Un conflitto oltre le frontiere- Etienne Balibar-il Manifesto 18 /09/15

Un conflitto oltre le frontiere- Etienne Balibar-il Manifesto 18 /09/15Settembre 18 Pubblicato in Mesoregione Euromediterranea  Letto 0 volte  dimensione font riduci dimensione font aumenta la dimensione del font  Stampa  Email  Add new commentUn conflitto oltre le frontiere Derive continentali. La decisione della Germania di aprire le frontiere per accogliere i rifugiati per poi richiuderle ha messo in discussione un caposaldo dell’Unione Europea. Ma ha provocato un allargamento politico dell’Europa. Ad entrare non sono Stati, ma uomini, donne e bambini Étienne Balibar EDIZIONE DEL18.09.2015 PUBBLICATO18.9.2015, 0:45 AGGIORNATO17.9.2015, 21:10Men­tre i mini­stri dei ven­totto paesi Ue non sono riu­sciti a met­tersi d’accordo sull’attuazione del piano di ripar­ti­zione pro­po­sto dalla Com­mis­sione euro­pea, è senza dub­bio arri­vato il momento di ren­dersi conto dell’entità dell’avvenimento sto­rico a cui deve far fronte la «comu­nità» delle nazioni euro­pee, e delle con­trad­di­zioni che que­sto avve­ni­mento ha messo in luce. Esten­dendo a tutta l’Europa il pro­no­stico che la Can­cel­liera Angela Mer­kel ha for­mu­lato  — «que­sti avve­ni­menti cam­bie­ranno il nostro paese» — biso­gna dire: cam­bie­ranno l’Europa. Ma in che senso? Non abbiamo ancora la rispo­sta. Stiamo entrando in una zona di flut­tua­zioni bru­tali, dove dovremo dar prova di luci­dità e determinazione. Quello che sta avve­nendo è un allar­ga­mento dell’Unione e della stessa costru­zione euro­pea. Ma, a dif­fe­renza dei pre­ce­denti allar­ga­menti, que­sto è impo­sto dagli avve­ni­menti nel qua­dro di uno «stato d’emergenza» e non c’è una­ni­mità. Più che per gli allar­ga­menti del pas­sato, quindi, andrà incon­tro a dif­fi­coltà e pro­vo­cherà scon­tri poli­tici. Soprat­tutto, que­sto allar­ga­mento è para­dos­sale, per­ché non è ter­ri­to­riale ma demo­gra­fico: ciò che «entra in Europa» in que­sto momento non sono nuovi stati, ma uomini, donne e bam­bini. Sono dei cit­ta­dini euro­pei vir­tuali. Que­sto allar­ga­mento, essen­zia­le­mente umano, è anche morale: è un allar­ga­mento della defi­ni­zione di Europa, dall’idea che ha di se stessa fino agli inte­ressi che difende e agli obiet­tivi che si pone. In sostanza è un allar­ga­mento poli­tico, desti­nato a «rivo­lu­zio­nare» i diritti e gli obbli­ghi dei paesi mem­bri. Può fal­lire, ma allora la costru­zione euro­pea stessa avrà poche pos­si­bi­lità di resi­stere. Per que­sto motivo molti oggi in Europa par­lano di momento di verità. È evi­dente che la situa­zione mate­riale e morale creata dall’afflusso dei rifu­giati sia «ecce­zio­nale». Ma per­ché par­lare di stato d’eccezione, di emer­genza, nozione carica di ter­ri­bili signi­fi­cati, che evoca momenti in cui il qua­dro isti­tu­zio­nale della vita sociale vacilla e l’identità col­let­tiva dei popoli trema? Evo­cherò almeno tre ragioni. Addio a SchengenLa prima è che, de facto, un pezzo impor­tante della «costi­tu­zione» euro­pea ha smesso di fun­zio­nare: gli accordi di Schen­gen com­ple­tati dai rego­la­menti di Dublino. Que­sta sospen­sione era già chiara da quando il governo tede­sco ha dichia­rato che non avrebbe appli­cato ai rifu­giati siriani la regola dell’immatricolazione nel paese di arrivo in seno alla zona Schen­gen. La deci­sione del 13 set­tem­bre di chiu­dere la fron­tiera con l’Austria, a causa del supe­ra­mento delle capa­cità di acco­glienza della Ger­ma­nia e della cat­tiva volontà degli altri paesi euro­pei, non cam­bia nulla, al con­tra­rio. Mostra che l’apertura e la chiu­sura delle fron­tiere interne dell’Europa è oggetto di deci­sioni arbi­tra­rie degli stati e che la libertà di cir­co­la­zione è sospesa. La seconda ragione è che il «pro­blema migra­to­rio» dell’Europa è com­ple­ta­mente intrec­ciato allo stato di guerra del Medio­riente, che costi­tui­sce la fonte prin­ci­pale dell’afflusso dei rifu­giati. Si tratta di una guerra civile gene­ra­liz­zata, di una cru­deltà e capa­cità di distru­zione senza equi­va­lenti dopo la seconda guerra mon­diale nella nostra regione del mondo, che ha acqui­sito una dina­mica pro­pria. Non potremo fer­marla nell’immediato, soprat­tutto non con inter­venti mili­tari. Il numero delle vit­time e dei rifu­giati che causa aumen­terà. L’esodo, momen­ta­nea­mente con­cen­trato negli stati «tam­pone» (Tur­chia, Gior­da­nia, Libano, Tuni­sia), sta comin­ciando a tra­vol­gerli e minac­cia di farli esplo­dere. Lo spa­zio inve­stito da que­sto con­ta­gio ingloba tutta l’Europa (ivi com­preso benin­teso attra­verso i rischi di dif­fu­sione del terrorismo). Infine, pos­siamo par­lare di stato d’emergenza poi­ché la crisi migra­to­ria sta spez­zando il con­senso sui «valori» con­sti­tu­tivi dello stato demo­cra­tico, che porta a una messa a con­fronto dell’Europa con se stessa, suscet­ti­bile di assu­mere forme vio­lente. Tutti que­sti aspetti sono evi­den­te­mente legati tra loro. La mossa di «Merkiavelli» Dopo l’esplosione della crisi a fine ago­sto, la Can­cel­liera tede­sca ha svolto un ruolo deter­mi­nante nella defi­ni­zione del carat­tere poli­tico degli avve­ni­menti. È lei, in effetti, che ha dichia­rato lo stato di emer­genza pren­dendo misure «uni­la­te­rali» e ha posto la que­stione di una rifon­da­zione dei nostri stati di diritto, esclu­dendo qual­siasi «tol­le­ranza» nei con­fronti delle cor­renti xeno­fobe e raz­zi­ste. Coloro che, come me, deplo­rano asso­lu­ta­mente il modo in cui la Can­cel­liera Mer­kel ha pilo­tato l’imposizione a tutta l’Europa delle poli­ti­che di auste­rità, in par­ti­co­lare l’umiliazione e l’espropriazione della Gre­cia, devono oggi saper rico­no­scere il valore della sua azione e dirlo. Natu­ral­mente, Mer­kel non ha agito da sola: ha inter­pre­tato lo slan­cio di soli­da­rietà di una parte signi­fi­ca­tiva della società tede­sca. Alcuni sup­pon­gono che, così facendo, abbia difeso gli inte­ressi dell’economia tede­sca, ricor­dan­dosi dei bene­fici avuti dal suo paese dall’apporto di altri rifu­giati. Pos­siamo imma­gi­nare che «Mer­kia­velli» (come l’ha chia­mata Ulrich Beck) abbia visto un’occasione per ribal­tare l’immagine di inu­ma­nità che le era stata affi­biata dopo la «solu­zione» della crisi greca. Ma que­ste spie­ga­zioni non bastano e sono soprat­tutto inca­paci di cogliere l’effetto ogget­tivo della deci­sione di Mer­kel, che tra­sforma i dati del pro­blema costi­tu­zio­nale in Europa e inten­si­fica il con­flitto latente sull’identità euro­pea. Forse Mer­kel non ha com­preso subito fino a dove la sua deci­sione l’avrebbe por­tata: ma l’importante è che sia arri­vata a un punto di non ritorno di cui deve adesso assu­mere le con­se­guenze e difen­derne il significato. Si tratta di quat­tro ordini di con­se­guenze di primo piano. Le prime riguar­dano la gestione delle fron­tiere dell’Europa, ma anche del loro rap­porto con la sovra­nità nazio­nale. L’accordo di Schen­gen si basava sul pre­sup­po­sto ambi­guo che è pos­si­bile «met­tere in comune» la fun­zione di sor­ve­glianza delle entrate e delle uscite dallo spa­zio comu­ni­ta­rio, con­ti­nuando però al tempo stesso a con­si­de­rare sovrani gli stati, respon­sa­bili degli indi­vi­dui che si tro­vano sul «pro­prio» ter­ri­to­rio, dal punto di vista della sicu­rezza o della pro­te­zione. Dall’altro canto, l’Unione euro­pea – attra­verso gli allar­ga­menti selet­tivi – aveva cer­cato di man­te­nere con­tem­po­ra­nea­mente sia l’idea che ha voca­zione a incor­po­rare tutte le nazioni euro­pee che l’idea che que­sta mem­ber­ship com­porta delle « con­di­zioni di ade­sione » da rispet­tare (più o meno rigo­ro­sa­mente). Di qui la situa­zione di enclave ana­cro­ni­stica nella quale si tro­vano oggi alcuni paesi dell’ex Jugo­sla­via che costi­tui­scono delle «porte di accesso» al cuore dell’Europa. Que­sta situa­zione non è teni­bile dal punto di vista sia secu­ri­ta­rio che uma­ni­ta­rio: o i paesi bal­ca­nici ver­ranno incor­po­rati all’Europa come mem­bri a pieno titolo oppure l’Europa dovrà abo­lire tutte le pro­ce­dure di sicu­rezza comunitarie. Un con­ti­nente Borderland Ma più in gene­rale appa­rirà che l’Europa «non ha» delle fron­tiere nel senso clas­sico: né fron­tiere «fede­rali» né fron­tiere delle nazioni costi­tuenti. Piut­to­sto, è essa stessa una «fron­tiera» di nuovo tipo, pro­prio alla glo­ba­liz­za­zione, un Bor­der­land o un com­plesso di isti­tu­zioni e di dispo­si­tivi di sicu­rezza estesi su tutto il ter­ri­to­rio, per «rego­lare» i movi­menti di popo­la­zioni, in modo che può essere più o meno vio­lento, più o meno deciso e con­trol­lato demo­cra­ti­ca­mente. Per i cit­ta­dini è com­pli­cato capire que­sto, che però avrà un’influenza sem­pre mag­giore sulla loro vita quo­ti­diana e il loro destino. Di qui la seconda serie di con­se­guenze, sui regimi migra­tori. Nella pole­mica in corso sull’instaurazione delle quote per la ripar­ti­zione dei rifu­giati in Europa, la Ger­ma­nia e la Com­mis­sione euro­pea si aggrap­pano con tutte le forze alla distin­zione tra «rifu­giati» e «migranti eco­no­mici». È facile capirlo: lo fanno per con­ci­liarsi l’opinione pub­blica e per man­te­nere una dif­fe­renza di trat­ta­mento ammi­ni­stra­tivo per chi arriva, senza la quale, appa­re­nen­te­mente, l’unica solu­zione sarebbe di deci­dere l’abolizione delle fron­tiere. Non dirò che que­sta distin­zione non ha senso, la prima cate­go­ria defi­ni­sce uno sta­tuto di diritto inter­na­zio­nale, che non riguarda la seconda. Non c’è difatti uno «sta­tuto del migrante» nel mondo attuale. Ma è chiaro che la dif­fe­renza è social­mente arbi­tra­ria, poi­ché la mon­dia­liz­za­zione sel­vag­gia tende a tra­sfor­mare le zone di pau­pe­riz­za­zione in zone di guerra e reci­pro­ca­mente. Gli abi­tanti fug­gono in massa zone di morte, cor­rendo il rischio di per­dere tutto. Soprat­tutto, biso­gna chie­dersi con quali mezzi, che non siano vio­lenze su grande scala, l’Unione euro­pea potrà attuare una poli­tica di «rin­vio» degli inde­si­de­ra­bili, esclusi dall’ «acco­glienza». Que­sto non ha fun­zio­nato a livello indi­vi­duale, da decenni, e non ha nes­suna pos­si­bi­lità di fun­zio­nare a livello di massa. All’opposto delle con­di­zioni di rifu­giato o di migrante «inde­si­de­ra­bile», quali pro­spet­tive si aprono per coloro che guerre o mise­ria cac­ciano verso l’Europa e che arri­vano a peri­colo della vita? Cosa deve offrire loro l’Europa? Forse è solo l’accesso alla cit­ta­di­nanza euro­pea. Biso­gna quindi che que­sta nozione esca final­mente dal limbo nel quale è rele­gata dal rifiuto degli stati di aprire la strada alla sovra­na­zio­na­lità. Dicendo che stiamo assi­stendo a un allar­ga­mento demo­gra­fico della Ue, volevo appunto indi­care que­sta pro­spet­tiva. Deve essere una pro­spet­tiva rego­lata, nor­ma­liz­zata, ma è ine­lut­ta­bile. Tutti sanno che i rifu­giati che arri­vano adesso non se ne andranno: non tutti, di sicuro, e non subito. Se non vogliamo creare una popo­la­zione di stra­nieri rele­gati in un esi­lio interno per varie gene­ra­zioni, biso­gna aprire ampia­mente la pos­si­bi­lità di inte­gra­zione, cioè lavoro, diritti sociali e diritti cul­tu­rali eguali. Ma la chiave di tutti que­sti diritti e del loro legit­timo pos­sesso, con­tro tutte le stig­ma­tiz­za­zioni raz­zi­ste, è la cit­ta­di­nanza. Visto che il pro­blema si pre­senta su que­sta scala, biso­gna inven­tare nuove moda­lità e nuove pro­spet­tive di accesso alla nazio­na­lità, spe­ci­fi­ca­mente euro­pee, che per que­sto stesso fatto ne modi­fi­cano la defi­ni­zione. Ideal­mente, ne indi­vi­duo due: la prima sarebbe di isti­tuire, accanto all’accesso alla cit­ta­di­nanza euro­pea attra­verso la strada della cit­ta­di­nanza nazio­nale, un accesso diretto a una «nazio­na­lità fede­rale». Se que­sta pro­po­sta appare troppo sov­ver­siva o rischiosa, resta un’altra posi­bi­lità, senza dub­bio migliore : con­si­ste a gene­ra­liz­zare lo «jus soli» in tutta l’Ue. In que­sto modo, l’avvenire dei figli dei rifu­giati sarà garan­tito dall’Europa, e sap­piamo che que­sta pro­spet­tiva è uno dei fat­tori più potenti di inte­gra­zione per gli stessi genitori. L’inganno delle quote d’accoglienza In ultimo, la deci­sione «uni­la­te­rale» della Ger­ma­nia di acco­gliere dei rifu­giati, creando lo stato d’emergenza che ci porta all’allargamento «demo­gra­fico», per l’Europa com­porta delle con­se­guenze eco­no­mi­che strut­tu­rali. Si insi­ste sulle pro­spet­tive di tra­sfor­ma­zione del mer­cato del lavoro, ma si comin­cia anche a par­lare del costo dell’accoglienza e dell’integrazione dei rifu­giati, degli aiuti comu­ni­tari neces­sari per­ché alcuni paesi euro­pei pos­sano far fronte ai com­piti di sal­va­tag­gio, regi­stra­zione e tra­sfe­ri­mento, e delle sov­ven­zioni che costi­tui­scono la logica con­tro­par­tita dell’imposizione delle «quote di accoglienza». Biso­gna dire che, in realtà, l’apertura dell’Europa ai rifu­giati implica a breve ter­mine un cam­bia­mento di dot­trina e di poli­tica che con­trad­dice il regime eco­no­mico attuale. In cifre asso­lute, i rifu­giati rap­pre­sen­tano sol­tanto una pro­por­zione minima della popo­la­zione euro­pea. Ma saranno ancora a lungo a carico di alcuni comuni, regioni, paesi che non sono pre­pa­rati o fanno fronte essi stessi a reali dif­fi­coltà eco­no­mi­che e finan­zia­rie. Biso­gna quindi rove­sciare la ten­denza neo­li­be­ri­sta, aumen­tare il bud­get della Ue in modo signi­fi­ca­tivo, avviare un piano di inter­gra­zione su scala euro­pea, pro­muo­vere la soli­da­rietà tra stati e costruire in comune una nuova società, vegliando in par­ti­co­lare a che l’integrazione dei rifu­giati sul mer­cato del lavoro non avvenga a detri­mento dei «vec­chi euro­pei», o inver­sa­mente. Ma que­sta pia­ni­fi­ca­zione deve esi­gere a sua volta dei cam­bia­menti di poli­tica mone­ta­ria, dei pro­gressi nella costru­zione fede­rale, che pos­sono essere decisi e appli­cati demo­cra­ti­ca­mente, oppure impo­sti tec­ni­ca­mente. In quest’ultimo caso fal­li­ranno, nell’altro hanno una spe­ranza di riu­scire. Comin­ce­remo a capire che ci vuole un’altra Europa, per­ché l’Europa possa far fronte ai com­piti che, improv­vi­sa­mente, incom­bono, un’Europa che si tra­sformi, o che cambi forma politica. Nulla di tutto ciò, cer­ta­mente, potrà farsi in modo spon­ta­neo, né all’unanimità. Lo stato di emer­genza migra­to­rio ha fatto esplo­dere, sotto i nostri occhi, le con­trad­di­zioni intra-europee masche­rate, bene o male, dall’ideologia dell’«interesse comune» e delle «norme comuni». La pro­spet­tiva di un nuovo allar­ga­mento suscita vio­lente resi­stenze, che d’ora in ora si stanno tra­sfor­mando in un «fronte del rifuto» poli­ti­ca­mente orga­niz­zato. La que­stione mag­gior­mente discussa è il fos­sato che si è rive­lato tra la «vec­chia Europa» (all’ovest) e la «nuova» (all’est): sono state pro­po­ste varie spie­ga­zioni eco­no­mi­che, cul­tu­rali, sto­ri­che, poli­ti­che, che hanno tutte qual­che per­ti­nenza. Ma nei fatti, il rifiuto arriva anche dall’Olanda o dalla Dani­marca, non solo dalla Polo­nia o dalla Slo­vac­chia, per non par­lare della Gran Bre­ta­gna o per­sino della Fran­cia, che ha accet­tato solo tar­di­va­mente l’idea di quote vin­co­lanti, sem­pre cer­cando di mini­miz­zarne gli obbli­ghi. In realtà, la divi­sione mag­gior­mente rive­la­trice, quella che separa dav­vero due «Europa», attra­versa tutti i paesi, anche se con pro­por­zioni e rap­porti di forza diversi. È certo mira­co­loso che gran parte della popo­la­zione tede­sca sia accorsa in soc­corso dei rifu­giati siriani. Ma è altret­tanto signi­fi­ca­tivo che i capi della Csu si siano aper­ta­mente deso­li­da­riz­zati da que­sta poli­tica, arri­vando fino a con­clu­dere una alleanza con Vik­tor Orban e che la Frank­fur­ter All­ge­meine Zei­tung abbia pub­bli­cato un edi­to­riale per dichia­rare che «i paesi dell’est hanno ragione». Dopo la chiu­sura «prov­vi­so­ria» della fron­tiera con l’Austria, gli stessi si ral­le­grano aper­ta­mente per il «passo indie­tro senza pre­ce­denti» della cancelliera. Xeno­fo­bia continentale In realtà, ciò che è in via di costi­tu­zione in Europa è un fronte trans­na­zio­nale del rifiuto dei rifu­giati, di cui i gruppi aper­ta­mente raz­zi­sti e vio­lenti sono sol­tanto la punta estrema. Senza dub­bio assi­ste­remo per la prima volta a ciò che finora era sem­pre fal­lito a causa di riva­lità e nazio­na­li­smi: l’emergenza di un «par­tito» xeno­fobo uni­fi­cato in Europa. In rea­zione a ciò, l’Europa della soli­da­rietà non potrà evi­tare una lotta poli­tica deter­mi­nata, che comin­cia con la con­danna intran­si­gente delle vio­lenze con­tro i migranti, e pro­se­gue con la riven­di­ca­zione delle con­di­zioni di acco­glienza, che ho evo­cato prima. È que­sta lotta, se verrà vera­mente fatta, che «tra­sfor­merà» più pro­fon­da­mente l’Unione euro­pea. Ma la vit­to­ria non sarà facile. Da una pro­spet­tiva fran­cese, dove il Fronte nazio­nale ha con­ta­mi­nato tutta la vita poli­tica, pos­siamo dire che sarà molto dif­fi­cile. Ma è ine­lut­ta­bile, poi­ché la causa dei rifu­giati, se non fa passi avanti nell’opinione pub­blica e nelle isti­tu­zioni, rischia di indie­treg­giare molto in fretta e brutalmente. Que­sta lotta ha quindi biso­gno di una forte legit­ti­mità: in ogni paese e in tutta l’Unione. Ma la sola legit­ti­mità che, in ultima ana­lisi, sia in misura di inva­li­dare e di neu­tra­liz­zare le resi­stenze è la legit­ti­mità demo­cra­tica diretta. Que­sta legit­ti­ma­zione demo­cra­tica è il solo modo per per­met­tere alla Ger­ma­nia di pas­sare dall’iniziativa uni­la­te­rale alla soli­da­rietà comu­ni­ta­ria, senza la quale, mal­grado la sua ric­chezza e deter­mi­na­zione, non potrà riu­scire. È sto­ri­ca­mente deci­sivo che, per la prima volta dopo la riu­ni­fi­ca­zione degli anni Novanta, la Ger­ma­nia abbia di nuovo biso­gno della soli­da­rietà di altri paesi euro­pei: que­sta volta, però, non ne ha biso­gno solo per se stessa, ma nell’interesse di tutti. È una carat­te­ri­stica del «momento euro­peo» ecce­zio­nale che stiamo vivendo. CONDIVIDI: FACEBOOK GOOGLE+ LINKEDIN TWITTER EMAIL                  Facebook                               Google+                               LinkedIn                               Twitter                               WhatsApp                               Email              SCARICA IN: PdfePubmobi  Vota questo articolo   Un conflitto oltre le frontiere- Etienne Balibar-il Manifesto 18 /09/15Settembre 18 Pubblicato in Mesoregione Euromediterranea  Letto 0 volte  dimensione font riduci dimensione font aumenta la dimensione del font  Stampa  Email  Add new commentUn conflitto oltre le frontiere Derive continentali. La decisione della Germania di aprire le frontiere per accogliere i rifugiati per poi richiuderle ha messo in discussione un caposaldo dell’Unione Europea. Ma ha provocato un allargamento politico dell’Europa. Ad entrare non sono Stati, ma uomini, donne e bambini Étienne Balibar EDIZIONE DEL18.09.2015 PUBBLICATO18.9.2015, 0:45 AGGIORNATO17.9.2015, 21:10Men­tre i mini­stri dei ven­totto paesi Ue non sono riu­sciti a met­tersi d’accordo sull’attuazione del piano di ripar­ti­zione pro­po­sto dalla Com­mis­sione euro­pea, è senza dub­bio arri­vato il momento di ren­dersi conto dell’entità dell’avvenimento sto­rico a cui deve far fronte la «comu­nità» delle nazioni euro­pee, e delle con­trad­di­zioni che que­sto avve­ni­mento ha messo in luce. Esten­dendo a tutta l’Europa il pro­no­stico che la Can­cel­liera Angela Mer­kel ha for­mu­lato  — «que­sti avve­ni­menti cam­bie­ranno il nostro paese» — biso­gna dire: cam­bie­ranno l’Europa. Ma in che senso? Non abbiamo ancora la rispo­sta. Stiamo entrando in una zona di flut­tua­zioni bru­tali, dove dovremo dar prova di luci­dità e determinazione. Quello che sta avve­nendo è un allar­ga­mento dell’Unione e della stessa costru­zione euro­pea. Ma, a dif­fe­renza dei pre­ce­denti allar­ga­menti, que­sto è impo­sto dagli avve­ni­menti nel qua­dro di uno «stato d’emergenza» e non c’è una­ni­mità. Più che per gli allar­ga­menti del pas­sato, quindi, andrà incon­tro a dif­fi­coltà e pro­vo­cherà scon­tri poli­tici. Soprat­tutto, que­sto allar­ga­mento è para­dos­sale, per­ché non è ter­ri­to­riale ma demo­gra­fico: ciò che «entra in Europa» in que­sto momento non sono nuovi stati, ma uomini, donne e bam­bini. Sono dei cit­ta­dini euro­pei vir­tuali. Que­sto allar­ga­mento, essen­zia­le­mente umano, è anche morale: è un allar­ga­mento della defi­ni­zione di Europa, dall’idea che ha di se stessa fino agli inte­ressi che difende e agli obiet­tivi che si pone. In sostanza è un allar­ga­mento poli­tico, desti­nato a «rivo­lu­zio­nare» i diritti e gli obbli­ghi dei paesi mem­bri. Può fal­lire, ma allora la costru­zione euro­pea stessa avrà poche pos­si­bi­lità di resi­stere. Per que­sto motivo molti oggi in Europa par­lano di momento di verità. È evi­dente che la situa­zione mate­riale e morale creata dall’afflusso dei rifu­giati sia «ecce­zio­nale». Ma per­ché par­lare di stato d’eccezione, di emer­genza, nozione carica di ter­ri­bili signi­fi­cati, che evoca momenti in cui il qua­dro isti­tu­zio­nale della vita sociale vacilla e l’identità col­let­tiva dei popoli trema? Evo­cherò almeno tre ragioni. Addio a SchengenLa prima è che, de facto, un pezzo impor­tante della «costi­tu­zione» euro­pea ha smesso di fun­zio­nare: gli accordi di Schen­gen com­ple­tati dai rego­la­menti di Dublino. Que­sta sospen­sione era già chiara da quando il governo tede­sco ha dichia­rato che non avrebbe appli­cato ai rifu­giati siriani la regola dell’immatricolazione nel paese di arrivo in seno alla zona Schen­gen. La deci­sione del 13 set­tem­bre di chiu­dere la fron­tiera con l’Austria, a causa del supe­ra­mento delle capa­cità di acco­glienza della Ger­ma­nia e della cat­tiva volontà degli altri paesi euro­pei, non cam­bia nulla, al con­tra­rio. Mostra che l’apertura e la chiu­sura delle fron­tiere interne dell’Europa è oggetto di deci­sioni arbi­tra­rie degli stati e che la libertà di cir­co­la­zione è sospesa. La seconda ragione è che il «pro­blema migra­to­rio» dell’Europa è com­ple­ta­mente intrec­ciato allo stato di guerra del Medio­riente, che costi­tui­sce la fonte prin­ci­pale dell’afflusso dei rifu­giati. Si tratta di una guerra civile gene­ra­liz­zata, di una cru­deltà e capa­cità di distru­zione senza equi­va­lenti dopo la seconda guerra mon­diale nella nostra regione del mondo, che ha acqui­sito una dina­mica pro­pria. Non potremo fer­marla nell’immediato, soprat­tutto non con inter­venti mili­tari. Il numero delle vit­time e dei rifu­giati che causa aumen­terà. L’esodo, momen­ta­nea­mente con­cen­trato negli stati «tam­pone» (Tur­chia, Gior­da­nia, Libano, Tuni­sia), sta comin­ciando a tra­vol­gerli e minac­cia di farli esplo­dere. Lo spa­zio inve­stito da que­sto con­ta­gio ingloba tutta l’Europa (ivi com­preso benin­teso attra­verso i rischi di dif­fu­sione del terrorismo). Infine, pos­siamo par­lare di stato d’emergenza poi­ché la crisi migra­to­ria sta spez­zando il con­senso sui «valori» con­sti­tu­tivi dello stato demo­cra­tico, che porta a una messa a con­fronto dell’Europa con se stessa, suscet­ti­bile di assu­mere forme vio­lente. Tutti que­sti aspetti sono evi­den­te­mente legati tra loro. La mossa di «Merkiavelli» Dopo l’esplosione della crisi a fine ago­sto, la Can­cel­liera tede­sca ha svolto un ruolo deter­mi­nante nella defi­ni­zione del carat­tere poli­tico degli avve­ni­menti. È lei, in effetti, che ha dichia­rato lo stato di emer­genza pren­dendo misure «uni­la­te­rali» e ha posto la que­stione di una rifon­da­zione dei nostri stati di diritto, esclu­dendo qual­siasi «tol­le­ranza» nei con­fronti delle cor­renti xeno­fobe e raz­zi­ste. Coloro che, come me, deplo­rano asso­lu­ta­mente il modo in cui la Can­cel­liera Mer­kel ha pilo­tato l’imposizione a tutta l’Europa delle poli­ti­che di auste­rità, in par­ti­co­lare l’umiliazione e l’espropriazione della Gre­cia, devono oggi saper rico­no­scere il valore della sua azione e dirlo. Natu­ral­mente, Mer­kel non ha agito da sola: ha inter­pre­tato lo slan­cio di soli­da­rietà di una parte signi­fi­ca­tiva della società tede­sca. Alcuni sup­pon­gono che, così facendo, abbia difeso gli inte­ressi dell’economia tede­sca, ricor­dan­dosi dei bene­fici avuti dal suo paese dall’apporto di altri rifu­giati. Pos­siamo imma­gi­nare che «Mer­kia­velli» (come l’ha chia­mata Ulrich Beck) abbia visto un’occasione per ribal­tare l’immagine di inu­ma­nità che le era stata affi­biata dopo la «solu­zione» della crisi greca. Ma que­ste spie­ga­zioni non bastano e sono soprat­tutto inca­paci di cogliere l’effetto ogget­tivo della deci­sione di Mer­kel, che tra­sforma i dati del pro­blema costi­tu­zio­nale in Europa e inten­si­fica il con­flitto latente sull’identità euro­pea. Forse Mer­kel non ha com­preso subito fino a dove la sua deci­sione l’avrebbe por­tata: ma l’importante è che sia arri­vata a un punto di non ritorno di cui deve adesso assu­mere le con­se­guenze e difen­derne il significato. Si tratta di quat­tro ordini di con­se­guenze di primo piano. Le prime riguar­dano la gestione delle fron­tiere dell’Europa, ma anche del loro rap­porto con la sovra­nità nazio­nale. L’accordo di Schen­gen si basava sul pre­sup­po­sto ambi­guo che è pos­si­bile «met­tere in comune» la fun­zione di sor­ve­glianza delle entrate e delle uscite dallo spa­zio comu­ni­ta­rio, con­ti­nuando però al tempo stesso a con­si­de­rare sovrani gli stati, respon­sa­bili degli indi­vi­dui che si tro­vano sul «pro­prio» ter­ri­to­rio, dal punto di vista della sicu­rezza o della pro­te­zione. Dall’altro canto, l’Unione euro­pea – attra­verso gli allar­ga­menti selet­tivi – aveva cer­cato di man­te­nere con­tem­po­ra­nea­mente sia l’idea che ha voca­zione a incor­po­rare tutte le nazioni euro­pee che l’idea che que­sta mem­ber­ship com­porta delle « con­di­zioni di ade­sione » da rispet­tare (più o meno rigo­ro­sa­mente). Di qui la situa­zione di enclave ana­cro­ni­stica nella quale si tro­vano oggi alcuni paesi dell’ex Jugo­sla­via che costi­tui­scono delle «porte di accesso» al cuore dell’Europa. Que­sta situa­zione non è teni­bile dal punto di vista sia secu­ri­ta­rio che uma­ni­ta­rio: o i paesi bal­ca­nici ver­ranno incor­po­rati all’Europa come mem­bri a pieno titolo oppure l’Europa dovrà abo­lire tutte le pro­ce­dure di sicu­rezza comunitarie. Un con­ti­nente Borderland Ma più in gene­rale appa­rirà che l’Europa «non ha» delle fron­tiere nel senso clas­sico: né fron­tiere «fede­rali» né fron­tiere delle nazioni costi­tuenti. Piut­to­sto, è essa stessa una «fron­tiera» di nuovo tipo, pro­prio alla glo­ba­liz­za­zione, un Bor­der­land o un com­plesso di isti­tu­zioni e di dispo­si­tivi di sicu­rezza estesi su tutto il ter­ri­to­rio, per «rego­lare» i movi­menti di popo­la­zioni, in modo che può essere più o meno vio­lento, più o meno deciso e con­trol­lato demo­cra­ti­ca­mente. Per i cit­ta­dini è com­pli­cato capire que­sto, che però avrà un’influenza sem­pre mag­giore sulla loro vita quo­ti­diana e il loro destino. Di qui la seconda serie di con­se­guenze, sui regimi migra­tori. Nella pole­mica in corso sull’instaurazione delle quote per la ripar­ti­zione dei rifu­giati in Europa, la Ger­ma­nia e la Com­mis­sione euro­pea si aggrap­pano con tutte le forze alla distin­zione tra «rifu­giati» e «migranti eco­no­mici». È facile capirlo: lo fanno per con­ci­liarsi l’opinione pub­blica e per man­te­nere una dif­fe­renza di trat­ta­mento ammi­ni­stra­tivo per chi arriva, senza la quale, appa­re­nen­te­mente, l’unica solu­zione sarebbe di deci­dere l’abolizione delle fron­tiere. Non dirò che que­sta distin­zione non ha senso, la prima cate­go­ria defi­ni­sce uno sta­tuto di diritto inter­na­zio­nale, che non riguarda la seconda. Non c’è difatti uno «sta­tuto del migrante» nel mondo attuale. Ma è chiaro che la dif­fe­renza è social­mente arbi­tra­ria, poi­ché la mon­dia­liz­za­zione sel­vag­gia tende a tra­sfor­mare le zone di pau­pe­riz­za­zione in zone di guerra e reci­pro­ca­mente. Gli abi­tanti fug­gono in massa zone di morte, cor­rendo il rischio di per­dere tutto. Soprat­tutto, biso­gna chie­dersi con quali mezzi, che non siano vio­lenze su grande scala, l’Unione euro­pea potrà attuare una poli­tica di «rin­vio» degli inde­si­de­ra­bili, esclusi dall’ «acco­glienza». Que­sto non ha fun­zio­nato a livello indi­vi­duale, da decenni, e non ha nes­suna pos­si­bi­lità di fun­zio­nare a livello di massa. All’opposto delle con­di­zioni di rifu­giato o di migrante «inde­si­de­ra­bile», quali pro­spet­tive si aprono per coloro che guerre o mise­ria cac­ciano verso l’Europa e che arri­vano a peri­colo della vita? Cosa deve offrire loro l’Europa? Forse è solo l’accesso alla cit­ta­di­nanza euro­pea. Biso­gna quindi che que­sta nozione esca final­mente dal limbo nel quale è rele­gata dal rifiuto degli stati di aprire la strada alla sovra­na­zio­na­lità. Dicendo che stiamo assi­stendo a un allar­ga­mento demo­gra­fico della Ue, volevo appunto indi­care que­sta pro­spet­tiva. Deve essere una pro­spet­tiva rego­lata, nor­ma­liz­zata, ma è ine­lut­ta­bile. Tutti sanno che i rifu­giati che arri­vano adesso non se ne andranno: non tutti, di sicuro, e non subito. Se non vogliamo creare una popo­la­zione di stra­nieri rele­gati in un esi­lio interno per varie gene­ra­zioni, biso­gna aprire ampia­mente la pos­si­bi­lità di inte­gra­zione, cioè lavoro, diritti sociali e diritti cul­tu­rali eguali. Ma la chiave di tutti que­sti diritti e del loro legit­timo pos­sesso, con­tro tutte le stig­ma­tiz­za­zioni raz­zi­ste, è la cit­ta­di­nanza. Visto che il pro­blema si pre­senta su que­sta scala, biso­gna inven­tare nuove moda­lità e nuove pro­spet­tive di accesso alla nazio­na­lità, spe­ci­fi­ca­mente euro­pee, che per que­sto stesso fatto ne modi­fi­cano la defi­ni­zione. Ideal­mente, ne indi­vi­duo due: la prima sarebbe di isti­tuire, accanto all’accesso alla cit­ta­di­nanza euro­pea attra­verso la strada della cit­ta­di­nanza nazio­nale, un accesso diretto a una «nazio­na­lità fede­rale». Se que­sta pro­po­sta appare troppo sov­ver­siva o rischiosa, resta un’altra posi­bi­lità, senza dub­bio migliore : con­si­ste a gene­ra­liz­zare lo «jus soli» in tutta l’Ue. In que­sto modo, l’avvenire dei figli dei rifu­giati sarà garan­tito dall’Europa, e sap­piamo che que­sta pro­spet­tiva è uno dei fat­tori più potenti di inte­gra­zione per gli stessi genitori. L’inganno delle quote d’accoglienza In ultimo, la deci­sione «uni­la­te­rale» della Ger­ma­nia di acco­gliere dei rifu­giati, creando lo stato d’emergenza che ci porta all’allargamento «demo­gra­fico», per l’Europa com­porta delle con­se­guenze eco­no­mi­che strut­tu­rali. Si insi­ste sulle pro­spet­tive di tra­sfor­ma­zione del mer­cato del lavoro, ma si comin­cia anche a par­lare del costo dell’accoglienza e dell’integrazione dei rifu­giati, degli aiuti comu­ni­tari neces­sari per­ché alcuni paesi euro­pei pos­sano far fronte ai com­piti di sal­va­tag­gio, regi­stra­zione e tra­sfe­ri­mento, e delle sov­ven­zioni che costi­tui­scono la logica con­tro­par­tita dell’imposizione delle «quote di accoglienza». Biso­gna dire che, in realtà, l’apertura dell’Europa ai rifu­giati implica a breve ter­mine un cam­bia­mento di dot­trina e di poli­tica che con­trad­dice il regime eco­no­mico attuale. In cifre asso­lute, i rifu­giati rap­pre­sen­tano sol­tanto una pro­por­zione minima della popo­la­zione euro­pea. Ma saranno ancora a lungo a carico di alcuni comuni, regioni, paesi che non sono pre­pa­rati o fanno fronte essi stessi a reali dif­fi­coltà eco­no­mi­che e finan­zia­rie. Biso­gna quindi rove­sciare la ten­denza neo­li­be­ri­sta, aumen­tare il bud­get della Ue in modo signi­fi­ca­tivo, avviare un piano di inter­gra­zione su scala euro­pea, pro­muo­vere la soli­da­rietà tra stati e costruire in comune una nuova società, vegliando in par­ti­co­lare a che l’integrazione dei rifu­giati sul mer­cato del lavoro non avvenga a detri­mento dei «vec­chi euro­pei», o inver­sa­mente. Ma que­sta pia­ni­fi­ca­zione deve esi­gere a sua volta dei cam­bia­menti di poli­tica mone­ta­ria, dei pro­gressi nella costru­zione fede­rale, che pos­sono essere decisi e appli­cati demo­cra­ti­ca­mente, oppure impo­sti tec­ni­ca­mente. In quest’ultimo caso fal­li­ranno, nell’altro hanno una spe­ranza di riu­scire. Comin­ce­remo a capire che ci vuole un’altra Europa, per­ché l’Europa possa far fronte ai com­piti che, improv­vi­sa­mente, incom­bono, un’Europa che si tra­sformi, o che cambi forma politica. Nulla di tutto ciò, cer­ta­mente, potrà farsi in modo spon­ta­neo, né all’unanimità. Lo stato di emer­genza migra­to­rio ha fatto esplo­dere, sotto i nostri occhi, le con­trad­di­zioni intra-europee masche­rate, bene o male, dall’ideologia dell’«interesse comune» e delle «norme comuni». La pro­spet­tiva di un nuovo allar­ga­mento suscita vio­lente resi­stenze, che d’ora in ora si stanno tra­sfor­mando in un «fronte del rifuto» poli­ti­ca­mente orga­niz­zato. La que­stione mag­gior­mente discussa è il fos­sato che si è rive­lato tra la «vec­chia Europa» (all’ovest) e la «nuova» (all’est): sono state pro­po­ste varie spie­ga­zioni eco­no­mi­che, cul­tu­rali, sto­ri­che, poli­ti­che, che hanno tutte qual­che per­ti­nenza. Ma nei fatti, il rifiuto arriva anche dall’Olanda o dalla Dani­marca, non solo dalla Polo­nia o dalla Slo­vac­chia, per non par­lare della Gran Bre­ta­gna o per­sino della Fran­cia, che ha accet­tato solo tar­di­va­mente l’idea di quote vin­co­lanti, sem­pre cer­cando di mini­miz­zarne gli obbli­ghi. In realtà, la divi­sione mag­gior­mente rive­la­trice, quella che separa dav­vero due «Europa», attra­versa tutti i paesi, anche se con pro­por­zioni e rap­porti di forza diversi. È certo mira­co­loso che gran parte della popo­la­zione tede­sca sia accorsa in soc­corso dei rifu­giati siriani. Ma è altret­tanto signi­fi­ca­tivo che i capi della Csu si siano aper­ta­mente deso­li­da­riz­zati da que­sta poli­tica, arri­vando fino a con­clu­dere una alleanza con Vik­tor Orban e che la Frank­fur­ter All­ge­meine Zei­tung abbia pub­bli­cato un edi­to­riale per dichia­rare che «i paesi dell’est hanno ragione». Dopo la chiu­sura «prov­vi­so­ria» della fron­tiera con l’Austria, gli stessi si ral­le­grano aper­ta­mente per il «passo indie­tro senza pre­ce­denti» della cancelliera. Xeno­fo­bia continentale In realtà, ciò che è in via di costi­tu­zione in Europa è un fronte trans­na­zio­nale del rifiuto dei rifu­giati, di cui i gruppi aper­ta­mente raz­zi­sti e vio­lenti sono sol­tanto la punta estrema. Senza dub­bio assi­ste­remo per la prima volta a ciò che finora era sem­pre fal­lito a causa di riva­lità e nazio­na­li­smi: l’emergenza di un «par­tito» xeno­fobo uni­fi­cato in Europa. In rea­zione a ciò, l’Europa della soli­da­rietà non potrà evi­tare una lotta poli­tica deter­mi­nata, che comin­cia con la con­danna intran­si­gente delle vio­lenze con­tro i migranti, e pro­se­gue con la riven­di­ca­zione delle con­di­zioni di acco­glienza, che ho evo­cato prima. È que­sta lotta, se verrà vera­mente fatta, che «tra­sfor­merà» più pro­fon­da­mente l’Unione euro­pea. Ma la vit­to­ria non sarà facile. Da una pro­spet­tiva fran­cese, dove il Fronte nazio­nale ha con­ta­mi­nato tutta la vita poli­tica, pos­siamo dire che sarà molto dif­fi­cile. Ma è ine­lut­ta­bile, poi­ché la causa dei rifu­giati, se non fa passi avanti nell’opinione pub­blica e nelle isti­tu­zioni, rischia di indie­treg­giare molto in fretta e brutalmente. Que­sta lotta ha quindi biso­gno di una forte legit­ti­mità: in ogni paese e in tutta l’Unione. Ma la sola legit­ti­mità che, in ultima ana­lisi, sia in misura di inva­li­dare e di neu­tra­liz­zare le resi­stenze è la legit­ti­mità demo­cra­tica diretta. Que­sta legit­ti­ma­zione demo­cra­tica è il solo modo per per­met­tere alla Ger­ma­nia di pas­sare dall’iniziativa uni­la­te­rale alla soli­da­rietà comu­ni­ta­ria, senza la quale, mal­grado la sua ric­chezza e deter­mi­na­zione, non potrà riu­scire. È sto­ri­ca­mente deci­sivo che, per la prima volta dopo la riu­ni­fi­ca­zione degli anni Novanta, la Ger­ma­nia abbia di nuovo biso­gno della soli­da­rietà di altri paesi euro­pei: que­sta volta, però, non ne ha biso­gno solo per se stessa, ma nell’interesse di tutti. È una carat­te­ri­stica del «momento euro­peo» ecce­zio­nale che stiamo vivendo. CONDIVIDI: FACEBOOK GOOGLE+ LINKEDIN TWITTER EMAIL                  Facebook                               Google+                               LinkedIn                               Twitter                               WhatsApp                               Email              SCARICA IN: PdfePubmobi  Vota questo articolo  

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