali a loro volta sono spinti alla rovina da quelle stesse banche, con il risultato che il regime finanziario dominante mette sotto curatela le proprie popolazioni. Che cosa ciò significhi per la democrazia lo abbiamo potuto osservare al microscopio in quella notte del vertice di Cannes quando il premier greco Papandreu, fra le pacche sulle spalle date dai suoi colleghi, fu costretto a ritirare un referendum che aveva appena annunciato [3]. Wolfgang Streeck ha il merito di aver dimostrato che la “politica dello Stato debitore”, che il Consiglio europeo porta avanti dal 2008 su pressione del governo tedesco, nella sostanza continua a seguire il modello politico favorevole al capitale che ha condotto alla crisi.Nelle particolari condizioni dell’unione monetaria europea, la politica del consolidamento fiscale sottopone tutti gli Stati membri alle stesse regole, a prescindere dai differenti livelli di sviluppo delle loro economie, e al fine di imporre queste regole concentra diritti di intervento e di controllo a livello europeo. Senza un contemporaneo rafforzamento del parlamento europeo, questo affastellarsi di competenze nel Consiglio e nella Commissione allarga la divaricazione delle sfere pubbliche nazionali e dei parlamenti dal concerto, distaccato e tecnocraticamente autonomizzato, dei governi succubi dei mercati. Wolfgang Streeck teme che questo federalismo degli esecutivi imposto a tempi forzati produca una qualità completamente nuova dell’esercizio del dominio in Europa: “il consolidamento della finanza pubblica europea avviato come risposta alla crisi fiscale va a parare in un riassetto del sistema degli Stati europei coordinato dagli investitori finanziari e dall’Unione europea, in una nuova forma della democrazia capitalistica europea che cementa i risultati di tre decenni di liberalizzazione economica”. (164)Questa interpretazione a tinte fosche delle riforme in corso mette a fuoco un’allarmante tendenza che probabilmente potrà persino affermarsi, anche se essa rigetta il tradizionale nesso tra democrazia e capitalismo. Alle porte dell’unione monetaria europea vigila un premier britannico impaziente per i tempi troppo lenti di liquidazione dello Stato sociale e che, da vero erede di Margaret Thatcher, incita e incoraggia una volenterosa cancelliera a brandire la frusta con i suoi colleghi: “vogliamo un’Europa capace di svegliarsi e di guardare in faccia il moderno mondo della concorrenza e della flessibilità.” In linea di principio a questa politica anticrisi ci sono due alternative: una politica difensiva di revoca dell’euro, per la quale in Germania proprio in questi giorni si è costituito un nuovo partito, oppure una politica offensiva di completamento della comunità monetaria nel senso di una democrazia sovranazionale. A condizione di ottenere le necessarie maggioranze politiche, questa seconda linea potrebbe fornire la piattaforma istituzionale per una inversione del trend neoliberale. L’opzione nostalgicaNon sorprende che Streeck si esprima per una inversione del trend che indebolisce la democrazia. Ciò significa “creare istituzioni che possano riportare i mercati sotto un controllo sociale: mercati del lavoro che lascino spazio per la vita sociale, mercati dei beni che non distruggano la natura, mercati del credito che non diventino soltanto luoghi di produzione in grande stile di promesse irrealizzabili.” (237)Sorprendente è invece la conseguenza concreta che egli trae dalla sua diagnosi. Non è il rafforzamento democratico di un’unione europea finora costruita solo a metà a dover ricollocare in un equilibrio democratico il rapporto impazzito tra politica e mercato. Wolfgang Streeck non propone di completare la costruzione europea, ma bensì di smontarla; vuole tornare nelle fortezze nazionali degli anni sessanta e settanta, al fine di “difendere e riparare per quanto possibile i resti di quelle istituzioni politiche grazie alle quali forse si potrebbe modificare e sostituire la giustizia del mercato con la giustizia sociale”. (236)Questa opzione di nostalgica chiusura a riccio nella sovrana impotenza di nazioni ormai travolte è sorprendente, se si considerano le trasformazioni epocali degli Stati nazionali che prima avevano i mercati territoriali ancora sotto controllo e oggi invece sono ridotti al ruolo di attori depotenziati inseriti a loro volta nei mercati globalizzati. Il bisogno di regolazione politica prodotto oggi da una società planetaria altamente interdipendente nel migliore dei casi viene intercettato da una rete sempre più fitta di organizzazioni internazionali, ma non è certo soddisfatto nelle forme asimmetriche del tanto decantato “governo al di là dello Stato nazionale”. A fronte di questi urgenti problemi di una società planetaria sempre più interdipendente sul piano sistemico ma politicamente ancora anarchica, nel 2008 ci fu in prima battuta una reazione comprensibile allo scoppio della crisi economica mondiale. I governi del G8, angosciati, si affrettarono ad accogliere i BRICS e qualche altro Stato nelle loro consultazioni. D’altra parte l’inefficacia delle decisioni prese nel primo summit del G20 a Londra sta a documentare i limiti che la restaurazione dei malconci bastioni nazionali non potrebbe che accrescere: limiti di cooperazione risultanti dalla frammentazione politica di una società planetaria integrata economicamente.Evidentemente la capacità di intervento politico di Stati nazionali vigili custodi di una sovranità ormai da tempo svuotata non è sufficiente per sottrarsi agli imperativi di un settore bancario ipertrofico e disfunzionale. Gli Stati che non si associano in unità sopranazionali e dispongono solo dello strumento dei trattati internazionali falliscono di fronte alla sfida politica di rimettere questo settore in sintonia con i bisogni dell’economia reale e di ricondurlo a dimensioni funzionali adeguate. In particolare sono gli Stati della comunità monetaria europea a vedersi confrontati con il compito di ricondurre mercati irreversibilmente globalizzati nel raggio d’azione di un intervento politico indiretto ma mirato. Nei fatti la loro politica anticrisi si limita al rafforzamento di una espertocrazia per misure che rinviano i problemi. Senza la spinta di una vitale formazione della volontà da parte di una società di cittadini mobilitabile al di là dei confini nazionali, all’esecutivo di Bruxelles resosi ormai autoreferenziale (verselbständigt) manca la forza e l’interesse a regolare in forme socialmente sostenibili mercati ormai abbandonati ai loro spiriti animali.Naturalmente Wolfgang Streeck sa benissimo che “il potere degli investitori [si basa] principalmente sulla loro forte integrazione internazionale e sull’esistenza di efficienti mercati globali”. (129) Guardando indietro alla marcia trionfale globale della politica di deregulation, egli constata esplicitamente di dover “lasciare in sospeso se e con quali strumenti la politica nazionale in un contesto sempre più internazionale avrebbe potuto portare sotto controllo quegli sviluppi”. (112) Poiché egli sottolinea ripetutamente “il vantaggio organizzativo dei mercati finanziari integrati su scala globale nei confronti di società organizzate in Stati nazionali”, (112) verrebbe da pensare che sia la sua stessa analisi a indurre alla conclusione che si debba rigenerare a livello sovranazionale quella forza regolatrice dei mercati un tempo concentrata nella legislazione democratica degli Stati nazionali. Invece egli suona la ritirata dietro la linea Maginot della sovranità nazionale. Tuttavia alla fine del libro egli mostra simpatia per l’aggressività cieca di una resistenza autodistruttiva che ha rinunciato a sperare in una soluzione costruttiva [4]. Ciò tradisce un certo scetticismo nei confronti del suo stesso appello al rafforzamento di ciò che rimane delle prerogative nazionali. Alla luce di questa rassegnazione la proposta di una “Bretton Woods europea” appare solo di facciata. Il profondo pessimismo con cui si conclude la narrazione porta a chiedersi quale sia il significato della convincente diagnosi della disgiunzione di capitalismo e democrazia per le prospettive di mutamento politico. Discende forse da essa un’incompatibilità di fondo tra capitalismo e democrazia? Per chiarire questa domanda è necessario fare chiarezza sullo sfondo teorico dell’analisi. Capitalismo o democrazia?La cornice della narrazione della crisi è data da una interazione cui partecipano tre attori: lo Stato, che si alimenta tramite l’imposizione fiscale e si legittima tramite il voto. L’economia, che deve provvedere alla crescita capitalistica e ad un livello sufficiente di entrate fiscali. E infine i cittadini, che concedono il loro sostegno allo Stato solo in cambio della soddisfazione dei loro interessi. Il tema è se, ed eventualmente come, lo Stato possa bilanciare le richieste contrastanti delle altre due parti con intelligenti strategie di contrasto delle crisi. Pena lo scatenarsi di crisi dell’economia e della tenuta sociale, lo Stato da una parte deve soddisfare le attese di profitto, ossia le condizioni fiscali, giuridiche e infrastrutturali per una remunerativa valorizzazione del capitale. Dall’altra parte deve garantire pari libertà e soddisfare richieste di giustizia sociale in termini di equa distribuzione del reddito e di sicurezza sociale (Statussicherheit) nonché di servizi pubblici e di approntamento di beni collettivi. Il contenuto della narrazione consiste infine nel fatto che la strategia neoliberale dà sempre la precedenza alla soddisfazione degli interessi di valorizzazione del capitale rispetto alle rivendicazioni di giustizia sociale, e può ormai soltanto “rinviare” le crisi, pagando il prezzo di crescenti proteste sociali [5].Il “rinvio del capitalismo democratico” indicato nel titolo del libro si riferisce allora al se o solo al quando del suo manifestarsi? Poiché Wolfgang Streeck sviluppa il suo scenario in una cornice di teoria dell’azione, senza basarsi su “leggi” del sistema economico (ad es. su una “caduta tendenziale del saggio di profitto”), l’autore evita, intelligentemente, di far risultare dall’impianto dell’esposizione una previsione fondata sulla teoria. In un tale contesto le previsioni sugli ulteriori sviluppi della crisi sono possibili solo a partire dalla valutazione di circostanze storiche e costellazioni di potere contingenti. Nella sua retorica, tuttavia, Wolfgang Streeck indulge a una descrizione delle tendenze della crisi come un che di inevitabile, respingendo la tesi conservatrice “dell’inflazione di pretese da parte di masse insolenti“ e definendo la dinamica della crisi soltanto sulla base degli interessi di valorizzazione del capitale. In effetti sin dagli ottanta l’iniziativa politica è sempre partita da questo versante. Ma in ciò io non vedo motivi sufficienti per una rinuncia disfattista al progetto europeo.La mia impressione è che Wolfgang Streeck sottovaluti l’effetto chiavistello non solo delle norme costituzionali giuridicamente in vigore, ma anche del complesso democratico esistente di fatto – ossia la persistenza di istituzioni, regole e pratiche consolidate e ancorate nelle culture politiche. Un esempio sono le proteste di massa a Lisbona e altrove che hanno indotto il presidente portoghese a presentare un ricorso contro lo scandalo sociale della politica di risparmi dei suoi compagni di partito al governo. A seguito di ciò la corte costituzionale ha invalidato parti del trattato tra il Portogallo, l’Unione europea e il fondo monetario internazionale, e ha imposto al governo almeno un minuto di riflessione in merito all’esecuzione del “Diktat dei mercati”.Gli obiettivi di rendimento degli azionisti influenzati da Ackermann [6] sono tanto poco naturali come le idee elitarie di una classe internazionale di manager viziati e altezzosi, sostenuta da media compiacenti e che guarda dall’alto in basso ai “suoi” politici come a dipendenti incapaci. La vicenda della crisi di Cipro ha mostrato che, quando non si tratta più di salvare le proprie banche, al posto dei contribuenti è ben possibile far pagare i responsabili della crisi. E ha anche mostrato che i bilanci degli Stati indebitati, oltre che con i tagli alle spese possono essere risanati anche con aumenti delle entrate. E tuttavia solo una cornice istituzionale per una comune politica europea fiscale, economica e sociale potrebbe creare le condizioni necessarie per il possibile superamento dei limiti strutturali di una unione monetaria imperfetta. Solo un comune sforzo europeo, non la pretesa astratta di migliorare la competitività nazionale da soli, può portare avanti la necessaria modernizzazione di strutture amministrative economiche e clientelari.Ciò che distinguerebbe un’unione europea conforme a democrazia (che per ovvi motivi in prima battuta comprenderebbe soltanto i paesi membri della comunità monetaria europea) da un federalismo degli esecutivi conforme al mercato sono soprattutto due innovazioni. In primo luogo un comune progetto politico di fondo, con relativi trasferimenti economici e responsabilità in solido tra gli Stati membri. Secondo, quelle modifiche dei trattati di Lisbona che possono legittimare democraticamente le competenze necessarie per tale progetto politico, ossia una partecipazione paritaria di Parlamento e Consiglio alla legislazione e una Commissione che risponde ad entrambe le istituzioni. Così la formazione della volontà politica non dipenderebbe più solo dagli estenuanti compromessi tra rappresentanti di interessi nazionali che si bloccano a vicenda, ma anche, in pari misura, dalle decisioni a maggioranza di parlamentari eletti secondo preferenze di partito. Solo in un parlamento europeo suddiviso in gruppi parlamentari partitici può prodursi una generalizzazione degli interessitrasversale (durchkreuzend) rispetto ai confini nazionali. Solo grazie alla procedura parlamentare la prospettiva europea generalizzata di un “noi” dei cittadini della UE può rafforzarsi fino a diventare un potere istituzionalizzato. Un siffatto cambio di prospettiva è necessario per far sì che nei vari ambiti politici le regole comuni che attualmente coordinano Stati solo apparentemente sovrani possano essere sostituite da una comune formazione politica della volontà di natura discrezionale. Gli inevitabili effetti redistributivi di breve e medio periodo si posso legittimare solo se gli interessi nazionali si legano all’interesse generale europeo e al cospetto di esso si relativizzano.Se e come si possano raggiungere le maggioranze per un tale cambiamento del diritto primario è questione, certo molto complessa, su cui tornerò subito. Ma indipendentemente dalla fattibilità di una tale riforma nelle circostanze attuali, Wolfgang Streeck dubita che il formato di una democrazia sovranazionale sia adatta alla situazione europea. Egli contesta la capacità di funzionamento di un siffatto assetto politico e non lo considera nemmeno desiderabile a causa di un suo presunto carattere repressivo. Ma i quattro argomenti che egli adduce a sostegno della sua tesi sono davvero buoni argomenti? Gli argomenti contro un’unione politicaIl primo e più forte argomento riguarda la scarsa efficacia dei programmi economici regionali a causa dell’eterogeneità storicamente motivata delle culture economiche dei paesi europei, persino di quelli del centro. Effettivamente la politica di una comunità monetaria deve saper bilanciare, o almeno contenere in forme permanenti lo squilibrio strutturale di concorrenzialità tra le economie nazionali. Come esempi contrapposti Wolfgang Streeck cita la ex DDR dopo la riunificazione e il Mezzogiorno. Senza dubbio entrambi i casi ci rammentano gli scoraggianti orizzonti temporali di medio periodo con cui deve sempre fare i conti il sostegno mirato dello sviluppo economico di regioni arretrate. Tuttavia i due esempi proposti a illustrazione dei problemi con cui dovrebbe confrontarsi un governo europeo dell’economia sono troppo atipici per giustificare un pessimismo di principio. La ricostruzione dell’economia della Germania orientale ha a che fare col problema storicamente del tutto nuovo di un cambio di sistema realizzato non per spinte interne ma in un certo senso per assimilazione, sotto la guida delle élite della Germania occidentale all’interno di una nazione rimasta divisa per quattro decenni. Nel medio termine i trasferimenti economici relativamente ingenti sembrano sortire gli effetti desiderati.Diverso è il pervicace problema del sostegno economico dell’Italia meridionale, una regione economicamente arretrata e impoverita, contraddistinta socialmente e culturalmente da tratti premoderni e dalla distanza dallo Stato, e sottoposta politicamente al giogo della mafia. Per gli sguardi preoccupati che l’Europa del Nord indirizza oggi ad alcuni paesi del Sud anche questo esempio, col suo particolare sfondo storico, è poco informativo. Infatti il problema della divisione dell’Italia è legato alle conseguenze di lungo periodo dell’unificazione nazionale di un paese che dalla caduta dell’impero romano ha dovuto subire dominazioni straniere. Le radici storiche dei problemi di oggi affondano nel Risorgimento militare dei Savoia, malriuscito e vissuto come un’usurpazione. In questo contesto si collocavano ancora gli sforzi più o meno inutili dei governi italiani del dopoguerra. Questi, come osserva lo stesso Streeck, con i loro legami corruttivi sono rimasti intrappolati nelle strutture di potere locali. L’insuccesso politico dei programmi di sviluppo è stato causato da un’amministrazione incline alla corruzione, e non dalla resistenza di una cultura sociale ed economica che trarrebbe le proprie forze da una forma di vita degna di tutela. Tuttavia in un sistema a più livelli e fortemente giuridificato come quello europeo è difficile che lo stentato percorso organizzativo da Roma alla Calabria o alla Sicilia possa fungere da modello per l’implementazione a livello nazionale dei programmi di Bruxelles, alla cui realizzazione sarebbero associate altre sedici diffidenti nazioni.Il secondo argomento si riferisce alla fragile integrazione sociale di “Stati nazionali incompiuti” come il Belgio o la Spagna. Ricordando i pesanti conflitti tra Valloni e Fiamminghi, o tra Catalani e governo centrale di Madrid, Wolfgang Streeck parla dei problemi di integrazione che a causa delle differenze regionali risultano di difficile soluzione già a livello nazionale, e che sarebbero ancora più complicati nel quadro più ampio dell’Europa. Effettivamente il complesso processo di formazione degli Stati ci ha lasciato in eredità linee di conflitto tra formazioni politiche più antiche e storicamente superate – si pensi solo ai bavaresi, che nel 1949 non approvarono la carta costituzionale tedesca, alla separazione pacifica della ex Cecoslovacchia, alla sanguinosa dissoluzione della Jugoslavia, al separatismo basco, agli scozzesi, alla lega nord etc. Ma in queste transizioni storiche i conflitti si manifestano sempre quando le parti più vulnerabili della popolazione scivolano in situazioni di crisi economica o di rivolgimento storico, quando si trovano in condizioni di insicurezza e rispondono al timore di perdere il proprio status aggrappandosi a presunte identità “naturali”, basate sulla stirpe, la regione, il linguaggio o la nazione. In questo senso il prevedibile nazionalismo negli Stati dell’Europa centrale e orientale dopo il tracollo dell’Unione sovietica è un equivalente socio-psicologico del separatismo che si manifesta nei “vecchi” Stati nazionali.Il presunto carattere originario (gewachsen) di queste identità è in entrambi i casi egualmente fittizio, [7] non certo un fatto storico da cui potrebbero discendere ostacoli all’integrazione. I fenomeni regressivi di questo tipo sono sintomi di un fallimento della politica e dell’economia, che non sanno più assicurare una sicurezza sociale nella misura necessaria. La diversità socio-culturale delle regioni e delle nazioni è una ricchezza che distingue l’Europa da altri continenti, non una barriera che le impone un’integrazione politica basata su piccoli Stati.Le prime due obiezioni riguardano la capacità di funzionamento e la stabilità di una più stretta unione politica. Con un terzo argomento Wolfgang Streeck ne vuole contestare anche la desiderabilità. La tesi è che imporre politicamente un’assimilazione delle culture economiche del Sud a quelle del Nord comporterebbe anche il livellamento delle rispettive forme di vita. Certamente, se con un’imposizione tecnocratica si “cala dall’alto un modello economico e sociale liberista”, si può parlare di una omogeneizzazione forzata dei contesti di vita. Ma proprio su tali questioni non bisogna offuscare la differenza tra processi decisionali conformi a democrazia e processi conformi al mercato. Decisioni su programmi economici regionali o misure specifiche di razionalizzazione di singole amministrazioni statali prese a livello europeo e legittimate democraticamente comporterebbero certamente anche una omologazione delle strutture sociali. Ma se ogni modernizzazione promossa politicamente diventa sospetta perché produttrice di una omogeneizzazione imposta, si finisce col fare delle somiglianze di famiglia tra modalità economiche e forme di vita un feticcio comunitaristico. Del resto, la diffusione planetaria di infrastrutture sociali simili, che rende oggi quasi tutte le società delle società “moderne”, provoca ovunque processi di individualizzazione e di pluralizzazione delle forme di vita [8]. Senza un “popolo” europeo?Infine Wolfgang Streeck condivide l’assunto che la sostanza egalitaria dello Stato di diritto democratico sia realizzabile solo sulla base dell’appartenenza nazionale, e quindi solo entro i confini territoriali di uno Stato nazionale, perché altrimenti sarebbe inevitabile la marginalizzazione delle culture minoritarie. Anche prescindendo dall’ampia discussione sui diritti culturali, questo assunto, considerato da una prospettiva di lungo termine, è arbitrario. Già gli Stati nazionali si basano sulla forma altamente artificiale di una solidarietà tra estranei generata dal costrutto giuridico dello status di cittadino. Anche in società omogenee sul piano etnico e linguistico la coscienza nazionale non ha nulla di naturale. E’ piuttosto un prodotto, valorizzato sul piano amministrativo, della storiografia, della stampa e del servizio di leva. Nella coscienza nazionale di società eterogenee di immigrati si mostra in maniera esemplare che qualsiasi popolazione può assumere il ruolo di uno “Stato nazione”, capace di una comune formazione della volontà politica sullo sfondo di una cultura politica condivisa.Poiché il diritto internazionale classico sta in un rapporto di complementarità rispetto al sistema moderno degli Stati, nelle radicali innovazioni del diritto internazionale prodottesi dalla fine della seconda guerra mondiale ad oggi si riflette anche un mutamento del profilo dello Stato nazionale. Assieme al contenuto effettivo della sovranità nazionale formalmente sancita si è ridotto anche lo spazio d’azione della sovranità popolare. Ciò vale a maggior ragione per gli Stati europei che hanno trasferito una parte dei loro diritti sovrani all’Unione europea. I suoi governi continuano a considerarsi come i “signori dei trattati”. Ma già nella qualificazione del diritto di uscire dall’Unione, introdotta con il trattato di Lisbona, si tradisce una limitazione della loro sovranità. Tale sovranità poi, a causa della prevalenza (funzionalmente necessaria) del diritto europeo, si risolve comunque in una finzione, perché nel corso dell’implementazione del diritto prodotta in sede europea l’intreccio orizzontale dei sistemi giuridici nazionali continua a progredire. Tanto più urgentemente si pone quindi il problema di una adeguata legittimazione democratica di questa produzione di diritto (Rechtssetzung).Wolfgan Streeck teme i tratti unitari-giacobini di una democrazia sovranazionale poiché questa, sulla via di una permanente marginalizzazione delle minoranze, non potrebbe che condurre ad un livellamento delle comunità economiche e identitarie basate sulla vicinanza spaziale. (243) In tal modo, però, egli sottovaluta la fantasia innovatrice e creatrice di diritto che si è già manifestata nelle attuali istituzioni e nelle regole vigenti. Penso all’ingegnosa procedura decisionale della “doppia maggioranza” o alla composizione ponderata del parlamento europeo, che proprio in vista di un’equa rappresentazione tiene conto delle forti differenze numeriche tra le popolazioni dei paesi più piccoli e dei più grandi [9].Ma il timore di Streeck di una centralizzazione repressiva si basa soprattutto sull’assunto sbagliato che l’approfondimento istituzionale dell’Unione europea debba condurre ad una sorta di repubblica federale europea. Lo Stato federale è il modello sbagliato. Infatti le condizioni di legittimazione democratica possono essere soddisfatte anche da una comunità democratica sovranazionale ma sovrastatale che consenta un governo comune. In essa tutte le decisioni politiche sarebbero legittimate dai cittadini nel loro doppio ruolo di cittadini europei e di cittadini dei vari Stati membri [10]. In una siffatta unione politica, chiaramente distinta da un “superstato”, gli Stati membri, in quanto garanti del livello da essi rappresentato di diritti e di libertà, conserverebbero un ruolo molto importante se paragonati alle articolazioni subnazionali di uno Stato federale. Che fare?Finché rimane astratta, un’alternativa politica ben argomentata ha il solo pregio di creare una prospettiva. Essa mostra un obiettivo politico, ma non la via da qui a lì. Gli evidenti ostacoli lungo questa via giustificano una valutazione pessimistica della capacità di sopravvivenza del progetto europeo. Ciò che deve inquietare i fautori di “più Europa” è la combinazione di due fattori.Da un lato la politica di consolidamento (secondo il modello del divieto di indebitamento inserito nella costituzione) mira a creare una costituzione economica con “regole uguali per tutti” che dovrebbe rimanere sottratta alla formazione democratica della volontà. Poiché essa in tal modo disgiunge alcune scelte tecnocratiche di fondo (gravide di conseguenze per i cittadini europei) dai processi di formazione dell’opinione e della volontà nelle sfere pubbliche nazionali e nei parlamenti, svaluta le risorse politiche dei cittadini che hanno accesso soltanto alle loro arene nazionali. Così la politica europea si rende sempre più inattaccabile. D’altra parte questa tendenza all’autoimmunizzazione viene rafforzata dalla fatale circostanza che la finzione della sovranità fiscale degli Stati membri, ancora oggi tenuta in piedi, orienta la percezione pubblica della crisi in una direzione sbagliata. La pressione dei mercati finanziari sui bilanci statali politicamente frammentati promuove una autopercezione collettivizzante delle popolazioni colpite dalla crisi. La crisi aizza gli uni contro gli altri i paesi creditori e i paesi debitori, e rafforza il nazionalismo.Wolfgang Streeck ha ben presente questo potenziale demagogico: “nella retorica della politica internazionale del debito compaiono nazioni concepite monisticamente come attori morali a tutto campo che rispondono in solido. I rapporti interni di classe e di dominio sono ignorati”. (134) Così una politica della crisi immune (grazie ai suoi successi) rispetto alle voci critiche e la distorta percezione reciproca dei “popoli” nelle diverse sfere pubbliche nazionali finiscono col rafforzarsi a vicenda.Questo blocco può essere forzato se i partiti europeisti si trovano insieme al di là dei confini nazionali per lanciare campagne contro questa falsa trasposizione di problemi sociali in problemi nazionali. L’osservazione di Ralf Dahrendorf, secondo cui i problemi tedeschi sono sempre stati problemi nazionali e non problemi sociali, acquista oggi una inattesa attualità. La tesi che “nell’Europa occidentale di oggi il nazionalismo non è più il maggior pericolo, e meno che mai quello tedesco” (256) la considero politicamente una stoltezza. Che in tutte le nostre sfere pubbliche nazionali manchino scontri di opinione su alternative politiche poste correttamente posso spiegarmelo solo con i timori dei partiti democratici nei confronti dei potenziali politici di destra. Le controversie polarizzanti sulla politica dell’Europa possono essere chiarificatrici piuttosto che sobillatrici solo se tutte le parti in causa ammettono che non ci sono alternative prive di rischi e nemmeno alternative gratuite [11]. Invece di aprire falsi fronti lungo i confini nazionali sarebbe compito di questi partiti distinguere perdenti e vincenti della crisi per gruppi sociali che, indipendentemente dalla loro nazionalità, risultano di volta in volta più o meno colpiti.I partiti europei di sinistra sono in procinto di ripetere i loro errori storici del 1914. Anche oggi essi indietreggiano per paura della propensione al populismo di destra presente nel centro della società. Poi in Germania un panorama mediatico incredibilmente succube alla Merkel incoraggia tutte le parti in causa a non toccare in campagna elettorale i fili elettrici della politica europea, e a stare al suo gioco furbesco della non tematizzazione. Per questo c’è da augurarsi che “Alternative für Deutschland” [12] abbia successo. Spero che essa riesca a costringere gli altri partiti a spogliarsi della tuta mimetica che rende invisibile la loro politica europea. Così dopo le elezioni politiche tedesche si potrebbe profilare, per il prossimo necessario primo passo, una “grandissima” coalizione. Infatti, per come stanno le cose, solo la Germania può assumersi l’iniziativa di un’impresa tanto difficile. (Traduzione di Walter Privitera)  Note[1] Gekaufte Zeit (Suhrkamp), Berlin 2013. Le pagine indicate si riferiscono a questa edizione.[2] Le sue caratteristiche sono il pieno impiego, determinazione dei salari valida per tutti, cogestione, controllo statale delle industrie strategiche, un ampio settore pubblico con occupazione garantita, una politica dei redditi e fiscale che impedisca gravi diseguaglianze sociali, e infine una politica congiunturale e industriale dello Stato per minimizzare i rischi della crescita.[3] Cfr. il mio commento nella “Frankfurter Allgemeine Zeitung” del 5 Novembre 2011, p. 31.[4] Da cittadino europeo che segue (fin troppo comodamente) le proteste greche, spagnole e portoghesi attraverso i giornali, sento anch’io una vicinanza con l’empatia di Streeck per la “rabbia della strada”: “quando popoli organizzati in Stati democratici possono comportarsi responsabilmente soltanto rinunciando a far uso della propria sovranità nazionale e limitandosi per generazioni a ad assicurare la loro solvibilità nei confronti dei creditori, potrebbe apparire più responsabile provare anche con forme di agire irresponsabile”. (218)[5] Nel frattempo la privatizzazione della previdenza è talmente avanzata che questo conflitto sistematico si lascia illustrare sempre meno chiaramente in relazione a differenti gruppi sociali. Il “popolo dei cittadini” e il “popolo del mercato” non coincidono più. Il contrasto di interessi genera in forma crescente conflitti all’interno di una stessa persona.[6] Fino al 2012 Joseph Ackermann è stato a capo della Deutsche Bank. E’ noto per aver fissato obiettivi di rendimento del capitale del tutto spropositati [n.d.t.].[7] Tra i “ceppi” tedeschi, quello “stanziale” bavarese è considerato il più originario. Le analisi del DNA su reperti ossei della tarda epoca delle grandi migrazioni, in cui i “Bajuwaren” compaiono storicamente per la prima volta in quanto tali, hanno confermato la cosiddetta teoria dei “cani e porci” (“Sauhaufen”), “secondo la quale una popolazione originaria tardoromana si costituì come ceppo “bajuwarisch” a seguito della sua fusione con gruppi di migranti dell’Asia centrale, dell’Europa orientale e della Germania settentrionale (Süddeutsche Zeitung, 8 Aprile 2013, p. 12).[8] Il crescente pluralismo delle forme di vita, confermato dall’aumento della differenziazione tra economia e cultura, contraddice le attese di forme di vita più omogenee. Anche la sostituzione di forme di regolazione corporative con mercati deregolati descritta da Streeck ha condotto ad una spinta individualizzante di cui i sociologi si sono già occupati. Detto per inciso, tale spinta spiega anche il curioso fenomeno del cambio di campo di quei rinnegati del sessantotto che hanno coltivato l’illusione di poter soddisfare i propri impulsi libertari alle condizioni di autosfruttamento del liberalismo di mercato.[9] Devo ancora riflettere su alcuni dettagli, ma nonostante le obiezioni della corte costituzionale tedesca la tendenza è giusta.[10] Ho sviluppato questa idea di una sovranità costituente divisa tra cittadini e Stati in forma “originaria”, ossia già nello stesso processo costituente, in J. Habermas, Questa Europa è in crisi (Laterza), Roma-Bari 2012; cfr. anche Motive einer Theorie, in Id. Im technokratischen Sog, (in stampa).[11] Tra le alternative “a buon mercato” si conta anche quella, riproposta da George Soros e in sé per nulla sbagliata, degli euro-bonds, che da parte dei paesi del Nord sono rifiutati con l’argomento, anch’esso giusto, che “gli euro-bonds nell’attuale sistema politico hanno un problema di legittimazione: infatti si impiegherebbe il denaro dei contribuenti senza aver sentito gli elettori” (Süddeutsche Zeitung, 11 Aprile 2013, p. 1). Con questo pareggio si blocca l’alternativa che consisterebbe nella creazione del fondamento di legittimità necessario per un mutamento di politica comprendente gli Euro-bonds.[12] “Alternative für Deutschland” è una nuova formazione politica contraria all’euro [n.d.t.]http://www.reset.it/caffe-europa/habermas-vi-spiego-perche-la-sinistra-anti-europa-sbagliaTag: europa, filosofia, sinistra
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