TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI nel mondo in generale MEDITERRANEO arabo (tramonto resistenza crollo dei rais) AFRICA e AMERICALATINA-Nota Congiunturale settembre 2013 di Angelo Gennari

Stratfor, 30.8, 0443, France NightWatch, 29.8Beat the Press, 30.8, 0446Bendib.comCon un presidente americano che si accinge a fare un’altra guerra, come dicono loro, di “choice”, ma che non troppo tempo fa condannava lui stesso come del tutto sbagliata e anche illegale, con la motivazione di un uso delle armi chimiche da parte siriana (ma di quali siriani? dice che dobbiamo credergli sulla parola!lui le prove le ha ma le dichiara “segrete” (dopo l’Iraq, ecc., ecc.. ecc… ) un utilizzo tanto illegale quanto orrendo che fa davvero ribrezzo ma certo non più di quello delle bombe al napalm, ci avviamo a un mese di settembre che gronderà  altra morte e altre distruzioni e ancora più ipocrisia.Bisogna ancora sperare in un minimo di coerenza e nella forza della verità che, come  ci è stato insegnato, dal sardo di Ales (Oristano) e dall’ebreodi Betlemme (Galilea), è sempre rivoluzionaria.Buona letturaAG  1.9.2013 Nota congiunturale 9-2013di Angelo GennariATTN: cliccando direttamente, o con invio+CTRL, si perviene alla voce voluta tra quelle dell’Indice;per le fonti citate nel testo è stato inserito il link che può aprirle direttamente (nel cliccare, copiare o riprodurre un link per collegarsi, far attenzione a cancellare tutti gli spazi vuoti tra lettere e/o segni di interpunzione che, altrimenti, impedirebbero al testo di aprirsi)TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI. 1nel mondo in generale. 1MEDITERRANEO arabo (tramonto resistenza crollo dei rais) AFRICA e AMERICALATINA    1● Distruggere la rivoluzione (e la democrazia) per salvarla  (vignetta)  ● Il dilemma della Sfinge  (vignetta) 4● Il cammino per la democrazia ora è sgombro! Proprio come sgombrarono piazza Tien An-men, no? (vignetta) 7● La dittatura è morta! Viva la dittatura!  (vignetta) 11in CINA (e nei paesi dell’ASIA) 28● Attenta, Cina… Attenta io? Attenti voi, Stati Uniti!   (vignetta) 31EUROPA... 38● Bo’… Tutenkha…sconi?  (vignetta) 38● Il PIL italiano nel 2° trimestre  (cambiamento dal 1°)   (grafico) 39● Non sono ancora fuori dei guai, proprio, questi europei…   (vignetta) 41STATI UNITI. 44● Cresce il PIL, da un giorno all’altro e non poco: e una volta tanto non è (solo) un trucco   (grafico) 45● Lo stato delle libertà civili nell’America di oggi   (vignetta) 47GERMANIA... 54● Prestatori scriteriati: i sistemi bancari europei (Italia, il  meno arrischiato: non presta proprio!)   (grafico) 56GRAN BRETAGNA... 57GIAPPONE... 59● E, certo, se somiglia a una portaerei, è grossa come una portaerei, non è probabile che sia…  una portaerei?. 60● Il Pinocchio di Fukushima e il suo rapporto sui danni…... 62 L’A. prega il lettore di tenere a mente che questa Nota viene scritta in progress, giorno per giorno, per aggiunte, sottrazioni e correzioni. Perciò è inevitabile, che si ripeta qua e là, anche – purtroppo – qualche incongruenza. L’alternativa sarebbe quella di redigere il testo tutto nell’ ultima settimana del mese alla fine del quale lo scritto viene messo in rete. Ma, per farlo, quella settimana dovrebbe essere composta di 30 giorni e di 48 ore al giorno… E questo scritto dovrebbe essere redatto non più solo da chi scrive ma da quattro o cinque redattori. Per  cui, abbiate pazienza… e, intanto, beccatevi questo e accontentatevi…Mettiamola così: da martedì  pomeriggio 27 agosto e fino a  tutto il 29 in serata , la prima salva della guerra alla Siria degli americani, a quel punto ancora solo annunciata, si è manifestata invece con un micidiale attacco al sito web del New York Times: che l’hackeraggio rivendicato dal’Esercito Elettronico Siriano (?... chiunque poi sia davvero… ma, comunque, funziona!) ha condotto con grande  efficienza (“come se avessero colpito il caveau di Fort Knox e non quello della banca dell’angolo”) si è trasformato in un attacco preventivo che ha reso inaccessibile il sito del giornale. Senza morti, per fortuna, ma con danni reali per il giornale accusato – non proprio a torto – di essere “nemico della Siria” e inconvenienti seri per chi lo utilizza. Noi compresi, ovviamente…TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALInel mondo in generale●L’agenda politico-istituzional-economico globale del mese di settembre 2013 prevede, tra gli  appuntamenti  che sembrano di maggiore rilevanza:• 5-6, vertice dei capi di Stato e di governo del G-20 a San Pietroburgo;• il 7, elezioni parlamentari anticipate, ancora di una settimana, in Australia;• il 9, elezioni parlamentari in Norvegia;• il 15, elezioni del parlamento nel Land della Baviera; • 22, in Germania, elezioni parlamentari del Bundestag;• 29, in Austria, elezioni parlamentari del Bundersrat e del Nationalrat (Senato e Camera;  • 30, negli USA, scade per l’ennesima volta e deve essere rinnovata, pena il default dei conti federali, da un Congresso che al solito farà difficoltà ma, al solito, alla fine sarà costretto a mollare la cosiddetta “risoluzione continua” che autorizza l’aumento del debito pubblico (al 2.4.2013, ultima approvazione della resolution in questione, il debito pubblico in mano a privati americani e stranieri (i cinesi!!) era a $11,959 trilioni, sul 75% del PIL – valore, in base ai costumi e alla vulgata economica austerian-puritana qui dominante, considerato come peccaminoso – cui vanno aggiunti altri 4,846 trilioni di $ di cosiddetto debito pubblico intergovernativo. Il totale, dunque, è $16,805 trilioni, cfr. Debt, deficit and budget/official figures ▬ http://www.usgo vernmentdebt.us);MEDITERRANEO arabo (tramonto resistenza crollo dei rais) AFRICA e AMERICALATINA●Allora la notizia come l’hanno trasmessa in pratica tutti i quotidiani del mondo era così formulata, in varie forme ma in sostanza poi tutte uguali: “sulla base di una comunicazione verbale – una telefonata via cellulare – tra il numero uno di al-Qaeda, Ayman al-Zawahiri, e dice la National Ssecurity Agency, la NSA, lo stesso Nasir al-Wuhayshi, fondatore di al-Qaeda nella penisola arabica, la filiale  dello Yemen sono state chiuse ben 19 ambasciate e molte rappresentanze consolari americane in Medioriente”: e, a seguire, come al solito in coda, alcune rappresentanze anche inglesi, francesi e tedesche— una volta tanto, quelle italiane no: strano, specie con Bonino ministra degli Esteri… (per esempio – ma solo di questo si tratta: potete aprire, anche da noi, l’Unità come il Giornale, per dire – CNN, 5.8.2013, B. Starr, C. Lawrence e T. Cohen, Intercepted al Qaeda message led to shuttering embassies, consulates— Messaggio intercettato di al-Qaeda [appunto, trattasi di verità rivelata e, come tale, dogmatica…] porta alla chiusura di ambasciate e consolati ▬ http://edition.cnn.com/2013/08/04/politics/us-embassies-close).Tre osservazioni, in proposito. • La prima è che bisogna pure far rilevare la coincidenza per cui, proprio mentre è sotto attacco nel mondo per la prepotenza con cui fa le sue intercettazioni di chiunque e dovunque, proprio adesso i servizi americani scoprono una minaccia che dicono vera di rischio di attentati e si mettono a rivelare – contro ogni consuetudine – non le intercettazioni ma solo che i servizi le hanno fatte… Insomma, qui qualcosa puzza…• La seconda è che la notizia in sé, data così, suona proprio totalmente fasulla: perché avrebbe dovuto, invece,  correttamente dire che “sulla base di un messaggio che i servizi segreti americani hanno detto al governo di aver intercettato e che questo ha reso pubblico”. E converrete con noi che si tratta di cosa radicalmente diversa…• E la terza osservazione consiste, in estrema sintesi, in una sottospecificazione della prima, forse: nel rilevare e far notare che ormai nel mondo sono sempre di meno a credere alla parola stessa degli USA: hanno perso ormai anche il beneficio del dubbio, quando raccontano qualche cosa dicendo al mondo che siccome lo dicono loro è la verità… vedrete quante volte dovremo tornare su questo fattore nel corso di questa nostra specifica Nota…  Rivelatore è che anche un editoriale del ponderato e paludato e tutt’altro che avventurosamente audace NYT avanzi dubbi e perplessità sulla credibilità delle fonti.Fa, in effetti, notare che politicanti come lo xenofobo e islamofobo senatore Saxby Chambliss (repubblicano, Georgia) dicono che proprio la necessità di chiudere le ambasciate è di per sé la prova – o l’alibi, dicono altri – dell’utilità delle intercettazioni onnivore e universali dei servizi segreti. Chiusure che poi, al dunque, durano una settimana, più o meno. Vengono dubbi in proposito, perfino al NYT: da una parte esagerati, forse soprattutto per motivi interni e, dall’altra, decisamente sopra le righe: perché messa lì fuori contesto, a gettare allarme rosso e allarmismo senza riscontri e, soprattutto, senza riscontri condivisi… (New York Times, 5.8.2013, ed., firmato collettivamente dal Comitato editoriale del giornale, sotto il titolo di Terrorism and the Embassies— Il terrorismo e le ambasciate ▬ http://www.nytimes.com/2013/08/06/opinion/terrorism-and-the-embassies.html?_r=0).●A metà agosto, uesto puntom, poi, pì+èp anche ituile tenatre di afre i.l èpunto ormai, a oltre un anno dalla poco lamentata, se non tra i suoi, scomparsa di Osama bin-Laden, può essere anche utile cercare di fare il punto su cosa sia davvero oggi al-Qaeda. Dalle origini nei primi anni ’90, intorno a un nucleo di mujaheddin afgan-pakistan-sauditi coalizzatasi intorno alla figura carismatica dell’allampanato sceicco, saudita e di famiglia miliardaria lui stesso, nella guerra di liberazione contro l’intervento sovietico in Afganistan degli anni ’80, al-Qaeda è sempre stato uno strumento di grande duttilità, capace di adattarsi a traversie e circostanze che cambiano.Bisogna ricordare utilmente che, come spiegò personalmente poi, molti anni dopo, il consigliere e segretario di Stato del presidente Carter – che lo lasciava fare – Bzigniew Brzezinski, nato polacco e diventato poi americano – kissingeriano di ferro senza però la capacità di vedere lungo che Henry Kissinger invece ha sempre avuto – l’intervento sovietico in Afganistan fu “provocato” volutamente— e con successo proprio da Washington. Nella trappola, i russi del rincomboglito Breznev ci cascarono come pollastri (lo scrisse lo stesso Brzezinski in un memorandum segreto e ora pubblico a Carter, per “regalare all’URSS la loro guerra del Vietnam” e poi lo citò lui stesso in un’intervista al Nouvel Observateur/Parigi, 15.1.1998, “Oui, la CIA est entrée en Afghanistan avant les Russes...” ▬ http://hebdo.nouvelobs.com/sommaire/documents/008877/oui-la-cia-est-entree-en-afghanistan-avant-les-russes.html) vantando di aver cominciato a finanziare, armare e addestrare con le forze speciali USA i mujaheddin almeno “sei mesi prima dell’intervento di Mosca” a sostegno del governo comunista afgano. E continuarono a farlo fino al ritiro sovietico – il Vietnam dell’Armata rossa, appunto… – nel 1989).Ennesimo caso di tirocinio sbagliato degli apprendisti-stregoni che loro si è rivoltato contro…: trasformati coi colsi americani da “combattenti della libertà” contro Mosca (come poi li chiamò Reagan, altro rincomboglito a quel punto, però, come Breznev) alla più formidabile sfida portata, fino a cominciarne il diroccamento effettivo, alla superpotenza stessa degli Stati Uniti d’America.Con i trilioni di dollari spesi a sostegno della guerra americana di George W. Bush in Afganistan e della sua “guerra al terrore” a cominciare dall’invasione d’Iraq seguita agli attacchi dell’11.9.2001 orchestrati proprio da una cellula in trasferta (quasi tutti sauditi, non afgani e tanto meno iracheni!) di al-Qaeda, a seguire con la perdita dei suoi campi di addestramento e dei suoi “santuari” in Afganistan, con l’ondata vieppiú senza sosta degli attacchi aerei senza pilota iniziati e poi moltiplicati per dieci da Obama contro ogni potenziale rifugio a cominciare dalle zone di frontiera tribali del Pakistan.Che presentano solo (e forse non solo, poi…) l’inconveniente di ammazzare regolarmente dieci contadini e contadine per ogni talebano o jihadista poi eliminato – e con il raid, questo sì di successo che a maggio 2011, ma dietro regolare spiata, alla fine non altro, che fece fuori nelle forme che ormai sono ben note lo stesso Osama (cfr. per il testo completo del Rapporto ufficiale della Commissione di inchiesta pakistana sui fatti del 1° maggio 2011, pubblicato integralmente su Al Jazeera, 8.7.2013, Bin Laden’s Dossier-Text ▬ http://www.aljazeera.com/indepth/spotlight/binladenfiles), al-Qaeda è qui, ancora e sempre con noi.Ma, per sopravvivere, ha dovuto cambiare pelle e anche struttura. E lo ha fatto, con non poco successo, ancora una volta. La sede, se così si può chiamare “centrale” sotto al-Zawahiri, rimane in Pakistan, nel Nord Waziristan, la regione autonoma di frontiera dove, se appena può, il governo non avventura mai le sue truppe. Ma sono stati parecchi, a sentire gli americani, anche i suoi operativi caduti comunque sotto i colpi letali dei droni negli anni recenti e la sua stessa capacità di comunicare sicuramente con la rete più vasta mondiale dell’organizzazione sarebbe stata ridotta. Così, la maggior parte del lavoro, degli attentati, da qualche tempo s’è appoggiata su “lupi solitari” del’organizzazione, dallo Yemen alla Siria alla Somalia, i più radicalizzati ma tra loro anche spesso i più sparpagliati e isolati e, necessariamente, dunque, autonomi. Al-Qaeda s’è trasformata, in questo modo,  in quella che la mancanza totale di fantasia degli “esperti” americani non ha saputo altro che chiamare una specie di “franchise” – di franchigia, di autorizzazione a usare per fini qui tutt’altro che commerciali ma sempre di “merchandising”, di propaganda (non siamo ancora alle magliette col logo ma quasi), adottando il linguaggio del business loro connaturato – operativi, come li chiamano, non più sempre direttamente addestrati da al-Qaeda, sempre ad essa in qualche modo legati anche nell’ideazione e nella progettazione delle sue stesse campagne di tipo militare.Le “filiali” di al-Qaeda al momento più attive nella lotta armata (attentati, terrorismo: le bombe negli zaini o nei giubbetti a tracolla al posto di quelle a gravità o lanciate coi drones e i computers da decine di migliaia di Km. di distanza) contro il “nemico lontano” d’occidente includono al-Qaeda nel Maghreb islamico, al-Qaeda in Iraq, al-Shahab in Somalia, Jabath al-Nusra in Siria, la più aggressiva tra le milizie anti-Assad, e anche il forte legame con Boko Aram— nella lingua parlata da una cinquantina di milioni di nigeriani, nigerini, burkinesi dell’Africa centrorientale, la Congregazione del Popolo della Tradizione per il Proselitismo e la Guerra santa. Ci sono da noi, in occidente, opinioni diverse sull’influenza reale che Al-Zawahiri – personaggio descritto da chi lo ha incontrato come del tutto privo di ogni carisma, asciutto, recluso da anni nelle sue tane del Waziristan – riesce ad avere davvero su questi gruppi tanto diversi. Ma, a sentire gli americani, questa speciale influenza ce l’ha specie sulla sua “filiale”, chiamiamola pure così, di al-Qaeda nella Penisola Arabica— e non l’ha neanche costruita sulla leggenda vivente che era stato il fu Osama bin Laden, liberatore dell’Afganistan dagli invasori sovietici, fustigatore degli americani arroganti e martire della Jihad, ma solo sull’essere stato il suo primo aiutante di campo.In definitiva, l’idea che Obama aveva lasciato diffondere che la guerra al terrore stesse ormai lì per chiudersi sembra, come dire?, a sentire i sussurri che le sue grandi orecchi elettroniche da un trilione di dollari avrebbero catturato dall’aere, un tantino prematuramente annunziata…    ●Il 1° agosto, il ministro della Solidarietà nel nuovo Egitto del golpe, Ahmad al-Bura’i, ha smentito le notizie che davano per decisa la messa fuori legge e la dissoluzione ad horas della Fratellanza mussulmana, facendola tornare allo status di illegalità dov’era sotto Mubarak. Ma ha confermato che la misura “viene attentamente considerata al momento”, sula base della disponibilità che gli Ikhwan mostrano, in concreto, ad obbedire alla legge: la sua, la loro, cioè, quella dei militari e del golpe.Per il momento, però, forse la misura neanche è probabile in quanto al governo sponsorizzato dai militari le manifestazioni di massa condotte dai Fratelli (il disordine, cioè) servono in se stesse, agli occhi di qualche frolloccone occidentale, a legittimarlo (NightWatch/KGS, 1.8.2013, Brotherhood again on verge of  illegality— La Fratellanza, ancora una volta, sull’orlo della messa fuorilegge ▬ http://www.kforcegov.com/ Services/IS/NightWatch/NightWatch_13000170.aspx).●E finalmente, per quel che riguarda l’Egitto, in onore ai princìpi sacrosanti di democrazia, libertà e rispetto del diritto anche gli Stati Uniti hanno detto la loro, sembra quasi definitiva, col segretario di Stato – anche se non ancora col presidente: ma basta aspettare un pochino, state a vedere…  – Kerry che, parlando dal Pakistan (Intervista di Hamid Gir di GeoTv a John Kerry, 1.8,2013,▬ http://www.state. gov/secretary/remarks/2013/08/212626.htm)  paese che dal 1950 ha subìto quattro colpi di Stato militari, ha salutato il golpe del Cairo come il mezzo col quale i militari hanno “restituito al paese la democrazia”. Così parlò dunque l’ipocrita-in-capo del mese…      (New York Times, 1.8.2013, M. R. Gordon e Kareem Fahim, Kerry Says Egypt’s Military Was ‘Restoring Democracy’ in Ousting Morsi— Kerry afferma che cacciando Morsi, I militari egiziani stavano ‘restaurando la democrazia’ ▬ http://www.nytimes.com/2013/08/02/world/middleeast/egypt-warns-morsi-supporters-to-end-protests.html?_r=0). E’ la solita cecità – non c’è niente  da fare: alla fine è sempre più forte di loro nella storia di questo paese – la stessa con la quale “restaurarono la democrazia” rimettendo sul trono del pavone lo scià in Iran… e cacciando con la CIA Mosssadeh…● Distruggere la rivoluzione (e la democrazia) per salvarla  (vignetta)  ● Il dilemma della Sfinge  (vignetta)                  Per proteggere il popolo, è noto,                                           D. – Allora, quand’è che una democrazia non è una è necessario annientarlo, no?                                                democrazia, un colpo di Stato non è un colpo di Stato                                                                                                   e un massacro non è un massacro?   R . – E chi se ne frega?Fonte: Khalil Bendib, 29.7.2013                                             Fonte: M. Rowson, 16.8.2013, The Guardian  Insomma, tali e quali, no? Infatti, al Cairo arriva subito William Burns, vice segretario di Stato, uno dei più kissingeriani e, per definizione dunque, dei meno attenti a scrupoli/fisime di rispetto del diritto internazionale e dei diritti umani nell’Amministrazione americana, vecchio rimasuglio lui stesso di una lunga carriera dai tempi addirittura di Clinton, passato per tutti gli anni di Bush e poi a Obama senza soluzione di continuità. La visita è intesa a mostrare, dopo il riconoscimento di fatto di Kerry, che è invece parte dell’ala più umanitaria nel caravanserraglio del dipartimento di Stato, che gli USA sostengono la transizione democratica, cioè il golpe, in Egitto. Ma, comprensibilmente no?, nessun esponente della Fratellanza che Burns aveva pure chiesto di incontrare, ha accettato di vederlo (KUNA/Kuwait News Agecy, 2.8.2013, U.S. Envoy visits Egypt, Friday— Inviato america no visita l’Egitto, venerdì ▬  http://www.kuna.net.kw/ArticleDetails.aspx?id=2326458&language=en).●Sembra difficile, ma le cose potrebbero anche andare peggio nel prossimo futuro (e infatti…) Nota un editoriale del NYT che “da parte del governo hanno smesso del tutto ogni sforzo per cercare un – è vero difficilissimo – compromesso coi sostenitori dell’uomo che hanno estromesso Mohamed Morsi, il primo presidente che il paese si fosse democraticamente mai eletto. Invece hanno cominciato a minacciare di disperdere con la forza le decine di migliaia di cittadini che al Cairo protestano con due sit-ins, pure ‘aperti’ e che si mostrano non violenti…... La Fratellanza, essendo stata fatta fuori con un colpo di Stato militare, può ben legittimamente chiedersi se ci si potrà mai fidare di un processo democratico. Ma resta il fatto che quella è l’unica strada capace di dare al paese una stabilità di più lungo periodo. Gli USA, che si sono spinti troppo in là nell’accettare il golpe – lo dicono lemme lemme: ma finalmente c’è, anche in America, qualcuno che osa dirlo – devono insistere con forza per una soluzione politica – non sarebbe forse meglio, però, visto che nessuno in Egitto ormaidegli americani si fida, che se ne restassero in disparte? almeno stavolta, una volta tanto? – dovrà anche essere pronto a condannare l’esercito egiziano e a considerare interventi più forti con l’Europa [ah!] e il mondo arabo tutto [ah1 ah!]” (New York Times, 8.8.2013, Editorial Board, Egypt on the Edge— L’Egitto sull’orlo del baratro ▬ http://www.nytimes.com/2013/08/09/ opinion/egypt-on-the-edge.html?_r=0).●Così, dopo aver fatto finta di ripensarci, l’esercito ha prima obbligato il governo a disporre senza neanche renderlo subito noto, il rimpiazzo dei governatori civili in tutto il paese coi suoi generali in 19 delle 25 province – nelle altre, c’erano o sono stati ora nominati tutti giudici che avevano proclamato la loro insubordinazione nei confronti del governo civile di Morsi (New York Times, 13.8.2013, Mayyi el-Sheik, Appontments of 19 Generals as Provincial Governors Raises Fears [già, siamo tornati in piena era Mubarak: che fra un po’, se non fosse ormai troppo malandato, questi magari rimetterebbero in sella] in Egypt— La designazione di 19 generali come governatori provinciali solleva allarmi in Egitto ▬ http://www.nytimes.com/2013/ 08/14/world/middleeast/egypt.html?_r=0).E il giorno dopo, il 14 agosto mattina, attacca le piazze e, nel corso di poche ore, i morti nelle operazioni di sgombero già arrivano a qualcosa come 3-4.000 e forse anche di più: il regime militare ammette ufficialmente, il giorno dopo, 525 morti, poi saliti a 570, a 630, a 1.000 e di più…     (1. .New York Times, 14.8.2013, D. D. Kirkpatrick e A. Cowell, Egyptian Security Forces Storm Pro-Morsi Sit-Ins— Le forze di sicurezza egiziane assaltano i sit-ins favorevoli a Morsi ▬ http://www.nytimes.com/2013/08/15/world/middleeast/ egypt.html?pagewanted=all; 2. New York Times, 15.8.2013, D. D. Kirkpatrick e A. Cowell, Death Toll in Egypt Clashes Climbs to 525— In Egitto, il conto dei morti negli scontri [scontri? carri armati, elicotteri e mitra automatici, carabine di precisione in dotazione ai cecchini dell’esercito (lo Snayperskaya Vintovka Dragunova/SVD)— il rifle semi-automatico per tiratori scelti in dotazione ai cecchini dell’esercito egiziano fatto su licenza della Dragunov russa per ammazzare a centinaia di metri contro bottiglie Molotov e sassi e bastoni… questo titolista è un essere davvero immondo!] si impenna a 525 ▬ http://www.nytimes.com/2013/08/16/world/middleeast/egypt.html? ref=global-home& _r=0).E, subito, stato d’assedio e – un atto decente, almeno uno, in una tragedia che niente di decente ci mostra – scattano le dimissioni del vice presidente ElBaradei che non sa, non vuole e non può rinunciare a prender le distanze dalla repressione militare che aveva coperto per un mese col suo nome e il suo prestigio di Premio Nobel della pace ma, ormai, ne ha abbastanza anche lui (Al Arabiya, 14.8.2013, Egypt’s VP Baradei resigns after crackdown against protesters— Il VP ElBaradei si dimette dopo la repressione a  tappeto contro i manifestanti ▬ http://english.alarabiya.net/en/News/middle-east/2013/08/14/baradei.html).Per lo meno, ElBaradei ha una specie di resipiscenza finale— dopo la quale, probabilmente, “a Dio spiacente e a’ nimici sui”[1] come è diventato, scomparirà dalla cronaca e dalla storia in cui era fieramente entrato per il lavoro della AIEA che dirigeva ma, e soprattutto, per il suo coraggioso (allora) no pubblicamente detto ai desiderata di George Bush sull’Iraq. Invece a far schifo, e un poco anche ribrezzo, sono quelli che contano davvero. Come il governo di Obama.Epperò, è una misura subito, in modo anche atroce, efficace: il volume e l’intensità della protesta non sparisce ma, inevitabilmente, scema subito.●La cui reazione viene sostanzialmente e accuratamente riassunta dal NYT in questi termini: “l’Amministrazione ha condannato mercoledì 14 agosto le sanguinosa repressione dei militari egiziani contro i manifestanti della Fratellanza musulmana, ma non ha mostrato il minimo segno di preparare alcuna misura dura in reazione come ad esempio [una misura “dura”?] – quella di sospendere, come risposta, gli aiuti americani” che, qui, non lo dicono ma poi al 90% sono aiuti proprio militari…Di per sé, su un’economia da 256 miliardi di $ nel 2012, 1 miliardo e 300 milioni di aiuti militari non sembrerebbero poter essere determinanti ma, di fatto, costituiscono la chiave di accesso al tipo di armamento pesante e tecnologicamente sofisticato per cui i militari sbavano sempre, dovunque, e questi egiziani anche e ancora di più: gli elicotteri Apache d’attacco, i carri armati M1A1, i caccia F-16… Gli arnesi gloriosi (si fa per dire…) di tutte le guerre recenti – e perse, però, anche – degli USA: dall’ultimo Vietnam alle due campagne d’Iraq, all’Afganistan… Ma, e soprattutto, gli americani garantiscono, e pagando direttamente coi loro soldi, che al dunque esercito e aeronautica egiziani restano in grado di mettersi in moto e di mantenersi in funzione con l’indispensabile lavoro di manutenzione e assistenza ricambi che forniscono (New Yok Times, 20.8.2013, E. Schmitt, Cairo Military Firmly Hooked to U.S. Lifeliner—  Le forze armate del Cairo saldamente dipendenti dalla cima di salvataggio che le lega all’America ▬ http://www.nytimes.com/2013/08/21/world/middleeast/cairo-military-firmly-hooked-to-us-lifeline.html? pagewanted=all&_r=0).In cambio, da sempre e quasi a prescindere dal volere del governo in carica, le FF. AA. egiziane mettono a disposizione di quelle americane, senza domande di permessi o quant’altro, quanto essi chiedono per il compimento delle loro missioni e, qualche volta, delle loro avventurate avventure. Ad esempio, anche gli alleati più stretti chiedono di regola alle FF. AA. USA di venire preavvisati almeno di qualche giorno del sorvolo di aerei americani nel loro spazio aereo o del passaggio, da Gibilterra e dai Dardanelli, per dire, di navi da guerra degli Stati Uniti. Non dal canale di Suez – l’accesso al Golfo, al Pacifico e al Mediterraneo – di dove le Flotte USA passano con precedenza anche sulle lunghe code di petroliere da mezzo milione di tonnellate di greggio eventualmente in attesa. E sono solo alcuni dei servizi che, senza proclamarli e quasi invisibilmente, le FF.AA. egiziane rendono agli USA, compresa “la lotta contro gli estremisti violenti che sono un pericolo per i nostri interessi”. Anche servizi innominabili, come anche gli interrogatori “rafforzati” – cioè la tortura – che sistematicamente le forze di sicurezza egiziane – la punta di lancia dei golpisti – su richiesta discreta e sempre negabile, dai tempi di Mubarak a oggi, sotto Clinton, come sotto Bush e sotto Obama continuano a prestare alle autorità americane.Lo dice appena appena ovattando la cosa, al NYT, l’ex capo del Comando Centrale delle Forze Armate USA, James N. Mattis, appena uscito dai ruoli per anzianità di servizio. Fa capire, in effetti, che anche i generali egiziani hanno in mano armi possenti di ricatto e condizionamento nei confronti degli americani. E i precedenti – le guerre sporche condotte con la connivenza compiacente e complice, almeno, dell’esercito indonesiano, per dire, di quello pakistano e di quello filippino contro i loro ribelli che si opponevano alle rispettive dittature militari: e che hanno fatto, così, senza essere mai disturbate troppo da Washington, non migliaia ma centinaia di migliaia di morti all’anno e per anni – stanno lì a accreditare la validità, e la chiarezza oscenamente ipocrita del messaggio…Così come anche fortissima è la capacità di presa che la firma del Cairo, sotto l’accordo di pace di Camp David, comporta rispetto all’interesse dominante degli Stati Uniti nella regione: assicurare il predominio assoluto i Israele su tutti i suoi vicini. Anche se Camp David, poi, s’è dimostrato a questo scopo di grande efficacia e clamorosamente di nessuna, invece, nel promuovere lo scopo suo ufficiale e più importante: la pace tra Palestina e Israele (New York Times, 16.8.2013, T. Shanker e E. Schmitt, Ties With Egypt Army Constrain Washington— I legami con le FF.AA. egiziane frenano [le possibili reazioni di] Washington ▬ http://www.nytimes.com/2013/08/17/world/middleeast/us-officials-fear-losing-an-eager-ally-in-the-egy ptian-military.html?pagewanted=all&_r=0).  ●E il presidente Obama “in vacanza a Martha’s Vineyard [prestigiosa e selettiva isoletta- resort del Massachusetts resa famosa, anche, perché residenza estiva della famiglia Kennedy negli anni 60] si è guardato bene “dal mostrare pubblicamente qualsiasi reazione”… O, meglio, ha fatto annunciare che, per ora, le Forze armate USA rimanderanno con gli egiziani le esercitazioni militari congiunte Bright Star— Stella brillante… proprio un buffetto di ordine esotericamente simbolico.   Ma pochi hanno dubbi, laddove c’è voce in capitolo in America, spiega seccamente uno dei senior directors della Brookings Institution, Bruce O. Riedel, che la Casa Bianca presenta essa stessa come uno dei massimi esperti americani di problemi di sicurezza e contro-terrorismo, che “se apparirà che gli USA sono di fatto stati collusi nel pieno della controrivoluzione, allora tutte le chiacchiere [di Obama] su democrazia e Islam, su un  nuovo rapporto tra l’America e il mondo mussulmano, verranno viste come il culmine dell’ipocrisia”.Poi Obama, e come si dice da noi è peggio la toppa del buco, sente il bisogno di riconoscere e proclamare che è vero, “Morsi era stato eletto democraticamente”, e il parlamento sciolto dai militari pure, per aggiungere però subito dopo che il governo di Morsi, purtroppo, “non era un governo inclusivo”. Non arriva a dire, la faccia di tolla, che perciò si è meritato il golpe: ma siamo lì… Come poi se il suo governo fosse inclusivo, o quello di Hollande, o quello di Merkel, o quello di Cameron o tutti i governi dell’occidente, dove all’opposizione ci sono repubblicani e, rispettivamente, conservatori di destra, socialisti e laburisti e quant’altri ma nessuno si sognerebbe mai di sostenere – altro che due pesi e due misure! – che per questo sarebbe giusto o, forse anche solo, inevitabile un colpo di Stato che li rovesciasse…E’ l’identica repellente ipocrisia di chi viene dicendo, con pretese di serietà, che i Fratelli non riuscivano a far funzionare il sistema… A parte un’opposizione (gli ElBaradei, i social-democratici, i liberali, i laici più o meno progressisti  che, come in democristiani con Pinochet, lo accolsero perché solo autore di una breve transizione al loro potere che non accettavano di aver perso alle urne essendo stati essi stessi a introdurre in un paese che non ce l’aveva proprio, l’idea del voto come parametro sacrosanto di democrazia e di civiltà… Adesso, dopo aver speso un anno e mezzo a paralizzarlo hanno vinto proprio i servitori stessi del governo democratico: l’alto comando militare, il ministero degli Interni e la polizia, i servizi di sicurezza e, con un ruolo critico, il sistema giudiziario e i media di Stato. Tutti apparati – vere e proprie cricche del vecchio potere – che hanno attivamente lavorato insieme ai detentori e gestori delle finanze e dell’intermediazione privata, per bloccare proprio, con grande efficacia e senza scrupolo alcuno, il funzionamento dello Stato stesso.E gli uni e gli altri, democratici-doc-col timbro e aspiranti golpisti, tutti, con la compiacenza e l’assenso anche più che implicito, almeno di Washington e Londra, pronte a coprire col riconoscimento come legittimo sul piano democratico di uno scontento anche genuino (pure quelli del “meno male che Silvio c’è” sono genuini, no?) di manifestazioni popolari perfettamente coreografate con la complicità di media spinti a fare la migliore impressione e dare la spinta di cui avevano bisogno alla fine i golpisti.  E, ha ragione Riedel. Non se lo scorderanno facilmente nel mondo mussulmano. E faremmo bene tutti – anche tutti noi – a non scordarcelo, che lor signori in fondo – egiziani, italiani, cileni. americani o francesi che siano – si considerano gli unici detentori legittimi del potere democratico. Perché sono loro ad esserselo inventato, anche se quando poi fa loro comodo – a partire anche dai migliori di loro: il mitico marchese de Tocqueville[2] – smettono di amare e tanto meno di praticare la democrazia. ● Il cammino per la democrazia ora è sgombro! Proprio come sgombrarono piazza Tien An-men, no? (vignetta)Fonte: IHT, 15.8.2013, P. ChappatteGià… ma bisognava pensarci prima – sempre che si fosse capaci di pensare, certo (New York Times, 15.8.2013, M. Landler e M. R. Gordon, U.S. Condemns Crackdown., but Announces No Policy Shift— Gli USA condannano la repressione, ma non annunciano alcun mutamento di linea politica  ▬ http://www.nytimes.com/2013/08/15/ world/middleeast/kerry-condemns-egyptian-militarys-crackdown.html?pagewanted=all&_r=0). Sempre che non appisolassero tutto le pretese anime belle che qui da noi si scandalizzano tanto. L’esempio principale è certo Amnesty International, il top della lobby umanitaria monotematica che, sul suo blog, da mesi non fa che parlare delle sorti, brutte sicuro, delle povere Pussy Riots russe, che se la sono andata a cercare però, sgallettando per mettersi in onda sulle Tv occidentali sull’altare maggiore della cattedrale del Salvatore di Mosca. E traballa assai, invece o praticamente tace nel condannare la repressione che in Egitto, col golpe, sta facendo migliaia di morti ammazzati (parla nei primi venti giorni dai agosto, il portale di A.I.,  soltanto della necessità, sacrosanta certo, di proteggere i copti… e di quella di smettere di mandare armi alle parti “in conflitto”: chi ha i carri armati M1, cioè, e chi ha i sassi… e poche altre blande invocazioni attentamente super partes a riconciliarsi tra golpisti e vittime ▬ cfr. http://www.amnesty. org/en/region/egypt). Come del resto, poi, a guardar bene e tutto sommato, sulla Siria è appena un tantino più esplicita nell’esprimere una precisa condanna: ma, anche qui, quasi solo per la parte di responsabilità che nella repressione risale alle atrocità risalenti al governo di Assad e non per le altre decine di migliaia di vittime fatte in Siria dai jihadisti e dagli estremisti fanatici che portano avanti senza badare al come la loro ribellione contro tutti i siriani che non siano ciecamente d’accordo con loro…  ●Intanto, però, al NYT mettono in evidenza come Israele e Arabia saudita si siano date da fare (casualmente?) a rassicurare i golpisti egiziani che la minaccia di sanzioni americane non ha alcuna consistenza. Gli israeliani lo dicono direttamente ad al-Sisi, che conoscono e col quale hanno lavorato dai suoi anni di addetto militare di Mubarak a Gerusalemme e la loro è una ben informata valutazione politica degli interessi americani in conflitto; mentre ai sauditi spetta il compito di garantire ad al-Sisi – e lo fanno – che, se gli aiuti militari americani, venissero poi mai davvero interrotti, loro sono lì per rimpiazzarli senza problemi… (New York Times, 18.8.2013, J. Rodoren, Israel Escalating Efforts to Shape Allies’ Strategy— Israele sta aumentando i suoi sforzi per conformare alla sua la strategia degli alleati ▬ http://www.nytimes. com/2013/08/19/world/middleeast/israel-puts-more-urgency-on-shaping-allies-actions. html?pagewanted=all &_r=0).Si innervosiscono molto gli israeliani, in pratica accusando – come fanno sempre con chi li critica qualche rara volta anche a ragione, il più delle volte a vanvera invece assimilando all’antisemitismo ogni politica critica dello Stato di Israele – ma per la via traversa, indiretta, di un quotidiano ebreo americano, appunto di antisemitismo il NYT (sic!) – (The Jewish Press/New York, 19.18.2013, Yori Yanover, NYT Blaming Israel for Egyptian havoc— Il NYT accusa Israele per il caos in Egitto ▬ http://www.jewishpress. com/news/breaking-news/ny-times-blaming-israel-for-egyptian-havoc/2013/08/19) che riportando il diniego israeliano di aver dato assicurazioni sugli aiuti all’Egitto, riconosce però che “Israele ha fatto un’azione di lobby pressante su Washington per proteggerli” perché, dicono a Gerusalemme, ormai in Egitto “o vincono i militari o è l’anarchia che vince”…E’ veramente  una rara eccezione, ma c’è anche chi in Israele non sopporta queste sanguinose connivenze. Lo scrive, e è riportato anche sul NYT, il direttore del Jewish Journal di Gerusalemme. Qui riferiamo la prima riga del suo editoriale solo per darvi l’idea: “Rieccoci: Israele anche stavolta fa il tifo per i macellai!”. E dice bene: si vergogna, e lo spiega, per sè e per il suo governo (New York Times, 20.8.2013, Shmuel Rosner, Another Devil We Know— Un altro demonio che conosciamo bene ▬ http://latitude. blogs.nytimes.com/2013/08/20/another-devil-we-know/?_r=0). E, poi, certo, una volta che in un modo o nell’altro – noi pensiamo ormai con un’ondata di pinochettismo sfrenato ancora per qualche tempo “coperta” dai democratici e progressisti liberal e laici che durerà anni probabilmente – sarà stata schiacciata, sarà anche cambiata la mappa ideologico-politica del Nord Africa in senso radicalmente anti-occidentale e anti-democratico (dopo tutto era solo ipocrisia, no?). Perché, adesso, l’ambizione di al-Sisi e dei suoi golpisti è ancora più intemperante e arrischiata di quella che portò alla rovina Mubarak che, pure, mai aveva osato partire in una guerra così aperta e totale contro la Fratellanza mussulmana… Qui la conseguenza potrebbe davvero essere adesso un’altra Algeria dopo il golpe militare del 1991 che cancellò le elezioni dopo il primo turno vinto democraticamente alle urne dal Fronte di Salvezza Islamico che, in una decina di anni, portò un paese di 25 milioni di abitanti nel ‘90 e 31 nel 2000 a sacrificare in una spietata guerra civile allo sradicamento— l’éradication, come diceva l’esercito algerino, di quella presenza forse 200.000 persone… Ma sarebbe anche peggio per il pià grande paese dell’Africa araba e del mondo islamico dopo l’Indonesia, un colosso centrale al credo islamico di 82 milioni di abitanti.“Questa è una delle conclusioni principali che alcuni dei massimi esperti della regione, arabi e occidentali” – della sua storia, delle sue politiche, dei suoi rapporti di forza e dei suoi problemi – hanno adesso avanzato. “La ferocia degli attacchi delle Forze di sicurezza i manifestanti islamisti di questa settimana al Cairo è stato un calcolo deliberato del governo e dell’esercito per provocare deliberatamente una risposta violenta della Fratellanza mussulmana e dei suoi alleati.      Lo scopo era quello di demonizzare gli islamisti agli occhi della vasta popolazione egiziana, di convalidare il colpo di Stato del 3 luglio che ha estromesso il presidente islamista eletto dalla maggioranza e di sovvertire una volta per tutte” con un carico di migliaia di morti “la possibilità di qualsiasi dialogo che potesse mai arrivare a reintegrare la Fratellanza nel corso principale, normale, della vita politica del paese” (New York Times, 16.8.2013, R. Gladstone, Attacks on Protesters in Cairo Were Calculated to Provoke, Some Say— Gli attacchi ai manifestanti del Cairo, dicono alcuni [alcuni che poi si specifica anche, ma non nel titolo, sono tra i massimi esperti arabi e occidentali di cose egiziane…] erano calcolati come provocazioni ▬ http://www.nytimes.com/2013/08/17/world/middleeast/attacks-on-protesters-in-cairo-were-calculated-to-provoke-some-say.html?_r=0).●E, forse, bisognerà pure, poi, che chi alla fine della grande turbolenza di questo passaggio epocale finirà col comandare in Egitto, ora come da sempre però – dai tempi di Mubarak e prima – cominci a fare i conti con risorse e spese, così come sono: poche le une e le altre troppe. E’ il tema reale che pone, non sempre in modo corretto va detto – puzza di paternalismo e, qualche po’, anche di colonialismo – ma, cionondimeno, è un problema vero sempre il NYT, in un altro articolo dal taglio forse un po’ più superficiale (New York Times, 6.8.2013, Adeel Malik e Ty McKormick,  Egypt’s Economy of Dependence— In Egitto, l’economia della dipendenza ▬ http://www.nytimes.com/2013/08/07/opinion/global/egypts-economy-of-dependence.html).Invece, in un editoriale più attento, sempre lo stesso quotidiano conclude poi che il più grande paese del mondo arabo non può sopravvivere come ha fatto finora sulle rimesse degli emigrati, su sussidi e elemosine che arrivano dall’estero e su un po’di turismo ma ha bisogno, come si diceva di darsi un’economia vera capace di dare lavoro, istruzione e opportunità al popolo. E’ solo questa la strada per dare al paese la stabilità duratura che uno sviluppo del turismo richiede e si tratta di una  sicurezza minima e vera che, di per sé, la repressione nega e la ribellione pure e richiede investimenti, anche stranieri, la fine delle turbolenze, delle rivolte e dei massacri di un potere che sembra deciso invece a obliterare comunque l’opposizione  perché in buona sostanza, e per tre volte di seguito, alle urne, aveva dimostrato di essere maggioranza.Questo è un disastro in progress del quale nessun paese decente dovrebbe rendersi complice. Certo, se ti chiami Arabia saudita decente non sei e non ti importa neanche granché di sembrarlo… Ma se il tuo nome è Unione europea o Stati Uniti d’America è più duro e rischioso dare una mano a una giunta militare e rendersi correi in un disastro che si va sviluppando ogni giorno in peggio che non potrebbe altrimenti e che non potrà mai rappresentare il futuro… soprattutto quando, poi, tra Alessandria d’Egitto e Sicilia c’è una distanza che i disperati in barca coprono in pochi giorni, quando ci riescono senza creparci (New York Times, 19.8.2013, Edit. Board, False Choices— Scelte false [o lasciamo fare i generali: o è l’anarchia, dicono] ▬ http://www.nytimes.com/2013/08/20/opinion/false-choices-on-egypt.html?_r=0).●Da notare che il primo governo a sospendere ufficialmente gli aiuti che mandava all’Egitto, per manifestare così il proprio totale dissenso col golpe militare (due progetti per 30 milioni di corone, sui 4 milioni di €) è stata la Danimarca. Lo annuncia Christian Friis Bach, ministro allo Sviluppo alla stampa del suo paese dopo l’ennesima riunione senza costrutto degli ambasciatori permanenti a Bruxelles dei governi UE.La Danimarca aveva creduto di riuscire dopo 600 e più morti a convincere gli altri non solo a discutere ancora ma anche ad agire. E allora ha deciso, giustamente, di fare da sé: proprio come Sarkozy, ma a rovescio, quando aveva deciso di fare da sé forzando la mano agli altri europei, quando volle fare la guerra, per farlo star zitto, a Gheddafi (Mada masr.com. 15.8.2013, Denmark suspends aid to Egypt in aftermath of security crackdown— La Danimarca sospende gli aiuti all’Egitto dopo lo scatenarsi della repressione militare ▬ http://madamasr.com/content/update-denmark-suspends-aid-egypt-aftermath-security-crack down). Adesso bisognerà vedere se il lavoro da rompighiaccio avanzato e basato su sacrosanti princìpi della Danimarca riuscirà a convincere gli altri europei. Ma il problema – e il dramma – nostro, e dell’Egitto anzitutto, è che né 1, né 4, né 5, o 20 miliardi di € o $ riusciranno mai a portare la democrazia in un paese né a portarlo, a obbligarlo, a cedere la democrazia…●Una considerazione di rilievo, a latere— e, poi, neanche tanto marginale. Stanno ripartendo in Egitto, dicono le agenzie ufficiali da parte di adepti della Fratellanza mussulmana e in reazione al golpe, attentati e anche svariate esazioni nei confronti della Chiesa copta. Sono state date alle fiamme in tutto il paese alcune decine di chiese giovedì 15 e venerdì 16 agosto. Negozi di proprietari cristiani e scuole hanno subito lo stesso destino (Ya Libnanz Oh, Lebanon!, 15.8.2013, Death toll rises in Egypt, Coptic churches burnt down— Il conto dei morti sale in Egitto, e bruciano diverse chiese copte ▬ http://www. yalibnan.com/2013/08/15/death-toll-rises-to-638-in-egypt). Ma qui c’è anche da considerare quello che subito abbiamo segnalato, con altri e ben più avvertiti osservatori certo, un mese fa come il grave errore del papa dei copti, Tawadros II, che accanto anche al rettore dell’università islamica di al-Ahzar s’è messo in prima fila in Tv accanto al generale golpista al-Sisi che presentava come azione doverosa e patriottica il golpe (Nota congiunturale no. 8-2013— MEDITERRANEO ARABO/Egitto ▬ http://www.angelogennari.com/notaagosto13. html). Non ha parlato, Tawadros, lì – alla tribuna c’era solo il duce – però ha scelto di stare lì… imprudente, almeno, per chi rappresenta una pur forte, 10%, minoranza religiosa nel paese. E, come previsto, adesso paga anche per questo, sempre che poi gli incendiari siano tutti estremisti islamici (possibile…, anche probabile) e non agenti provocatori (possibile e, almeno altrettanto, probabile). Tanto più importante sarebbe, dunque, che proprio adesso una voce di tale rilievo e esposizione e che rischia ormai di restare confusa con quella dei golpisti come quella del papa copto condannasse la repressione militare… anche per evitare una svolta che già tenta almeno alcuni tra gli islamisti a trasformare la loro dura e sacrosanta opposizione al colpo di Stato e alla cancellazione della democrazia parlamentare non più solo in questo ma anche in una deriva pericolosa e terribile di stampo sciaguratamente settario verso i diversi come qui sono i cristiani. Invece pare proprio che il patriarca copto abbia ormai deciso di reiterare la scelta che ha fatto, l’appoggio alla giunta (ha dichiarato, dopo l’insediamento a cui ha voluto prendere parte, che “il programma esposto dal generale è portato avanti da gente che ha a cuore l’interesse del paese”: quelli che, in soli due giorni, hanno poi massacrato centinaia e forse migliaia di cittadini; e, a questo punto, si è esposto e ha esposto i suoi irrimediabilmente all’accusa di aver appoggiato/condiviso la repressione armata della Fratellanza.E, quindi, pare aver scelto di correre il rischio di schierare la minoranza dei copti contro la maggioranza degli egiziani: un rischio francamente temerario, pare a chi scrive, contro il quale varrà poco parlare, poi, di persecuzione religiosa perché potrebbe trattarsi piuttosto verosimilmente di vendette e rappresaglie di natura politica, di atti ed eventi di odio, sicuro, ma dell’odio anticlericale e antiecclesiastico scatenato in una guerra civile come quella spagnola di fine anni ’30 anche e molto dalle in se stesse blasfeme benedizioni dei preti a Franco forse anche più che in sé dalla guerra stessa (il sussidiario.net, 9.8.2013, Egitto: si temono rappresaglie islamiste contro il papa copto Tawadros II ▬ http://www.ilsussidiario.net/News/Esteri/2013/8/9/EGITTO-II/418603).●E, subito dopo metà mese, al Cairo cominciano a parlare di scarcerazione per Hosni Mubarak, l’ex rais e dittatore al potere per un trentennio che, defenestrato due anni fa, non è però mai stato tenuto in carcere ma al massimo agli arresti domiciliari e poi, soprattutto, è stato curato in clinica da medici militari (dopotutto ha 85 anni). Pura provocazione, questa scarcerazione, proprio mentre viene reiterato l’arresto e l’isolamento totale ormai da un mese e mezzo per il presidente Morsi che lo ha rimpiazzato, però lui eletto democraticamente, dopo la rivoluzione. Lo ha ordinato la Corte penale del Cairo, in base a tecnicismi vari, aprendo un nuovo fronte di tensione, stavolta forse non solo poi con la Fratellanza. Ma l’ha voluto al-Sisi coi suoi fedifraghi compari: per segnalare a tutti, complici e anche nemici, che in ogni caso i militari non tornano indietro e non pensano neanche lontanamente a lasciare le leve effettive del comando (Agenzia Bloomberg-Business Week, 19.8.2013, Tarek El Tablawy e Salma El Wardany, Court Orders Mubarak Freed as Gunmen Kill 26 Police in Sinai— Un tribunale ordina la liberazione di Mubarak mentre nel Sinai vengono ammazzati 26 poliziotti ▬ http://www.business week.com/news/2013-08-19/gunmen-kill-25-police-in-sinai-as-egypt-political-crisis-deepens). Anche perché nessuno, se lo facessero – certo non gli Stati Uniti e l’Europa, dopo la montagna di morti che hanno fatto per insediarsi al potere, è poi in grado di garantire loro davvero l’impunità: finirebbero quasi di certo impiccati... ●E, contemporaneamente, il giorno prima, viene fatto anche arrestare – a casa sua dove stava aspettando le forze speciali in borghese che provvedono subito ad esibirlo in manette alla Tv di Stato prima di rinchiuderlo nelle stesso carcere che per qualche ora ancora ospita pure Mubarak – il massimo leader “spirituale” della Fratellanza mussulmana, il 70enne Mohammed Badie, che pure mai è stato coinvolto nella gestione politica del partito. E il messaggio è chiarissimo, inequivocabile: neanche Mubarak aveva mai arrestato, nei suoi trent’anni di governo assoluto, il massimo capo spirituale degli Ikhwan— i Fratelli… (Il Giornale, 20.8.2013, A. Cortellari, Egitto: arrestato Mohammed Badie, leader dei Fratelli Musulmani ▬ http://www.ilgiornale. it/news/esteri/egitto-arresto-mohammed-badie-leader-dei-fratelli-musulmani-944263.html). E la Fratellanza è costretta a nominare un sostituto temporaneo in clandestinità, Mahmoud Ezzat, un medico da tempo incaricato, ormai, di gestire i servizi di informazione dell’organizzazione.Presi insieme i due fatti (dopotutto, alla fine, Hosni Mubarak era uno di loro, un generale dell’aeronautica che loro stessi avevano dovuto emarginare, ma a malincuore) danno “la misura di come e di quanto questi ultimi giorni e queste ultime settimane”, il colpo di Stato e i massacri pianificati, “abbiano rimesso indietro i cambiamenti che la rivoluzione del 2011 aveva portato” (New York Times, 20.8.2013, D. D. Kirkpatrick e A. Cowell, Egyptian Police Arrest Spiritual Leader of Muslim Brotherhood— La polizia egiziana arresta il leader spirituale della Fratellanza mussulmana ▬ http://www.nytimes.com/2013/ 08/21/world/middleeast/egypt.html?pagewanted=all&_r=0).● La dittatura è morta! Viva la dittatura!  (vignetta)Abdel Fatah al-Sisi  e               Hosni MubarakFonte: Khalil Bendib, 22.8.2013Ci sono due differenze importanti, e già manifeste, tra l’era di Al-Sisi e quella di Mubarak, però: questa di adesso, gestita direttamente dai militari con teste di paglia a coprirli appena (perché in realtà, poi, se ne fregano) politicamente (col rais succedeva piuttosto il contrario) è più direttamente feroce e soprattutto assai più capillare e capace di gestire, poi, la macchina propagandistica di Stato (ora non si sa, ma volete scommettere con noi che, fra qualche anno e forse anche prima, viene fuori che grandi compagnie americane di Public Relations e private consulting li hanno, su lautissimo compenso – pagato magari anche e proprio dagli aiuti USA, no? – più che adeguatamente serviti).D’altra parte, raggiunto nell’immediato lo scopo di paralizzare la Fratellanza – o quasi: in questo avverbio c’è tutta la differenza, però, tra l’aver acquisito il successo e doversi ancora sforzare di farlo – adesso il regime militare – che adesso ha vinto grazie alle armi che ovviamente aveva in grande abbondanza rispetto agli altri – deve impegnarsi a scardinare la “cultura” che ormai permea tutto il paese dopo tre anni di rivoluzione e di rivolta sociale e civile e che, comunque, nel dopo Mubarak, ha cambiato già la passività del paese fino al punto da minare la possibilità stessa di una ripresa economica fatta pagare a masse che restino inerti e dal mettere in dubbio la capacità dei militari stessi di contenere a reprimere l’attivismo armato e la minaccia jihadista nel Sinai: all’est del paese, ai confini con Gaza e Israele…●In Tunisia, la Costituente nazionale, organismo eletto mesi fa a suffragio universale, ha sospeso di propria decisione i lavori finché, ha detto il suo presidente, Mustafà Ben Jaafar, governo e opposizione risolvano di aprire il negoziato sulla crisi politica che sta squassando il paese. “E’ al servizio del paese che l’Assemblea ha preso su si sé la responsabilità di farlo”, ha dichiarato Ben Jaafar, sapendo bene di venire anche incontro così anche a una domanda-chiave dell’opposizione.Ben Jaafar è lui stesso esponente di un partito laico minore della coalizione guidata dal partito mussulmano “moderato” Ennahda e riconosce apertamente che ormai, dopo l’assassinio di due  leaders laici e di sinistra del campo progressista – Chokri Belaïd, sei mesi fa, e Mohamed Brahmi, il 25 luglio scorso – senza che le autorità siano riuscite a individuarne né gli esecutori né i  responsabili politici, ci vogliono misure speciali capaci di ri-coinvolgere anche l’opposizione per far uscire dalla morosità diffusa e dal boicottaggio montante delle istituzioni incapaci di avviare a conclusione la crisi istituzionale ed economica del paese ma anche per esorcizzare le eventuali tentazioni che, sull’onda del vicino golpe egiziano, potrebbero coinvolgere gli alti gradi militari della Tunisia stessa.La sospensione dell’Assemblea costituente rende certo ora assai più probabile una qualche forma di referendum sul governo se esso decide poi, con Ennahda, di non correre il rischio per se stesso e per il paese di una repressione magari anche “legittima” ma violenta di un’opposizione che si ribelli e non si rassegna, d’altra parte, a dimettersi. Ma ormai sembra chiaro che stiamo arrivando al dunque… (Les Temps/Tunisi, 4.8.2013, Hassine Bouazra, Comment sortir de la crise? D’abord, baliser [— costruire]  le consensus ▬ http://www.letemps.com.tn/article-78224.html).A metà agosto il capo del partito di governo, Ennahda, Rached Ghannouchi, ha respinto la richiesta dell’opposizione di formare un nuovo governo “neutrale” , con l’affermazione che non rispetterebbe quella che è stata la volontà degli elettori espressa alle urne e che si auto-paralizzerebbe in una situazione economico-politica “delicata” che esige invece una gestione “decisa”. E ha aggiunto che Ennahda avrebbe potuto accettare un vero governo di unità nazionale, non “neutrale” e “tecnico” cioè, ma solo se al suo interno fossero rappresentati tutti i partiti nessuno escluso. Con un segnale contraddittorio – e anche potenzialmente pericoloso specie con quel che accade nel vicino Egitto – il vice di Ghannouchi e primo ministro, Hamadi Jebali, aggiunge a questo punto  la sua voce a quella dell’opposizione nella richiesta di dar vita al posto del suo proprio a un governo a-politico che organizzi nuove elezioni entro sei mesi… e anche qui al momento siamo allo stallo completo…A quindici mesi dall’elezione, l’Assemblea nazionale costituente non ha ancora partorito alcuna bozza di nuova legge fondamentale e l’economia, grazie a una serie di fattori concomitanti compresa l’assenza di un forte impulso del governo, è paralizzata, con inflazione per i prodotti di prima necessità che arriva al 20% e un settore turistico del tutto sinistrato, incapace ormai di attirare prenotazioni. La disoccupazione giovanile peggiora e non va scordato che fu l’elemento, o almeno di certo uno degli elementi di fatto alla base della rivoluzione di due anni fa che buttò giù la dittatura di Zine Ben Ali… (Les Echos/Paris, 15.8.2013, Yves Bourdillon, L'impasse politique se prolonge en Tunisie - Les numéros un et deux du parti islamiste Ennahda en désaccord - L'avenir du gouvernement tunisien en question ▬ http://m.lesechos.fr/redirect_article.php?id=0202572145318).E si aprono, a questo punto, anche trattative riservate a Parigi tra il numero uno stesso di Ennahda e  il suo omologo Béji Caïd Essebssi di Nidaa Tounes— l’Appello per la Tunisia forte formazione, ma forse ancora più all’estero, e proprio in Francia,comunque anche attiva nel paese, per cercare una via d’uscita da un’impasse che non potrà durare, secondo tutti, molto più lungo… Entrambe le parti hanno dichiarato anche di aver fatto “reali progressi” verso un’intesa (Business News.com.tn, 18.8.2013, Caïd Essebsi et Ghannouchi qualifient leur rencontre de positive— Caïd Essebsi et Ghannouchi qualificano il loro  incontro come positivo   ▬ http://www.businessnews.com.tn/details_article.php?a=40207&t=520&lang=fr&temp=3).●L’esercito ha ripreso l’offensiva in Tunisia occidentale, da qualche mese interrotta, contro i militanti armati schierati sulle montagne del Jebel Chaambi bombardandole  nuovamente a tappeto. Hanno preso parte all’azione contro i jihadisti aeronautica e artiglieria, motivata con la necessità di bloccare il tentativo di approfittare della discordia politica che si manifesta nel paese, per reclutare altri adepti alla loro causa (Stratfor, 26.8.2013, Tunisia: Military Restarts Bombing Campaign In Western Region— In  Tunisia i militari riprendono la campagna di bombardamento delle regioni occidentali ▬ http://www.stratfor.com/ situation-report/tunisia-military-restarts-bombing-campaign-western-region).uanto al governo miliatre●In Siria, si vanno qualche po’, anche se ancora non proprio, chiarendo le posizioni dentro la Coalizione dell’opposizione armata. Adesso, il nuovo e comunque precarissimo leader apertamente voluto dai sauditi che pretende di guidare i ribelli diciamo più politicizzati, o più attenti a smussare le punte acute dell’estremismo nelle loro fila, Ahmad al-Jarba, che aveva appena data la sua disponibilità a partecipare alla conferenza russo-americana ipotizzata a Ginevra (  no. 8-20123, cap. MEDITERRANEO arabo/Siria ▬ http://www.angelogennari.com/notaagosto13.html) ha subito riveduto se stesso, dicendo che no, che i ribelli “non prenderanno parte a colloqui di pace finché non riprenderanno una posizione forte sul campo di battaglia”. Jarba ha detto che i suoi si stanno “raggruppando dopo una serie di intralci”, cioè di sconfitte, ma “predice” che di qui a poche settimane “riprenderà il terreno” perduto.E ha confermato che “non parteciperà a nessun negoziato finché il Libero Esercito della Siria e le forze rìvoluzionarie non saranno forti abbastanza sul terreno e coese tra di loro come erano fino a otto mesi fa” (per dirla più chiaramente come fa The Independent/Londra, 1.8.2013, F. van Tets, Only reversals on the battlefield will bring opposition to the negotiating table— Solo [altri] rovesci sui campi di battaglia porteranno l’opposizione al tavolo del negoziato ▬ http://www.independent.co.uk/news/world/middle-east/syrian-conflict-only-reversals-on-the-battlefield-will-bring-opposition-to-negotiating-table-8742854.html). Quando, cioè, arrivarono su loro inconsulta richiesta, o su sconsiderata forzatura di sauditi e paesi del Golfo, gli aiuti al-Qaedisti e jihadisti estremi, afgani, ceceni, libici, ecc., ecc., ad aiutarli— non fosse stato mai! questo non lo dice, al-Jarba, ma è chiaro. Solo che adesso, rimandarli via a chi tocca? In conclusione, qui come del resto in ogni guerra o ogni scontro davvero alla morte, chi sta perdendo si accorda per trattare solo se sta cercando di prevenire così la propria distruzione. O se, altrimenti, non ha più speranze e è pronto ad arrendersi senza più condizioni. Le considerazioni avanzate da Jarba attestano che sembra ancora fiducioso sulle possibilità delle sue schiere di riprendersi, ma sembra – almeno lui – perfettamente cosciente che sta perdendo, comunque che non sta vincendo. Lui e i suoi non sono ancora alla disperazione ma ormai avvertono che anche e proprio la presenza di aiuti insieme qualche volta schifati e voluti come quelli di americani, inglesi, francesi, sauditi, qatariani e apertamente anche al-Qaedisti, li hanno portati in una posizione di stallo inesorabilmente perdente…Ma, adesso anche Assad finisce, dopo tante urla intransigenti ribelli, con l’irrigidire la propria retorica: è ormai certo, forse ancora un po’ prematuramente, che riuscirà a batterli e nel messaggio letto per la Giornata dell’esercito, il 1°agosto, proclama che schiacciare i terroristi viene ormai prima di ogni possibile apertura di colloquio di pace… (Daily Star/Beirut, 5.8.2013, Assad visits Syria troops, tells them is 'sure of victory'— Assad visita le truppe siriane e dice che ormai ‘la vittoria è sicura’ ▬ http://www.daily star.com.lb/News/Middle-East/2013/Aug-01/225922-assad-visits-syria-troops-tells-them-is-sure-of-victory.ashx#axzz 2bE6hVq00).●Un noto signore della guerra jihadista di Siria, dalla sedia a rotelle cui è condannato dopo le ferite in Afganistan, leader del gruppo di antichi veterani e giovani reclute chiamato al-Zubair, ha “chiesto” in un video messaggio del 30 luglio indirizzato ai combattenti islamisti del Caucaso del Nord (Abkazia, Kabardino-Balgaria e Nord e Sud Ossetia, Inguscezia, Cecenia e Dagestan) di impegnarsi, molto più che a esportare la lotta armata a casa sua, in Siria, a portarla nelle città russe fuori del Caucaso, puntando in specie ai giochi olimpici invernali di Sǒci, la città del Mar Nero dal 7 al 23 febbraio 2014 (RIA Novosti/Mosca, 1.8.2013, Bulent Kilic, Syrian RebelsUrge N.Caucasus Jihadists to Stay Home — I ribelli siriani chiedono ai jihadisti del Caucaso del Nord di starsene a casa ▬ http://en.rian.ru/trend/protests _syria_2011).  Non ha ovviamente utilizzato, parlando di territori, aggettivi come mio, tuo, vostro che in una visione islamista, quella dell’Umma – la comunità tutta dei credenti – non hanno alcun senso ma ha parlato piuttosto di una pragmatica divisione dei compiti nella guerra contro gli infedeli. Un anno fa, a maggio, il Comitato nazionale russo per l’Anti-terrorismo aveva accusato esattamente di questo, di pianificare attacchi contro le installazioni e gli impianti olimpici di Sǒci, l’Emirato islamico del Caucaso, il gruppo d militanti e il suo leader, Doku Umarov, a.c.c. Dokka Abu Usman, secondo la dizione arabizzata del nome.●Comincia a preoccupare sul serio almeno a Washington l’ennesimo scatafascio che hanno combinato come altrove nel mondo arabo anche qui in Siria, gli apprendisti stregoni incapaci dell’Amministrazione  americana che, per l’ennesima volta, al fine di combattere il terrorismo stanno rafforzando il peggio del terrorismo, come già in Afganistan, consegnando nelle mani di al-Qaeda, che essi stessi ne considerano la peggiore incarnazione, le chiavi del potere di fare e, adesso temono, anche di esportare il terrore.aesa Riferisce un allarmatissimo articolo sul NYT evidentemente ormai autorizzato e anche addirittura richiesto (New York Times, 8.8.2013, A. Barnard e E. Schmitt, As Foreign Fighters Flood Syria, Fears of a New Extremist Haven—  Con l’inondazione di combattenti stranieri in Siria, salgono i timori che si vada formando un nuovo santuario per l’estremismo ▬ http://www.nytimes.com/2013/08/09/world/ middleeast/as-foreign-fighters-flood-syria-fears-of-a-new-extremist-haven.html?pagewanted=all&_r=0) che  “con la calata in Siria a ranghi sempre più fitti di stranieri armati, fior di gruppi estremisti, al-Qaedisti o di loro obbedienza, si stanno attrezzando covi e tane  per dar asilo agli islamisti militanti e costituendo quel che esponenti dell’intelligence americana e occidentale pensano si stia sviluppando nelle peggiore minaccia concentrata di terrorismo oggi esistente al mondo”. Insomma, l’ennesimo capolavoro di insipienza irresponsabile e in realtà criminale.●Ma, improvvisamente, e anche poco credibilmente (lo fa presente l’Agenzia di informazioni più vicina al Pentagono, Nightwatch, da sempre ammanicata in particolare con l’USAF) arriva la notizia che Damasco si è messo a usare armi chimiche contro zone della stessa capitale in mano ai ribelli… e proprio mentre a Damasco su invito del governo siriano è presente una commissione d’inchiesta dell’ONU per inquisire proprio sulle precedenti denunce. A ragione di logica sembrerebbe puramente insensato credere, come gli insorti chiedono al mondo di fare che Assad si sia rimesso o messo a usare armi chimiche proprio mentre ha gli ispettori dell’ONU tra i piedi e, soprattutto, quando poi le forze governative stanno su tutti i fronti picchiando duro sugli insorti e con video a sostegno francamente grotteschi (file di cadaveri, essi sul serio tragici, coperti da qualche straccio e gente che, senza alcuna protezione contro gli agenti chimici che sarebbero stati usati, ad aggirarvisi in mezzo a fare riprese).Poi si viene a sapere che “l’Unità 8200 delle Forze Armate israeliane, specializzata in intercettazioni elettroniche, ha colto una conversazione tra esponenti siriani sull’uso di armi chimiche. Lo ha detto un innominato ex ufficiale del Mossad – il servizio segreto estero di Israele – alla rivista tedesca Focus. Il contenuto della conversazione è stato consegnato agli USA”. E questa sarebbe la prova, la “pistola fumante”… Come se – sempre che la conversazione non se la siano ancora una volta come tante altre in passato inventata – un’intercettazione anonima (genuina? artefatta?) in arabo con inflessioni siriane sia dimostrato che è riferibile solo ad esponenti del regime siriano… E questa sarebbe la prova (di cui riferisce poi anche il Guardian, 28.8.2013, H. Sherwood, Israeli intelligence ‘intercepted Syrian regime talk atout chemical attack’— I servizi segreti di Israele hanno ‘intercettato colloqui del regime siriano sugli attacchi chimici [dicono i... servizi segreti di Israele, ovviamente – come si sa – al di sopra di ogni sospetto] ▬ http://www.theguardian.com/world /2013/aug/28/israeli-intelligence-intercepted-syria-chemical-talk).La notizia, Focus la annuncia in questi termini nel corso di un’intervista alla cancelliera Merkel, in qualche modo così, poi, contribuendo anche ad  accreditarla (Focus, 24.8.2013, Bundeskanzlerin im FOCUS-Interview: Giftgasmassaker in Syrien: Merkel fordert Zugang für UN-Inspekteure— La cancelliera in un’intervista a Focus: sul gas velenoso del massacro in Siria, Merkel chiede l’ingresso degli ispettori dell’ONU [che sono già lì…] ▬ http://www.focus.de/politik/ausland/krise-in-der-arabischen-welt/syrien/bundeskanzlerin-im-focus-interview-giftgas massaker-in-syrien-merkel-fordert-zugang-fuer-un-inspekteure_aid_1080 4 16.html)... Anche se poi tiene a chiarire, altrove, forse accorgendosi dello scherzo che le hanno fatto, che la soluzione in Siria della crisi deve essere politica e non militare…Nulla, dunque, di confermato e, ovviamente, la controdenuncia del regime che imputa in alcuni casi con analoghe “prove” l’utilizzo di gas sarin proprio agli insorti (NightWatch/KGS, 21.8.2013, The mistery of chemical weapons in Syria ▬ http://www.kforcegov.com/Services/IS/NightWatch/NightWatch_13000183.aspx).  E che, comunque, poi accede alla richiesta dell’ONU (anche i russi glielo consigliano) di consentire a quegli stessi ispettori che già erano lì di controllare i luoghi. Ma, quando lo fa, il 24 agosto, a tre giorni appena di distanza, si accorgono che forse non serve, che è troppo tardi, che le molecole dei gas si sarebbero già (forse…) nel frattempo disperse… Dato che ci viene imbonito, su ogni giornale e ogni televisione, dalla Casa Bianca e dintorni come se fosse una verità rivelata e che i media qui in occidente accettano tutti e riportano senza nessuna verifica… Pure, basta andare su qualsiasi sito delle Forze Armate USA stesse, anche solo cercando alla voce alla voce “gas sarin” di WikiPedia, per scoprire che, proprio secondo vecchi studi della CIA sull’agente chimico di Saddam, la realtà è proprio diversa (About.com, US Military, Chemical Warfare Weapons Fact Sheets, Sarin: GB Nerve Agent— FF. AA. USA, Dati di fatto sulle Armi per la guerra chimica, Sarin agente gentico biologico nervoso ▬ http://usmilitary.about.com/library/milinfo/blchemical-4.htm).Perché nelle condizioni climatiche della Siria in agosto (media 40° all’ombra ) il gas resta attivo per almeno una trentina di giorni (anche in United States Central Intelligence Agency/CIA, 15.7. 1996, "Stability of Iraq's Chemical Weapon Stockpile"— Stabilità delle scorte di armi chimiche irachene [quelle che Saddam aveva allora,  ma che aveva completamente distrutto con le altre armi di distruzione di massa quando gli americani invasero il paese nel 2003 e di cui, infatti, non riuscirono a trovare neanche un solo ordigno...] ▬ http://www.fas.org/irp/gulf/cia/960715/ 72569.htm)…Potremmo, dunque sul serio veder ripetersi la storia, purtroppo anche stavolta non secondo l’adagio marxiano “come farsa[3]”, ma sempre come un’immane tragedia: capace di far escalare, come si dice, magari di dieci volte, da 100.000 morti e milioni di rifugiati, come in Iraq, il contro dell vittime della tragedia siriana…Il segretario di Stato americano John Kerry in una dichiarazione letta con qualche ritardo, mentre il paese aspettava un intervento di Obama che non c’è stato, lunedì 26 agosto ha proclamato alto e forte che “il massacro indiscriminato di civili, l’uccisione di donne e bambini e di passanti innocenti con armi chimiche è un oscenità di dimensione morale [con armi chimiche? e quella con armi non chimiche ma con le bombe a grappolo e magari come, ieri, il napalm?]…L’umanità [l’umanità?] deve oggi levarsi ad assicurare che chi è colpevole sia chiamato a rendere conto dell’uso di queste armi chimiche in modo che esso non avvenga più ormai [e per il passato, come il Vietnam e il napalm? eh,  ormai chi ha avuto ha avuto, loro, e chi ha dato, noi,  ha dato…]…     E’ chiaro a tutti, oggi, che in Siria sono state usate armi chimiche… E abbiamo informazioni che ci convincono della responsabilità del regime di Assad…”. Però… dopo tanta dichiarazione, neanche Kerry tira fuori una prova “convincente” anche per chi sulla parola all’America – chissà perché… – più non crede, che la responsabilità sia proprio, e proprio tutta, del regime… fuori microfono la promette però, “nei prossimi giorni”…E dopo qualche giorno, il 29, torna a ripeterlo, ancora una volta prima di Obama: ridice di avere le prove, ridice di esserne certo in base a quel che gli riferiscono le sue agenzie di spionaggio… ma in realtà e ancora una volta come per l’Iraq dieci anni fa col suo predecessore Colin Powell (cfr. la documentazione nel link alla prossima pagina e, qui, tra poche righe), non ne tira fuori davvero nessuna. Ma stavolta, almeno, si risparmia per la sua personale dignità di esibirne di false e inventate di sana pianta (New York Times, 26.8.2013, Text of Kerry’s Statement on Chemical Weapons in Syri— Testo della dichiarazione di Kerry sulle armi chimiche in Siria ▬  http://www.nytimes.com/2013/08/27/world/middle east/text-of-kerrys-statement-on-chemical-weapons-in-syria.html?_r=0).Alla fine, la prova provata consiste nella reiterazione sul sito della Casa Bianca di una dizione che è poi un appello, puro e semplice e quasi patetico, ad avere fiducia in quel che dicono al presidente, e che lui fa suo, i servizi segreti americani: “il governo valuta con alto grado di fiducia, dichiara, che il 21 agosto il governo siriano ha condotto nei sobborghi di Damasco una serie di attacchi con armi chimiche. Il governo, sempre con alto grado di fiducia, valuta che il governo siriano ha così ammazzato 1.429 persone inclusi nel conto 426 bambini [non 425 o 427…, non 1.430 o 1428, ma proprio 4.126 e 426, contati contati: i buffoni!!]”. E le prove? le prove “le abbiamo fornite al Congresso e ad alcuni nostri partners-chiave a livello internazionale”. Ma no! non verranno mai rese pubbliche! Sono prove “confidenziali” segrete. Appunto, dovete fidarvi! (White House, Ufficio dell’addessto stampa, 30.8.2013, Government Assessment of the Syrian Government’s Use of Chemical Weapons on August 21, 2013— Valutazione del governo [americano] sull’uso in data 21 agosto 2013 di armi chimiche da parte del governo siriano ▬ http://www.whitehouse.gov/the-press-office/2013/08/30/government-assessment-syrian-government-s-use-chemical-weapons-august-21).   Chi vi parla, dopotutto, è il presidente degli Stati Uniti d’America, poffarre! Come se quello che mentì al mondo sulle armi di distruzione di massa di Saddam e inventò prove che non convinsero mai seriamente nessuno se non i suoi sicofanti, attestandone la completa fellonia, fosse stato nel 2003 il presidente del Botswana … E come, per dirne solo un’altra, se nell’agosto 1964, a “inventarsi” per aggredire il Nord Vietnam il cosiddetto incidente del Golfo del Tonchino, fosse stato il presidente di Trinidad e Tobago e non il presidente degli Stati Uniti, Lyndon Johnson.    ●La verità alla fine, con spudorata franchezza come da quando non è più al governo ogni tanto gli capita di fare, non piegando più inderogabilmente la realtà alle convenienze immediate e chiamando orwellianamente verità la menzogna (avete presente l’Iraq? e il ruolo criminale che giocò per aiutare Bush a fare la sua guerra laggiù?) la rivela l’ex PM britannico Tony Blair, in uno strano e, a suo modo appunto, veritiero articolo di fondo del 27 agosto (The Times, 27.8.2013, T. Blair, The hand-wringing has to stop. We must act— Bisogna smetterla di torcersi le mani. Dobbiamo agire ▬ http://www.thetimes.co.uk/ tto/opinion/columnists/article3852924.ece).In buona sostanza, dunque, Blair spiega papale papale – se appena proviamo a decrittarne anche soltanto il titolo: rileggetevelo appena qui sopra – che anche se, alla fine, Bombardare la Siria non farà sul campo proprio nessuna differenza, ma si dovrà fare per la voglia, disperata e disperante, delle potenze occidentali di non apparire impotenti (Guardian, 27.8.2013, G. Fraser, Bombing Syria won't make the blindest bit of difference, Tony Blair— But it is all about satisfying wetern powers’ desire not to look impotent ▬ http://www.theguardian.com/commentisfree/2013/aug/27/ syria-tony-blair-bombing).Saggiamente o, forse, solo con un grano di prudenza e di sale in zucca più di altri che anelano (Israele, Regno Unito e Francia), o che comunque stanno pensando (come gli USA) a menare le mani, l’ex ambasciatore dell’Iran in Giordania, Mohammad Irani, che vive ormai da tempo in occidente, avvisa gli Stati Uniti e Israele che le condizioni per un intervento militare straniero di successo in Siria proprio non esistono senza esporre specie, ma non solo, Israele (anche le navi americane sono a qualche rischio) perché la Siria e i suoi alleati sono certo in grado di lanciare rappresaglie potenzialmente efficaci contro obiettivi e interessi americani nel mondo e di squilibrare ancora di più tutto il Medioriente (Stratfor, 25.8.2013, Iran: Former Ambassador Warns U.S., Israel Against Syrian Intervention— Ex ambasciatore dell’Iran ammonisce USA e Israele contro un intervento in Siria ▬ http://www.stratfor. com/situation-report/iran-former-ambassador-warns-us-israel-against-syrian-intervention).E siamo, come al solito, al dunque. In troppi, con la loro tradizionale pigrizia e acquiescenza, hanno almeno inizialmente adottato la posizione inconsultamente promossa dagli USA che tocca al governo siriano provare di non aver usato le armi chimiche. Quando la scienza forense, come anche ogni criterio di diritto adottato dovunque nel mondo, e di certo nel mondo occidentale, impongono la nozione evidente – dal Medioevo in poi – che è evidentemente impossibile provare qualcosa in negativo: il giudizio di Dio, si diceva— ti butto con la zavorra in mare e se galleggi è perché Dio ti giudica innocente e, dunque, ti salva, se no, se affoghi… Lo sanno tutti, a Washington dove, per convenienza politica, volutamente rovesciano invece l’ordine dei fattori. E – per dire qui da noi, da Mentana al peggio: sempre che lui, poi, sia davvero il meglio… – nessuno  lo fa notare. Poi, sicuro, Assad potrebbe essere davvero il colpevole— ma, appunto, va dimostrato in positivo prima ancora di cominciare a ipotizzare come punirlo e, poi, su quali basi, indiscutibili, a quel punto di diritto… Perché no, non basta neanche al limite il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, bisogna che quel che esso dice sia fondato e entro i limiti precisi alla sovranità nazionale posti dalla Carta stessa fondativa dell’ONU e non oltre. In altri termini: a noi pare proprio che una posizione seria, su questioni di questo tipo – dopo le panzane criminali che hanno raccontato, ad esempio, nel caso analogo delle armi di distruzione di massa che avrebbe avuto Saddam nel 2003, che non c’erano e per le quali il segretario di Stato Colin Powell andò a presentare in CdS le “prove” falsificate (cfr. 4.2.2003 ▬ http://www.youtube.com/ watch?v=ovHrd-Q3Av0) – imponga ormai a qualunque osservatore responsabile per lo meno una dose di fortissimo scetticismo…●E poi è forse ora – prima, non dopo… – di fare qualche considerazione, freddamente, sullo status reale degli attori in campo: non sulle ipotesi e le stime iper-gonfiate da media e governi, tutti inguaiati e tutti sovraeccitati all’idea di menare di nuovo le mani evitando forse magari, così, per qualche altro mese il redde rationem con la rabbia di elettori scontenti dei come sono venuti gestendo l’economia e la loro società. Ci sono da considerare fattori come il bisogno degli occidentali di sembrar fare qualcosa contro un regime che sta a loro sul gozzo e non li sta a sentire per niente (il “non apparire impotenti” di Blair), le conseguenze, invece, dell’inazione apparente, la possibilità che un attacco esterno specie degli USA potrebbe far scoppiare una guerra a livello global-regionale, convenzionale, le conseguenze economiche (il petrolio…) e le potenziali reazioni che l’Iran potrebbe scatenare e far scatenare, in rappresaglia, contro gli interessi americani in tutta la regione se fosse minata la ratio stessa della sua alleanza— di fatto, di interessi comuni, in qualche modo, del comune sfondo scii’ta che governa i due paesi contro tutto il mondo sunnita… E diversi elementi, più di fatto che altro.• Primo elemento da considerare con grande attenzione, un fattore proprio tecnico: le armi biologiche e chimiche, sempre e dovunque, insieme al nucleare dove esso ci sia sotto forma di armi, sono sempre gli armamenti più e meglio protetti e nascosti di cui dispone un paese (o, se è per questo, dispongono in ogni paese le forze ribelli che riescono a procurasele).Da questo fatto dipende che sempre gli studi e le analisi, le stime, delle capacità dell’arsenale biologico o chimico di un paese qualsiasi, sono sempre imprecise e notoriamente sospette, piegate alla convenienza di chi vuole piegare al proprio interesse o alla lettura che in un dato momento a chi la fa più conviene. Di qui dipende anche che le previsioni – errori di fatto, volontà di imbrogliare perché si crede che convenga farlo – siano poi, in genere, tanto sballate.La scoperta e la prova dell’uso effettivo di agenti chimici, specie gas – come quello A Saddam fornito dagli USA (andò, ricordate, l’allora segretario alla Difeaa di Reagan, Donald Rumsfeld, personalmente a portarglielo nell’ultima fase della guerra Iraq-Iran) è ancor più difficile. Ci vogliono investigatori ultra-specializzati sul posto per provarlo, poi, a cose fatte…• La seconda osservazione è che l’uso di agenti chimici, come quelli usati nel 2002 dagli Spetznaz moscoviti, le forze di sicurezza, contro i terroristi ceceni che, dal 23 al 26 ottobre, avevano preso 850 spettatori russi come ostaggi tenendoli chiusi sotto minaccia armata nel teatro Dubrovka, venne post-factum definito come utilizzo di un agente anche letale, in certe condizioni (l’ambiente chiuso, la temperatura, la mancanza di un’areazione adeguata…) e responsabile della morte di 116 persone alla fine, una cinquantina anche tra gli ostaggi e tutti i terroristi, ma consenti agli altri spettatori di venire salvati. Si trattava di un gas che la commissione di inchiesta – non solo russa – definì a metà tra il lacrimogeno e il chimico e che le convenzioni di Ginevra contro l’uso delle armi chimiche non proibiscono in modo tassativo da parte delle “autorità legittime di uno Stato sovrano”     [1. il resoconto più completo disponibile in lingua non russa è quello apparso su Wikipedia, in Moscow hostage crisis chemical agent— L’agente chimico nella crisi degli ostaggi di Mosca, pagina modificata l’ultima volta il 14.7.2013 ▬ http://en.wikipedia.org/wiki/Moscow_hostage_crisis_chemical_agent); 2. cfr. anche, più in generale, per la classificazione del livello di legittimità/illegittimità degli agenti chimici usati in diritto internazionale, sempre Wikipedia, in Chemical Weapons Convention: Prohibited, Restricted and Controlled Substances— Convenzione sulle armi chimiche: sostanze proibite, ristrette e controllate ▬ http://en.wikipedia.org/wiki/Chemical_Weapons_Convention)].In termini di diritto internazionale, se le forze che in Siria hanno usato il gas avessero usato questo tipo di gas della cosiddetta categoria “controllata” (può essere inviato a destinazione con mortai e artiglieria quanto con aerei) non sarebbe stata violata alcuna convenzione e non esisterebbe una giustificazione in diritto internazionale per attaccare la Siria: sempre che le responsabilità fossero poi dimostrate risalire proprio al governo. Per cui assolutamente necessario prima di qualsiasi intervento armato e di qualsiasi decisione di intervento – da approvare poi nelle forme dovute in base al diritto internazionale al Consiglio di Sicurezza e sempre e solo per quanto sia di rigorosa competenza della Carta dell’ONU. Altrimenti si tratterebbe, semplicemente e puramente,  di un’aggressione, di un crimine di guerra.• Una terza e forse utile osservazione è che l’uso di gas è notoriamente e di per sé sempre pericolosamente aleatorio perché troppo spesso la dispersione stessa del gas dipende dalla direzione del vento o da altre condizioni dell’atmosfera e dall’accuratezza della consegna a bersaglio. Può venire deviato a volte anche di parecchi chilometri. Che è poi la ragione essenziale per cui, in genere, una forza militare organizzata e efficiente non lo adopera… E chi è meno organizzato sì, magari.• Quarta osservazione e, come fanno rilevare gli esperti, che il gas è uno strumento effettivamente letale. Chi ne è colpito crepa a migliaia e restano sempre pochi sopravissuti a soffrire a lungo. Questa fu la lezione di Hallabjah in Iraq contro i curdi e, poi, contro gli iraniani. Questa è stata anche la lezione che il bombardamento del padre di Assad, Hafez, della città ribelle di Hamā nel novembre del 1982: migliaia e miglia di morti. E i rapporti che arrivano da Damasco dicono tutti il contrario. Molti morti. Ma forse il 10% dei colpiti. Non il contrario. Il contrario proprio, cioè, del pattern, dello schema, del modello, del disegno seminato nei territori colpiti dalle armi chimiche vere e proprie.• Quinta osservazione è, anche, che i media americani, i più irresponsabili del mondo sotto molti aspetti, hanno dato fior di preavvisi ai siriani, tali e tanti da consentire loro di proteggere in parte se stessi e ancor meglio i loro armamenti. Si tratta di monumentale incompetenza nella gestione della sicurezza operativa da parte delle autorità politiche e militari, o del deliberato spiffero ai siriani per arcani scopi di ordine chiaramente politico, ma anche misterico… In entrambi i casi, gli effetti degli attacchi eventuali non saranno più affatto a sorpresa e potrebbero quindi subirne danni meno significativi. C’è chi arriva a far osservare in proposito, e ben in anticipo (IISS, Istituto Internazionale di Studi Strategici/Stoccolma, E. Hokayern, Syrias’s Uprising and the Fracturing of the Levant— La sollevazione in Siria e la fratturazione del Levante ▬ presentazione del libro 20.6.2013 ▬ http://www.iiss.org/en/events/events/archive/2013-5126/june-070f/syrias-uprising-35e0) che un attacco in queste condizioni può risolversi più che altro in una specie di grottesco infotainement per la stampa internazionale più che in un’operazione militare davvero efficace. • La sesta considerazione da fare è sulle capacità delle  difese siriane. Questo paese è dotato di un più che decente sistema integrato di difesa anti-aerea, però per tre volte nello scorso anno e mezzo l’aviazione israeliana ha dato prova di poterlo evitare coi suoi raids contro convogli militari siriani. C’è una scuola di pensiero, comunque, che attribuisce alla strategia della Siria l’aver volutamente evitato di ingaggiare attivamente quegli aerei israeliani allo scopo di mascherare l’efficienza reale della propria difesa antiaerea: tattica certo costosa ma, vista la limitazione chirurgica precisamente mirata ai convogli degli attacchi “punitivi” israeliani, a oneri circoscritti: in fondo le operazioni degli Hezbollah libanesi non sono state quasi niente negativamente impattate così come, del resto, non è stata in peggio influenzata l’operatività della lotta contro i ribelli siriani… Damasco è, invece, in possesso di missili antimare che, se appena riescono ad acquisire sui radar le navi americane, incrociatori e portaerei, al largo, con un raggio leggermente superiore ai 500 km., userà se attaccato. Ma potrebbe anche essere che, al dunque, il governo di Damasco decida di non reagire all’aggressione americana concentrandosi invece sulla prosecuzione e l’incrudimento della propria guerra coi nemici interni: dal punto di vista del governo di Assad gli attacchi più o meno puntuali della NATO o degli USA potrebbero apparire addirittura triviali rispetto ala prospettiva di continuare e arrivare a distruggere le concentrazioni di ribelli jihadisti che ancora restano a est di Damasco. Forse i principali strumenti di rappresaglia dei siriani contro l’attacco americano potrebbero essere proprio gli alleati libanesi, gli Hezbollah.   • Alla fine poi – e potrebbe essere la settima di queste considerazioni – le operazioni vere – se alla fine fossero poi condotte con effettiva intensità – sarebbero in pratica, come in Libia, solo americane con un minimo di copertura d’immagine dalla nuova “coalizione dei volenti”, indispensabile per farla accettare dall’opinione pubblica americana. Questa non è neanche, da un punto di vista americano,  una critica agli europei ma è solo, da una parte, una presa d’atto dei limiti che l’economia pone a prescindere dalla loro stessa volontà a tutti gli alleati dell’America – tutti: i più tonitruanti come i francesi, per dire, che dopo quattro voli quattro non sono più in grado di far alzare da terra i loro caccia, come i più prudenti; e, dall’altra, è un modo del tutto insufficiente ma un’essenziale foglia di fico per tentare di scavalcare il Consiglio di Sicurezza dell’ONU che – solo – potrebbe legittimare un intervento armato nei confronti di chiunque… e, poi, solo a certe condizioni.Minimo di copertura e foglia d’edera sulle vergogne, si diceva… Con Germania e Italia a dire alti e forti i propri dubbi sula saggezza e anche sulla giustezza di un intervento armato – grazie a Dio, una volta tanto, con nettezza pure: e, qui, va apprezzata la cautela di Emma Bonino nel voler vedere e testare le “prove” prima ancora di prendere in considerazione l’ipotesi) e dopo la tardiva parziale resipiscenza anche del bellicoso Hollande (che col linguaggio pittoresco e antiquato d’un maestro delle elementari continua a parlare, però, del bisogno di “punire” il discolo Assad, manco fosse stato uno scolaro indisciplinato), con la Camera dei Comuni britannica che alla fine alla faccia di una maggioranza formale di 76 seggi vede la proposta del governo Cameron di intervenire a fianco degli USA in Siria bocciata con 285 voti a 272… E, qui, siamo a uno strano – o forse strano per niente, ormai – rovesciamento delle parti in tragedia: coi socialisti francesi che, contrariamente al no secco del reazionario Chirac del 2003 a Bush per l’Iraq, con qualche strana resipiscenza sostanzialmente applaudono e dicono di volersi unire all’intervento e il governo conservatore britannico che, al contrario di quello laburista di Blair, appecoronato davanti a Bush, adesso per la Siria dice no a Obama.   E il fatto che mancassero al voto per motivi vari 30 deputati laburisti (Blair, per esempio, non poteva votare sì ma coi suoi precedenti non se la sentiva neanche di votare no… senza il precedente, infatti,  della sua montagna di bugie sull’Iraq, come accanto a quelle di Bush), probabilmente stavolta mette sul serio a rischio non solo l’autorevolezza del PM nel suo stesso partito che lo ha affossato ma forse, a breve anche ormai, la sua stessa maggioranza su altre questioni… “Cameron umiliato” è il titolo identico del paludato Times e dello sbragato ma popolare Daily Mail… Il fatto è, forse, che mentre il premier s’era forse distratto dai risiko usuali sullo stare o l’uscire dalla UE, gli è cambiato senza che lo vedesse il paese e è cambiata pure la sua maggioranza, non più tutta tanto visceralmente e scontatamente “imperiale”…Il che, tornando al nostro assunto, significa che gli Stati Uniti, alla fine, se vorranno l’intervento armato stavolta si dovranno accontentare di fare la parte… dell’Aviazione da guerra di al-Qaeda nel conflitto e di mandare i gagliardetti del corpo dei marines a garrire al vento del deserto siriano fianco a fianco con le bandiere nere e le scimitarre incrociate dei vessilli jihadisti… Stavolta, è molto probabile, che alla fine, l’attacco americano risulterà fatto di qualche decina di missili cruise del tipo Aegis lanciati dai cacciatorpedinieri della classe Arleigh Burke al largo nel Mediterraneo.In definitiva, un attacco limitato di uno o due giorni, lasciano capire nei corridoi della Casa Bianca, (Obama si è chiuso da solo in un angolo molto stretto: se attacca, e non crede affatto che sia davvero utile, è condannato a limitarsi al massimo…; se non attacca si è messo da sé nella posizione di apparire lui stesso per primo dubbioso: quindi, alla fine attaccherà, anche rischiando, per un tempo assai limitato...), non tanto per far sparire Assad – ci vorrebbe ben altro! – ma la premura, lo racconta già nel titolo un’informata corrispondenza, è al massimo quella ormai di  (New York Times, 29.8.2013, M. R. Gordon, Aim of U.S. Attack: Restore a ‘Red Line’ That Became Blurred— L’obiettivo dell’attacco USA: ripristinare una ‘linea rossa’ che s’era andata scompaginando  ▬ http://www.nytimes.com/2013/08/30/world/middleeast/ aim-of-a-us-attack-on-syria-sharpening-a-blurred-red-line. html?_r=0) che cita un consigliere importante e “indipendente” di Obama.Uno ereditato, poi, di peso dallo staff del senatore McCain, l’avversario repubblicano, tal Richard Fontaine, direttore di un Centro di studi strategici che si autodefinisce, naturalmente, “centrista” e che ha raccomandato questa strategia per “salvare la faccia” del presidente, dice, anche se – predice – avrà “pochissimo effetto nell’alterare l’equilibrio fondamentale delle forze in campo o nell’accelerare la fine del conflitto”. Anzi…In Iraq questa copertura Bush non la ottenne, se non tardivamente, e fu un disastro. In Libia sì, e fu anche peggio. E ora ci riprovano, forzando l’altra invenzione che hanno tentato di fare nel diritto internazionale, col principio non del diritto – che tale non è – ma di una norma nuova che hanno inventato e battezzato della “Responsabilità di proteggere”. Cosa in teoria seria ma, in pratica, troppo sfacciatamente discriminante e discriminatoria tra amici e nemici— questi sempre e solo reperibili tra i non succubi, quelli invece tra chi alla fine può fare quel che vuole perché, per esempio, ha il petrolio da venderti e/o i soldi per acquistare i sistemi d’armi che vuoi vendergli tu e non certo perché sia più umanitariamente decente… Insomma, per la Siria o anche l’Iran vale la “R2P”, la responsabilità di proteggere contro le violazioni del diritto umanitario: mentre, per dire, Arabia saudita e Bahrain, per dire, restano intoccabili proprio come, ieri, Cile e Indonesia…Ma la verità è poi un’altra e se volete questa è un’altra considerazione importante. Non dobbiamo né possiamo dimenticare mai, insomma, che l’America in specie e noi occidentali in genere, quel che ci ricorda implacabile Hans Blix[4], che a noi occidentali nessuno ha mai conferito il mandato di fare i poliziotti del mondo e che prima ce ne leviamo l’orrendo vezzo meglio staremo noi e meglio sta il mondo. Perché finora, è dimostrato, dove ci siamo “immischiati” abbiamo solo avvelenato le cose... se prima c’erano 100.000 morti ne abbiamo subito portati 500.000, a andar bene (Guardian, 28.8.2013, H. Blitz, No, whatever… The West has no mandate to act as a global world policeman— No, qualsiasi cosa volete… ma l’occidente non ha alcun mandato per agire come poliziotto globale del mondo ▬ http://www.theguardian.com/ commentisfree/2013/aug/28/chemical-weapons-west-global-policeman).• Ultimissima, ottava se non abbiamo sbagliato il conto in questo elenco per ora, tra queste riflessioni ma in ordine di rilevanza pratica, alla fine, forse la prima, e non solo per il minimo di coerenza che morale e politica impongono sempre a un presidente degli Stati Uniti d’America per fare poi i conti con quella che si chiama la storia (guarda Bush, guarda Nixon… e a come universalmente ormai vengono ricordati: “Tricky Dicke” e il “pallonaro criminale” di Bagdad…). Certo, Obama ormai se ne frega di quel che… Obama diceva ieri. Qui, come su tante altre questioni cruciali di bene e di male, di giusto o sbagliato (cfr. le Domande & Risposte che, il 20.12.2007, ancora solo come uno dei candidati democratici alla presidenza, “correndo” tra gli altri contro la Clinton, dava a C. Savage del Boston Globe ▬ http://www.boston.com/news/politics/2008/specials/CandidateQA/ObamaQA). Savage gli chiede del potere presidenziale di bombardare senza chiedere l’assenso preventivo del Senato, un altro paese:      “D. – Ma in quali circostanze, se secondo lei poi ne esistono, un presidente in base alla Costituzione avrebbe l’autorità di bombardare l’Iran senza un’autorizzazione del Congresso ad utilizzare la forza delle armi? E, più specificamente, quanto al bombardamento strategico dei cosiddetti siti nucleari sospetti – cioè una situazione che non riguardi il blocco di una minaccia realmente imminente?”.E la risposta – in cui, dal modo stesso in cui veniva data, allora credeva profondamente e che argomentava nei termini proprio del professore di diritto costituzionale che era stato per oltre un decennio – fu chiara, chiarissima e, come si dice, “di principio”:    “R.. – In base alla Costituzione, il presidente non ha il potere di autorizzare da solo un attacco militare in una situazione che non imponga di bloccare un attacco in corso o sicuramente imminente alla nazione. Come comandante in capo delle Forze armate il presidente ha il dovere di proteggere e difendere gli Stati Uniti. In una situazione di autodifesa, cioè, il presidente avrebbe dalla Costituzione l’autorità di agire prima di avere l’avviso e l’approvazione del Congresso”.Ma allora, e in teoria, visto che nel caso della Siria neanche i più fieri intervenzionisti tra gli americani si azzardano a dire che bombardarla sia necessario a difendere la sicurezza degli Stati Uniti d’America, come può mai riconciliare oggi nella propria coscienza e nel proprio comportamento da presidente questa posizione che prescinde da ogni principio giuridico e da ogni dovere costituzionale con la condotta che egli viene assumendo? Quando si pose la stessa questione per l’attacco che Obama condusse in Libia – anche quello, in assenza di qualsiasi autorizzazione del Congresso: anzi, dopo che il Senato aveva espressamente rifiutato di dargli quella autorizzazione – il consigliere giuridico del dipartimento di Stato – sotto ordine, si venne a sapere diretto della Clinton che voleva assolutamente fare la guerra a Gheddafi,  per sé da lontano per lui il più da vicino possibile – fu costretto a dichiarare che allora, da candidato, Obama si era sbagliato     (1. deposizione dell’avv. Harold Koch alla Commissione Affari Esteri del Senato, cfr. Salon.com, 29.6.2011, G. Greenwald, To defend President Obama, Harold Koh criticizes candidate Obama— Per difendere il presidente Obama, Harold Koh critica il candidato Obama [Koh è tornato a inizio anno a Yale, non proprio accolto entusiasticamente dal leccapiedi che ha dimostrato di essere dopo aver difeso nello stesso modo ridicolo anche il diritto del presidente a far ammazzare chi vuole senza nessuna sentenza penale di condanna in nome di quello che lui dice, o fa dire, di sapere…] ▬ http://www.salon.com/2011/06/29/koh); 2. imbarazzante, molto, e intrigante anche la documentazione video del minuto vergognoso della deposizione filmata da Koh, allora, al Senato ▬ http://www. youtube.com/watch? v=CatCcabSmBA&feature=youtu.be).   Sarà interessante scoprire a chi toccherà stavolta quella parte ingrata di testa di c**zo , ingrata nel metodo e semplicemente schifosa nel merito, se Obama, anche stavolta, cercasse la soluzione bellica senza neanche una, comunque fasulla, copertura di ordine interno “legalitaria”: la più grave e, insieme, la più facile anche… Pure se, poi, alla fine, la contraddizione sembra farsi troppo pacchiana anche per lui e il 30 agosto sera prende una settimana di tempo per arrivare a chiedere al Congresso, quando riaprirà il 9 settembre, di autorizzarlo a spedire i suoi missili contro Damasco. Ma già si sa: al Congresso emergerà qualche dubbio ma, al dunque, poi non voteranno certo contro … autorizzeranno, sulla parola malgrado le lezioni del passato. Anche se poi, a cose fatte, se la missione si concludesse con un disastro stavolta quel punto, però, potrebbe portare anche diritto all’impeachment: perché, come dappertutto ma qui ancora di più, non c’è – giustamente – pietà per i vinti.Del resto, a forzare in qualche modo il ripensamento di Obama c’era stato, solo qualche ora prima di questo annuncio che formalmente prevede ora un nuovo passaggio per mettersi a fare la guerra alla Siria, un significativo, tormentato, editoriale del NYT (New York Times, 30.8.2013, Edit. Board, Absent on Siria— Sulla Siria: assente ▬ http://www.nytimes.com/2013/08/31/opinion/absent-on-syria.html?_r=0) a far osservare che l’Amministrazione non ha altrimenti alcuna autorizzazione legale valida – né il sì del Congresso, né quello di un Consiglio di Sicurezza che magari esorbiti dal mandato delimitato della Carta ma che almeno ci sia… – e come in effetti e al dunque si limiti a presentare un caso di “indignazione morale”.Magari anche sacrosanta ma non provata perché non documentabile e mai documentata davvero e, poi, pure ipocrita come abbiamo ripetutamente mostrato: questo è l’aggettivo che però  aggiungiamo noi, non osa farlo il NYT certo. In Libia anche, come s’è richiamato, Obama se ne fregò del Congresso. Ma, allora, aveva almeno il sì del CdS… Ma proprio perché allora, per avere l’assenso indispensabile di Cina e Russia, imbrogliò spudoratamente su scopo e liniti della missione anti-Gheddafi, oggi neanche si azzarda a presentare, formalmente, al Consiglio il suo caso… Perché all’America ormai, sulla parola, credono solo certi media servi e/o frollocconi e neanche tutti.    ●Intanto, mentre dalla prevista e annunciata scadenza di un attacco che avrebbe dovuto cominciare il 29 agosto, Obama si prende un po’ di tempo di ulteriore riflessione, si preparano tutti: il fatto è che mancano ancora le tre risposte più importanti che Obama aveva chiesto ai suoi di fornirgli, prima di assumere la decisione finale e una qualche certezza dimostrabile visto che le informazioni, finora, sembrano venire solo dai servizi segreti… israeliani (v. sopra il riferimento al Mossad e alla fonte riportata da Focus),  senza alcuna verifica: 1. quale sarebbe l’agente chimico utilizzato? 2. come, con q2uale mezzo o veicolo, è stato fatto arrivare a bersaglio? 3. chi lo ha effettivamente lanciato?: • la Siria sposta le proprie basi e installazioni in locazioni alternative di fortuna (Al Arabiya, 30.8.2013, Opposition: Syria moves offices to schools, universities— L’opposizione siriana dice che il governo sta spostando i suoi uffici in scuole e università ▬ http://english.alarabiya.net/en/News/2013/08/30/Opposition-Syria-moves-offices-to-schools-universities-.html); • in Israele ricollocano le proprie batterie anti-aeree e distribuiscono maschere antigas in previsione dell’attacco americano, in cui sperano apertamente e imprudentemente, e delle probabili rappresaglie siriane (San Diego Union Tribune, 28.8.2013, D. Estrin – notizia attribuita alla radio delle FF.AA. di Israele – Israel calls up reservists and deploys Iron Dome batteries— Israele chiama le riserve e dispiega le batterie antiaeree della Cupola di Ferro ▬ http://www.utsandiego. com/news/2013/aug/28/israel-calls-up-reservists-over-syrian-threat). • e anche i russi si apprestano nei prossimi giorni a cambiare, rafforzandolo, l’allineamento della loro Flotta nel Mediterraneo con l’arrivo del Moskva, un incrociatore pesante dotato di missili  antinave e antimissili della Flotta del mar Nero e la Varyag, analogo vascello della Flotta del Pacifico, avendo deciso di farne parte di quella che, sulla base del modello navale americano, chiama ora la rotazione permanente di 16 navi da guerra nel Mediterraneo. Non si tratta di un dispiegamento tale da significare, tanto meno automaticamente, che i russi si metteranno a difendere la Siria da un attacco navale americano. Significa che i russi stanno solo  elevando prezzo e rischi di un attacco USA alla Siria (Yahoo News, 29.8.2013, Russia sending warships to the Mediterranean— La Russia invia sue navi da guerra nel Mediterraneo ▬ http://news.yahoo.com/russia-sending-warships-mediterranean-report-082257880.html).●I riflessi inevitabili della guerra di Siria si vanno ripercuotendo già da prima, in negativo, su tutti i paesi vicini. Peggiorano molto le cose anche in Giordania, dove un insieme di fattori in continuo movimento stanno mettendo la monarchia sotto pressione. I grandi campi di rifugiati che affastellano grandi masse di rifugiati siriani, sta mettendo sempre più a rischio la stabilità del paese. Sono ormai sui 550.000 i siriani ufficialmente registrati come rifugiati in Giordania. Solo nel campo di Zaatari, a una ventina di Km. dal confine siriano, ci sono 130.000 di loro e, di fatto, ormai esso costituisce la quarta “città” più popolosa della Giordania… fatta quasi tutta di donne, bambini e vecchi che sopravvivono solo grazie agli aiuti che arrivano dalla UE, dagli sceicchi del Golfo e dall’aiuto degli USA ma che pesano soprattutto ovviamente sul bilancio giordano. Adesso, con un decreto del 13 agosto, re Abdullah ha convocato l’Assemblea nazionale in sessione straordinaria per inizio settembre, allo scopo di far passare urgenti riforme soprattutto di ordine istituzionale. In effetti, il re sta tentando di barcamenarsi tra le spinte al cambiamento che vengono pure nel suo regno un po’ sonnolento da molti strati sociali e dalla diverse etnie e fazioni islamiche ma dove sono proprio le élites tradizionalmente più rappresentate in quel parlamento a frenare ogni mutamento.Comunque alla vigilia di quello che sembra ormai un intervento americano e di qualche irriflessivo alleato scatenato come da una ineluttabile fato e innescato dalle armi chimiche di cui non si riesce a provare, ma tant’è, di chi sia stata effettivamente la reale responsabilità, Giordania e Iraq ci tengono a far sapere, la prima il 27 agosto con un alto esponente del governo di aver notificato a Washington che il territorio del regno hashemita non è e non sarà disposizione di un qualsiasi attacco alla Siria (Ria Novosti, 27.8.2013, 11:44, Syria ‘Chemical Weapons’ Crisis - Live Updates— La crisi delle ‘armi chimiche’ in Siria - Aggiornamenti ▬ http://rt.com/news/syria-crisis-live-updates-047).L’Iraq aveva appena fatto sapere la stessa cosa: lo ha detto ufficialmente il 27 mattina un portavoce del primo ministro Nuri al-Maliki precisando che il suo spazio aereo non sarà mai a disposizione di un’aggressione alla Siria (Press Tv/Teheran, 27.8.2013, PG/SS, Iraq will not allow its airspace be used in attacks on Syria— L’Iraq non consentirà l’uso del suo spazio aereo per attacchi alla Siria ▬ http://www.presstv.ir/detail/ 2013/08/26/320606/iraq-airspace-not-for-attack-on-syria).Al dunque, probabilmente Giordania e Iraq – come ogni altro paese, comprese Italia e Germania, che ha annunciato di non starci a dare direttamente una mano all’attacco – saranno del tutto irrilevanti perché, se esso viene (scriviamo queste righe la sera del 27 agosto) verrà dal mare, dalle portaerei al largo nel Mediterraneo, aerei e, soprattutto, missili cruise: le “armi vigliacche”, come le chiamò una volta con rigore assolutamente appropriato dei termini il ministro degli Esteri di Saddam, Tariq Aziz— ancora in prigione e teoricamente sotto condanna a morte che il presidente curdo della Repubblica, però, Jalal Talabani, ha rifiutato di far eseguire per la sua età veneranda. Allora non c’erano ancora i droni, che per loro natura, comandati da diecimila km. di distanza magari,  sono vigliacchi pure di più…  ●Intanto dall’Iraq, dal Kurdistan iracheno, arrivano nuovi allarmi. Dichiara solennemente e pubblicamente il presidente del governo regionale curdo iracheno, Massoud Barzani, in una sua lettera che ha postato on-line il 10 agosto di essere pronto a far scendere, a difesa dei curdi di Siria, i suoi soldati (i pasdaran) e, intanto, di aver dato ordine a rappresentanti del suo governo di investigare direttamente in Siria voci e rapporti inquietanti in arrivo. Che parlano, con sempre maggiore frequenza, di attacchi, esazioni, rapine, stupri e omicidi sistematicamente condotti contro donne, persone anziane e anche bambini di etnia curda da parte di ribelli jihadisti anti-Assad.E’, da una parte, un combattere più facile contro una popolazione che contro un esercito regolare schierato e, dall’altra, la reazione alle dichiarate aspirazioni dei curdi siriani, sempre meno garantiti e sicuri, al formarsi dentro la Siria, e non necessariamente – anzi… – in guerra con Assad, di una loro regione autonoma simile a quella che già esiste in Iraq (1. Samaa/Lahore, 11.8.2013, Iraqi Kurd president says ready to defend Kurds in Syria— Il presidente del Kurdistan iracheno si dice pronto a difendere i curdi di Siria ▬ http://www.samaa.tv/newsdetail.aspx?ID=70152&CID=2; 2. Geopolitical Monitor, 19.8.2013, Zachary Fillingham, Syria’s Civil War Comes to the Kurds ▬ La guerra civile siriana arriva addosso ai curdi ▬ http://www.geopoliticalmonitor. com/syrias-civil-war-comes-to-the-kurds-4850).●Il governo di Damasco ha vietato rendendolo illegale l’uso di ogni valuta straniera nelle transazioni d’affari, di ogni livello, come parte – ha spiegato – dello sforzo di sostenere la sterlina siriana che, dal marzo 2011 a oggi, con la guerra si è svalutata del 500%. Un intervento mirato nelle settimane scorse della Banca centrale aveva con una certa efficacia fatto riguadagnare valore alla valuta nazionale vendendo dollari scontati alle singole banche che li avevano dovuti cedere, obbligatoriamente, solo con un piccolo margine di profitto a dettaglianti e imprese. E’ una tecnica che ha funzionato a spese del Tesoro facendogli assorbire le perdite dell’acquisto di valuta sui mercati liberi ma riuscendo a ridurre la svalutazione al 300% quasi di colpo anche se non è riuscita a trasmettersi in tutti i rami dell’economia (taxi e piccolissimo commercio al dettaglio, quando ci riescono ancora, insistono a farsi pagare in dollari o euro). Il problema è che come tattica è costosa per poter essere sostenuta molto a lungo (New York Times, 4.8.2013, A. Barnard, Syria Halts Use of Foreign Currencies for Business Deals— La Siria blocca l’uso delle valute straniere [con l’eccezione di quelle amiche: yuan, rublo e – in misura minore – anche il rial iraniano] ▬ http://www.nytimes.com/2013/08/05/world/ middleeast/syria-bans-use-of-foreign-currencies-for-business-deals.html?_r=0).●Invece, Israele si segnala stavolta per una mossa inaspettata della Banca centrale un’istituzione parruccona come altre poche che, di norma, non fa proprio notizia sui mercati internazionali ma ora, a sorpresa, decreta di voler adottare nuove regole in base alle quali il mercato ipotecario non potrà in nessun caso far pagare a chi deve rendere un prestito avuto sulla casa più della metà del suo reddito mensile. Anche in questo paese, negli ultimi venti-trent’anni, prestiti ipotecari e interessi si sono moltiplicati mentre l’economia ha rallentato e la disoccupazione, come pressoché dovunque anche qui si è impennata. E’ una mossa tanto a sorpresa come quella con cui quasi contemporaneamente la Banca d’Inghilterra decide che finché il tasso di disoccupazione resta sopra il 7% (è quasi all’8, oggi) la BoE non aumenterà il tasso di sconto. Ogni singola banca, poi, sarà dalla stessa misura obbligata – contro usanza accademica convenzionale e prassi tecnico-politica – a vincolare il carico delle rate di rimborso del prestito ipotecario non più a un parametro monetario ma a dati tangibili, reali dell’economia, quella vera e non quella di carta: come i disoccupati lì, a Londra, e il reddito qui, a Tel Aviv… Sempre che, poi, al dunque, non sia solo una grida di quelle che noi chiamiamo manzoniane e lì chissà come: fuffa e chiacchiere, insomma (1. The Economist, 23.8.2013); 2. Central Banking.com, 22.8.2013, Draft guidance of Israel’s Bank to force single credit institutes to limit variable interest rates and do away with long-term loans— Bozza di linee-guida della Banca centrale di Israele obbliga i singoli istituti a limitare gli interessi variabili e a abolire i prestiti a lungo termine                   ▬ http://www.centralbanking.com/central-banking/news/2290574/israeli-banking-supervisor-floats-full-risk-weigh ts-for-mortgages. ●A Gaza, per tutto il mese del Ramadan, la gente ha continuato a ricevere gli aiuti dell’Iran, ma non più attraverso il consueto canale del governo di Hamas, che Teheran incolpa di non aver spalleggiato in Siria la presidenza di Assad ma di aver in c he, di regpòanon fa proèprio notizxia ma ora vece sostenuto apertamente, a livello politico, i ribelli per ragioni esclusivamente settarie (sono come loro sunniti). Così i milioni di dollari di aiuti mensili che faceva arrivare alla striscia hanno cambiato il percorso di arrivo e Teheran si è messo ad utilizzare il canale della Jihad Islamica Palestinese che anch’essa, pur attenta alla sua natura settaria di stampo sunnita, non ha mai chiuso la sua rappresentanza a Damasco e, al contrario di Hamas, ha sempre tenuto i toni bassi sul merito della guerra civile e aperti i rapporti col governo di Bashar al-Assad.Dal punto di  vista di Israele, non si tratta necessariamente di una buona notizia: la JIP è più ostile a Tel Aviv di quanto lo sia anche Hamas che, con Israele, da pari a pari sarebbe sempre disposta a trattare se fosse senza precondizioni. Ora poi Hamas si trova anche senza la “protezione” del Cairo e anzi viene emarginata al massimo dal nuovo regime militare egiziano. La JIP invece non è mai disponibile a trattare con Israele se mai, poi, ovviamente Israele a trattare fosse disponibile.Cosa in ogni caso improbabile anche perché mentre, da una parte, oggi si sente obbligato controvoglia e contronatura quasi, dalle insistenze americane a dichiararsi d’accordo ad aprire un negoziato coi palestinesi, con mediazione loro e certo non equanime, dall’altra sbatte subito la porta in faccia all’interlocutore decretando, e annunciando, mentre rende noti i nomi di 26 prigionieri palestinesi che libera dopo anche più di vent’anni di ospitalità forzata nelle sue galere che ha, intanto, assegnato a 1.000 nuovi cittadini israeliani solo e rigorosamente ebrei i titoli di proprietà di nuove abitazioni costruite a Gerusalemme est, nei territori militarmente occupati… (New York Times, 11.8.2013, Isabel Kershner, New Israeli Housing Bids Raise Tensions Behind Peace Talks— I nuovi titoli di proprietà [a nuovi coloni israeliani] aumentano le tensioni dietro ai colloqui di pace ▬ http://www.nytimes.com/2013/08/12/world/ middleeast/israeli-housing-plan-adds-to-tension-ahead-of-talks.html?partner=rss&emc=rss).Lamenta il ministro delle Finanze di Israele, Yair Lapid, che si autodefinisce una colomba nella coalizione, che si tratta di “un inutile schiaffo agli americani e di un sabotaggio che mette nuove zeppe nelle ruote degli ingranaggi della pace”. Cioè, ha capito benissimo la logica della contromossa che lo stesso suo governo ha messo in atto per auto sabotare l’iniziativa ma… si lamenta e lo lascia fare (New York Times, 12.8.2013, Edit. Board, Shortsighted Thinking on Israeli Settlements— Un’idea miope sulle colonie israeliane [bè, miope solo per chi la pace la vuole… altrimenti, sicuramente efficace] ▬ http:// www.nytimes.com/2013/08/13/opinion/shortsighted-thinking-on-israeli-settlements.html?_r=0).      Tornando ad Hamas, in ogni caso, l’Iran ha smesso di appoggiarlo senza riserve, perché sostiene direttamente e anche finanziariamente solo chi nei suoi confronti non esprime riserve e certo si tratta di uno sviluppo che potrebbe avvelenare ancora di più lo scontro interno a Gaza tra Hamas e la Jihad islamica… (sul mensile americano New Republic, 1.8.2013, apertamente filoisraeliano e dichiaratamente antipalestinese, Ehud Yaari – informato commentatore israeliano e come tale da prendere con le molle ma che sul tema sa in genere quel che dice – scrive di 3 Signs Hamas Is Loosing Its Grip on Gaza— 3 segnali che Hamas sta perdendo la sua presa su Gaza ▬ http://www.newrepublic.com/article/114111/hamas-control-gaza-three-signs-its-losing-its-grip:: a metà tra analisi e speranza, probabilmente; anche perché, se come lui indica, un grosso indizio di presa mancata è questo dei soldi iraniani che vengono così non tanto a mancare quanto a venire sciati dai canali di Hamas, quelli qatariani e/o sauditi sarebbero assolutamente in grado di sostituirsi loro: e anzi!).Ma Hamas, adesso, si trova anche di fronte all’ennesimo ostacolo: costretto, in qualche modo, dalla sua stessa connotazione di stampo sunnita a prendere le distanze da Teheran e anche da Damasco regimi, invece, di matrice tradizionalmente sci’ita, si trova all’improvviso privato anche del sostegno politico e diplomatico – mai in realtà, però, diventato anche un rifornimento militare su cui contare – dell’Egitto. Con Morsi questo sostegno cruciale anche se limitato – come branca della Fratellanza egiziana, del resto, Hamas era stato figliato nei tardi anni ’80: per poi venire occultamente rafforzato anche dagli aiuti dei servizi segreti di Israele, convinti così di indebolire Arafat e Fatah tra i palestinesi – era garantito. Ma il regime di al-Sisi ha súbito provveduto a troncare il rapporto, anche perché glielo ha chiesto Israele che da tempo ha capito di aver commesso un grave errore politico nel’aiutare il neonato Hamas a crescere, (New York Times, 23.8.2013, J. Rodoren, Pressure Rises on Hamas as Patrons’ Support Fades— Pressione in aumento su Hamas con lo svanire del sostegno di chi lo patrocinava ▬ http://www.nytimes. com/2013/08/24/world/middleeast/pressure-mounts-on-hamas-as-economic-lifelines-are-severed.html?pagewanted= all&_r=0).●In Zimbabwe e Mali le elezioni politiche che si sono svolte a fine luglio si sono tenute senza che né in loco né dai numerosi osservatori internazionali sia stato segnalato alcun episodio di violenza d di qualche rilievo.●In Mali, il ministro degli Interni, ha informato la stampa che con 1/3 dei voti contati, Ibrahim Boubacar Keïta, ha buone probabilità di arrivare al 50% già al primo turno, contro l’avversario più accreditato dei 27 in campo, Soumaïla Cissé, che non vuole comunque arrendersi. Malgrado un giudizio tutto sommato positivo degli osservatori, ci sono stati comunque problemi nella distribuzione delle schede e nel conteggio dei voti, come era però inevitabile dopo l’espulsione da parte di una forza d’intervento a conduzione francese degli islamisti che avevano preso il potere, dopo che i militari stessi avevano mesi prima aperto loro la strada cacciando via l’unico governo davvero democratico e aperto che nella sua storia abbia mai avuto il Mali.Il nuovo presidente eletto, alla fine poi è Keïta (subito dopo il turno di ballottaggio, l’11 agosto, necessario perché non aveva raggiunto, anche se solo di poco, il 50% + 1 dei voti, il concorrente perdente Cissé ha “concesso” la propria sconfitta congratulandosi, come si dice sportivamente (se avesse potuto, si capisce, lo avrebbe volentieri strozzato), con l’ex primo ministro Ibrahim Boubacar Keïta. In ogni caso, l’elezione andata alla fine così liscia è un passo avanti, importante, di incipiente ritrovata normalizzazione politica in un paese che il colpo di Stato militare aveva da due anni gettato nel caos di una ferocissima guerra civile e di una secessione che sembrava irrimediabile (Guardian, 13.8.2013, Agenzia Reuters, Mali presidential candidate concedes defeat— Il secondo dei candidati a presidente del Maii concede la sconfitta ▬ http://www.theguardian.com/world/2013/aug/13/mali-presidential-election-candidate-result). E che non è ancora finita… Ora toccherà a Keïta assicurare che, nel Nord del paese, interessi e aspirazioni dei più fanatici tra gli islamisti che puntano all’umma e alla shar’ia e dei nomadi tuareg del Nord che puntano all’autonomia e all’autogoverno, restino ben separati tra loro senza coalizzarsi più contro il governo centrale. E anche il compito di far sì che il paese, il 182° sui 187 elencati nell’indice di sviluppo curato dalle Nazioni Unite, inizi quella che sarà, comunque, una difficilissima ripresa.In fondo, è proprio con l’alibi dell’incapacità di crescere del paese che i militari felloni avevano lanciato la loro disastrosa oltreché eversiva avventura contro il governo democratico di Amadou Toumani Touré (The Economist, 2.8.2013, Mali’s Election – So far, so good— Fin qui, tutto bene ▬ http://www. economist.com/news/middle-east-and-africa/21582566-successful-election-brings-peace-closer-more-efforts-are-needed-so-far-so).●In Zimbabwe, il paese che dall’indipendenza ha avuto e, in qualche modo anche sempre tenuto al governo Robert Mugabe, probabilmente il principale protagonista specie nella fase finale della lotta armata prima contro i coloni britannici di quella che, dal nome del primo colonizzatore, chiamarono Rhodesia autoproclamandosi indipendenti dalla corona per restare sempre e solo una colonia bianca e razzista, alla fine anche e proprio con la copertura di Thatcher. Ma lui aveva vinto e loro fallito, per diritti diciamo di fondatore e aveva continuato a vincere, malgrado sanzioni e vendette perché sempre rieletto – più o meno liberamente, certo, ma come forse ancora il 75% degli Stati del mondo – e, adesso, lo hanno ancora rieletto presidente. A questo punto probabilmente è stato davvero eletto a… morte (ha ormai 90 anni: ma anche il suo rivale, Morgan Tsvangirai, è probabilmente all’ultimo tentativo, candidato perdente al di là di ogni lamentela giustificata o meno che fosse per ben tre elezioni di seguito), stavolta  in un voto dal quale è uscito vittorioso secondo la Commissione elettorale centrale col 61% dei voti contro il suo primo ministro, Morgan Tsvangirai, 33% dei suffragi che adesso conta sempre di meno ma col quale era stato costretto, comunque, finora a convivere (New York Times, 3.8.2013, L. Polgreen, Mugabe Wins Again in Zimbabwe, Leaving Rival Greatly Weakened ▬ Mugabe vince ancora nello Zimbabwe, lasciando il rivale di gran lunga indebolito ▬ http://www.nytimes.com/2013/08/04/world/africa/mugabe-declared-winner-of-disputed-election-in-zimbabwe.html). Naturalmente, Tsvangirai ha denunciato il risultato proclamato dalla Commissione centrale elettorale ma nei fatti, gli osservatori presenti anche ai seggi hanno confermato la sostanziale legittimità del voto: il segretario generale dell’ONU, Ban Ki-moon, si è congratulato con tutto il popolo dello Zimbabwe per “aver portato a termine una giornata elettorale assolutamente pacifica ed aver esercitato appieno i suoi diritti democratici”.  D’altra parte, anche tutte le delegazioni presenti di osservatori (Comunità di sviluppo dell’Africa australe, Unione africana, Mercato Comune dell’Africa sud-orientale.... gli stessi osservatori pure molto molto prudenti dell’Unione europea, con l’unica eccezione sostanzialmente sua e dei nemici politici (il sito del partito di Tsvangirai, in inglese e solo in inglese e in nessuna delle diverse lingue (shona, ndebele) parlate nel paese – già di per sé assai significativo – è francamente incapace di motivare in moto convincente la propria stessa protesta ▬ cfr. http://www.mdc.co.zw).Insomma un frustrazione, ormai, che stavolta sembra senza ricorso né sbocco anche presso gli stessi nemici stranieri di Mugabe che ora avranno sempre più problemi a far mantenere proprio dall’ONU nei suoi confronti la panoplia/farsa delle sanzioni scatenatogli contro essenzialmente per volontà del vecchio potere coloniale, anche qui evidentemente in modo del tutto controproducente. Alle elezioni politiche, poi, stavolta il partito del presidente che nel 2008 aveva vinto ma solo nel ballottaggio, arrivando addirittura un po’ sotto al primo turno elettorale, ha conquistato ben 142 seggi su 210. Con cinque anni ormai, per gestire al meglio dal suo punto di vista, la successione tra cinque anni The Herald/Harare, 3.8.2013, UN hails Zim polls— L’ONU si congratula per le elezioni in Zimbabwe ▬ http://www.herald.co.zw/un-hails-zim-polls).Dicono, in netta minoranza, alcuni altri osservatori, tutti collegati a formazioni specie britanniche dichiaratamente ostili a Mugabe però, che le liste elettorali erano state “aggiustate” a favore del partito del presidente e contro quello del primo ministro con l’esclusione hanno deto senza poterlo però dimostrare anche, forse, di 1 milione di elettori… Il fatto è che, in Africa, però come in Europa e come in America ma tradizionalmente di più, si fa sempre sentire la prevalenza del cosiddetto potere di “incombenza”: di chi, cioè, corre già essendo al potere contro chi vuole sfidarlo. Detto semplicemente, è difficile, qui più che altrove sconfiggere un presidente in carica perché, qui come ma più che altrove controlla le istituzioni dello Stato che possono essere utilizzate per restare al potere. E’ stato, in realtà, solo nelle vicina Zambia in Africa che due presidenti della Repubblica, Kenneth Kaunda e Rupiah Banda, sono stati sconfitti essendo in carica rispettivamente: nel 1991 e nel 2011.C’è anche, poi, che Morgan Tsvangirai stesso non ha saputo o non ha voluto, più che potuto (neanche ci ha provato fino a due anni fa), utilizzare tutta la prima parte del governo di coalizione in cui è entrato nel 2009 il suo partito, l’MDC-T, con quello di Mugabe, lo ZANU-PF, e c’è tra gli osservatori chi ha avuto l’impressione che l’MDC abbia combattuto una battaglia in effetti assai tiepida, priva di immaginazione e come rassegnata in partenza solo a lamentarsi poi dalla sconfitta. Una campagna del tipo con cui ha condotto da anni il suo ruolo di più eminente collaboratore forzato/contestatore ufficiale e reale del presidente: senza battersi davvero, per quel che poteva, per cambiare le istituzioni e scegliendo, invece, pigramente di accomodarsi nel bozzolo del potere.Ha spinto cioè giorno dopo giorno per nominare la sua gente nei meccanismi di gestione dello Stato, nei vari ministeri, mai a fondo e veramente nella battaglia per una vera riforma istituzionale. O, meglio, lo ha fato solo per l’istituzione militare senza riuscire veramente a capire che, qui in Zimbabwe però, il potere di Mugabe non ha mai risieduto su di essa ma sulla presa ideale e reale e anche in parte immaginaria, certo, che il suo passato occupa nella storia e nella lotta armata che ha portato all’indipendenza e gli ha inimicato per sempre il vecchio potere coloniale. Che qui, al contrario di Tsvangirai, i più vivono come un merito, non come un difetto e tanto meno un’anomalia. E che è da questo, non dal potere militare, che nasce proprio il potere di Mugabe sulle Forze armate. Che qui non hanno mai governato e mai hanno neanche tentato di imporsi al potere politico di Mugabe. In sostanza qui i militari, i cui quadri vengono ancora quasi tutti, ai livelli che contano gerarchicamente dai vecchi quadri della lotta armata di liberazione, non accetteranno mai senza opporsi, insieme alla maggioranza della gente, a chi come l’MDC di Tsvangirai non ha mai avuto alcun collegamento neanche ideale, neanche di emozioni percepite e radicate in comune con quella lotta anticoloniale a antimperialista (sarà pure un argomento che a gente alla Tony Blair o alla Mario Monti, ma anche per dire e per capire, secondo noi, alla Matteo Renzi, non fa alcun effetto come assolutamente retrò… Ma è l’argomento centrale che sviluppa, in modo convincente perché vissuto sula propria pelle e elaborato da chi appunto lo vive e lo studia scientificamente, per il Guardian, 5.8.2013, Blessing Miles-Tendi [nato in Zimbabwe lui stesso negli anni della guerra d’indipendenza, è ora docente di politica internazionale a Oxford],  Why Robert Mugabe scored a landslide victory in Zimbabwean elections— Perché Robert Mugabe ha vinto a valanga nelle elezioni  in Zimbabwe ▬ http://www.theguardian.com/world/2013/aug/05/robert-mugabe-zimbabwe-election-zanu-pf).●In Messico, il presidente Enrique Peña Nieto ha proposto cambiamenti alla Costituzione repubblicana e rivoluzionaria, voluta 90 anni fa dal suo stesso Partido Revolucionario Institucional) che aveva nazionalizzato “per sempre” le sue risorse naturali per consentire invece alla compagnie petrolifere private di esplorare e trivellare alla ricerca di nuovo greggio. I nuovi emendamenti di Peña Nieto permetterebbero ora alle compagnie petrolifere straniere, ovviamente specie a quelle nord-americane, di costituire partnership e joint ventures con la Pemex, la compagnia di Stato messicana, pur lasciando che formalmente, ufficialmente, il titolo di proprietà resti allo Stato.Si tratta, nella logica capitalisticamente riformista del presidente, di attrarre investimenti stranieri per meglio finanziare il nuovo strumento della frantumazione di strati di rocce bituminose a chilometri di profondità  sotto il suolo che negli abissi del Golfo del Messico. Il Messico resterebbe formalmente proprietario del greggio estratto e pagherebbe i partners stranieri cedendone loro parte del liquido ricavato. La proposta ha bisogno dell’approvazione del Congreso General de los Estados Unidos Mexicanos, il parlamento – camera e senato che qui si rinnovano completamente a ogni mandato: nessuno può essere rieletto per due volte di seguito… – che, il governo sostiene, appare probabile col sostegno del Partido Revolucionario Institucional al governo e del Partido de Acción Nacional della minoranza di destra, cui il Partido Democratico Revolucionario, la minoranza di sinistra cerchèrà di fare ostruzione.Il presidente Peña Nieto – con un successo reale ma ancora relativo – è riuscito a spingere verso la “modernizzazione”, come la chiama lui, la privatizzazione cioè, l’anima maggioritaria e, come la chiamano qui, “sin principios” del suo partito – anche se poi bisognerà verificare se gli basterà a  trovare la maggioranza col supporto del PAN di cui ha bisogno per modificare gli artt. 27 e 28 della Costituzione. Ha stragiurato che le riforme del sector hydrocarbonico riporterebbero il testo a quello originario del 1938 senza le modificazioni stataliste del 1979, ma senza rinunciare per questo a mantenere il carattere pubblico, statale, della Petroleos Mexicanos e della Comision Electrica Federal. Nella proposta è previsto anche di modificare il trattamento fiscale della Pemex, ristrutturare la compagnia verso la specializzazione estrattiva e la produzione e migliorare – ovviamente – la trasparenza di gestione delle società  interessate (la República/Ciudad de Mexico, Órgano oficial del PRI, 13.8.2013, Rubén Jiménez, Reforma energética de EPN retoma— riprende texto cardenista [del 1938, appunto, quello allora dal presidente, sempre PRI, Lázaro Cárdenas]▬ http://diariolarepublica.org.mx/archivo/12798-reforma-energetica-de-epn-retoma-texto-cardenista). ●In Colombia, il governo e le Forze rivoluzionarie ribelli, le FARC, hanno annunciato di star facendo seri progressi in sede di colloqui di pace condotti da settimane all’Avana sotto l’egida del governo cubano, con scorno anche evidente, spesso (i no comment, acidi e asciutti, del dipartimento di Stato). L’uccisione di uno dei principali esponenti delle FARC nell’ovest del paese da parte di unità regolari dell’esercito colombiano sembrava, di recente, potesse far saltare tutto: ma l’interesse delle due parti a cercare un accordo alla fine ha prevalso (The Economist, 16.8.2013).Poi viene fuori una notizia che, invece, racconta potenzialmente il contrario, però quasi subito anch’essa contraddittoriamente corretta: da parte del governo è stato dichiarato che sospendevano i colloqui per gli incidenti che imputa a militanti delle FARC e che, in pochi giorni, hanno fatto 13 morti tra i militari e, dall’altra, il gruppo di militanti ribelli ha dichiarato di voler meglio considerare non la proposta ma già il piano del governo del presidente Juan Manuel Santos che vuole un referendum popolare per approvare o respingere ogni accordo coi ribelli da tenere insieme alle prossime elezioni politiche di marzo o maggio dell’anno prossimo (Panorama.am, 24.8.2013, Reuters, Colombia peace talks suspended after FARC calls for pause— I negoziati di pace della Colombia sospesi dopo la richiesta di una pausa avanzata dalle FARC ▬ http://www.panorama.am/en/world/2013/08/24/colombia-peace-talks).Poi, e subito, arriva la notizia, confermata da entrambe le parti e annunciata da l’Avana, che alla fine – alla fine? subito! – FARC e governo di Bogotà hanno deciso di riprendere già da lunedì 26 agosto i colloqui di pace che erano in corso nella capitale cubana. Sembrano essersi resi conto, sia i ribelli che il governo di Santos che frenare per mesi o anche solo per settimane l’abbrivio preso dal negoziato e considerato, tutto sommato, da tutti positivo sarebbe davvero rischioso… (Voice of America/VOA, 25.8.2013, Colombia resumes peace talks with FARC— La Colombia riprende i colloqui di pace con le FARC ▬ http://www.panorama.am/en/world/2013/08/24/colombia-peace-talks). Secondo noi, è un attestato importante che nell’un campo e nell’altro sono, e sono forti, nemici della pace ancora in grado di pesare, ma è una testimonianza forse ancor più importante che sono stati in entrambi i campi decisamente, anche se forse non ancora definitivamente, sconfitti.●Il presidente dell’Ecuador, Rafael Correa, ha ritirato formalmente un’offerta avanzata sei anni fa ai “paesi ricchi” maggiormente sviluppati e più inquinanti del mondo di non procedere al trivellamento di sue aree di foresta pluviale alla ricerca di greggio petrolifero in cambio del versamento di $3,6 miliardi al suo paese. L’offerta aveva ottenuto un risultato, però, tremila volte più basso, neanche 13,3 milioni di dollari. E Correa lo denuncia e autorizza le compagnie petrolifere bloccate da anni a procedere. Correa, uomo di sinistra rieletto l’anno scorso per la terza volta presidente e popolarissimo, è un mi-si-rizzi capace ormai quasi da un anno di dare asilo all’ambasciata di Londra all’Assange, il creatore di WikiLeaks, di cui insieme America e Regno Unito pretendevano la consegna… e poi di dilazionare nei fatti fino a renderla di fatto impossibile la concessione dell’asilo politico che gli aveva chiesto Edward Snowden, lo spifferatore dei segreti sporchi delle intercettazioni elettroniche della statunitense NSA… Uno capace, cioè, di spernacchiare apertamente gli americani, ma anche di frenarsi quando considera magari eccessivamente pericoloso il +1 che rischia di irritare al di là del responsabile la bestia ferita… Attento sempre, sul serio, a aiutare la gente più povera privilegiandola apertamente rispetto ai ricchi e ai privilegiati, ma sempre attento ai risultati concreti, pragmatici, del suo agire. E capace di imporre, con ore in televisione a spiegarlo direttamente alla gente, quelli che, chiesti da un governo meno popolare, sarebbero considerati sacrifici inaccettabili: ad esempio, su diritti acquisiti degli alti funzionari pubblici che così riesce però, nei fatti, a modificare e ridurre riuscendo a far passare la misura (The Economist, 23.8.2013, Ecuador’s unpredictable president – Zig-zagging— L’imprevedibile presidente dell’Ecuador – A zig e zag ▬ http://www.economist.com/news/ ameri cas/21584013-rafael-cor rea-no-trendy-lefty-zig-zagging).in CINA (e nei paesi dell’ASIA)●L’Agenzia Nuova Cina riferisce a fine luglio di una sessione speciale di studio tenuta nei giorni scorsi con la partecipazione dell’Ufficio politico del Comitato centrale del Partito comunista cinese sotto la direzione del presidente Xi Jinping e dedicata tutta al tema della politica generale del mare – tutta: commerciale, civile ma anche militare, di potenza – della Repubblica popolare di Cina. Xi ha sostenuto che la Cina sempre “utilizzerà mezzi pacifici e la via negoziale per risolvere dispute e lottare per la stabilità e la salvaguardia della pace”.Per far questo, con assonanze evidenti al “si vis pacem, para bellum” di romana memoria[5] ma, e soprattutto, all’elaborazione di quel grande pensatore della politica di una marina forte necessaria a un grande paese per poter contare militarmente e politicamente nel mondo che fu alla fine del secolo scorso l’americano Alfred Thayer Mahan[6]: riletto oggi, dopo oltre un secolo, ma come attualissimo dalla dirigenza cinese con implicazioni a indicare ambizioni che probabilmente vanno anche oltre la pura e semplice difesa della presenza attiva nei mari dell’Asia.Nel corso dei lavori Xi ha tenuto a dire e far sapere che la Cina aderisce, e aderirà sempre, a una linea di sviluppo pacifico della sua politica e dei suoi rapporti internazionali ma che “in alcun modo il paese abbandonerà i suoi legittimi diritti e interessi nazionali”.Lo scorso novembre, il rapporto centrale di politica internazionale presentato alla discussione del  18° Congresso del PCC – e che fu effettivamente discusso e anche significativamente emendato nel corso dei lavori – che ha poi eletto a suo segretario generale Xi Jinping designandolo per l’elezione poi da parte dell’Assemblea nazionale a presidente della Repubblica popolare numero uno della Cina intera, parlava forse per la prima volta di quel livello di strategia di “potenza marittima” invocando una maggiore capacità di puntare allo sfruttamento di risorse marine, proteggendo l’ambiente e salvaguardando al contempo i legittimi diritti e interessi cinesi.Concludendo la sessione di studi dell’Ufficio politico, il presidente Xi ha tenuto a richiamare tutte le strutture dello Stato ad approfondire non solo la discussione ma anche l’approntamento dei mezzi necessari a “coltivare nei fatti l’economia marittima come un nuova leva di crescita dell’economia tutta intera” (Xinhua, 31.7.2013, Xi advocates efforts to boost China's maritime power— Xi  propugna gli sforzi capaci di aumentare la potenza marittima della Cina ▬ http://news.xinhuanet.com/english/china/2013-07/31/c_132591246.htm).●Sarà stato del tutto casuale, o sarà stato voluto: ma, comunque, era da tempo ovviamente pianificato, una nave da carico cinese partita da Dalian, porto del Nord-Est del paese, sta concludendo il transito del passaggio di nord-est, a nord del territorio russo, che in genere tiene l’Artico anche in questo periodo bloccato dai ghiacci. La nave, 19.000 tonnellate di stazza, che appartiene al Gruppo di Stato Cosco, cerca di arrivare così tagliando giorni e giorni interi di percorso a Rotterdam, la sua destinazione. Il tutto spiegato dall’aspettativa che l’Artico, con l’aumento del commercio di risorse naturali dalla Cina e dal Nord della Siberia all’Europa occidentale e con un transito reso più agevole col riscaldamento che lo renderà più accessibile, diventerà una rotta sempre più trafficata. E, poi, dallo scorso maggio proprio con l’astensione nipponica, la Cina ha ottenuto lo status di paese osservatore nell’ambito del Consiglio Artico (Financial Times, 11.8.2013, T. Mitchell e R. Milne, Chinese cargo ship sets sail for Arctic short-cut— Nave da carico cinese in rotta per la scorciatoia dell’Artico ▬ http://search.ft.com/search?query Text=china+dalian+rotterdam+car go+ship+cosco+group).       ●In Cina, secondo due recentissime inchieste, il settore dei servizi, sfidando il raffreddamento in corso dell’economia, si è andato leggermente rafforzando a luglio, in controtendenza e con un’inaspettata capacità di recupero con nuovi ordinativi. Il cosiddetto indice HSCB/Markit dei managers agli acquisti dell’industria dei servizi – un istituto di ricerche private a luglio è arrivato a quota 51,3, invariato da giugno e appena al di sopra del minimo da 20 mesi di 51,1 di aprile. E ha confermato così il contemporaneo dato del Bureau nazionale di statistica della Cina che dà un analogo aumento a 54,1, dal 53,9 di giugno. (New York Times, 5.8.2013, Reuters, China Service Sector Shows Expansion— Il settore dei sevizi si sta espandendo ▬ http://www.nytimes.com/2013/08/06/business/global/china-servi ce-sector-shows-expansion.html?_r=0).E’ importante far notare che ormai i servizi sono un settore dell’economia che anche in questo paese produce più posti di lavoro degli altri, ad attestarne la grande trasformazione in un momento in cui qualche preoccupazione sorge a ogni livello, anche in Cina certo per la decrescente capacità di creare nuovi posti di lavoro dell’economia tutta intera (HSCB/Markit, 5.8.2013, Services activity continues to expand modestly in July, while manufacturing output contracts at faster rate— L’attività dei servizi continua ad espandersi moderatamente a luglio, mentre la produzione manifatturiera si contrae più rapidamente ▬ http://www.markiteconomics.com/ Survey/PressRelease.mvc/c48cd865e52342d9bdc53c597f4a1162).Più avanti nel mese arrivano anche, abbastanza a sorpresa, dati e statistiche di diverse fonti – ufficiali e no: soprattutto la grande banca britannica HSBC che diffonde i dati di uno studio Markit sull’indice degli ordini dei managers agli acquisti delle imprese in agosto (un dato sempre misurato a metà mese, in anticipo sugli altri) e secondo cui rispetto a luglio, i livelli che misura l’attività manifatturiera è salito da 47,7 a 50,1— un notevole balzo in avanti in un mese.A conferma, molto attendibile e tale sempre considerata al di là della Cina, che la seconda economia più grande del mondo ha smesso di rallentare i ritmi di crescita anche industriale – che comunque c’è sempre stata e sopra la media del 5% annuale – e, dopo mesi, si è rimessa a salire più solidamente anche sotto il profilo specifico proprio dell’attività manifatturiera che era un po’ rallentata a vantaggio – se così si può dire – di quella dei servizi (New York Times, 21.8.2013, B. Wassener, Chinese Manufacturing Grows More Than Expected— Il manifatturiero in Cina cresce più delle attese ▬ http://www.nytimes.com/2013/08/23/business/global/chinese-manufacturing-sector-unexpectedly-grows.html?_r=0).●Nel primo pomeriggio dell’8 agosto, il cambio ufficiale dello yuan col dollaro, a 6,1159 per ogni biglietto verde, segna il massimo storico sul mercato bancario a Shangai. Diversi addetti agli scambi pensano a un qualche intervento della Banca centrale in preparazione del G-20 ormai prossimo secondo un trend abbastanza usuale di relativo apprezzamento subito prima del verificarsi dsi eventi economici internazionali. Nel breve termine molti operatori scommettono su una moneta cinese che si rafforza anche sulla base dei buoni dati dell’export di luglio (Reuters/Business News, 8.72013, Lu Jianxin e P. Sweeney, Yuan strikes new high for second day after positive trade data— Dopo i buoni dati sugli scambi commerciali, e per il secondo giorno di seguito, lo yuan tocca il massimo storico ▬ http://www.cnbc.com/id/100947757).●I dati pubblicati dall’Amministrazione centrale delle dogane a luglio attestano di un export che a luglio dallo stesso  mese dell’anno scorso è aumentato del 5,1% quando l’aspettativa degli analisti se lo aspettava in qualche aumento ma ameno del 3%: e su giugno, quando le esportazioni erano scese per la prima volta da diciassette mesi, è un secco rovesciamento.Si è trattato di un +5,3 verso gli USA e di un +2,8 verso l’Europa, i due mercati maggiori dell’export; mentre le importazioni sono andate anche meglio, toccando nello stesso periodo cioè sempre su un anno fa un incremento del 10,9% che lascia in attivo comunque, ma “solo” di 17,8 miliardi di $, la bilancia commerciale.Al vertice del sistema, Pechino ha reso chiaro che accetterebbe una certa frenata di crescita mentre vien ristrutturando la sua economica ma ha anche indicato che non consentirà al tasso di crescita di scivolare sotto il 7%. L’economia in effetti ha qualche po’ rallentato in nove degli scorsi dieci trimestri, ma qui il governo dice e sembra realmente fiducioso di riuscire a incontrare un tasso di crescita al 7,5%: che sarebbe, comunque, il più basso – ma ricopriamo che noi siamo allo 0%, gli USA al 2… – da ventitre anni (New York Times, 8.8.2013, Reuters, Trade Data from China Suggest More Stability— I dati sul commercio estero cinese suggeriscono più stabilità [qualcosa di più: in realtà, sembrano suggerire una crescita almeno sopra il 7%...] ▬ http://www.nytimes.com/2013/08/09/business/global/trade-data-from-china-sugges ts-more-stability.html?_r=0).Comunque è partita anche qui una campagna forte di opinione, sui media cinesi ma ancora di più su quelli esteri, da parte di chi – e non sono pochi tra i cinesi che intanto, coi soldi che hanno fatto, sono diventati affluenti e influenti – vorrebbero vedere “liberalizzato e privatizzato”, reso più esplicitamente capitalista il sistema. E’ l’argomentazione, ad esempio, presentata nell’editoriale che sul NYT pubblica ora il presidente di una società finanziaria di Ghuangzhou che agisce nel settore del microcredito.Spiega che gli stessi problemi macroeconomici che squasserebbero il paese (ma davvero?) metteranno in moto riforme di cui c’è grande bisogno. Col risultato netto che ne verrà fuori, alla fine, un’economia ancora più forte… Già, alla fine: e, intanto, quelli che subito, adesso e domani, nella fase uno e non in quella numero due ci vanno, ci andrebbero, inevitabilmente di mezzo (New York Times, 13.8.2013, J. Zhang, China’s Coming Wave of Privatization— In arrivo in Cina, un’ondata di privatizzazioni ▬ http://www.nytimes.com/2013/08/14/opinion/chinas-coming-wave-of-privatization.html?pagewanted=all&_r=0). ● Attenta, Cina… Attenta io? Attenti voi, Stati Uniti!   (vignetta)USA e CINA                Riserve perParlando di soldi         $1,35 trilioni      Mi dispiace molto …ma sele cose non cambiano, potrei          PERICOLO                          Grazie per il cortese avviso! Solo una    essere costretto a imporre                                                        domanda semplice semplice: vi siete         sanzioni contro lo yuan                                                            portati dietro il costume da bagno?  Fonte: The Economist, 2.8.2013●Viene alla luce, per iniziativa dei cinesi che hanno dato inizio a un’inchiesta ufficiale e pubblica e anche agli arresti finora peraltro tenuti discreti di alcuni cittadini sia loro sia americani – e, ma solo a seguire, arriva poi adesso un’inchiesta americana – lo “scandalo” – si fa per dire – di un’inchiesta per corruzione mirata alle pratiche con cui la JPMorgan Chase, grande banca d’affari USA attivissima anche qui ha sistematicamente, per anni, dato lavoro e anche alti e altri redditi, ma soprattutto una riga in un curriculum che così appare subito più attrattivo dicono, poi, per tutto il rigoglioso mondo del business in Cina, a adolescenti cinesi figli di alti quadri del PCC. Bustarelle e spintarelle, insomma, qui come dovunque per fare in modo, così, di aiutare all’acquisizione di affari lucrosi per la banca nell’economia più performante e promettente del mondo (New York Times, 17.8.2013, J. Silver-Greenberg, Ben Protess e D. Barboza, Hiring in China by JPMorgan Under Scrutiny— Le assunzioni della JPMorgan in Cina sotto inchiesta ▬ http://dealbook.nytimes.com/2013/08/17/hiring-in-china-by-jpmorgan-under-scrutiny/?_r=0).Intanto, in Cina e proprio adesso ma probabilmente anche per pura coincidenza davvero, comincia anche il processo pubblico all’ex numero quattro (o cinque) del partito, Bo Xilai, arrestato per corruzione un anno fa e già sottoposto al processo interno di espulsione dal partito: alla vigilia della sua entrata, data per sicura nell’olimpo della nomenclatura, il Comitato permanente di presidenza dell’Ufficio politico del PCC (7-8 al vertice massimo, l’Ufficio permanente; ma era già membro proprio dell’Ufficio politico stesso, 25 uomini al vertice). Lo fece cadere in disgrazia il suo stesso populismo, associato a un culto fuori moda per i rituali del maoismo e a costumi di vita privata non proprio, però, maoisti né cristallini e trasparenti che dopo averlo portato ad essere il numero uno del partito della megalopoli di Chongqing l’hanno portato alla rovina (New York Times, 18.8.2013, C. Buckley, Chinese Politician to Stand Trial on Corruption Charges▬ Politico cinese in tribunale accusato di corruzione [in una parentesi macabra, rimasta finora misteriosa e che lo stesso Bo ha attribuito al fatto che la moglie, da cui nel frattempo si era separato, fosse “impazzita”, la signora aveva anche ammazzato, avvelenandolo, un uomo d’affari inglese, complice di ambedue nella corruttela] ▬ http://www.nytimes. com/2013/08/19/world/asia/chinese-politician-to-stand-trial-for-corruption.html?_r=0).Il processo – che è stato seguito dai media come nessun altro mai in questo paese – che lo ha riconosciuto adesso colpevole – si è concluso con la sua condanna sia per abuso di potere che per i “regali” ricevuti (milioni di yuan e di dollari dall’affarista cinese Xu Ming, un giovane miliardario che ha fatto i soldi a fianco di Bo, quando lui era sindaco e numero uno del partito nel porto di Dalian, tra il 1993 e il 2000, subito prima di esser trasferito e promosso a Chongqing (Wall Street Journal, 22.6.2013, J. Page e Brian Spegele, A Tycoon Rises and Falls With a Chinese Leader— Un grande magnate d’affari sale e precipita insieme a un leader in Cina ▬ http://online.wsj.com/article/SB100014240527023038222045774686 12314755798.html). Nel corso delle rapide udienze (tre-quattro giorni in tutto) ha visto la sua difesa centrata sul proprio “non sapere” dei fatti di corruzione che, però, ha ammesso con altri episodi di eccesso di potere che ha riconosciuto di avere superficialmente ignorato e si concluderà tra qualche settimana con l’emissione della sentenza che sicuramente è prevedibile in molti anni di carcere: anche se, per le abitudini di questo paese, sarà probabilmente una sentenza mite (New York Times, 24.8.2013, J. Ansfield e E. Wong, Trial Delved Further in Chinese Politician’s Family Life— Il processo si addentra sempre più nella vita familiare del politico cinese [Bo Xilai]▬ http://www.nytimes.com/2013/08/25/world/asia/trial-delves-further-into-chinese-poli ticians-family-life.html?pagewanted=all&_r=0).●Il ministro degli Esteri della Cina, Wang Yi, ha tenuto ad esprimere pubblicamente e far sapere di aver manifestato direttamente al suo collega della Corea del Sud, Yun Byung-se, il convinto sostegno di Pechino all’accordo raggiunto tra le due Coree di riaprire la zona commerciale e industriale di confine di Kaesong, chiusa dal Nord mesi fa al culmine della sua campagna di denuncia di quelle che chiamava le provocazioni aggressive degli Stati Uniti.Wang ha anche esortato le due parti a creare le condizioni per riprendere i colloqui con la delegazione ONU sul contenzioso relativo al contrasto con la Corea del Nord sul suo programma nucleare e, ha precisato, anche sul resto dei problemi aperti. Stesso messaggio la Cina fa recapitare al ministro degli Esteri nord-coreano ma da un non identificato diplomatico e non dal proprio ministro degli Esteri. E il messaggio è chiaro: al Nord, staremo attenti anche ai vostri diritti legittimi. Tra i quali non è scontato esserci, però, anche quello alla bomba…Per segnalarlo, al momento, e palesemente rispetto al Nord, la nuova presidente di Seul, signora Park Geun-hye, continua a godere di un trattamento pubblicamente e deliberatamente più attento da parte del paese alleato più importante e forse unico oggi di Pyongyang; mentre il nuovo presidente della Corea del Nord, Kim Jong-un, non ha ancora ricevuto un invito ufficiale a visitare Pechino (Republic of Korea/Sud Corea, 19.8.2013, ministero degli Esteri, comunicato stampa sul colloquio del MAE sud-coreano con quello della RPC ▬ http://www.mofat.go.kr/ENG/ministry/minister/pressrelease/index.jsp?menu= m_50_10_20&sp=/webmodule/htsboard/template/read/engreadboard.jsp%3FtypeID=12%26boardid=14135%26seqno=312055).Ci sono anche passi avanti, si dice, concreti verso la possibilità di una riapertura tra le Coree del dossier sui ricongiungimenti familiari, questione che era stata sospesa ormai da più di tre anni (Al Jazeera, 18.8.2013, Two Koreas agree to hold family reunion talks— Le due Coree concordano di tenere colloqui sulle riunioni familiari ▬ http://www.aljazeera.com/news/asia-pacific/2013/08/2013818152524333458.html). In ogni caso,  sembra che a Nord stiano rivedendo al momento e piuttosto a fondo gli atteggiamenti e i comportamenti della loro usuale scontrosa e spinosa irritabilità.Stavolta – ed è proprio una novità – c’è stata una critica molto frenata e compassata da parte nord-coreana ufficiale per le esercitazioni militari annuali USA-Sud Corea che, di regola, danno la stura qui a denunce sdegnate e roboanti dell’imperialismo USA e del servilismo dell’altra Corea (Agenzia NightWatch, 20.8.2013, Policy decision, maybe…— Forse, una decisione di linea politica [quella di abbassare i toni in un momento in cui sembra anche al Nord privilegiare sul resto la stabilità]▬ http://www.kforcegov.com/Services/IS/ NightWatch/NightWatch_13000181.aspx). Allo stesso modo, accuratamente taciuto dalla propaganda, ma Pyongyang fa sapere ai servizi segreti di Seul e alla NSA americana stessa ovviamente – che, stavolta e almeno per una volta, intercetta una fonte reale di intelligence – di essere bene al corrente che la Cina si appresta a condurre con la Flotta USA nel Pacifico esercitazioni congiunte di ricerca e salvataggio. Rese note, del resto, addirittura sul sito web del ministero della Difesa a Pechino, con l’annuncio ufficiale che tre battelli cinesi hanno lasciato il 20 agosto il porto di Qingdao, sulla costa sud-est cinese del mar Giallo, per dimensioni e attività la settima installazione portuale del mondo, diretti alle Hawaii.Dove le due forze navali si scambieranno ufficiali e osservatori nel corso delle esercitazioni navali programmate (Stars and Stripes, 20.8.2013, Agenzia Associated Press (A.P.), Chinese ships depart for rare drills with U.S. Navy ▬ Navi militari cinesi partono per condurre una rara esercitazione congiunta con la Marina americana ▬ http://www.stripes.com/news/pacific/china/chinese-ships-depart-for-rare-drills-with-us-navy-1.236394). Il tutto all’interno delle intese raggiunte a giugno scorso durante la visita del presidente cinese Xi Jiping a Obama e riprese e ribadite proprio in questi giorni nell’incontro a Washington tra i ministri della Difesa dei due paesi, Chuck Hagel e il gen. Chang Wanquan. Incontro nel corso del quale Hagel ha accolto l’invito a visitare l’anno prossimo il suo omologo, in Cina. Con grande ma, per il momento, ben camuffata irritazione dei nord-coreani che, in un’altra fase, avrebbero fatto fuoco e fiamme contro il connubio tra imperialisti americani e compagni cinesi…●Problemi in Africa, in Ciad, per la China National Petroleum Corp., il grande ente di Stato cinese che cerca petrolio nel mondo e che si trova accusata di aver causato il rilascio di greggio in diverse  zone forestali del paese con danni seri per l’ambiente, specie a 200 km. a sud della capitale, a Koudalwa. Il ministro ciadiano del Petrolio, Djerassem Le Bemadjiel, chiede ora il ripristino dello status quo ante (impossibile, ovviamente) e (più ragionevolmente) i danni e decreta la sospensione dell’operatività della CNPC. Ma deve anche fare i conti con le royalties che, come qualsiasi concessione straniera, la compagnia cinese versa nelle casse di N’Djamena, la capitale di uno dei paesi in assoluto più poveri del mondo e flagellato da tempo dalla rivolta armata .Così non è chiaro, e tanto meno annunciato, quanto durerà la sospensione dell’estrazione del greggio. La raffineria da cui sono uscite le perdite, utilizzata soprattutto per la vendita di benzina in loco a Djermaya, è stata d’altra parte ripetutamente bloccata in passato da dispute su costi e prezzi tra governo e compagnia… E’ una situazione resa complessa dalla rivolta chiamata Séléka— l’Unione che da oltre un anno, dopo varie altre rivolte contro il governo centrale, va squassando il controllo governativo del paese (BBC News Africa, 14.8.2013, Chad suspends China firm CNPC over oil spill— Il Ciad sospende le operazioni della cinese CNPC a causa delle perdite di greggio nell’ambente ▬ http://www.bbc.co.uk/news/ world-africa-23697269).       ●La signora Sujatha Singh, appena nominata nuova segretaria agli Esteri dell’India per i prossimi due anni, ha subito indicato il miglioramento dei rapporti coi vicini della Repubblica e, anzitutto, il Pakistan, come l’obiettivo del suo incarico (The Indian Express, 3.7.2013, Subhajit Roy, Sujatha Singh to be India's next Foreign Secretary— Sujatha Singh sarà  Segretaria di Stato del’India ▬ http://www.indianexpress.com/news/ sujatha-singh-to-be-indias-next-foreign-secretary/1136601).“Adesso – ha dichiarato – in Pakistan c’è un altro governo. Bisogna riprendere una per una le fila che sono state abbandonate col vecchio governo”, ha dichiarato Singh appena assunto l’incarico. E anche il nuovo primo ministro pakistano Nawaz Sharif ha dichiarato, il 1° agosto, che il suo governo intende “moltiplicare gli scambi commerciali e i rapporti economici, gli investimenti reciproci tra i due paesi. E anche su queste basi proveremo a risolvere tutti i problemi di lungo periodo che restano aperti con l’India, Kashmir incluso”. Sono scambi importanti di buone intenzioni, come dire propedeutici e tesi a sondare le proprie opinioni pubbliche su temi cruciali per i due paesi che forse si sono stancati delle ostilità storiche che saranno, comunque, difficili da superare. E, nell’immediato ma per pochi giorni, sembra, va tutto bene (Townhall Finance, 3.8.2013, India and Pakistan announce good intentions — Buone intenzioni annunciate tra India e Pakistan ▬ http://finance. townhall.com/columnists/nightwatch/2013/08/03/north-korea-and-iran-trading-weapons-and-oil-n1655383). ●Bé, insomma, non proprio tutto… passano pochi giorni e il ministro della Difesa indiano Arackaparambil Kurien Antony denuncia che 5 militari sono stati aggrediti e uccisi da “una ventina di terroristi armati e accompagnati da individui in divisa pakistana” nel distretto montuoso di Poonch, a 200 Km. da Srinagar, nel Kashmir amministrato dall’India, anche se da parte pakistana è stato negato ogni scontro (perché le truppe che hanno attaccato non erano soldati regolari  anche se hanno fatto 5 morti regolarissimi). Ma a Islamabad c’è chi vede gli incidenti per quello che invece, dal punto di vista pakistano, probabilmente sono: un segnale chiarissimo, lampante, al governo indiano ma, e soprattutto forse, al nuovo governo di Islamabad di uno stop alle velleità preannunciate da Sharif di un dialogo tra le due potenze da sempre in conflitto potenziale del subcontinente indiano (New York Times, 6.8.2013, Basharat Peer, 5 Indian Soldiers Killed in Disputed Kashmir Region— 5 soldati indiani uccisi nella regione contesa del Kashmir ▬ http://india.blogs.nytimes.com/2013/08/06/5-indian-soldiers-killed-in-disputed-kashmir-region). Anche se, poi, ogni volta che lo scontro dal livello della scaramuccia, dell’insurrezione e degli attentati si sposta a quello campale dell’artiglieria e delle truppe schierate, il Pakistan ha la peggio… In ogni caso, New Delhi agisce ormai col retropensiero e la preoccupazione che la riduzione e la fine delle operazioni NATO in Afganistan potrebbero spingere i militanti islamici, lì e in Pakistan, a spostare la mira contro obiettivi del Kashmir indiano. Secondo non pochi, in India, l’incidente di Poonch potrebbe essere il primo di una serie. Si tratta di preoccupazioni e sospetti che neanche sembrano proprio infondati: nel corso della lotta dei jihadisti afgani, sostenuti e spesso anche inventati, come lo stesso bin Laden dagli americani, contro i sovietici negli anni 80, l’intelligence militare pakistana aveva fatto arrivare buona parte dei suoi aiuti militari agli afgani proprio attraverso il Kashmir e, prima dell’invasione e occupazione americana di Kabul del 2001, era lo stesso governo talebano ad addestrare per anni i jihadisti kashmiri.E’ un rapporto che per l’ultimo decennio della guerra americana in Afganistan è restato come in sonno ma che non è mai terminato. L’intelligence militare del Pakistan ha sempre continuato a sostenere e “facilitare”, con l’attenzione necessaria a non subire ritorsioni dagli americani, sia i talebani che i jihadisti del Kashmir. Ora non è chiaro che sia stata ancora data la stura a una nuova campagna offensiva. Chiaro e assodato è che in Pakistan ci sono forze potenti interessate a impedire ogni progresso reale nei rapporti tra India e Pakistan. E poi, non è che gli incidenti di confine, tutti iniziati stavolta pare da parte kashmir-pakistana, si fermino lì… E ovviamente l’atmosfera si fa sempre più avvelenata e sale un clima quasi prebellico, davvero pesante…●Intanto, l’India completando la prima fase della costruzione ha varato il 12 agosto la sua prima portaerei costruita in casa. L’INS Vikrant— nell’antica ed estinta lingua sanscrita, il Coraggioso, era stato impostato nel 2006 nel bacino navale di Cochin, a Kochi, nello Stato sud-occidentale del Kerala. Nei prossimi tre anni verrà costruita la sovrastruttura e saranno installati sia il sistema di propulsione che quello degli armamenti. Nel 2016 dovrebbe cominciare una serie di almeno altri due anni di prove in mare e la portaerei dovrebbe poter diventare operativa nel 2018.Al momento del varo operativo e finale, il battello misurerà 260 m. di lunghezza per 60 di larghezza e dislocherà 37.500 tonnellate. Sarà dotato di una rampa di lancio del tipo chiamato a trampolino invece che a catapulta per caccia MiG-29K e sarà anche dotato di un complemento di elicotteri navali di fabbricazione sempre russa, i KamAZ— esemplari non diffusissimi ma, dicono gli esperti, di grande efficacia costruiti nella fabbrica automobilistica di Kama, Kamskiy avtomobilny zavod— Камский автомобильный завод – КАМАЗ/ di Naberezhnye Chelny, nella Repubblica federativa russa del Tatarstan, a sud-ovest della Siberia.Il Vikrant è la prima di due identiche portaerei. Allo stato, la Marina indiana— Bhāratīya Nāu Senā ha dislocato a Mumbai una portaerei operativa e un’altra sta completando in Russia vasti lavori di riparazione e di vero e proprio riadattamento, con riconsegna all’India prevista nel 2014. La Marina militare prevede di avere tre gruppi di battaglia formati intorno alle sue portaerei operative verso il 2025 che vorrebbe piazzare una sulla costa orientale e una su quella occidentale, con la terza di riserva. La notizia scatena un’ondata di orgoglio nazionalista per l’ “entrata dell’India nel club esclusivo – qui si esprimono così – dei paesi che costruiscono da sé le loro piattaforme aeree navali”: USA, Russia, Gran Bretagna, Francia e, ma solo quanto alle portaelicotteri, anche Italia e Spagna e, anche, nel futuro prossimo, il Brasile. Insomma poi neanche più un club tanto esclusivo... L’India è piuttosto uno dei pochi paesi che le sue vecchie navi portaelicotteri le ha pure effettivamente impiegate in guerra (col Pakistan) anche se la missione che le assegna è stata finora ben delimitata: quella di copertura di difesa aerea alla flotta che ha il compito di proteggere le coste e dare a un qualche sostegno, più evocativo che altro, alla diplomazia del paese. Non è, insomma, uno strumento di proiezione esterna e lontana di potenza, come è invece la missione propria e voluta della flotta di portaerei americane (del resto, l’INS Vikrant ha, come s’è visto, una stazza sulle 35-37.000 tonnellate… e la più moderna di quelle americane, l’USS Gerald R. Ford, 340m. x 80 ha oltre 101.000 tonnellate di stazza, quattro campi da calcio (The Times of India, 12.8.2013, India launches first indigenous aircraft carrier INS Vikrant— L’India vara la INS Vikrant, la sua prima portaerei di costruzione indigena ▬ http://articles.timesofindia.indiatimes.com/2013-08-12/india/41331820_1_aircraft-carrier-warship-defence-minister-ak-antony).●Tre giorni dopo il trionfo della Vikrant esplode e affonda alla banchina del porto di Mumbai dove era ancorato il sommergibile INS Sindhurakshak, che i russi avevano appena riconsegnato all’India dopo una lunga messa a punto: 18 morti, tutto l’equipaggio in porto e il sospetto, fortissimo, di un sabotaggio non è ancora chiaro però di chi e da che parte. Ma i dubbi  si accentrano tutti sui Servizi segreti militari del Pakistan (Deccan Chronicle, 14.8.2013, Submarine INS Sindhurakshak sinks after major blast in Mumbai; all 18 feared dead— Il sottomarino INS Sindhurakshak affonda dopo una forte esplosione a Mumbai: si teme la morte di tutti i 18 dell’equipaggio ▬ http://www.deccanchronicle.com/130814/news-current-affairs/article/fire-blasts-submarine-mumbai). ●Il partito di governo, il partito del Congresso, ha deciso di formare in India un nuovo Stato federale, , sarebbe il 29°, scorporandolo col nome di Telangana dal più grande Stato federale dell’India, Andhra Pradesh, nel sud est del paese, la superficie maggiore di oltre 245.000 Km2. Nello Stato che dovrebbe ora rinunciare a un suo pezzo di territorio, si è aperta un’opposizione dura che mette in dubbio l’esito del contenzioso anche perché così, col precedente, molti altri Stati federali della Repubblica potrebbero vedere aprirsi tentazioni analoghe, separatiste (The Hindu, 3.8.2013, Gogoi rules out division, warns against violence ▬ Gogoi [ministro-capo dell’Assam] esclude ogni divisione dello Stato e ammonisce contro la violenza ▬ http://www.thehindu.com/news/national/gogoi-rules-out-division-warns-against-violence/article 4985716.ece?home page=true). Telangana, a maggioranza di popolazione di etnia e lingua telegu (74 milioni in tutta l’India)  comprenderà 10 dei 23 distretti dello Stato e un superficie superiore, alla fine, alla sua metà compresa Hyderabad, la sesta città dell’India sede di molti stabilimenti di multinazionali dell’informatica. Chi sostiene l’idea è sicuro che adesso lo sviluppo della città capitale si rafforzerà anche di più, mentre gli oppositori rifiutano l’idea stessa che, dopo dieci anni in cui resterà come doppia capitale del nuovo Stato e del vecchio, Hyderabad cessi di essere la capitale proprio dell’Andhra Pradesh. Se ne dovrà sicuramente riparlare… (The Economist, 2.8.2013, Telangana – India’s New State— Telangana – il nuovo Stato federale dell’India ▬ http://www.economist.com/news/asia/21582591-indias-new-state). Subito si dimettono da deputati del parlamento regionale dell’Andhra Pradesh ben 36 deputati del partito del Congresso stesso e si apre ormai anche un fronte interno pericoloso per il Congresso, una coalizione sempre difficile da tenere coesa per il suo capo, Sonia Ghandi, la presidente del partito vedova del PM assassinato Rajiv Gandhi e nata vicino a Vicenza, come si sa, col nome di Edvige Antonia Albina Maino che aveva sempre cercato di frenare il separatismo finora con qualche successo e per il primo ministro Monmohan Singh, che invece alla misura s’era mostrato piuttosto propizio: lui è un sikh, integratissimo, ma pur sempre membro della prima tra le diverse minoranze nazionali del paese. Anche sette parlamentari nazionali del partito, poi, clamorosamente danno le loro dimissioni (SpaceViewTimes/Chandigarh, 2.8.2013, 7 Congress PMs quit, 4 Indias’s Union ministers threaten to quit over Talangana— Se ne vanno 7 deputati nazionali del partito del Congresso e 4 ministri dell’Unione minacciano di andarsene ▬ http://spaceviewtimes.com/index.php?option=com_content&view=article&id=18122: telangana-crisis--7-mps-quit-but-four-union-ministers-climb-down&catid=108:headlines).●Forse sarebbe opportuno che l’India e il suo governo cominciassero, però, a concentrarsi davvero, e anzitutto, su quello che sembra il vero uragano in rapido avvicinamento nei suoi confronti: sul baratro di una crisi del tutto analoga a quella cosiddetta asiatica del 1997-8, la borsa sta crollando, i rendimenti dei titoli di Stato stanno andando oltre il 10% e si è innescata una precipitosa fuga di capitali dal paese (cfr. Ministry of Finance, India Public Finance Statistics, dati aggiuntivi di  Finanza Pubblica, Deficit e Indebitamento ▬ http://finmin.nic.in/reports/ipfstat.asp).La rupia al 19 agosto si è deprezzata sul dollaro del 44% in due anni, con una spinta adesso accelerata perché appena tre settimane fa l’America ha accennato a un po’ di ripresa – poco poi, in termini della media performance di quel mercato… – la Federal Reserve statunitense ha annunciato la progressiva riduzione del programma di stimolo monetario a cominciare subito, dai prossimi mesi.Le conseguenze sui cosiddetti mercati emergenti possono essere due: che uno stimolo ridotto in USA comporterà una riduzione alla loro crescita con esiti pesanti di calo delle esportazioni; e che proprio le valute, come la rupia, che con tasso di interesse elevato hanno reso di più agli investitori sui mercati dei cambi, se aumenta il tasso di sconto in America vedono ridursi – e non di altrettanto, probabilmente anche più – il loro apprezzamento in parallelo.E adesso? Adesso, l’incidente più plausibile potrebbe riguardare proprio la rupia (molto più che le altre due valute maggiormente a rischio sui mercati emergenti, come quella indonesiana e il rand sudafricano: perché l’India – col suo vasto deficit commerciale e di bilancio è proprio la rupia. Sulla base dell’esperienza del recente passato, le crisi dei mercati emergenti passano per tre tappe: la prima vede la politica non far nulla in reazione, nella speranza che il problema se ne vada da solo; la seconda è che tentino di mettere insieme, en catastrophe, qualche toppa: di norma attraverso una imposizione di controllo dei capitali e di svendita di dollari delle riserve nel tentativo di sostenere così la loro valuta; e la terza tappa di norma vede i governi in questione correre ai ripari essi stessi con tagli e sacrifici auto decisi o rivolgersi al Fondo monetario, perché sia esso a imporre l’austerità. Ma, in realtà, l’India oggi – secondo una lettura che appare ormai verosimile – sembra arrivata già allo stadio numero tre (Guardian, 19.8.2013. L. Elliott, India on the brink of its own financial crisis— L’India è sull’orlo della sua crisi finanziaria ▬ http://www.theguardian.com/business/economics-blog/2013/aug/19/india-financial-crisis-rupee-stock-markets). E anche in qualche modo proprio economica: a fine agosto, il governo rende pubblici dati secondo cui, nel secondo trimestre dell’anno, il PIL è cresciuto sì, ma al tasso minimo (+4,4%) dal peggior dato in assoluto raggiunto (+3,5) nel primo trimestre del 2009. In definitiva, potrebbe voler dire che lo scivolamento da ormai un mese della rupia era il sintomo, ma è anche ormai la conferma, di guai anche più seri. Prima della crisi finanziaria globale di fine 2007, l’India aveva mantenuto una media di crescita annuale sull’8-9% e, da allora, ha dovuto accontentarsi a fatica di una crescita del PIL intorno al 6%: molto, molto peggio dello score del grande vicino, concorrente e potenziale rivale, la Cina (New York Times, 30.8.2013, K. Bradsher, Forecast Darkens for Indian Economy— La previsione si fa scura per l’economia indiana ▬ http://www.nytimes.com/2013/08/31/business/global/forecast-darkens-for-indian-economy.html?_r=0).●Anche l’altra rupia, quella dell’Indonesia, per ragioni analoghe – le voci su un rialzo prossimo dei  tassi della Fed americana – ha cominciato a scivolare costantemente da un mese in qua, la prima volta qui dopo la crisi asiatica del ’97-’98. Questa crisi somiglia molto da vicino al crescere di quella che adesso sta colpendo Grecia, Spagna e altri paesi europei dove un ottimismo sconfinato nelle sorti progressive del capitalismo selvaggio aveva, lì quindici anni fa e, qui, quattro-cinque anni fa, portato a larghi influssi di capitale speculativo dall’estero concentrato quasi solo sul settore privato: edilizia, finanza… Poi, con la stessa velocità di quell’ottimismo scervellato, si è sparso il pessimismo più catastrofico. E è precipitata la crisi. Lì, in Asia, e qui, proprio uguale, in Europa.Allora, in Asia, però solo una pesante svalutazione insieme al ripensamento operoso, e tutto sommato, rapido dei prestatori internazionali, come il FMI, che mollarono presto la stretta e le condizioni finanziarie sui paesi che avevano bisogno della ripresa portò a un rilancio forte dell’export che riuscì a tirar fuori dalla crisi quelle economie.Qui c’è un’intransigenza cieca da disperazione di gente come quella manica di imbelli cocciuti che occupano la Commissione, i governi europei e, specie, quello tedesco che del loro nein hanno fatto l’ultimo baluardo difensivo della loro criminale ignoranza, anche se ormai é una muraglia già sgretolata (ricordate le recenti confessioni del FMI sugli errori di fondo fatti nel trattare la crisi greca?) e c’è anche l’euro che era stato disegnato – questa è la verità – solo per i tempi buoni ed è per questo che nessuno qui ormai si può più salvare da solo e che soltanto una soluzione globale, “europea”, potrà mai riuscirci. Se vorranno, se sapranno, ingoiare la presunzione di conoscenza che hanno dimostrato chiaramente di non avere e decideranno, finalmente, mangiando fiele, di lavorare insieme, ce la fanno, ce la possiamo fare stavolta... Ma solo così. ●In visita a Islamabad, il segretario di Stato americano John Kerry, dopo aver incontrato il primo ministro Sharif, annuncia che il presidente Obama “si è dato un limite di tempo”, una scadenza,  non precisata però, per metter fine, come il Pakistan formalmente gli chiede, ai voli (e ai bombardamenti) di droni sul suo paese. Al programma, ha aggiunto – per non dover sembrare costretto o, peggio, convinto a mollare, può sperabilmente adesso venir messa fine perché ormai “gli Stati Uniti hanno eliminato la maggior parte delle minacce”esistenti: parola sua… (1. The Express Tribune/Islamabad, 1.8.2013, Drone strikes to end 'very, very soon': John Kerry — John Kerry dice che i raids dei drones avranno fine ‘molto molto presto’ ▬ http://tribune.com.pk/ story/585365/drone-strikes-to-end-very-very-soon-john-kerry); 2. Intervista di Hamid Gir di GeoTv a John Kerry, 1.8,2013, Sui drones in Pakistan ▬ http://www.state.gov/secretary/remarks/2013/08/212626.htm) … ma affermazione del tutto gratuita: perché come si fa a sapere – senza essere l’Onnipotente, Allah o Dio che poi sia – qual è la maggiore o la minor parte di una minaccia senza neanche sapere in cosa essa consiste? Peccato che poi, subito dopo, una portavoce del suo stesso ministero si affretti a specificare che, in ogni caso, gli Stati Uniti non si priveranno mai di un’arma efficace come g li aerei senza pilota di fronte a un minaccia potenzialmente esistente. Qualsiasi cambiamento nel programma di bombardamenti coi drones sarà dunque, ha specificato, parte di un “aggiustamento più complessivo di tutta la politica estera americana” (qualsiasi cosa poi ciò possa mai significare... Chiaro, però, è che John Kerry, che ancora una volta come gli capita un po’ troppo spesso si è messo un piede in bocca spingendosi al di là di quanto la Casa Bianca gli lasciasse le briglie lente sul collo, ha costretto la sua stessa giovane portavoce a correggerlo pesantemente – cfr. U.S. State Department, Washington D.C., 1.8.2013, Press Briefing, vice portavoce Marie Harf ▬ http://www.state.gov/r/pa/prs/dpb/2013/08/212625.htm).●Il primo ministro laburista australiano, Kevin Rudd ha convocato con un’altra settimana di anticipo le elezioni per il prossimo 7 settembre. Rudd, che da un mese circa ha rimpiazzato l’ex capo del suo partito e precedente PM, Julia Gilliard – che lei stessa l’aveva sostituito due anni fa – accusandola di non essere in grado di vincere le elezioni, si è convinto com’era di aver già accorciato il vantaggio nei sondaggi della coalizione conservatrice dì opposizione, Tony Abbott:  ma probabilmente sbaglia contando, esageratamente, sull’esposizione mediatica che nel paese avrà – o conta di avere – proprio il giorno prima, tornando dalla partecipazione al vertice dei G-20 di San Pietroburgo (The Economist, 9.8.2013). EUROPA●In Italia, For the record, come si dice, per la cronaca: la Corte di Cassazione ha confermato i 4 anni, amnistiati a uno, di galera per Silvio Berlusconi e ordinato, invece, la revisione al ribasso della sua condanna all’interdizione dai pubblici uffici che dovrà ora essere rideterminata dalla Corte d’Appello di Milano. Senza commenti… e con un bel sospiro. Ma vedrete che bisognerà riparlarne.Perché, oltre tutto, le norme anticorruzione della legge Severino, votata senza sapere quel che faceva evidentemente anche da Berlusconi sotto il governo Monti –  improvvidamente e senza calcolarne le conseguenze (con le centinaia di milioni di € che paga, dice lui, in consulenze legali, avrebbe meritato però consulenze migliore, no, on.le avv. Niccoló “AzzeccamoltopocoGarbugli” Ghedini?: avvocato, ma si potrebbe applicare anche a me? ma quando mai, presidente!!! le ultime parole in-famose) – prevedono – o prevederebbero, come sempre in Italia c’è incertezza – l’incandidabilità…● Bo’… Tutenkha…sconi?  (vignetta) Fonte: Libération/Paris, 19.10.2011   Perché essi sono comunque parte integrante della condanna – e, adesso, a Milano potrebbero decidere di sciogliere/tagliare il nodo condannandolo, anche se per un periodo ormai un poco ridotto, non solo all’incandidabilità ma proprio all’ineleggibilità, anche attiva: non solo non potrà essere eletto ma per il tempo della condanna non potrà neanche votare: come se gliene potesse fregare niente.●E sempre per la cronaca ci siamo sentiti qualche po’ come dire, mortificati, a leggere le prime righe di un editoriale col quale stavolta il NYT dice benissimo e in pochissime righe che meglio davvero non si può, quello che è davvero e, per l’essenziale, tutto il problema italiano: meglio molto meglio, di qualsiasi nostro sproloquiante editorialista che dalla spalla prosegue per altre cinque colonne a p. 16: “Se le alzate di testa seriali di Silvio Berlusconi fossero la sola causa del prolungato malessere dell’Italia, la sua condanna definitiva per il delitto di evasione fiscale della scorsa settimana potrebbe anc he essere il segno di tempi migliori in arrivo. Ma il tre volte ex primo ministro non è certo stato la sola ragione per la sottoperformance economica e l’irresponsabilità della cultura politica, diciamo, italiana.     Il centro-sinistra, quando gli elettori gli hanno dato le sue occasioni non è che abbia poi fatto tanto meglio di lui. E, finché Germania e Unione europea continueranno a mettere il falso dogma dell’austerità davanti al vero problema economico che ha l’Italia – la crescita anemica – nessun governo a Roma ha molte possibilità di condurre il paese verso giorni migliori” (New York Times, 5.8.2013, Edit. Board, It’s not Just Silvio Berlusconi— No, non è solo Silvio Berlusconi ▬ http://www.nytimes.com/ 2013/08/06/opinion/its-not-just-silvio-berlusconi.html?_r=0). Finché loro continueranno e finché l’Europa non farà che accettarlo… supinamente. Non battendo i pugni (non serve: tra l’altro quelli altrui sono forse anche più callosi dei nostri), ma battendosi davvero – e facendolo vedere a tutti – per un’altra politica economica… E qualsiasi discorso sulla responsabilità della politica che parta di qui – dal Quirinale, da palazzo Chigi, dal Nazareno… e tanto meno da palazzo Grazioli, s’intende – dovunque, parte ormai dal capirlo, dal dirlo e dal farlo! Perché, malgrado l’ottimismo che Letta tenta di seminare lo affossano i dati ISTAT del 6 agosto: ci dicono che da aprile a giugno il PIL è sceso ancora dello 0,2% e, in un anno, a questo luglio, del -2%... (ISTAT, 6.8.2013, Stima preliminare del PIL del 2° trimestre 2013 ▬ http:// www.istat.it/it/archivio/97261). Ha, cioè, assolutamente ragione l’editoriale del New York Times. O costringiamo – con le armi che abbiamo: sostanzialmente il ricatto della grande/media misura dell’economia nostra – l’Europa a buttare all’aria, ma propria all’aria, tutta la premessa ortodossa, o affondiamo!●Perché, certo, non ci possiamo accontentare senza reagire e aggredire l’ostacolo dei nuovi dati sullo stato dell’economia italiana: della conferma secca che il PIL è precipitato per l’8° trimestre consecutivo e la produzione è scesa dell’8,8% dal 2007●  Il PIL italiano nel 2° trimestre  (cambiamento dal 1°)   (grafico)Fonte: The Economist, 9.8.2013●La BCE ha confermato allo 0,5%, nella seduta mensile di inizio agosto, ribadendo l’intenzione di tenere bassi i tassi di interesse, ma ancora una volta non li ha abbassati,   in una situazione generale dell’Unione che continua a considerare difficile anche se in “leggera ripresa” (1) New York Times, 1.8.2013, Draghi Signals Slight Optmism for Europe’s Prospects— Draghi segnala un leggero ottimismo per le prospettive in Europa ▬ http://www.nytimes.com/2013/08/02/business/global/european-central-bank-keeps-key-rate-at-0-5.html?_ r=0&adxnnl=1&adxnnlx=1375392451-K9kXGBhOu1XXDQMh0jxZKw; 2) ECB/BCE/Francoforte, 1.8.2013, Conf. stampa di Mario Draghi, presidente ▬ http://www.ecb.int/press/pressconf/2013/html/is130801.en.html).●Poi, il 14, i nuovi dati EUROSTAT mostrano che, con la domanda interna in aumento in Francia e  in Germania sta finendo, o è finito, il crollo di sei mesi che con la perdita secca di PIL ha cacciato in recessione profonda e condannato alla perdita del lavoro milioni e milioni di cittadini europei. Ora è un +0,3%[7], finalmente, sul primo trimestre e, anche se la fine di una recessione è segnata – ufficialmente – da due trimestri consecutivi di crescita, per quanto debole: e, qui, siamo soltanto a un trimestre di segno già positivo, è un fatto davvero nuovo e importante questo.Crescono Francia (+0,5% sul precedente trimestre) e Germania (+0,7) e perfino (anzi, con l’economia che cresce di più nell’eurozona: fatto significativo assai, ma assai meno rilevante, ovviamente, con un +1,1%) il Portogallo. In Italia, però, ancora non usciamo dal precipizio: da noi siamo sempre in calo, -0,2 come l’Olanda (EUROSTAT, 14.8.2013, #122/2013, Euro area and EU27 GDP both up by 0.3%— L’eurozona e l’UE a 27 vedono salire entrambe il PIL dello 0,3% [ma rispetto al lo stesso secondo trimestre dell’anno prima nell’eurozona il PIL è ancora e sempre a -0.7% e a -0.2% per la UE  27] ▬ http://epp.eurostat.ec. europa.eu/cache/ITY_PUBLIC/2-14082013-AP/EN/2-14082013-AP-EN.PDF)[8].●Con una dichiarazione che ha fatto davvero il botto, sia per chi la fa sia per i tempi, la Banca d’Inghilterra ha dichiarato il 7 agosto che manterrà i tassi di sconto, da quello principale dell’interesse cosiddetto interbancario a tutti gli altri al minimo record finché il tasso di disoccupazione non scenda almeno al 7%  (Guardian, 7.8.2013, P. Inman, Bank ties rate to jobless level— La Banca centrale lega i tassi a quello dei senza lavoro ▬ http://www.theguardian.com/business/2013/aug/07/bank-of-engand-links-interest-rates-jobless-target).Il nuovo governatore della BoE – Mark Carney, che non è un inglese tra l’altro, ma cittadino canadese… a dimostrazione, neanche la prima poi tra i banchieri centrali, che i quattrini non hanno davvero cittadinanza – uno della scuola macroeconomica classica convenzionale degli austeriani ma che stavolta dice di no: dice che ci vogliono almeno altri 750.000 posti creati, per scendere al 7%, appunto, dal 7,8 di disoccupazione attuale, prima di poter risalire dallo 0,5% del tasso di sconto attuale. E questo, anticipa, malgrado il fatto che qui qualche ripresa c’è, +0,9% di PIL nel primo semestre, al contrario che, ad esempio, da noi e anche se qui c’è anche qualche po’ di inflazione in aumento, meno forse del 3,5% temuto ma già sopra il 3%...La novità per la Banca d’Inghilterra e in genere per le banche centrali davvero qui rivoluzionaria è quella di legare dichiaratamente e ufficialmente l’andamento del tasso di interesse a un dato macro-economico specifico e pre-indicato, qui poi quello di cui un governo come quello inglese tende proprio a fregarsene: l’occupazione. Così confermando, o almeno rivendicando sul serio, la propria indipendenza come qualcosa di non soltanto formale rispetto al governo conservatore di Cameron.. Novità rivoluzionaria, dunque… in linea di principio.Perché, poi, come qui in Inghilterra è stato fatto osservare (Guardian, 7.8.2013, K. Williams?, Mark Carney is acting as a shaman in an uncontrollable world— Mark Carney si comporta come uno sciamano in un mondo incontrollabile ▬ http://www.theguardian.com/commentisfree/2013/aug/07/mark-carney-forward-guidance-interest-rates), questa linea che Carney ha chiamato di “guida preventiva” ai mercati finanziari per cercare di qualificarne gli obiettivi rispetto all’economia reale – e che, forse, ha funzionato, anche se non sono tutti d’accordo nel riconoscerglielo, quando nel 2009 guidava la Banca del Canada in un’economia marginale, tutto sommato ridotta e relativamente poco indebitata – qui non funzionerà in presenza di un massiccio deficit commerciale che prosciuga la domanda dall’economia rendendo essenziale per aiutarla un po’ una dipendenza sempre più catastrofica dall’apertura di ipoteche sulle abitazioni per finanziare i consumi.Restaurare i meccanismi antichi e tradizionali di trasmissione del credito è futile in questo paese dato che questo sistema creditizio è del tutto legato al prestito sul patrimonio immobiliare, con un sistema manifatturiero assai indebolito – strutturalmente, anche se la congiuntura si allegerisce un po’ abbastanza contraddittoriamente – (cfr. qui sotto al capitolo GRAN BRETAGNA) e investimenti dipendenti in modo determinane da un settore privato che esige ormai alti rendimenti senza voler correre rischi. Per uscire da quest’impasse non serve una guida preventiva di natura tecnica, occorre un fermo inquadramento nuovo, di stampo politico (cfr. Richard Michael Salzman, The Political Economy of Public Debt— L’economia politica del debito pubblico, Duke University, 2002 ▬ http://dukespace.lib.duke.edu/dspace/ bitstream/handle/10161/6171/Salsman_duke_0066D _11710.pdf?sequence=1).Perché solo chi è, e non esita ad apparire ormai per basse ragioni di convenienza, intellettualmente disonesto o non fa per pigrizia intellettuale il minimo sforzo per leggere com’è la realtà, può ancora non riconoscere che questa ripresa dell’eurozona per quanto tardiva di un anno – sono i tempi lunghi di trasmissione dei mercati di oggi – va rintracciata al momento, l’agosto di un anno fa, in cui Mario Draghi e la sua BCE, al di là delle finte e anodine dichiarazioni obbligatorie, proclamò – e nei fatti venne creduta dai mercati – di essere diventata nei fatti il “prestatore di ultima istanza” dell’eurozona e cominciò, praticamente da sola come ancora è in sostanza rimasta – molti governi chiacchierano, pochi agiscono – a imporre un allentamento delle politiche di austerità.E non certo, come anche di recente hanno provato a dire (Financial Times, 14.8.2013, Q. Peel, Berlin and Brussels credit fiscal discipline and reform for eurozone recovery— Berlino [per la Merkel, Philip Rösler, ministro dell’Economia e presidente della FDP] e Bruxelles [per la UE il solito inadeguato e saccente oltre che incompetente Commissario Olli Rehn] danno il merito della ripresa nell’eurozona alla disciplina fiscale e alle riforme [cioè alle controriforme di struttura] ▬ http://www.ft.com/intl/cms/s/0/dae57384-04a9-11e3-9e71-00144feab7de.html).Questi cultori affezionati del credo che giura ancora sulla terra piatta, anche dopo Galileo, insistono a non voler riconoscere che nel mezzo di una recessione molto severa tagliare spesa pubblica e/o alzare le tasse deprime la domanda. E che non c’è alcuna ragione per pensare che le imprese si mettano all’improvviso a fare investimenti e i consumatori a spendere di più solo perché il governo si mette a spendere meno. Certo, a modo suo lo diceva – anche se poi praticava il contrario per primo – da noi Berlusconi… Ma non per questo se Berlusconi diceva che la terra è tonda aveva torto… perché era Galileo ad avere ragione. Oggi, poi, se n’è accorto e lo dice chiaro anche il Fondo monetario, no? qui ne abbiamo parlato e riportiamo tra parentesi i riferimenti e il link ai documenti che chiaramente lo affermano (IMF Working Paper, WP/12/286, 12/2012, Fiscal multipliers and the state of the economy— Moltiplicatori fiscali e lo stato dell’economia ▬ http://www.imf.org/external/pubs/ft/wp/2012/wp12286.pdf [un sommario di questo working paper è stato pubblicato nell’IMF Fiscal Monitor del 4/2012, in Appendice 1 ▬ http://www.imf.org/external/pubs/ft/fm/2013 /01/pdf/ fm1301.pdf).● Non sono ancora fuori dei guai, proprio, questi europei…   (vignetta) Foto: The Economist, 16.8.2013, P. Chappatte ●Nella Repubblica ceca, il nuovo primo ministro Jiri Rusnok, uomo di fiducia del presidente Milos Zeman, da lui designato un po’ forzando la prassi senza che, cioè, avesse una maggioranza precostituita o ragionevolmente possibile in parlamento, dopo la caduta del vecchio premier estromesso e dimissionario, quasi per vergogna – sotto accusa, poi, per comportamenti truffaldini manco suoi ma di suoi collaboratori – come previsto non ha ottenuto la fiducia. Rimane in carica per gli affari correnti finché sarà formato un nuovo governo. Se no resterà in carica fino alle nuove elezioni, che ormai probabilmente si terranno a fine ottobre e che a questo punto comunque vedono sicuramente in vantaggio nei sondaggi il centro-sinistra rispetto al dimissionario e sputtanato gabinetto di centro-destra. Forse qui, come in Italia ma ancora un po’ meno che da noi, l’unica cosa su cui gli elettori sembrano d’accordo è sul fatto che non sono d’accordo su niente (The Economist, 23.8.2013, Czech politics – Apathy vs. Enmity— Politica ceca – Apatia contro inimicizia ▬ http://www.economist.com/blogs/easternapproaches/2013/08/czech-politics-0).  ●Il Fondo monetario internazionale ha reso noto che la Grecia potrebbe ancora avere bisogno di altri 10,9 miliardi di € di crediti di salvataggio dai partners dell’eurozona entro fine 2015. Paulo Nogueira Batista, il funzionario brasiliano che rappresenta 11 paesi latino americani nel Consiglio d’Amministrazione del FMI si è astenuto— non ha approvato, cioè, ma il voto, pur complessivo in rappresentanza di tutti i latino-americani, non è stato sufficiente a bloccare la decisione.Si trattava di approvare altri 1,7 miliardi di €, la parte che al Fondo spettava finanziare nella tranche complessiva del prestito corrente per Atene. Il rappresentante al Fondo del Brasile ha motivato il suo voto argomentando che al solito, le previsioni dell’Istituto, della BCE e della Unione europea sono troppo rosee sul futuro di Atene e che alla fine potrebbe ben essere che il paese vada effettivamente in default. Una conclusione che, però, a questo punto non è più digeribile solo per la Grecia e il popolo greco ma anche per chi ha gestito in questo modo rozzamente cretino – come il Fondo stesso qualche tempo fa ha ammesso – tutta la faccenda: Eurogruppo, cioè i governi europei,  BCE e FMI (1. Go-GreeceNet, 2.8.2013, Greece May Face Gap of 11 Billion Euros, IMF Says— Il Fondo monetario dice che la Grecia potrebbe ancora trovarsi di fronte a un buco di altri 11 miliardi di € ▬ http://www.go-greece.net/2013/08/02/ greece-may-face-gap-of-11-billion-euros-imf-says) 2. The Economist, 2.8.2013).●Ergenekon è l’appellativo mitico di una valle della legenda turco-anatolica che ha dato il nome a un complotto e all’organizzazione segreta militar-civile che nel 2004 aveva tentato di rovesciare l’allora nuovo governo civile islamico-moderato della Turchia di Recep Tayypp Erdǒgan. Ora, un tribunale di Silivri (provincia di Istanbul, sul mar di Marmara, sede di un modernissimo complesso carcerario, con oltre 11.000 prigionieri il maggiore d’Europa), il 5 agosto ha imposto una serie di pene, alcune molto pesanti a chi ha condannato come congiurato di un complotto conosciuto come “quello dello Stato profondo”…Una delle 17 condanne all’ergastolo è stata data al generale in pensione Isker Basbug, ex capo di stato maggiore delle Forze armate che era in carica proprio sotto il governo Erdǒgan, altri condannati di rilievo sono stati Veli Kucuk, ex brigadier generale e principale accusato di aver ridato vita a un’ala segreta, clandestina, JİTEM— Jandarma İstihbarat Teskilati – Agenzia dei servizi segreti della gendarmeria turca; Hursit Tolon, ex comandante in capo dell’esercito; Kemal Kerincsiz, un civile, avvocato, esponente dei repubblicani all’opposizione che ha fatto aprire una quarantina di procedimenti penali contro scrittori e giornalisti che accusava di insultare “la turchicità” dello Stato perché favorevoli all’apertura delle istituzioni a un Islam per quanto “moderato” ormai da anni legittimamente e democraticamente, comunque, al governo; e Tuncay Ozkan, giornalista, anche lui condannato a 11 anni.Un’altra decina dei 275 imputati hanno avuto pene detentive sopra i dieci anni e gli altri sono stati assolti per lo più per mancanza di prove giuridicamente e non solo politicamente probanti per il tribunale stesso (1. Hürriyet Daily News, 5.8.2015, Murat Yetkin, Mission accomplished, with some collateral damage— Missione compiuta, con qualche danno collaterale ▬ http://www.hurriyetdailynews.com/mission-accomplished-with-collateral-damage.aspx?pageID=449&nID=52064&NewsCatID=409); 2. New York Times, 5.8.2013, Sebnem Arsu, Turkish Court Hands Down Sentences in Coup Plot— Un tribunale turco emette le sentenze in un giudizio per tentativo di golpe militare ▬ http://www.nytimes.com/2013/08/06/world/europe/turkish-court-hands-down-sentences-in-coup-plot.html?_r=0).●Alla fine di questa chiosa sul tentato e fallito golpe, più vero anche se velleitario che presunto, alla Valerio Borghese per dire o, meglio alla generale De Lorenzo, con una sottolineatura forse non proprio irrilevante sull’evoluzione recente della storia di Turchia e, soprattutto, proprio del periodo dell’ascesa di Erdoğan, va anche detto chiaramente quanto e come la sua decisione già dal 2003 di “avvicinare” l’Unione europea chiedendo poi di aderirvi formalmente, abbia contribuito a dargli forza nel suo costante lavoro di erosione del potere politico nel paese degli interessi congiunti e anche strumentali laico-militari proprio perché una delle condizioni sine qua non di un’adesione possibile è l’apoliticità delle Forze armate: la fine del loro interventismo nella vita politica che oggi il processo Ergenekon e subito prima la modifica dell’art. 35 della Costituzione turca ha sigillato— o almeno sembra aver ratificato una volta per sempre (1. Nota congiunturale no. 8.2013, EUROPA/Turchia , Emendato l’art.35 ▬ http://www.angelogennari.com/notaluglio13.html); 2. New York Times, 13.7.2013, Sebnem Arsu, Turkish Lawmakers Curb Army’s Political Power— I legislatori turchi tagliano le unghie al potere politico dell’esercito ▬ http: //www.nytimes.com/2013/07/14/world/europe/turkish-lawmakers-move-to-curb-armys-political-power.html?_r =0 ). E’ stato un processo complesso che ha attraversato oltre un  decennio, tra avanzate e arretramenti reciproci, accordi e tradimenti. Non pochi (Ergenekon e, prima, Stay Behind…) anche col coinvolgimento di agenzie e entità USA e/o NATO (come si è sempre “saputo” dei golpe precedenti, i molti tentati e riusciti nel 21° secolo). Ma, alla fine, hanno vinto le forze civili, contrapposte a quelle più chiaramente vicine ai militari, le forze schierate con Erdoğan e l’islamismo moderato profondo della vecchia Turchia cosmopolita e multinazionale dell’impero ottomano pre-Ataturk contro il secolarismo forzato e un po’ provinciale  imposto con le armi a un popolo che magari poi anche lo apprezzava ma non amava vederselo imporre così. Ecco, con questa condanna dopo due mesi di sommosse nate per tutti altri motivi ma sfruttate anche “eversivamente” viene oggi qui proclamata la vittoria dell’Islam politico in versione turca sulle Forze armate e sugli interessi anche affaristici che intorno ad esse si coalizzavano – c’erano anche quelli del partito di governo, ovviamente – da parte di chi voleva costruire, invece, una società del tutto secolarizzata e modernizzata all’occidentale e anche nel senso peggiore del termine. Per un paese che solo 52 anni fa, per ordine di una giunta militare, impiccava il primo ministro legittimo Ali Adnan Menderes e che, dopo, ha dovuto anche registrare altri tre colpi militari che hanno avuto successo più almeno due invece falliti, non è poco.●Dice il 17 agosto, il premier turco, Recep Tayypp Erdoğan, che il partito dei lavoratori curdo non ha ritirato dal territorio di Istanbul tutte le sue milizie come s’era impegnato a fare a scadenza concordata. E i curdi gli fanno subito osservare che lui non ha rispettato a pieno la parte sua dell’accordo: ad esempio, il riconoscimento dell’agibilità e dell’uso in pubblico della lingua curda in Turchia… Dice Erdoğan che solo il 20% della popolazione curda si è in effetti trasferito oltre il confine iracheno, nel Kurdistan autonomo di quel paese. Ma non risponde al loro reclamo… (Yahoo News, 17.8.2013, Reuters,Turkey's Erdogan says Kurds have not withdrawn as agreed— Il premier turco Erdoğan afferma che i curdi non si sono ritirati come da accordi raggiunti ▬ http://ca.news.yahoo.com/turkeys-erdogan-says-kurds-not-withdrawn-agreed-132620280.html).●In Spagna, a parte – bé, poi a parte… – lo sconquasso che ha coinvolto il premier, Mariano Rajoy, per gli episodi di corruzione (ma lui dice, guarda un po’, che dei fondi neri coi quali è stato alimentato per anni il Partito popolare che, dopo Aznar, ha sempre guidato, non ne sapeva niente…), il nodo del prossimo immediato futuro è che se si conferma l’andazzo, per dirlo un po’ più elegante la tendenza, dello scorso biennio, sembra alla maggioranza degli osservatori pronta a scattare – come a valanga, o a smottamento almeno – la meccanica della corsa sfrenata verso il salvataggio obbligato che finora è stato evitato— inclusa un’operazione in extremis del tipo disastro di Cipro, specie poi se una crisi di governo italiana che non lasciasse intravvedere una soluzione si trascinasse dietro, con le convulsioni del suo spread, anche quello spagnolo…●Il nodo strategico e politico che va affrontato e risolto – pacificamente, è chiaro: col necessario tira e molla – tra Russia e America è in realtà ormai chiaro a tutti e consiste nel fatto che il contenzioso vero, effettivo, che sta montando tra loro è dovuto al fatto che gli USA, convinti di aver vinta la guerra fredda negli anni ’80 senza più dover rischiare resistenze non si rassegnano ad accettare che Mosca tenti di riprendersi, invece, quello che l’America di Clinton e Bush aveva dichiarato di averle sottratto per sempre: la sfera di influenza geo-politica che aveva una volta l’UIRSS ma anche prima la Russia zarista e che Mosca, invece, è decisa a riuscirci.Il patto di Varsavia e l’Unione Sovietica non sono certo rinati né sembra che stiano riemergendo o possano farlo. Ma la più tradizionale sfera di influenza basata su storia e geografia del vecchio impero zarista e sovietico si va, in forme nuove e anche tra resistenze evidenti quanto legittime,  ricostituendo. Putin di fatto, e nei fatti, mostra una coerente concezione geografica della continuità di una storia russa che è analoga e di sicuro meno storicamente in dubbio anche se pur essa sempre contesa di quella che l’America s’è disegnata per sé con la dottrina del “destino manifesto” rispetto al mondo intero e a “dottrina Monroe” per l’America latina. E tutto intorno ai confini della Russia, cioè di quella che era la più grande tra le 16 Repubbliche sovietiche che formavano l’ex Unione, si vanno ritessendo usi, costumi, legami e interessi che dialetticamente facevano insieme la seconda superpotenza del mondo e sempre dialetticamente si vanno ritrovando cercando di sicuro un equilibrio nuovo che cerca di bilanciarsi tra interessi diversi e sentimenti diversi e, a volte, anche in conflitto tra loro. ●Sempre fra tensioni che ogni tanto si manifestano anche pubblicamente tra interessi immediati e di prospettiva e contrasti anche smaccati e resi volutamente evidenti. Ad esempio, è di questi giorni, a fine agosto, l’ordine del governo russo alle sue compagnie petrolifere di tagliare le consegne alla Bielorussia di 1/4 circa delle quantità di greggio normali dopo l’arresto del 26 agosto all’aeroporto di Minsk del presidente dell’Uralkali russa, Vladislav Baumgertner. La Transneft russa ha annunciato che provvederà, anche se ha formalmente annunciato che lo farà “per rimpiazzare 700 Km. di tubazioni che, ove non venissero sostituite, potrebbero ormai danneggiare l’ambiente”. In Bielorussia, i suoi impianti producono fertilizzanti (carbonato e fosfato) di potassio e da Minsk era stato appena accusato di aver inflitto seri danni economici al paese con le sue decisioni (era appena uscito da un incontro col primo ministro Mikhail Myasnikovich, che voleva convincerlo a cancellare la decisione di uscire dalla joint venture con la Beraluskali che Baumgertner aveva appena annunciato di voler sciogliere. L’incontro era andato male e l’arresto è stato subito eseguito, anche se la Bielorussia sa benissimo che ormai, nel mondo, il governo del presidente Lukashenko  ha appoggio diplomatico e politico e riscontro anche economico solo con Mosca. Il caso, probabilmente, troverà una soluzione abbastanza rapida, ma è significativo che malgrado un’integrazione economica già forte le tensioni fra paesi vicini di tanto in tanto riemergeranno sempre (Investor Intel, 29.8.2013, A. Bruno, Uralkali boss arrest sparks potash ‘Cold War’— L’arresto del boss della Uralkali innesca una ‘guerra fredda’ del potassio ▬ http://investorintel.com/potash-phosphate-intel/uralkali-boss-arrest-sparks-potash-cold-war).Dopo più di vent’anni dalla fine della guerra fredda, insomma, che come accennato già l’America aveva un po’ prematuramente proclamata vinta una volta per sempre, e in parallelo col relativo declino e la fiacca che ormai accompagna Washington costretta a fare ormai i conti coi limiti evidenti che ridimensionano la sua stessa peraltro sempre enorme potenza, si va ormai riaggiustando un po’ l’equilibrio a favore dei russi con una risistemazione delle geopolitica globale che – tra Russia, America e Cina – conta ancora alla fine per il mondo molto di più di qualsiasi singolo sviluppo o risvolto del pur grande ma frantumato mondo arabo o di quello di enormi potenzialità ma sempre incapace di ricomporle che forma l’Europa altra dalla Russia.●La Lane Energy Poland, una compagnia di esplorazione e ricerca controllata dalla Conoco Phillips americana, sta estraendo quotidianamente sugli 8.000 m3 di gas con la frantumazione meccanica di scisti bituminose in un sito sperimentale che sta sfruttando nei pressi di Lębork, nella Pomerania del nord-ovest della Polonia. Lo ha detto il vice ministro per l’Ambiente, Piotr Woźniak che è anche il principale geologo polacco. Si tratta di frantumazione meccanica delle rocce a 3 Km. di profondità, ha spiegato Woźniak, con poco rischio perciò per l’ambiente, ma anche di una quantità ancora del tutto insufficiente per venir qualificata come produzione commercialmente già valida. Anche se, comunque, ha anche sottolineato il ministro, è il miglior risultato finora registrato in Europa (Kuwait Times, 29.8.2013, Agenzia AFP, Poland starts shale gas extraction— La Polonia inizia ad estrarre il gas dalle rocce scistose ▬ http://news.kuwaittimes.net/pdf/2013/aug/29/p25.pdf). Secondo l’istituto geologico polacco, di cui proprio il ministro è stato l’animatore e il modernizzatore, la Polonia potrebbe a regime avere ogni anno una quantità variabile da 80 miliardi a 2 trilioni di m3 di gas scistoso commercialmente sfruttabile. STATI UNITI●Sull’aumento quasi unanimemente definito ben al di là delle aspettative che ha dato il PIL del secondo trimestre a +1,7%, qualche notazione più critica che, però, ci sembra importante: il tasso di aumento del potenziale economico del paese calcolato da tutti sul 2,2-2,5% traduce in effetti un aumento reale dell’1,7 in una perdita fra produzione di ricchezza potenziale e effettiva nel secondo trimestre.E c’è anche di più: c’è ora anche la revisione del tasso di crescita dei tre precedenti trimestri, in altri termini coi dati ora revisionati dal Bureau of Economic Analysis (BEA, 31.7.2013,. L. Mataloni, Domestic Product:  Second Quarter 2013 - Advance Estimate & Comprehensive Revision:1929 Through First Quarter 2013— Prodotto interno. Seconto reinmestre 2013 – stima preliminare & revisione complessiva dei dati dal 1929 fino al primo trimestre del 2013 compreso ▬ http://www.bea.gov/newsreleases/national/gdp/2013/txt/gdp2q13_adv.txt) in ribasso secco dell’1,3% complessivo (in media, dello 0,4% per trimestre).●Tra parentesi, ma è importante, in America hanno ora rivisto il modo in cui calcolano il PIL che, d’ora in poi, conteggiato sui dati che risalgono fino al 1929 (la prima Grande crisi) includerà anche gli intangibili, come li chiamano, per esempio le spese per R&S. Questo metodo, diciamo ritoccato, vuole arrivare a evidenziare forma e consistenza dell’economia moderna com’è. E, alla fine, dà per risultato un aumento del PIL del 3,6% – che non è proprio poco – e – non irrilevante anche questo – riduce la spesa pubblica federale come parte dello stesso PIL. La misurazione del PIL è per definizione, il più importante di tutti i dati statistici forniti da un paese. Ma è anche discussa (1 € di crescita del PIL lo dà tanto la produzione di un veleno, di una certa quantità di grano o di una medicina salvavita… (come constatava con amarezza, disse una volta, proprio giorni prima del suo assassinio, Robert F. Kennedy “questa economia nostra è capace di misurare il prezzo di tutto, ma non sa misurare il valore di niente”). Vedrete se adesso, presto, più o meno tutti gli altri istituti statistici, a prescindere dal merito che, forse, ha la decisione, ma semplicemente perché lo hanno fatto gli americani  non finiranno per allinearsi: pedissequamente (The Economist, 2.8.2013, Measuring America GDP – Boundary prolems— La misurazione del PIL dell’America – Questioni di confini  ▬ http://www.economist.com/news/finance-and-economics/215824 98-america-has-changed-way-it-measures-gdp-boundary-problems).La rappresentanza grafica del dato ora corretto sul PIL è la seguente:● Cresce il PIL, da un giorno all’altro e non poco: e una volta tanto non è (solo) un trucco   (grafico)     Fonte: The Economist, 2.8.2013.In sostanza e, comunque, anche calcolato col nuovo meccanismo, la crescita dell’intero anno trascorso è stata però di appena un 1,4%. Che non sembra proprio, come calcola ad esempio il WP qualcosa di sufficiente a rinunciare allo stimolo della spesa pubblica, per poco che sia, ma di molto maggiore di quello di tanti altri paesi (Washington Post, 31.7.2013, Ylan Q. Mui [intitolato trionfalmente ma in modo del tutto inconsistente a] Una crescita dell’economia americana nel secondo trimestre più  rapida di quella attesa— U.S. economy grew faster than expected in 2nd quarter ▬ http://www.washingtonpost.com/ business/economy/us-economy-grew-faster-than-expected-in-2nd-quarter/2013/ 07/31/e3edb58a-f956-11e2-afc1-c850c6ee5af8_story.html).●I dati su occupazione/disoccupazione di luglio, diffusi a inizio agosto, attestano – per citare la sintesi del catenaccio che ne fa il NYT – che “i progressi dell’occupazione, minori delle aspettative, non sono stati in grado di assorbire l’arretrato di disoccupazione in nessun futuro prossimo. Il tasso ufficiale di disoccupazione è sceso al 7,4%”, ma al solito non perché siano calati i disoccupati, perché sempre di meno sono tra di loro quelli che rinunciano anche solo a farsi registrare come tali (gli scoraggiati). E’ comunque stato questo il 34° mese consecutivo di posti di lavoro in aumento ma, di questo passo, secondo la Brookings Institution ma ormai tutti gli istituti di ricerca richiederebbero anni e anni – sette al minimo, dicono – per riassorbire questo arretrato. Anche gli altri specifici indicatori legati alla condizione del lavoro non vanno bene: media di ore lavorate, durata della disoccupazione, salario minimo…     (1) New York Times, 2.8.2013, C. Rampell, U.S. Adds 162,000 Jobs As Growth Remains Sluggish— Gli USA aggiungono 162.000 posti di lavoro con la crescita che resta fiacca ▬ http://www.nytimes.com/2013/08/03/business/ economy/us-adds-162000-jobs-less-than-expected.html?_r=0; 2) BLS/Bureau of Labor Statistics, 2.8.2013, USDL 13-1527, Employment Situation Summary 7-2013 ▬ http://www.bls.gov/news.release/empsit.nr0.htm; 3) EPI/Economic Policy Institute, 2.8.2013, Jobs and Unemployment:  Six Trends in the Jobs Numbers That Are Due to Weak Hiring— Posti di lavoro e occupazione: Sei tendenze nei numeri dei posti di lavoro dovuti alla bassa propensione ad assumere ▬ http://www.epi.org/publication/trends-jobs-numbers-due-weak-hiring).Spiega quest’ultimo paper dell’EPI – attraverso analisi ben documentate per ogni punto – che le sei tendenze dovute all’indisponibilità di chi dà lavoro ad assumere sono: 1. la disoccupazione è ancora alta in tutta la gamma dei settori produttivi; 2. il tasso di partecipazione al lavoro è sempre depresso; 3. la sottoccupazione resta alta; 4. la disoccupazione di lungo termine è elevata; 5. i salari restano depressi; 6. c’è un aumento sproporzionato di lavoro solo nei settori a più bassi salari. E questo in una situazione che di per sé migliore parecchio di quella nostra europea.Una considerazione finale sulla questione. Qui è una questione di priorità… Se, come ormai recitano tutti in coro, è l’economia il problema più importante, allora la cosa più importante è proprio portare l’occupazione al massimo, il più vicino possibile alla cosiddetta piena occupazione perché, in concreto poi, per il 99%della gente comune economia è uguale proprio ad avere un lavoro. Ma è serio sostenere, come dicono i propagandisti del cosiddetto libero mercato, che le nostre società oggi non sono in grado di impiegare chi non trova lavoro? A parte i grandi progetti di infrastrutture che non vengono presi di petto, ci sono montagne di progetti di ricerca e di rinnovamento energetico da portare avanti e milioni di posti di lavoro disponibili. Non è, dunque questione di posti  che non ci sono ma di soldi che non si vogliono spendere per crearli.Ma dicono che spendere così, a debito, non è giusto. Però non offrono alcuna alternativa reale al solito andazzo, il loro, che fa male ai disoccupati ovviamente ma anche a tutta l’economia deprimendo domanda, produzione e offerta. Insomma, l’economia, la ripresa possibile, oggi non è affatto a un bivio: semplicemente non c’è alcuna “riforma di struttura”, come le chiamano loro, in grado di risolvere presto, domani e dopodomani come serve, la carenza di lavoro sollevando un numero sufficiente di persone dal marasma in cui è stato affondato. Solo misure di stimolo eccezionali a breve, e anche a qualsiasi prezzo, hanno il potenziale di cominciare a tirare fuori tutti sia a breve che a lungo termine, rilanciano domanda e produzione, anche accumulando debito sì, come il Giappone, e in qualche modo fregandosene. Tanto l’alternativa, provata e testata – è dimostrato dai fatti – è peggio…Qui una serie di esperti fanno rilevare che il numero di coloro che godono di un assegno di disoccupazione si sta riducendo più rapidamente del numero delle nuove richieste di usufruire di sussidi di disoccupazione. E attribuiscono il fatto al numero crescente di gente che ha esaurito il periodo coperto da qualche forma di aiuto federale o statale ai senza lavoro regolarmente registrati. E anche la riduzione della durata media dei benefici ha aumentato il numero dei lavoratori interessati (Washington Post, 22.8.2013, Brad Plummer, Unemployment benefits are vanishing faster than the job market is improving— Gli assegni per i disoccupati scompaiono più rapidamente di quanto migliori la situazione del mercato del lavoro ▬ http://www.washingtonpost.com/blogs/wonkblog/wp/2013/08/22/unemployment-benefits-are-vanishing-fast er-than-the-job-market-is-improving). C’è anche un’altra ragione a spiegare il calo di lavoratori disoccupati che chiedono i sussidi e che, quindi, ne riducono l’ammontare. Sono molti i lavoratori che adesso vanno perdendo il lavoro e che nell’ultimo biennio hanno accumulato esperienza lavorativa troppo scarsa  per riuscire a qualificarsi e a ottenere misure di sostegni di tipo pubblico.In altre parole, se un lavoratore fosse stato licenziato nel 2008 o nel 2009, quando l’economia stava perdendo qualcosa come 650-750.000 posti di lavoro ogni mese, e dopo avesse potuto trovare solo lavori precari o a tempo parziale, non sarebbe nemmeno in grado di rispettare quantità minime e qualità di lavoro svolto dal momento del licenziamento per poter richiedere la copertura disponibile di sussidio alla disoccupazione. All’inizio della recessione, questi lavoratori sarebbero stati relativamente pochi ma ormai questa è la situazione che incombe su parecchi di loro: che sfuggono a ogni statistica ufficiale o anche solo ufficiosa…        ●La Compagnia del Washington Post ha annunciato che vende il vecchio e una volta glorioso quotidiano che defenestrò Nixon e contribuì ad affossare la guerra del Vietnam per perdersi poi l’anima dietro alla propaganda patriottardica alle guerre di Bush al fondatore di Amazon, Jeff Bezos, per 250 miserevoli milioni di $. E il gruppo editoriale del  New York Times, per alleggerirsi un bilancio sempre più in rosso, ha concordato di vendere il Boston Globe per $70 milioni— una frazione dell’investimento di 1,1 miliardi di $ con cui l’aveva comprato venti anni fa a un altro miliardario, John Henry, che lo compra come comprerebbe una svalutatissimo ex campione di basket … (The Economist, 9.8.2013, American newspapers – Chasing paper profits— Giornali americani – Alla caccia di [improbabili] profitti di carta ▬ http://www.economist.com/news/business/21583284-tycoons-keen-eye-bargain-are-buying-up-print-newspapers-chasing-paper-profits).●Sfidando apertamente l’ammonimento degli USA di non concedere alcuna copertura al suo ricercato numero uno, la magistratura russa ha concesso alla talpa Edward J. Snowden – che, impiegato com’era e specialista strapagato della NSA americana, l’onnipotente organizzazione segreta di intercettazioni elettroniche extra-legem, ha rivelato al mondo le intercettazioni segrete condotte a spese sia di “amici” sia di “nemici” – consentendogli così, relegato com’era da un mese nel settore transiti internazionali dell’aeroporto Sheremetevo di Mosca,  un diritto “temporaneo” (un anno) di asilo e il permesso a muoversi liberamente sul suo territorio.Mettendo così fine, di fatto, al limbo legale in cui s’era trovato relegato. La reazione ufficiale americana è stata risentita— ma anche, una volta tanto, impotente: si tratta della Russia qui, mica di Panama! “Siamo estremamente delusi da questo sviluppo negativo”, ha subito sentenziato l’addetto stampa della Casa Bianca in una conferenza stampa affrettata e improvvisata (1. White House, 1.8.2013, Jay Carney, Conferenza stampa ▬ http://www.whitehouse.gov/the-press-office/2013/08/01/press-briefing-press-secretary-jay-carney-812013; 2. New York Times, 1.8.2013, S.Lee Meyers e A. E. Kramer,   Russia Grants Snowden a 1-year Asylum— La Russia concede a Snowden asilo per un anno ▬ http://www.nytimes.com/2013/08/02/world/europe/ edward-snowden-russia.html?agewanted= ll&_r=0).La reazione di Obama che il NYT chiama per quello che è – una “reazione di pura e semplice frustrazione” al nyet di Mosca su Snowden – dopo qualche giorno di ponderazione, s’è concretata alla fine nel cancellare il vertice bilaterale con Putin in programma a Mosca subito dopo il vertice dei G-20 che si tiene a San Pietroburgo a inizio settembre… Cioè: a San Pietroburgo andrebbe pure  (oltre a lui e a Putin ci saranno, dopotutto, ben altri 18 capi di Stato (e/o di governo!), ma a Mosca no. Putin va bene a San Pietroburgo, dove presiede pure i due giorni di lavoro, ma a Mosca no…Sembra come un tantinello infantile – e anche come un po’ d’ammoina visto che subito dopo e prima di San Pietroburgo si incontrano invece, bilateralmente, sia i due ministri della Difesa che quelli degli Esteri – ma tant’é… Certo che, alla vigilia del G-20, l’incombente minaccia di intervento armato contro la Siria fregandosene anche solo pro forma dell’ONU, gioca un ruolo che, al limite, stavolta potrebbe anche affondare per sempre o per molto tempo questa celebrazione cerimoniosa annuale dell’inanità del preteso dialogo al vertice tra i 20: uno dei quali, alla fine, poi è quello che conta e se ne frega sempre degli altri…● Lo stato delle libertà civili nell’America di oggi   (vignetta)  Fonte: IHT, 22.8.2013. P. ChappatteIn America c’era un’opinione neanche maggioritaria ma “pesante” che voleva un segnale di scontento dal presidente e lo chiedeva ad altissima voce e ora lo ha avuto…(minoritaria secondo una cruciale inchiesta PEW del mese scorso sulla questione Snowden/spifferaggio/spionaggio: (PEW Reasearch Center for People and Press, 26.7.2013, Few See Adequate Limits on NSA Surveillance Program— In pochi vedono limiti adeguati ai programmi di sorveglianza della NSA[9] ▬ http://www.people-press.org/2013/07/26/few-see-adequate-limits-on-nsa-surveil lance-program). E lui non se l’è sentita di dire loro di no (New York Times, 7.8.2013, M. D. Shear, Obama Cancels Visit to Putin As Snowden Adds to Tensions— Obama cancella la visita a Putin, con la faccenda Snowden che si aggiunge alle tensioni [le altre tensioni sono ad esempio il fatto che la Russia non è del tutto d’accordo, spiega ingenuamente l’articolo, con la visione che ha l’America di come andrebbe trattata la Siria oppure l’Iran…] ▬ http://www.nytimes.com/2013/08/08/ world/europe/obama-cancels-visit-to-putin-as-snowden-adds-to-tensions.html?_r=0). Disse di sì Richard M. Nixon a Nikita Kruscev, lo incontrò a Mosca, nel cosiddetto “dibattito della cucina”: e era in pienissima guerra fredda, il 24.6.1959…Poi, in sede di briefing  ai giornalisti, il portavoce della Casa Bianca pensa bene di dare qualche dignità. come dire, maggiore alle motivazioni aggiungendo, dopo aver riconosciuto che la goccia del trabocco del vaso è stato Snowden, che “la mancanza di progresso tra noi e i russi su questioni come la difesa missilistica e il controllo degli armamenti, questioni commerciali e di scambi reciproci, la visione che abbiamo diversa su diritti umani e società civile” (White House, 7.8.2013, Dichiarazione del portavoce Jay Carney sul viaggio del presidente in Russia ▬ http://www.whitehouse.gov/ the-press-office/2013/08/07/ statement-press-secretary-president-s-travel-russia).Insomma: siccome l’accordo a priori non c’è ad accettare le nostre proposte ma vogliono continuare a proporre le loro, noi non ci stiamo più: ed è la solita patetica visione finora riservata, pareva, a nord-coreani e iraniani e cubani, ma in realtà poi a chiunque osasse dire no all’America, ma sempre più patetica perché adesso pretende di estendersi anche alla Russia – l’altra superpotenza nucleare reale – per cui ci si mette a sedere, adesso anche coi russi, solo se già son d’accordo, a priori, con noi… E poi – è proprio necessario che lo diciamo – bisognerebbe che avesse il coraggio di dirlo alto e forte proprio il governo italiano (ma, diceva don Abbondio, uno se il coraggio non ce l’ha, mica se lo può dare,no?) il casino che sta facendo Obama contro l’asilo russo e il rifiuto dell’estradizione per Snowden ha qualche cosa di irrazionale, di incongruente e perfino di grottesco – in linea di principio, di inaccettabile – quando rifiuta, per dire, proprio all’Italia la consegna di uno come il suo spione Robert Seldon Lady già condannato dalla giustizia e in terzo grado – definitivo, al contrario di Snowden – per il rapimento e la rendition forzata di Abu Omar e poi si indigna perché a lui non consegnano Snowden.Insomma, questi pretendono, e nessuno sembra avere le p**le per dirgli che nel mondo di oggi non va più, non è più accettabile e non è più accettato, pretendere dagli altri il diritto a far estradare chi gli USA si vogliono prendere e rifiutare agli altri lo stesso diritto. Come ha, compassatamente, fatto rilevare la dichiarazione del consigliere capo di Putin per la politica estera, Yury Ushakov, in replica alla dichiarazione della Casa Bianca, bisogna che finalmente gli USA imparino a trattare con gli altri paesi – con tutti gli altri paesi – su una base di parità e di dignità reciprocamente riconosciuta (RIA Novosti, 8.8.2013, Russia: Kremlin ‘disappointed’ that Obama’s visit to Moscow cancelled— Russia: il Cremlino ‘deluso’ dalla cancellazione della visita di Obama a Mosca ▬ http://en.rian.ru/russia20130807/18263 3034/Kremlin-Disappointed-That-Obamas-Visit-to-Moscow-Is-Canceled.html).Più avanti nel mese emerge anche la notizia che, già nel recente passato, il presidente di una Corte federale segreta (che cioè delibera in segreto – un’idea già di per sé profondamente anti-americana nel sentire comune – ma poi non conta un cacchio, visto che emette solo pareri rivolti al governo e che per saperlo si è dovuto sapere, in sostanza, da qualche altro spiffero…) il giudice John D. Bates ha emesso una lunga e motivata sentenza di ben 85 pagine a nome della Corte di Supervisione dei Sistemi Segreti (istituita dal Congresso, ma senza poteri reali se non di qualche moral suasion, forse) che egli presiede per condannare, a posteriori sempre, la sistematica sorveglianza dei contenuti delle comunicazioni Internet dei cittadini americani (sempre e solo di loro si tratta: di sorvegliare gli altri, dovunque nel mondo, violando sovranità, diritto internazionale e quant’altro  qui è sempre considerato un diritto: per gli americani, si fa ma poi qualcuno almeno si lamenta!).E, poi, in realtà, a leggere bene il testo non è che il giudice si sia risentito per lo spionaggio illegale in se stesso ma pur rilevando “la violazione dei diritti civili degli americani”, condanna in realtà e in sostanza “il ribadito e voluto fuorviare e mentire alla Corte sull’illegale spionaggio domestico”. Non lo spionaggio, cioè, ma la bugia! (1. New York Times, 21.8.2013, Text of Judge’s Opinion on N.S.A. Program ▬ http://www.nytimes.com/interactive/2013/08/22/us/22nsa-opinion-document.html? gwh=6445C5649D2 C6E753EF7B601076A304B; 2. New York Times, 21. 8.2013, C. Savage e S. Shane, Secret Court Rebuked N.S.A.On Surveillance— Un tribunale segreto  bacchetta la NSA sulle operazioni di spionaggio [domestico!] ▬ http://www.nytimes. com/2013/08/22/us/2011-ruling-found-an-nsa-program-unconstitutional.html?_r=0).●Emerge, quasi tra parentesi e senza sottolineature particolari, la notizia che gli Stati Uniti sarebbero finalmente disposti a incontrare il nuovo governo di Rouhani in Iran per discutere, dicono, del “programma nucleare di Teheran, sempre che l’Iran fosse pronto a farlo seriamente”. Aveva subito prima aperto la porta il nuovo presidente iraniano parlando al Majilis, il parlamento, dopo il giuramento inaugurale del suo mandato, del fatto che “l’unico modo di interagire con l’Iran è un dialogo su base paritaria, sul costruire reciproco di fiducia, sul mutuo rispetto, tanto quanto sulla riduzione dell’antagonismo e di una aggressività vicendevole”.Ma, al solito, ciurlano non poco nel manico, diplomatici e stampa occidentali. Per sintetizzare, come scrive l’autorevole Economist, “da quando è stato eletto a  giugno, il chierico ha chiesto ‘seri e sostanziali’ negoziati con l’occidente (ma, in realtà, poi con l’America, l’unico interlocutore che a ragione, poi gli interessi gli altri, soprattutto l’Europa non contando niente), sul programma nucleare iraniano” (The Economist, 9.8.2013, Rohani’s recruits— Le reclute di Rohani ▬ http://www.economist. com/blogs/pomegranate/2013/08/iran-s-new-cabinet). Solo che, detto così, al solito, è un falso: il ‘chierico’, come lo chiamano gli anglosassoni, non ha affatto spinto per negoziati sul nucleare, ma – sempre insistito – su tutto il contenzioso dell’Iran con l’America: il nucleare, certo, ma anche e anche più dal loro punto di vista ovviamente le sanzioni, il boicottaggio contro il suo paese, economico e diplomatico…La risposta americana, stavolta, è stata immediata e positiva ma non precisamente sullo stesso tono, anzi con quel suo “se sono seri”,  a parte l’aver sembrato confermare che intendono parlare solo del programma atomico dell’Iran, è sembrata anche vagamene insultante. Però non è stata respinta subito come tale e come forse sarebbe stato fino a ieri, dal nuovo ministro degli Esteri che è il da anni ambasciatore iraniano all’ONU, Mohammad Javad Zarif, che ha lavorato in America per anni e conosce bene gli americani e, anche, le loro fisime e le loro ubbíe (Reuters, 4.8.2013, Yeganeh Torbati e M. George, Iran, U.S. signal will to engage as new president sworn in— Dopo il giuramento del nuovo presidente, Iran e USA segnalano di voler impegnarsi [a provarci] ▬ http://www.reuters.com/article/2013/08/04/us-iran-rouhani-idUSBRE97306820130804).Resta il fatto che l’Iran, col nuovo presidente e il suo governo, deve fare i conti coi… conti che Ahmadinejad aveva procrastinato per due o tre anni. Ma il buco di bilancio accumulato arriva ormai a circa 1/3 del fabbisogno essenzialmente per entrate di tanto più basse del previsto. E’ l’effetto tutto sommato forse più duro per l’Iran delle sanzioni americane che, per il suo non piegarsi sul proprio programma nucleare nazionale, dal 1911 gli hanno ridotto, di 1/3 appunto, scambi di prodotti petroliferi, spedizioni navali e operazioni bancarie che l’America è riuscita a far adottare o a imporre dal resto della comunità internazionale – come ama chiamarla – che pure sempre con maggiore difficoltà ancora controlla.Così il deficit di bilancio del marzo 2013-marzo 2014, quest’anno fiscale, è arrivato a 68 miliardi di $ ammette al majilis – il parlamento – citando dati forniti dalla precedente amministrazione di Ahmadinejad, il nuovo vice presidente della Repubblica, Eshaq Jahangiri: “più di 1/3 del bilancio di previsione non sarà realisticamente coperto e bisognerà provvedere a tagliarlo di almeno 45 miliardi”. Sembrano i buoni propositi comuni nella crisi a tanti altri governi, obbligati a tagliare welfare e spesa pubblica coi sacrifici di rito per tentare di avvicinare un pareggio di bilancio, ma sarà difficile stavolta non tagliare di niente il programma nucleare stesso.Il presidente Hassan Rouhani, seguendo ovviamente come da Costituzione le direttive della Guida della rivoluzione Ali Khamenei, ha promesso nella cerimonia di insediamento che “non verranno mai compromessi i princìpi di indipendenza e sovranità” della Repubblica. Ma s’è anche impegnato a condurre una politica dei rapporti internazionali scevra della magniloquenza, dell’aggressività verbale e delle rodomontate che, senza nominarlo, ha detto essere state troppo tipiche dello stile del  suo predecessore. La continuità di sostanza della politica che rivendica il diritto alla ricerca atomica del paese identico a quelli di qualsiasi altro paese sovrano c’è tutta ma è l’oggettività di un’economia in contrazione che contrae le risorse disponibili che potrebbe, qui forse ormai più che in altri paesi, ritardare se non degradare, il programma nucleare iraniano quest’anno anche se non sarà probabilmente un effetto facilmente discernibile dall’esterno nel breve periodo. Ci potrebbero essere dunque, volendole cercare, le possibilità di riaprire un negoziato: ma sempre, e solo, se si tiene conto, in partenza, delle esigenze e delle idiosincrasie di tutti gli interlocutori. Non solo di quelle USA e di quelle israeliane. ●In Iraq, nel frattempo, subito prima di metà agosto e subito dopo la fine del Ramadan, si scatena nuovamente l’inferno di attacchi assassini di stampo settario. Almeno una cinquantina di morti in un giorno, il 10 agosto, tra Tuz Khurmato – città turkmena della provincia di Saladin in attentati sostanzialmente anti-sci’iti – e a Bagdad – dove ne sono stati ammazzati il doppio – in una coda avvelenata ormai e di lungo periodo tra i sunniti di Saddam Hussein cacciati dal potere dagli americani e gli sci’iti di Nuri al-Maliki messi al governo dagli americani ma, appena partiti loro, alleatisi con gli sci’iti al potere a Teheran e staccatisi dagli americani stessi (News Telegram.com, 1.8.2013, Wave of bombings across Iraq during holiday kills 69— Ondata di attentati alla bomba in tutto l’Iraq fa [più di] 69 morti ▬ http://www.telegram.com/article/20130811/NEWS/308119934/1052/rss01&source=rss). Poi, sempre subito prima di Ferragosto (titola l’Huffington Post, 145.8.2013, Sameer N. Yacoub, A Bagdad, una serie di attentati alla bomba lascia più di 30 morti e dozzine di feriti— Baghdad Bombings: More Than 30 Killed, Dozens Wounded In New Wave Of Attacks ▬ http://www.huffingtonpost.com/2013/08/15/baghdad-bombings_n_3759763. html). E bisogna proprio dirlo: ne avessero azzeccata una che è una, strategicamente, da Reagan in poi, ‘sti americani…E, a fine mese – a distanza fissa ormai di dodici-quindici giorni tra l’una e l’altra ondata di attentati – 86 iracheni vengono uccisi e diverse centinaia rimangono seriamente feriti in una serie di esplosioni coordinate nei quartieri a prevalenza sci’ita della capitale (RIA Novosti, 28.8.2013, Death toll rises to 86 in Baghdad bombings— Il conto dei morti sale a 86 negli attentati alla bomba di Bagdad ▬ http://rt.com/news/ iraq-bombing-baghdad-killed-097). ●Adesso, il ministro del Petrolio Abdul Karem Luaibi ha reso noto che ExxonMobil sta vendendo alla PetroChina e all’indonesiana Pertamina, separatamente ma contemporaneamente, nel futuro prossimo più del 60% del pacchetto azionario che detiene finora del progetto di ricerca del giacimento di West Qurna-1 (Reuters, 23.8.2013, Exxon selling Iraqi oilfield stakes to Petro China, Pertamina: Iraq minister— Ministro iracheno rivela che la Exxon sta vendendo i campi petroliferi alla Petro China e alla Pertamina, rivela un ministro ▬ http://www.reuters.com/article/2013/08/23/us-iraq-exxon-idUSBRE97M0A820130823). ●L’Alta corte anti-terrorismo del Pakistan ha ordinato a fine luglio al 69nne ex presidente feld-maresciallo Pervez Musharraf, dittatore e capo supremo militare e politico del paese dal 20 giugno 2001 al 6 ottobre 2007, quando uscì di scena con le dimissioni impostegli dai suoi stessi militari, di comparirle adesso il 6 agosto di fronte nell’udienza preliminare dove i procuratori della Repubblica chiederanno di imputargli l’accusa di complicità nell’assassinio a fine dicembre 2007 della ex primo ministro, signora Benazir Bhutto (The Express Tribune/Islamabad, 31.7.2013, Fawad Ali, Assets and accounts restored to Musharraf, but ordered to appear in Court on August 6— Patrimonio e fondi restituiti a Musharraf ma gli è stato ordinato di comparire di fonte alla Corte il 6 agosto ▬ http://tribune.com.pk/story/584294/ex-presidents-trial-musharrafs-assets-accounts-restored).    Bhutto era figlia di Zulfiqar Ali, presidente dal 1971 al 1973 e poi famoso primo ministro del Pakistan dal 1973 al 1977, fatto impiccare da un precedente dittatore militare Muhammad Zia-ul-Haq, nei fatti perché aveva sfidato il volere degli alleati americani (aveva dato al paese la sua bomba A) e era moglie di quell’Asif Ali Zardari che esce egli stesso a giorni dalla carica di presidente della Repubblica cui venne eletto proprio sull’ondata di indignazione per l’attentato di cui ella fu vittima, con una cinquantina di astanti al comizio che andava facendo, da businessman e affarista (Mr 10%, lo chiamavano per gli affari fatti e le tangenti, dicono, prese quando lei era primo ministro) e che nel prossimo immediato futuro dovrà andare sotto processo anche lui (Mr. 10%...) per corruzione e frode ai danni dello Stato.E Musharraf alla fine, in una manifestazione di improvvisa e catastrofica per lui erosione del privilegio militare tradizionale all’impunità, è stato formalmente imputato di aver organizzato e ordinato l’assassinio premeditato di Benazir Bhutto e di altre decine di vittime “collaterali” dell’attentato (New York Times, 20.8.2013, Salman Masood e D. Walsh, Pakistani Court Indicts Musharraff in Bhutto Assasination— Il tribunale imuta a Musharraf l’assassinio di Bhutto ▬ http://www.nytimes.com/2013/08/21/world/ asia/pakistani-court-indicts-musharraf-in-assassination-of-bhutto.html?_r=0).   ●Contemporaneamente, sul piano più immediatamente politico, manifestando e dichiarando la propria tenace volontà di indipendenza da Washington anche sapendo di irritarlo non poco, il nuovo primo ministro Nawaz Sharif nel primo discorso televisivo di ordine programmatico al paese ha annunciato che, pur mantenendo sempre l’opzione militare contro i militanti talebani del paese che agiscono contro il governo, lui insiste a voler aprire con loro un dialogo per cercare davvero la pace.Il paese, ha sostenuto, ha bisogno di concentrare risorse e vite umane oggi bruciate nella guerra interna per superare le sfide che uno sviluppo arretrato con grande urgenza gli impone oltre a rafforzare una posizione strategica sempre precaria (India, Afganistan, adesso dopo la partenza degli americani, Cina) senza bruciarle più nella lotta contro gli insorti cui, in passato, gli stessi militari hanno retto bordone e alimentandone anche l’azione nell’illusione che esportare violenza e anarchia nei paesi vicini ne avrebbe rafforzato il controllo e la sicurezza nel loro stesso paese (New York Times, 19.8.2013, Salman Masood, Prime Minister of Pakistan Open to Talks With Taliban— Il primo ministro del Pakistan si dichiara aperto al dialogo coi talebani ▬ http://www.nytimes.com/2013/08/20/world/asia/pakistans-leader-says-hes-open-to-talks-with-taliban.html?_r=0).Questo è quel che si va sviluppando, per così dire, alla ribalta. Ma, in realtà, c’è anche forte l’impressione che forse né il governo Sharif né i Tehrik-i-Taliban Pakistan, le formazioni talebane del paese, si stiano seriamente impegnando a cercare un’uscita dal conflitto, un’insorgenza che ormai si prolunga a fianco, e insieme, a quella afgana (sono praticamente tutti di etnia pashtun), ormai da sette anni. Cioè, che ogni parte stia, piuttosto, usando l’altra e il negoziato stesso come una leva con cui scalzarsi e indebolirsi reciprocamente. Alla fine, un qualche accordo lo troveranno (i talebani, sia pakistani che afgani, sono stati dopotutto un’invenzione dei servizi segreti del Pakistan e dell’America in combutta anti-russa) ma non presto e tanto meno subito, anche perché tutti qui stanno aspettando di vedere come andranno a finire le cose nel vicino Afganistan: a cominciare proprio dai cosiddetti colloqui di pace tra gli Stati Uniti e il Mullah Omar (Stratfor, Geopolitical Intelligence/Anaklysis, 23.8.2013, Pakistan: Neither the Government nor the Taliban Want to Talk— Pakistan: ma né il governo né i talebani autoctoni vogliono davvero parlare ▬ http://www.stratfor. com/analysis/pakistan-neither-government-nor-taliban-want-talk).●E adesso, a fine agosto, Karzai va in visita, la sua prima, al nuovo presidente del Pakistan (BBC News Asia, 26.8.2013, Karzai calls for Pakistan role in Afghan peace process— Karzai chiede al Pakistan di giocare un ruolo nel processo di pace afgano ▬ http://www.bbc.co.uk/news/world-asia-23839017), Nawaz Sharif, e tutto il suo incontro è centrato sulla richiesta a Islamabad di frenare e controllare la leadership dei talebani afgani, “facilitando” al contempo i colloqui tra governo e insorti talebani afgani. Il fatto è che seguaci del Mullah Omar e lui, l’ultimo presidente talebano afgano, hanno vissuto impunemente, anche comodamente e soprattutto, sostanzialmente, liberi nei movimenti e nelle comunicazioni a Quetta, città di quasi 1 milione di abitanti, centro tradizionale degli studi islamici più rigidi nel nord-ovest del Baluchistan pakistano dal 2001, da quando vennero cacciati dal loro paese dai bombardamenti aerei americani. Ma proprio Sharif, al contrario almeno a parole del suo predecessore appena uscito di scena, non ha mai mostrato propensione alcuna a cambiare la linea di condotta, diciamo, permissiva, verso la dirigenza afgan-talebana. E, alla fine, in modo trasparente ma solo attraverso il resoconto, informatisimo, che dei colloqui tra Sharif e Karzai danno i cinesi (sic!) si viene a sapere come davvero è andata. Dice Sartaj Aziz, consigliere del primo ministro pakistano per gli Affari Internazionali e di Sicurezza che il suo governo farà “il possibile per convincere i talebani afgani ma che il PM Sharif ha doverosamente informato il presidente afgano che non hanno alcuna intenzione di mettersdi sul serio a negoziarsi con esso” (Xinhua News Agency, Agenzia Nuova Cina, 28.8.2013, Pakistan says Taliban unwilling to talk to Afghan government— Il Pakistan afferma che i Talebani non sono disposti a trattare col governo afgano ▬ http://news.xinhuanet.com/english/world/2013-08/28/c_125260578.htm).Il messaggio che si nasconde dietro il messaggio è duplice ed è chiarissimo.• Primo, che i talebani si aspettano di tornare comunque e anche rapidamente al potere, col ritiro completo delle truppe straniere e, dunque non hanno interesse a negoziare con Karzai che, in attesa di impiccare e magari linciare senza neanche sottoporlo a processo formale, proprio come fecero col predecessore, il “comunista” Mohammad Najibullah che rifiutò di scappare da Kabul a novembre del 1996, continuano a giudicare un traditore e un fantoccio. • E il secondo è che gli interessi nazionali del Pakistan e della sua sicurezza hanno bisogno di stabilità – una qualsiasi stabilità – nell’Afganistan del dopo Karzai. E che quindi farà il possibile per impedire che, dopo il ritiro ISAF e USA e il ritorno al potere dei talebani che giudicano inevitabile, scoppi una nuova guerra civile nel paese confinante a nord-est. E tanto peggio che se così non si salva Karzai. Dopotutto, mica lo hanno scelto loro, a suo tempo: lo avevano scelto da soli gli americani che adesso lo mollano e lo avevano poi imposto/fatto eleggere agli afgani. Allora come ora, solo in base ai propri interessi.  ●Nel messaggio annuale al paese, in occasione dell’Eid al-Fitr— la Festa dell’interruzione che celebra la fine del Ramadan, il mese del digiuno prima di ogni tramonto, mullah Muhammad Omar, il capo dei talebani e già presidente dell’Afganistan prima dell’invasione americana, ha esortato le sue forze a continuare a combattere fino alla completa cacciata delle truppe straniere che ancora occupano il paese. E assicura che, per il futuro, sosterrà solo un governo islamico, denunciando quello attuale ancora insediato a Kabul come un’ “accozzaglia di servi”. Insomma, di per sé niente di nuovo, se non per l’insistenza sul “continuare la guerra fino alla fine” che smentisce la “scommessa” lasciata avventatamente trapelare di certe illusioni americane sul fatto che i talebani aiuterebbero in qualche modo, rallentando le loro pressioni, gli americani ad andarsene.Il messaggio dice che non è così e “conferma solennemente che non pensiamo affatto a monopolizzare il potere… Chi ama davvero l’Islam e il paese è impegnato verso l’uno e l’altro e tutti i suoi abitanti, chiunque essi siano e da qualsiasi etnia o zona geografica provengano, visto che questo è il loro paese”. E Omar ha anche ripetuto che, siccome la democrazia “è solo una perdita di tempo”, i talebani non “correranno”, come bizzarramente dicono gli infedeli, per le elezioni presidenziali del 2014. Ma l’assicurazione solenne che i talebani non vogliono monopolizzare il potere va letta con grande circospezione e, necessariamente, comunque, visto che certo non la nascondono insieme all’altra: che, in ogni caso, quello che vogliono i talebani è uno Stato compiutamente islamico, che segua rigorosamente leggi e costumi dettati dalla shar’ia così come loro la interpretano e non le regole “aliene” a storia e cultura loro di una qualsiasi democrazia e, anche e poi, una visione del mondo dove per tutti regni alla fine l’umma: da umm— madre, in senso lato come comunità di tutt6i i mussulmani del globo, guidata da Allah e da chi, legittimamente secondo loro, lo interpreta. Una visione che non può altro che essere definita – senza che loro si offendano affatto – integrale e integralista (EuroNews, 6.8.2013, D. Welch, Taliban reject Afghan elections,vow to fight until troops leave— I talebani rifiutano le elezioni afgane, giurano che continueranno a combattere fino all’uscita di tutte le truppe [straniere] ▬ http://www.euronews.com/newswires/2060158-taliban-reject-afghan-elections-vow-to-fight-until-troops-leave).●Al Jazeera ha lanciato il suo nuovo canale via cavo chiamato Al Jazeera USA che aveva comprato a gennaio scorso da Current TV, l’emittente che apparteneva a Al Gore, ex VP di Clinton, Nobel della pace e capace propagandista-imprenditore del messaggio dei verdi. Ora l’emittente di proprietà del Qatar ha aperto uffici di corrispondenza in 12 città americane e si ripromette di fornire agli americani una lettura da un punto di vista “altro e diverso dal loro” dei fatti e misfatti del mondo. Quanto diverso, poi, bisognerà stare a vedere, considerando che comincia appoggiando la versione americna – e, è vero, sunnita – della demonizzazione dello sci’ita-alauita Bashar al- Assad… (The Economist, 23.8.2012).GERMANIA●Alla vigilia ormai delle elezioni politiche cui, per ragioni anche troppo scontate, guarda con attenzione tutta l’Europa, noi qui azzardiamo:• Nessun partito da solo ce la può fare a avere la maggioranza assoluta dei seggi, cioè a governare da solo: 0%.  • Con qualche minore certezza di un mese fa (quando i sondaggi sul partner minore di Merkel, l’FDP, lo davano in caduta libera), la coalizione post-elezioni formata da CDU/CSU/SDP – la Grosse Koalition – è il più probabile risultato del compromesso finale: diciamo, una probabilità del 45%.• I sondaggi, in qualche ripresa, dell’FDP, che sembrano adesso poterne consentire l’entrata nel Bundestag, portano oggi anche a riconsiderare come possibile, forse, un nuovo mandato della piccola coalizione, quella CDU/CSU/FDP. Forse il 40% di probabilità...• C’è anche da notare, però, che al momento potrebbe anche essere il partito dei Verdi a  costituire la pedina vincente di una coalizione vincente. Anche se il leader Jürgen Tritton, alla domanda se, dopo, potrebbe accordarsi con la CDU ha risposto seccamente di no perché “una coalizione di due partiti che guardano in due direzioni opposte non può funzionare”, che, forse, a vedere lo strano connubio al governo in Italia,  ha ragione; ma anche che, questa non è l’Italia, la CDU non è il PDL e i Verdi non sono il M5S e non è del tutto, quindi, da escludere la possibilità – diciamo, appena il 10% – di una coalizione CDU/CSU/Grünen.• Da menzionare marginalmente è anche la possibilità che, se il leader della SPD, Peer Steinbrück, ce la facesse a recuperare voti dalla sinistra dei Linken, rimandando la sinistra radicale  sotto il 5% dei voti, e qualcosa anche dall’Alternative für Deutschland (gli euroscettici spinti e monotematici che pescano un po’ dovunque), la Merkel potrebbe anche fallire ogni maggioranza possibile e esiste una vaga possibilità (forse appena al 5%) di una mandato SPD/Grünen.• E c’è infine – elemento arrivato come un fulmine a cielo, come si è visto, abbastanza sereno – la rivolta morale che colpisce la Merkel, anche personalmente, quando viene fuori (per la straordinaria rilevanza  degli  spifferatori  di   “segreti”  ufficiali – alla  Snowden,  alla  Manning[10],   alla  Assange – e del servizio che rendono  anche con rischi  assai chiari per mantenere viva  la democrazia di un paese che democratico vuole restare!) l’ipocrisia con cui sotto la sua guida ha lasciato trasmettere le intercettazioni di cittadini tedeschi alla NSA americana e adesso le denuncia indignata e ipocrita come una violazione del diritto di ogni e di tutti i tedeschi alla privacy… A questo punto sembra proprio che lo snodo si scioglierà alla fine tutto intorno al destino dei liberal-democratici. In ogni caso, va detto che le speranze diffuse in Europa su un significativo ammorbidimento post-elettorale della linea tedesca, su come avviare a soluzione la crisi europea, non sembrano proprio giustificate. Per far cambiare idea alla Germania bisognerà in qualche modo obbligarla e non si vede proprio chi sarà in grado di farlo davvero. Anche un cambio nel senso della Grande Coalizione, vedrebbe difficilmente cambiare in modo significativo la posizione di Berlino, anche perché resterebbero comunque sempre da fare i conti col convitato di pietra che si tende ogni volta a scordare salvo riscoprirne la presenza condizionante o bloccante ogni volta che conta: la Corte costituzionale.  E, attualmente, la Corte – la Bundesverfassungsgericht - BVerfG – sta continuando a “deliberare” da mesi sia sulla congruità dell’ESM, il Meccanismo europeo di stabilità, che su quella della OMT, outright monetary stability, la misura di rifinanziamento “a salvaguardia dell’euro con ogni mezzo che abbiamo a disposizione” lanciata, anche se poi mai neanche attivata – bastò l’annuncio a bloccarne le fibrillazione – ad agosto 2012 dal presidente della BCE Mario Draghi e qui contestata e rinviata a giudizio come contraria alla Costituzione tedesca.●In Germania, hanno coperto già con più di 650 miliardi di € di aiuti pubblici (il 25% del PIL) un sistema bancario inguaiato (solo in Gran Bretagna al contribuente è costato di più: 878 miliardi di € e  il 50% del PIL), aggrovigliato incenstuosamente per cultura, costume e anche legge, alla Monte dei Paschi di Siena o come una qualsiasi banca italiana e anche più, a tutti i livelli politici con partiti e governi locali come fonte di aiuto clientelare e di finanziamento per progetti di interesse dichiaratamente ma non sempre appropriatamente pubblico: mala gestione, corruzione rampante e clientelismo allo stato puro (New York Times, 9.8,2013, J. Ewing, In Germany, Little Appetite to Change Troubled Banks— In Germania, poca voglia di cambiare il comportamento delle banche nei guai ▬ http://www.nytimes.com/2013/08/10/business/ global/in-germany-little-appetite-to-change-troubled-banking-system.html?pagewanted=all&_r=0).● Prestatori scriteriati: i sistemi bancari europei (Italia, il  meno arrischiato: non presta proprio!)   (grafico)Salvataggi approvati per legge dei sistemi bancari: totale europeo, 5 trilioni e 86 milioni di €  Fonte: Commissione europea (dal New York Times, 10.8.2013)E la Germania tra tutti i paesi europei è anche e sempre il più riluttante a consentire di progredire verso un’efficace riforma della regolamentazione bancaria, su cui pure in linea di principio si dichiara d’accordo. In linea soltanto di principio, però, perché qui i legami soprattutto fra banche locali e Länder – gli Stati, le regioni federali – sono appunto incestuosi. Che a questo punto hanno un effetto-zavorra su tutto i sistema bancario del’Unione europea. Lì, nel cuore economico e finanziario d’Europa, le banche hanno fatto a gara, come nel Regno Unito, in Danimarca, in Irlanda a rincorrere gli investimenti più rischiosi e azzardati per farci quattrini— perdendoceli sopra invece a bizzeffe. Mentre chi ha rischiato di meno lo ha fatto semplicemente non prestando più soldi, cioè non facendo più, come in Italia,  il proprio mestiere…Dalla campagna elettorale emerge chiara la contraddizione di fondo con cui si scontra ormai la Germania – tutta la Germania: quella di Merkel come quella eventuale anche se ancora pare improbabile, di Steinbrück e, se è per questo, dell’Europa intera: tutto si gioca su come i paesi della UE sceglieranno di fronteggiare questa contraddizione cruciale tra l’integrazione politica ed economica dell’Unione stessa e la loro ormai quasi inesistente sovranità nazionale.●E, attenzione, il problema non è solo la Germania… A fine luglio c’è stata uno scambio rivelatore nel livello di tensione tra Francia e Commissione, quando prima alla richiesta pubblica di Bruxelles perché Parigi attivasse urgenti “riforme di struttura” a diversi settori di mercato liberalizzandoli – dall’acquisizione di imprese pubbliche al mercato del lavoro – Hollande ha risposto duro che non dicesse fesserie (e aveva del tutto ragione: di fesserie pure si tratta, come ha dimostrato l’ignara Fornero) e che si facesse gli affari suoi e il presidente Barroso ha replicato quasi di scatto, criticando pubblicamente la richiesta pressante del governo francese per escludere il settore audiovisivo dal negoziato in gestazione per un più largo accordo di libero scambio tra USA e UE stessa…Perché qui siamo al nodo: la maggior parte delle riforme (evitiamo il nome, che porta jella anche? e chiamiamole magari “misure”, va bene?) che potrebbero, forse, mitigare la crisi di tutta l’Europa – come la creazione di una vera unione fiscale, cioè dei bilanci, e l’emissione di eurobonds veri e propri – sono in diretta riduzione e comunque restringimento della sovranità nazionale e sono politicamente costose, specie per Germania e Francia, i due paesi protagonisti del blocco.Certo, non è solo una concessione politica… Si tratta anche di un trasferimento proprio di poteri economici perché mantenere viva l’Unione richiede sicuramente, ormai, un investimento di notevoli risorse economiche al di là delle somme già stanziate per i salvataggi già decretati. E, per arrivare davvero a una forma efficace di federalismo fiscale, a livello di Unione bisognerà inventarsi un sistema di trasferimento dei pagamenti— in altri termini, una ridistribuzione di risorse, con un meccanismo efficace, tra gli Stati membri.Non è forse una scelta che i tedeschi possano, vogliono o devono fare nel breve. Certo non ora, in campagna elettorale. Ma è su questa scelta, e su quella diversa ma analoga che toccherà fare anche ai francesi – e, a “scendere”, poi a italiani, spagnoli, olandesi e a tutti gli altri – che ormai si accentra ogni scommessa sul futuro dell’Unione europea. Una cosa raggrinzita – e al massimo capace di mettere qui e là, e per quanto tempo ancora così?, una toppa non alla crisi dell’economia ma alla crisi dei suoi gruppi dirigenti, dei suoi governi: quando qui, quando là – o qualcosa che ancora trovi, o ritrovi, un futuro...●Il 1° novembre, di fronte alla Corte federale di Hannover, parte il processo penale per corruzione (regalie e mazzette ricevute da ricchi elettori quando era presidente del Land della Bassa Sassonia9 contro l’ex presidente della Repubblica federale Christian Wulff. S’era dovuto dimettere appena s’erano diffuse le voci, neanche le accuse (su questo qui sono seri…) di sospetti nel febbraio 2013, lui che era un solidissimo protetto e protettore di Merkel. E la notizia – che non cambierà, però, radicalmente le cose – arriva ora, proprio ora, alla vigilia delle elezioni politiche.Cioè, tutto il mondo – la corruzione politica – è davvero paese? – ma in tutto si tratta di una regalia da €750, il conto di due cene, di una notte in un hotel a cinque stelle e della baby sitter che quella sera curò il bambino dei coniugi Wulff… da parte del loro amico cinematografaro, David Groenewold, che in cambio ebbe una raccomandazione alla Siemens per un suo suo progetto – e anche qui ci sono i giudici rossi? (New York Times, 27.8.2013, Former German President Will Stand Ttrial— Ex presidente tedescova  sotto processo ▬ http://www. nytimes.com/2013/08/28/world/europe/former-german-president-will-stand-trial.html?_r=0).      GRAN BRETAGNA●I dati più recenti sullo stato dell’economia della Gran Bretagna attestano di una ripresa che c’è, contraddittoria e fragile come s’è appena visto ma c’è. Anche se sarebbe stato utile, e onesto, da parte di tanti che hanno riportato il dato far anche notare che, al ritmo attuale tenuto dall’economia, il Regno Unito – secondo le previsioni ottimistiche del suo stesso governo – riprenderà il livello di capacità produttiva che aveva nel 2008 solo nel 2014. E, secondo le proiezioni un tantino più realistiche anche se esse stesse per definizione sempre rosate del FMI (International Monetary Fund, World Economic Outlook Database,4.2013, UK – GDP and GDP per capita at Constant prices— PIL e PIL pro  capite  a prezzi costanti per il RU ▬ http://www.imf.org/external/pubs/ft/weo/2013/01/ weodata/weorept.aspx?pr.x=93&pr.y=6&sy=2006&ey=2018&scsm=1&ssd=1&sort=country&ds=.&br=1&c=112&s= NGDP_R%2CNGDPRPC&grp=0&a=) il PIL pro-capite dei britannici non tornerà al suo livello del 2007 fino al 2018…Però è anche vero che, in effetti, la produzione industriale riesce essa stessa a recuperare anno su anno, di un +1,2%, il tasso maggiore dal gennaio del 2011 con una ripresa della stessa produzione manifatturiera al +2 (The Economist, 9.8.2013).Questo, forse, è l’ultimo paese che al mondo continuerà non solo a praticare – lo fanno in tanti, ma spesso quasi per inerzia – ma a credere nel e nell’adorare il liberismo selvaggio e sfrenato della deregolamentazione che c’è ancora chi pretende creerebbe lavoro. Ora il premier Cameron, uno di questi istupiditi neofiti che manco la Fornero già ricordata, si è inventato quelli che ha battezzato “contratti a zero ore”: in sostanza, nessuno così è licenziato ma, e soprattutto, non risulta senza lavoro nelle statistiche: ma a nessuno di questi non-licenziati e disoccupati con contratto a zero ore è garantita neanche una sola ora di lavoro e, dunque, di paga.      (1. Guardian, 12.8.13, P. Maynard e E. Smith, Zero-hours contracts: are they bad for workers?— I contratti a zero ore: per i lavoratori, sono dannosi? [domanda— ma solo e inutilmente retorica per l’orwelliano governo di SGM] ▬ http://www.theguardian.com/commentisfree/video/2013/aug/12/zero-hours-contracts-five-minute-debate-video?INT CMP=SRCH; 2. Guardian, 9.8.2013, Deborah Orr, Zero-hours contracts will not create a sustainable economy— I contratti a zero ore non creeranno un’economia sostenibile ▬ http://www.theguardian.com/commentisfree/2013/aug/09/ zero-hours-contracts-lousy-recovery?INTCMP=SRCH; 3. Guardian, 9.8.2013, H. L. Smith, Zero-hours contracts – remind me of the great depression:let's stop this!— I contratti a zero ore – mi ricordano proprio la Grande Depressione: cancelliamoli! ▬ http://www. theguardian.com/commentisfree/2013/aug/09/zero-hours-contracts-great-depression).●In ogni caso, soprattutto perché è riuscito a vendersi bene, comunque meglio dei laburisti, anche se con dati e cifre come si vede profondamente fasulle ma che proprio i laburisti non hanno avuto il coraggio anche qui di denunciare e respingere perché, in fondo, come troppo spesso anche da noi, essi in realtà credono nella stessa teleologia della storia (che il neoliberismo, che il libero mercato – certo, un tantino – appena appena, si capisce, sono socialdemocratici, no? – più regolato di come lo vogliono i conservatori puri, ma quello, no?…) hanno convinto l’opinione pubblica che il partito laburista si sta sicuramente avviando alla prossima catastrofe elettorale. Tutti i pronostici, di pressoché tutti gli osservatori, su questo concordano: il capo del Labour, Ed Miliband, si è lasciato riprendere coi suoi vuoti silenzi e le sue melense proposte di tiepido sentore da un inetto come Cameron la metà del vantaggio (dall’11 al 5%) che i sondaggi gli davano, proprio come qui Berlusconi con l’ultimo inebetito Bersani e come stanno ancora facendo mettendo a Letta le manette le destre aiutato fermissimamente per la scesa dall’auspicante moderatismo di Napolitano, senza riuscire a fare una sola, grande, forte, rivoluzionaria – sì, rivoluzionaria proposta – semplice e subito comprensibile, come la stro**ata populista del Cavaliere sull’IMU, a tutti gli elettori su una, due massimo tre grandi questioni.Le prossime elezioni sono state fissate per il 7 maggio 2015, e il premier è sempre in grado di anticiparle come e quando gli fa comodo, qui: e, da ora a un po’meno di due altri anni o anche meno, la sinistra fa benissimo in tempo anche qui, a perdere le elezioni. E anche meglio, di più: perché, in fondo, se l’economia ricomincia ad andare meglio – e senza star troppo a commuoversi si chi ci rimette: che sono tanti ma tanto contano poco – perché mai cambiare chi è alla guida dell’auto?●I primi ministri di Gran Bretagna e Spagna, David Cameron e Mariano Rajoy, si sono parlati al telefono sul riaccendersi di tensioni intorno al nodo di Gibilterra, la punta sud-occidentale d’Europa che tocca quella nord-occidentale dell’Africa, dove la colonia (territorio britannico d’oltremare, formalmente) ha cominciato la costruzione d’una barriera artificiale di scogli (affondando grandi blocchi di cemento sul fondo della baia per aumentare la pescosità delle acque, come è probabile, però sottraendo così quantità di pescado alla Spagna: violando, così, un comma dell’antica e forzata concessione coloniale al re d’Inghilterra e esponendosi alla rappresaglia della guardia di frontiera spagnola che ha subito reagito annunciando l’introduzione di una tassa di €50 per ogni passaggio della frontiera (The Economist, 9.8.2013, Spain and Gibraltar – Like North Korea?— Spagna e Gibilterra – Come la Corea del Nord? ▬ http://www.economist.com/news/europe/21583282-sabre-rattling-will-only-push-spains-target-out-reach-north-korea).Gibilterra, fino a pochi decenni fa considerata una roccaforte strategica per il controllo marittimo di tutto il Mediterraneo oggi, coi sommergibili nucleari e le grandi portaerei da questo punto di vista a Londra costa solo molto in sussidi. Ma per il governo di Sua Maestà è difficile riuscire a darla indietro alla Spagna perché ormai la popolazione locale è abituata a essere sia iberica che britannica, con differenze che ci sono ma non sono affatto scontate e legami di ogni tipo che legano ormai quella doppia natura. Nel 2002 un referendum ha respinto, col 98% dei voti – erano voti liberi, certo aiutati dai sussidi ma checché ne dicessero gli spagnoli – la proposta di sciogliersi da Londra e arrivare a cancellare l’esito, segnato per la Rocca, dal Trattato di Utrecht che nel, 1713, mise fine alla guerra anglo-spagnola per la successione sul trono di Madrid che s’era trascinata per dodici anni tra tutte le potenze europee.Naturalmente, ma anche in modo antiquatamente ridicolo ormai, il riflesso condizionato automatico di una ex grande o, una volta – e ormai da molto – pretesa, grande potenza marittima come la Gran Bretagna è stato anche adesso quello di inviare a Gibilterra la Flotta di SGM la Regina: quatro navi das guerra, la portaelicotteri HSM Illustrious e le HMS Bulwark, HMS Montrose e HMS Westminster (BBC News, 12.8.2013, Royal Navy task force sets sail ahead of Gibraltar visit— Task force della Royal Navy  veleggia [si fa per dire] in visita a Gibilterra ▬  http://www.bbc.co.uk/news/uk-23654590).     GIAPPONE●Il vice primo ministro Taro Aso ne ha fatta un’altra delle sue, di quelle che del resto molti suoi colleghi a partire dal premier stesso sembrano assai proni a commettere, dichiarando stavolta in Tv che il parlamento nipponico avrebbe molto da imparare dalla tecnica delle riforme parlamentari che il partito nazista nel 1933, con una maggioranza anche inferiore a quella di cui gode oggi alla Dieta il suo partito, riuscì a imporre alla Germania mettendo fine alla democrazia di Weimar. Stavolta, è subito stato costretto a smentirsi. Ha detto di avere sicuramente sbagliato, perché il Giappone oggi è una democrazia e le sue osservazioni hanno portato a un’incomprensione diffusa. Ma lo ha detto dicendo che hanno capito male gli altri – che manco Berlusconi – e con un sospiro che molti hanno percepito in Tv come una specie di rassegnato “purtroppo”.E’ l’art. 9 della Costituzione giapponese, dettata dall’occupante americano dopo la II guerra mondiale, che Aso e quelli che la pensano come lui vogliono cambiare per legittimare nel paese un’altra visione della politica estera e di difesa, ora benvenuta anche dagli americani stessi però, anche se da nessuno di vicini della regione… (Libero, 1.8.2013, Frasi su nazismo: vice premier giapponese fa marcia indietro [malvolentieri] ▬ http://247.libero.it/focus/26422039/3/giappone-frasi-su-nazismo-vice-premier-aso-fa-marcia-indietro).Recita che  “il popolo giapponese rinuncia per sempre alla guerra come diritto sovrano della nazione e alla minaccia e all’uso della forza come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali” … e impegna il paese a che “le sue forze armate di terra, di mare ed aeree, così come ogni altro potenziale di guerra, non saranno mai mantenute”. E si capisce perché alcuni lo vogliano cambiare e tanti altri siano ferocemente contrari all’idea. Specie quelli che della storia si ricordano meglio.●Più in generale, e a dispetto di ogni retorica, ora che le lezioni sono passate e le ha vinte, si moltiplicheranno le pressioni su Shinzo Abe perché riveda al ribasso l’interventismo pubblico nell’economia del paese per arrivare in ottobre a un aumento già discusso dell’IVA. Insomma, sembrano aver avuto successo, dentro la “balena gialla”, il suo stesso partito, le minacce gonfiate da segnali di mercato nervosi sul troppo osare e che invocano maggior prudenza e qualche retromarcia nell’esperimento spericolato della Abenomics che stimola la crescita quasi solo stimolando la spesa pubblica.●Un articolo, dal tono molto quanto immotivatamente sprezzante nei confronti del tentativo eterodosso e anticonvenzionale (proprio per questo) di rilancio macro e micro-economico del NYT (New York Times, 11.8.2013, Japan Economy Up Sluggish 2.6 Percent for Quarter— L’economia nipponica cresce di un fiacco 2,6% nel trimestre ▬ http://www.nytimes.com/aponline/2013/08/11/business/ap-as-japan-economy.html) dice ai lettori del “pigro”— “sluggish” rilancio della crescita economica qui nel secondo trimestre: +2,6% a tasso annuo. Il problema è che i media americani in generale, e proprio il NYT in particolare, avevano appena elevato i loro osanna all’1,7% di crescita del PIL degli Stati Uniti nello stesso periodo. Non molto, certo, ma crescita “più che positiva”, “salutare”. Ma allora non si capisce bene perché quel che è salutare negli USA qui – e molto più forte – sia, invece, “fiacco”— specie considerato, poi, che il Giappone ha un tasso demografico in calo e una forza lavoro attiva in declino mentre popolazione e forza lavoro in USA crescono, al momento, dello 0,7% a tasso annuo.E’ una tendenza che a volte emerge anche prepotente e impaziente, questa della crescita giapponese, insieme ma separatamente com’è ovvio, a quella di altri paesi vicini al Giappone (Cina, ma anche Coree, Filippine, Vietnam stesso) una fortissima contrarietà che va comunque affrontata prima di provare come Abe dice a riformare in senso maggiormente nazionalista la politica estera del Giappone. Un altro test delle crescente irritazione degli altri è stata la celebrazione il 25 agosto dell’anniversario della fine della seconda guerra mondiale che ha visto gli ennesimi buffoneschi riti sciovinisti poco tollerati dai paesi che ne sono stati vittima celebrati al solito santuario di Yakusune che raccoglie anche le spoglie di diversi criminali di guerra nipponici impiccati dai tribunali alleati del dopoguerra nel 1946.●Di fatto, nei fatti,  il debito pubblico del Giappone oggi è arrivato a 1.000.000.000.000.000 di yen, 1 quadrilione di miliardi, 1 seguìto da ben 15 zero, qualcosa come due volte il 230% del PIL, il doppio di quello italiano, in dollari all’incirca 10.396 miliardi e in € grosso modo 7.792 miliardi… E anche qui, anche all’interno del partito di Abe così eterodosso rispetto al come trattare e curare l’economia— sostanzialmente spendendo di più – cominciano a rumoreggiare preoccupazione seria  e ormai inquieto dissenso. ●Ma, intanto, il Giappone ha varato il 6 agosto dal porto di Yokohama il suo più grande vascello da guerra, dopo la fine della seconda guerra mondiale, la portaelicotteri Izumo (dal nome d’una regione dell’antico Giappone medioevale, nota come la madre del Tenno, l’imperatore inviato del cielo) che i giapponesi, però, designano come cacciatorpediniere pesante: 27.000 tonnellate di stazza a carico pieno con un ponte da 248 metri e largo 38, operativo pienamente dal 2015, non in grado in mancanza di catapulte di lanciare aerei ad ala fissa ma capace di far funzionare alla bisogna gli appositi aerei da caccia a decollo verticale. Insomma, proprio una specie di portaerei, trasformabile con qualche settimana di cantiere navale, come la francese Charles de Gaulle e l’italiana Cavour…● E, certo, se somiglia a una portaerei, è grossa come una portaerei, non è probabile che sia…  una portaerei?Foto: The Economist, 9.8.2013La nave darà maggiore flessibilità e sostenibilità a missioni di difesa armata che, finora e fino alla revisione della Costituzione ultra-pacifista nipponica qualche riga sopra citata e non ancora passata in parlamento, non è però consentita. In attesa di riuscire a farla passare, Abe – che neanche dopo le ultime elezioni ha la maggioranza necessaria – sembra quasi ora voler forzare la mano e volerlo far sapere a tutti specie, soprattutto, alla Cina (TIME Magazine, 8.8.2013, C. Groden, Japan Unveils the Izumo, Its Largest Warship Since WWII, Amid Tensions With China — Il Giappone esibisce l’Izumo, la sua più grande nave da guerra dopo la II guerra mondiale, tra tensioni con la Cina ▬ http://world.time.com/2013/08/08/japan-unveils-ithe-izumo-ts-largest-warship-since-wwii-amid-tensions-with-china) ; 2. The Economist, 9.8.2013, The wide-mouthed frog— La rana dalla grande bocca[11] ▬ http://www.economist.com/news/asia/21583292-country-launches-its-biggest-warship-second-world-war-wide-mou thed-frog). A Pechino la cosa è stata debitamente notata epperò descritta in termini fattuali, stavolta senza lasciarsi andare a particolari esibizioni di indignazione, che sia genuina o forzata…L’11 e 12 agosto, per un totale di quasi trenta ore, una pattuglia navale cinese è restata, dicono i giapponesi, attiva nella più prolungata intrusione in territorio “conteso” ma che il Giappone dichiara suo. E era arrivata neanche da ventiquattrore la notizia del lancio della portaelicotteri Izumo. Per ora è aumentata la frequenza, non necessariamente (almeno non ancora) l’incrocio aggressivo in quei mari di pattuglie.dopo un’altra decina di giorni viene poi da tutte le fonti confermato che ormai, e da tempo, la Cina sta sistematicamente pattugliando con battelli (armati ovviamente) della Guardia costiera – adesso sono almeno tre – le acque territoriali delle Diaoyu/Senkaku: senza che  emerga alcuna risposta giapponese di analogo impatto (China Daily/Pechino, 9.8.2013, China Coast Guard Fleet Patrols Diaoyu Islands Waters— La flotta di guardacoste cinesi pattuglia le acque delle Diaoyu ▬ http://article.wn.com/view/2013/08/09/Chi na_confirms_Diaoyu_Islands_coast_guard_ patrol) e solo con la reazione impotente e velleitaria dell’ex candidato repubblicano alla presidenza americana, John McCain che, a Tokyo, rassicura il Giappone: secondo lui (ah! ah!) le Diaoyu sono in realtà le Senkaku e territorio nipponico…Poi, però, lui stesso deve precisare, ricevuto al ministero degli Esteri di Pechino dal Consigliere di Stato Yang Jechi (dopo che il governo USA aveva chiarito d’urgenza la sua posizione di “impregiudicata equidistanza” tra le due posizioni, giapponese e cinese) che gli chiedeva di usare “maggiore prudenza” nell’esprimere una posizione personale di come in effetti la sua non è, ufficialmente, la posizione del governo degli USA. Ed è una bella ridimensionata, non poco umiliante, per la prosopopea così assai utilmente ridimensionata del vice presidente della Commissione Esteri del Senato americano (Global Post, 23.8.2013, Yonhap News Agency, U.S. Senator backtracks and says ‘no position’ on disputed islands between China, Japan— Il senatore americano fa marcia indietro e afferma che non c’è alcuna posizione già decisa sulle isole contestate tra Cina e Giappone ▬ http://www.globalpost.com/dispatch/news/yonhap-news-agency/130823/us-senator-says-no-position-dis puted-islands-between-china-j).●A metà agosto, il premier Abe ha rinunciato al disegno, che aveva fatto sapere di voler mantenere, di onorare di persona le tombe degli eroi morti per il Tennō— l’imperatore, il figlio del cielo, tra cui diversi criminali di guerra giapponesi, generali impiccati dopo la seconda guerra mondiale dai tribunali militari delle potenze vincenti per gli stermini di massa ordinati e fatti eseguire alle loro truppe subito prima e durante la guerra di conquista del Sol levante in metà dell’Asia: Manciuria, Cina, Corea, Filippine… E’ il giorno di metà agosto che ricorda la resa senza condizioni dell’impero del Sol Levante agli americani e ai loro alleati sul fronte orientale della seconda guerra mondiale e viene collettivamente lamentato dai nostalgici giapponesi come un giorno di lutto a Yasukuni, il tempio scintoista di Tokyo. Ha invece fatto presentare da un aiutante un’offerta al tempio come suo “omaggio personale”, per pacificare i suoi sostenitori nazionalisti che, comunque, lo criticano. Ma sono andati al tempio shinto di Yasukuni ben tre ministri, “a titolo personale”. E subito sono scattate le proteste durissime, e anche molto consuete ormai, di cinesi, taiwanesi, filippini e coreani del Nord e del Sud.E, partecipando, alla presenza dell’imperatore Akihito, alla cerimonia per il 68° anniversario della fine della seconda guerra mondiale, a pochi metri da Yasukuni nell’arena Budōkan, ha evitato di fare come molti dei suoi predecessori, di esprimere  “rimorso” e neanche “rammarico” per l’ondata di aggressioni, occupazione e atrocità che il paese ha imposto in quegli anni a molti dei paesi vicini, praticamente tutti (New York Times, 15.8.2013, M. Fackler, Japan’s Premier Stays Away From War Shrine, but Sends Offering— Il primo ministro nipponico resta lontano dal Tempio commemorativo della [II] guerra [mondiale e imperialista], ma manda una sua offerta ▬ http://www.nytimes.com/2013/08/ 16/world/asia/japans-premier-stays-away-from-war-shrine-but-sends-offering.html?_r=0). ●Nelle prime settimane che seguirono il disastro nucleare dopo lo tsunami di Fukushima, il governo giapponese consentì alla TEPCO, l’impresa proprietaria dell’impianto di scaricare in mare decine di migliaia di tonnellate d’acqua altamente radioattiva. Poi disse basta. Ma adesso si scopre che, senza consenso o autorizzazione alcuna, per evitare – dice – vere e proprie deflagrazioni oppure più semplicemente il rischio di incidenti, per diversi giorni sia ora fuoruscita nel Pacifico acqua radioattiva al ritmo, pare, di circa 300 tonnellate di acqua contaminata ogni giorno (Il Sole-24 ore, 7.8.2013, S. Carrer, Fukushima, dalla centrale finiscono in mare 300 tonnellate al giorno di acqua contaminata ▬ http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2013-08-07/fukushima-centrale-finiscono-mare-153057.shtml).● Il Pinocchio di Fukushima e il suo rapporto sui danni…Fonte: NYT e Liahne Zaobao (Singapore), 11.8.2013, L. Heng La TEPCO, la cui affidabilità è già finita in malora rischia adesso di doversi accollare spese enormi per l’ulteriore ripulitura del sito, per una quarantina di anni, hanno calcolato, e circa 11 miliardi di $. Il commissario governativo regolatore dell’industria nucleare, Toyoshi Fukeda, i cui predecessori almeno fino all’incidente avevano per disposizioni dall’alto evitato di controllarla accontentandosi dei suoi giuramenti sull’autoregolamentazione adottata, adesso ha dichiarato che la TEPCO ha “trascurato criminalmente” i doveri di sorveglianza della sicurezza che aveva nel dopo Fukushima  e che non ci si può assolutamente fidare. Anche, però, ovviamente, di quel che ha detto la sua stessa  agenzia che avrebbe dovuto controllarla e non lo ha fatto per ragioni “industriali e politiche” (New York Times, 23.8.2013, Reuters, Japan Agency Calls Fukushima Inspectors ‘Careless’▬ L’ente di controllo nipponico dice che gli ispettori a Fukushima non hanno “fatto bene” il loro lavoro ▬ http://www.nytimes.com/reuters/2013/08/23/world/asia/ 23reuters-japan-fukushima-tepco.html?ref=global-home& _r=0).Si è scoperto che tra l’altro i grandi serbatoi di stivaggio che hanno cominciato a perdere l’acqua radioattiva contaminata nelle operazioni di raffreddamento del nucleo erano sigillati – letteralmente – col silicone. Ha osservato un esperto inglese di gestione di materiali radioattivi che lavora all’università di Sheffield che ci sarebbe bisogno “almeno di serbatoi con le giunture in acciaio inossidabile” e non in plastica o in silicone… Ma ci vorrebbero “tempo e soldi per farlo” (The Economist, 23.8.2013, Japan’s leaky nuclear plants – No end in sight— I reattori atomici giapponesi che perdono acqua – Senza alcuna fine ▬ http://www.economist.com/news/asia/21584054-fukushima-nightmare-lingers-no-end-sight) . Ma il governo di Abe, deciso a rilanciare il nucleare come fonte d’energia, anche se ormai è costretto a tenere in qualche conto della pura che Fukushima ha diffuso in tutto il paese, dichiara che si farà carico esso stesso, però, dell’intervento tecnico necessario a far fronte al problema E  di una larga fetta delle spese necessarie: a carico del contribuente, ovviamente  (StabroeckNews.com, 7.8.2013, Reuters, Japan says nuclear plant leak worse than thought, govt joins clean-up— Il Giappone dice che la falla nell’impianto nucleare è peggio di quanto pensato e il governo si impegnerà adesso nel lavoro di ripulitura ▬ http://www.stabroek news.com/2013/news/world/08/07/japan-says-nuclear-plant-leak-worse-than-thought-govt-joins-clean-up).Ma al momento è stato necessario – ed è risultato anche immediatamente allarmante per una popolazione già di per sé comprensibilmente allarmata – per l’Agenzia nucleare nipponica, sputtanata com’è non tanto per l’incidente quanto per la sua imbarazzata e imbarazzante gestione del dopo, elevare lo stato di allarme a “serio”, a livello tre (ogni numero misura un aumento di dieci volte del pericolo radioattivo, dopo aver dovuto riconoscere ufficialmente che l’ultima perdita di acqua radioattiva dalle rovine della centrale,costituisce una grave “anomalia”. La cosa più grave, poi è che né la TEPCO, l’operatore della centrale, né la Dai-ichi, che l’ha costruita, hanno la minima idea della causa che ha provocato la fuga.E, contrariamente al volere del governo, si complica molto, e si intuisce bene perché,  il compito di convincere ancora una volta il paese ad accettare passivamente senza avanzare obiezioni com’è – o com’era, forse – una volta costume la riapertura della scommessa sul nucleare… (Guardian, 21.8.2013, Justin McCurry, Fukushima warning: danger level at nuclear plant jumps to ‘serious’— Allarme di Fukushima: il livello di rischio si impenna a ‘serio’ ▬ http://www.theguardian.com/environment/2013/aug/21/leap-fukushima-danger-ranking#start-of-comments).[1] Dante Alighieri, la Commedia, Inferno, III, 63.[2] Alexis de Tocqueville: “Per le istituzioni democratiche, ho un gusto della mente. Ma per istinto, io sono aristocratico: disprezzo la folla, cioè, perché la temo. Amo libertà e rispetto dei diritti: ma la democrazia no, non la amo. Odio l’azione disordinata delle masse, il loro intervento poco lungimirante nello sviluppo delle cose, le passioni e le invidie delle classi basse. Odio l’uguaglianza. La verità è che amo appassionatamente solo la libertà”...     Evidentemente, è chiaro, la sua di libertà innanzitutto, o soltanto (Il mio istinto e le mie opinioni, Appunti “non per pubblicazione”: in italiano, in Scritti, note e discorsi politici 1839-1852, Bollati Boringhieri, Torino, 1994.[3] K. Marx, Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte, incipit, 1° ediz., Bruxelles, 1836; ed. Riuniti, 2006. [4] Famoso diplomatico ed ex ministro degli esteri svedese, a capo dei commissari mandati dall’ONU dal marzo 2000 al giugno 2003 a monitorare, ispezionare, verificare e certificare la presenza nell’Iraq di Saddam delle armi di distruzione di massa, che disse chiaro agli americani e al mondo che no, non c’erano ma non venne deliberatamente ascoltato da Bush che, pure, lo aveva voluto a quel posto dopo aver fatto dimettere l’egiziano ElBaradei arrivato prima di lui all’identica conclusione ma come “terzomondista” sospetto per lui di collusione con gli iracheni.[5] Publio Vegezio Renato (IV-V sec. a.C, Epitoma rei militaris (3, prol), poi richiamata in molte altre opere successive, ma presente anche contemporaneamente, più o meno, in Tucidide, 460-397 a.C. (1,124,2).  [6] Alfred Thayer Mahan (1840-1914) è stato marinaio giovanissimo nella Marina statunitense nella guerra di secessione  americana e poi è arrivato col grado di comandante (capitano di vascello) alla testa dell’incrociatore protetto (cioè, corazzato) USS Chicago.     Ma è poi, quando col grado di contrammiraglio onorario andò in pensione passando all’insegnamento nella Scuola di guerra di Newport a Rhode Island, che ha lasciato opere capaci di influenzare il pensiero sullo sviluppo e l’utilizzo della forze navali nel mondo.     Il suo lavoro più influente resta, ancora, permeando come ha fatto tutta la politica marittima neo-imperiale degli Stati Uniti a cominciare dalla prima guerra mondiale, ma prima ancora nello sviluppo e nella condizione di quelle russa e giapponese nella loro guerra del 1904 è il libro “Influenza del potere marittimo sulla storia” (orig. 1890 – traduzione italiana 1994, Ufficio Storico della Marina Militare).  [7] Qui, però, si impone un chiarimento tecnico. Il tasso di crescita del PIL viene sempre calcolato e riportato negli USA  a tasso annuo. Qui in Europa, invece, il riferimento è sempre e solo al tasso di variazione su base trimestrale. Tradotto significa che, per avere un dato comparabile, bisogna moltiplicare quel tasso, quel +0,3%, per 4: in “americano” sarebbe, dunque, un +1,2%. Niente di straordinario, si capisce, ma meglio no? (il calcolo è riportato e spiegato in D. Baker, Beat the Press, 15.8.2013/04:52 ▬ http://www.cepr.net/index.php/blogs/beat-the-press/should-euro-zone-be-mourning-or-celebrating-its-03-percent-growth-in-the-second-quarter).[8] Ma questo significa anche, come da Nota precedente, che allora anche il PIL italiano è cresciuto: di poco, dell’0,6% soltanto ma, secondo il metro americano, è cresciuto. Come è ovvio – nella realtà delle cose, numeri o non numeri – va tutto poco bene, comunque…  [9] Attesta che “il 47% degli americani dice oggi di essere più preoccupato delle politiche di antiterrorismo che sono andate troppo in là nel restringere le libertà civili del cittadino medio, mentre il 35% afferma di essere più preoccupato che tali politiche non si siano spinte abbastanza avanti da proteggere il paese. E questa è appunto la prima volta, da quando per la prima volta la domanda venne posta nel 2004 in un sondaggio a scala nazionale della PEW, in cui la maggior parte degli intervistati esprime molte più preoccupazione per le sorti delle proprie libertà civili che per la cosiddetta sua protezione contro il terrorismo”.[10] Tra parentesi, alla fine il tribunale militare l’ha condannato a 35 anni di prigione per le cose – imbarazzanti, al minimo, per l’esercito e la politica americana— ed è questo il punto davvero debole dell’accusa perché lui stesso poi ha ammesso – anzi ha rivendicato – di aver passato a WikiLeaks migliaia di comunicazioni top-secret, segrete, confidenziali o riservate delle Forze Armate e del governo.    Ma il tribunale stesso ha respinto l’accusa del governo a Manning di aver commesso alto tradimento: ha di fatto riconosciuto che il suo reato c’è stato, ma che è stato tutto politico avendo, appunto, messo in crisi la credibilità della gerarchia militare e di quella politica ma senza rivelare “segreti” che potessero mettere a rischio la sicurezza del paese o la vita di suoi soldati. A rischio ha pesantemente messo, invece, proprio la faccia dei suoi capi. Rendendo di certo un grande servizio al pubblico, ma violando effettivamente la legge… (Washington Post, 21.8.2013, J. Tate, Judge sentences Bradley Manning to 35 years— Il giudice militare condanna Bradley Manning a 35 anni di detenzione ▬ http://www.washingtonpost.com/world/national-security/judge-to-sentence-bradley-manning-today/2013/08/20/85bee 184-09d0-11e3-b87c-476db8ac34cd _story.html).    In questo senso, è stata una sentenza anche ragionevolmente “moderata”, per un’autorità che non ammette dubbi o discussioni pubbliche sulle proprie malefatte (fra otto anni, quando ne avrà 33, Manning potrebbe usufruire – se il clima politico del tempo lo consentirà – della libertà anticipata).    Ma la sentenza più appropriata davvero sull’intera questione a noi sembra francamente quella che subito ha stilato, puntuale, l’Unione americana per le libertà civili – il più antico e solido movimento/istituto statunitense che, dai tempi della battaglia contro il maccarthysmo degli anni ’50 e contro il razzismo degli anni ’60 e per tirare fuori a Nixon e ai suoi la verità sulla sporca guerra del Vietnam all’inizio degli anni ’70, difende quotidianamente le libertà individuali che una volta, prima dell’instaurarsi paranoico delle ossessioni che lo vanno divorando da tempo, questo paese almeno per gli americani riconosceva come universali davvero.    Scrive, su Bradley Manning e il suo processo, Ben Wizner, che per la American Civil Liberties Union (l’ACLU) dirige il progetto su Libertà di parola, diritto alla Privacy e tecnologia, che “quando si punisce un soldato perché ha condiviso coi media ed il pubblico le informazioni che aveva molto più duramente di quanto si trattino altri soldati colpevoli di aver torturato prigionieri e sterminato civili [le colpe di cui specificamente era accusato Manning: di aver dato a WikiLeaks le prove proprio di questi delitti], allora c’è qualcosa di profondamente marcio nel sistema giudiziario” (ACLU, 21.8.2013, Text of Comment on Bradley Manning Sentence ▬ https://www.aclu.org/free-speech/aclu-comment-bradley-manning-sentence).    E anche il NYT, precisa di considerare le pena irrogata “eccessiva” visto, spiega, che l’imputato è stato del tutto convincente quando ha dichiarato che il suo desiderio “non era quello di tradire il paese ma di incoraggiare il dibattito sui veri obiettivi delle guerre dell’America e di far luce sulla realtà del giorno per giorno della sua conduzione” (New York Times, 21.8.2013, Edit. Board, Bradley Manning’s Excessive Sentence— La condanna eccessiva di Bradley Manning ▬ http://www.nytimes.com/2013/08/22/opinion/bradley-mannings-sentence-is-excessive.html?_r=0).    Dopo di che si viene (curiosamente? bizzarramente? di certo pruriginosamente…) a sapere che Manning ha deciso di sottoporsi a una cura di tipo ormonale per cercare di trasformarsi da maschio in femmina perché, spiega alle autorità del carcere militare in cui passerà ormai un bel pezzo della sua vita, “da sempre in realtà egli/ella si sente tale…” Nel corso del processo, il difensore aveva insistito sul “disordine identitario di genere” del suo assistito per influire sul giudice militare, ma senza grande successo. Adesso dice che insisterà perché gli sia consentito (Yahoo! News, 22.8.2013, A.P., Bradley Manning says he wants to live as a woman— Bradley Manninf afferma di voler vivere come una donna ▬ http://news.yahoo.com/bradley-manning-says-wants-live-woman-120700028.html).[11] Si riferisce alla favola per l’infanzia, popolare in Inghilterra e in Giappone, della ranocchia che incontrando una vacca, un’aquila e un orso si presenta per quello che è, una rana dalla grande bocca; ma, con un caimano che specifica di mangiare di gusto proprio le rane dalla grande bocca, fa subito invece boccuccia facendogli rilevare che in giro, di quelle, se ne vedono no?, proprio poche…http://www.angelogennari.com/home.html

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