TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI -MEDITERRANEO arabo (tramonto resistenza crollo dei rais) AFRICAe AMERICA LATINA

1.8.2013Dalla Nota congiunturale 8-2013di Angelo Gennariconsultabile integralmente sul sito www.angelogennari.com ATTN: cliccando direttamente, o con invio+CTRL, si perviene alla voce voluta tra quelle dell’Indice;per le fonti citate nel testo è stato inserito il link che può aprirle direttamente (nel cliccare, copiare o riprodurre un link per collegarsi, far attenzione a cancellare tutti gli spazi vuoti tra lettere e/o segni di interpunzione che, altrimenti, impedirebbero al testo di aprirsi)TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI 1nel mondo in generale 1MEDITERRANEO arabo (tramonto resistenza crollo dei rais) AFRICA e AMERICALATINA  4● Il golpe? In Egitto? Ma quale golpe, suvvia!    (vignette) 7● I curdi e il Kurdistan: a cavallo di cinque paesi…  (mappa) 21● Questi *** di burattini, ogni tanto e vivaddio, sembrano  avere qualche idea anche per conto loro   (vignetta) 23● Il Sud Sudan   (mappa) 24● Risorse e riserve delle formazioni di rocce scistose (gas e greggio) di Vaca Muerta (Argentina)  (mappa) 28in CINA (e nei paesi dell’ASIA. 29● L’elezione di Abe: e ecco a voi il mio prossimo trucco – seghiamo via la Costituzione pacifista!   (vignetta) 35EUROPA. 39STATI UNITI 48● Ma questo traditore chi crede di essere? noi? ●Parla piano, ma portati dietro un grosso bastone    (vignette) 54● E il drone americano domanda: ma perché mai ci odiate tanto?   (vignetta) 55● Cappuccio cattivo e cappuccio buono   (vignetta) 55FRANCIA. 62GIAPPONE 63L’A. prega il lettore di tenere a mente che questa Nota viene scritta in progress, giorno per giorno, per aggiunte, sottrazioni e correzioni. Perciò è inevitabile, che si ripeta qua e là, anche – purtroppo – qualche incongruenza. L’alternativa sarebbe quella di redigere il testo tutto nell’ ultima settimana del mese alla fine del quale lo scritto viene messo in rete. Ma, per farlo, quella settimana dovrebbe essere composta di 30 giorni e di 48 ore al giorno… E questo scritto dovrebbe essere redatto non più solo da chi scrive ma da quattro o cinque redattori. Per  cui, abbiate pazienza… e, intanto, beccatevi questo e accontentatevi…TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALInel mondo in generale●L’agenda politico-istituzional-economico globale del mese di agosto 2013, dopo lo Zimbabwe ha anticipato a fine luglio le elezioni presidenziali e politiche, prevede per il 6 del mese solo le elezionipresidenziali in Pakistan ma non altri appuntamenti istituzionali, politici od economici di rilievo. L  termine cruciale, chiave, è quel “prevede” che, in qualche modo, si applica a tutti e due i casi in esame: perché – per dire – il collasso economico di un paese o di un insieme di paesi, un colpo di Stato, ecc., cose di questo genere non sono certo quasi mai, in calendario…●Il 20 e 21 luglio, a Mosca, si è riunito il vertice congiunto dei ministri delle Finanze e dei ministri del Lavoro del G-20: per la prima volta, come da sempre avevano chiesto i sindacati, insieme.  All’o.d.g., come rilanciare la creazione del lavoro nel mondo e come condurre una lotta più efficace all’evasione fiscale delle grandi multinazionali che forse hanno tirato troppo la corda con la sistematica evasione ed elusione delle tasse esercitata su scala vastissima attraverso la sistematica messa in concorrenza dell’un sistema fiscale con l’altro e dei marchingegni evasivi che l’uno e l’altro in concorrenza tra tutti consentono.E’ un nodo che l’ultima riunione dei G-20 aveva riconosciuto come ormai pericoloso per tutti e affidato allo studio di un gruppo di lavoro costituito presso l’OCSE e che ora torna a loro con varie proposte. Su questo secondo tema, viene ora nel documento che arriva all’approvazione finale si afferma che, a fronte di entrate fiscal che per la crisi e per l’evasione tendono a ridursi spesso fino a sparire, i governi rischiano tutti “un caos globale dei sistemi di tassazione” se non reagiscono alle prevaricazioni delle multinazionali: a meno che “il regime fiscale internazionale non venga radicalmente rivisto”.Ormai, per evitare lo scoppio della crisi fiscale, il minimo necessario è una “mossa audace”, conclude lo studio, di chi determina le politiche soprattutto fiscali dei grandi paesi per mettere insieme quello che il responsabile dell’economia britannica, il pur iperliberista George Osborne, ha salutato come un “piano biennale di azione” per imporre l’alt alle “pratiche discutibili in materia fiscale da parte della grandi società per azioni”. L’OCSE lo chiama un punto di svolta “nella storia della cooperazione internazionale sui regimi fiscali”.Probabilmente esagera, vista l’esperienza in materia. Chi critica lo studio dell’OCSE – diciamo da sinistra: quelli che lo criticano da destra sono della scuola, chiamiamola pure così, vede con favore la concorrenza massima anche nel campo dell’evasione e della frode fiscale come consona, anzi proprio connaturata, all’essenza stessa del libero mercato[1] – sostiene che, pur sembrando addirittura in qualche passaggio addirittura puntare più che a correggere proprio a rovesciare il sistema, il documento è più forte nelle sue parti analitiche che nelle proposte di soluzioni specifiche. Alla cui fattibilità, secondo queste voci più che perplesse, sembra proprio mancare credibilità.L’OCSE stessa, del resto, lo riconosce: non si aspetta di completare il lavoro sulla propria proposta, una volta passata al G-20, prima della fine del 2015; dopo di che, avvisa, toccherà ai singoli governi e ai singoli parlamenti adottarne i princìpi traducendoli nelle varie legislazioni nazionali. E sanno tutti che Apple, Google, Amazon, ecc., ecc., scateneranno tutte le loro lobbies e le loro difese – legali, illegali, quant’altro – e tutti i meccanismi parlamentari di ostruzionismo oltre che i legislatori comprati per far crollare il castello di leggi e di carte che li costringerebbe a pagare le tasse (Boston Globe, 20.7.2013. A. E. Kramer e F. Norris, G-20 backs plan to curb tax avoidance by large corporations— Il G-20 sostiene  il  piano per  frenare  l’evasione  fiscale  delle grandi imprese ▬http://www.bostonglobe.com/business/2013/07/19/backs-plan-curb-tax-avoidance-large-corporations/QbyvVCr1TRG6Ernz6mtpsM/story.html).L’OCSE fa osservare che, però, così ora, con la sua proposta d’insieme, si crea finalmente un quadro nell’ambito del quale si potranno “prendere di petto le questioni fondamentali che i governi ormai devono decidersi ad affrontare, incluso il bisogno risolutivo ormai di una maggiore cooperazione internazionale fra le autorità fiscali dei vari paesi”. L’ambizione dichiarata cui mira lo studio è quella che “suggerisce” ai paesi G-20 di muoversi verso una legislazione quadro multilaterale che impedisca a imprese, società, anonime, multinazionali dal farsi beffe dei loro accordi puramente bilaterali.Fra i punti nodali del piano che l’OCSE ha proposto e il G-20 ora approvato (in linea, si capisce, di massima, ovviamente):• Chiedere alle multinazionali che operano online con grandi magazzini collocati in paesi oltremare, come ad esempio Amazon che tratta libri, DVD, ecc., ordinati in America o in Europa spedendoli da chi sa dove nel mondo e fatturandoli lì, di pagare le tasse sulle operazioni condotte oltremare nel paese dove risiede la casa madre.• Obbligare le multinazionali a rivelare paese per paese a ogni autorità fiscale un inventario dettagliato di profitti, vendite, tasse e altre misure precise di attività economica.• Rendere più cogenti regole capaci di bloccare il trasferimento diassets di alto valore e “intangibili”, come marchi di fabbrica, brevetti, patenti e diritti di proprietà intellettuale nei paradisi fiscali dove non esiste o quasi attività reale di business.• L’indurimento dei regimi di tassazione troppo deboli, e dunque incapaci di contrastare le multinazionali che trasferiscono propriassets a loro filiali o dipendenze estere con l’istituzione di un nuovobenchmark internazionale sull’appropriato livello di transazione delle compagnie estere controllate.• Misure allargate per contrastare l’azione di quei paesi che puntano sulla concorrenza fiscale al ribasso.• Ed altre misure tutte mirate nello stesso senso, a rendere più difficile l’evasione e l’elusione fiscale mettendo un paese contro l’altro.(1. Guardian, 18.7.2013, S. Bowers, OECD and G-20 tax reform: the key points— Le riforme fiscali proposte da OCSE e G-20 ▬http://www.guardian.co.uk/business/2013/jul/19/oecd-g20-tax-reforms-key-points; 2. OECD/OCSE, 7/2013, Closing tax gaps: OECD launches Action Plan on Base Erosion and Profit Shifting—Chiudere i buchi nella tassazione: l’OCSE lancia il Piano d’Azione contro l’erosione della base fiscale e lo spostamento di profitti ▬http://www.oecd. org/ctp/BEPSActionPlan.pdf).Si tratta, come si vede anche da questa breve sinossi, di un documento tanto ambizioso da sembrare, francamente qua e là avventuroso e di una serie di proposte che tradotte in pratica cambierebbero radicalmente il volto del business mondiale. Per questo purtroppo non suonano proprio credibili…, salvo verifica.Certo, a parole e in termini almeno verbali di potenziale incisività, sembra anche peggio quanto al G-20 non viene proposto in termini di bozza di documento finale sul problema della disoccupazione che cresce nel mondo, specie nei paesi cosiddetti più sviluppati. . Che è, davvero, purissima fuffa e nient’altro, al di là dello sforzo che la rappresentanza sindacale internazionale (ICTU/TUAC, 19-20.7.2013, Moscow, L20 Trade Union Statement to the G-20 Finance and Labour Ministers— CSI/TUAC, Dichiarazione sindacale al vertice G-20 congiunto dei ministri delle Finanze e del Lavoro ▬http://www.ituc-csi.org/IMG/pdf/l20_statement_ 2013_en.pdf —per la traduzione italiana del documento dei sindacati, 18-19..2013, cfr. CGIL in ▬ http://www.cgil.it/ Archivio/Internazionale/G20_Mosca_2013. pdf) a latere del G-20 aveva cercato di formulare presentando le sue proposte anche concrete ai ministri (cfr. la documentazione completa inhttp://www.g20.org/labour_20).●Per sintetizzare e anche concludere sul tema. La vera, forse unica arma, a disposizione dell’OCSE per provare a coordinare con efficacia gli sforzi di riforma del quadro internazionale delle regole sulla tassazione alle imprese, specie alle multinazionali, è il know-how dei suoi esperti e una certa qual cosiddetta pressione tra pari, o peer pressure. Lo fa rilevare puntualmente una ONG nata di recente ma che nel mondo anglosassone ha già registrato un notevole successo nel seguire e documentare sistematicamente – e con molto senso della misura – a livello globale la necessità di trasparenza e di un po’ più di giustizia, laTax Justice Network— laRete per la Giustizia Fiscale.Come s’è visto, il piano vuol mettere in piedi un trattato multilaterale sulla tassazione di impresa che superi gli accordi bilaterali esistenti ma che dovrà essere ratificato da ogni singolo paese aderente e  acquisterà forza esecutiva solo là dove, appunto, fosse ratificato. L’ultima convenzione in materia di cooperazione fiscale, disegnata sempre dall’OCSE e dal Consiglio d’Europa negli anni ’80, ci ha messo dopotutto 20 anni a trovare qualcosa di più che una manciata di ratifiche.Il fatto è che un po’ tutti i governi lamentano e qualche volta sbraitano contro le strategie di minimizzazione del carico fiscale – la chiamano così – che le multinazionali mettono in campo regolarmente per evadere con successo le leggi. Ma poi, chi più chi un po’ meno, ma tutti hanno paura di vedersi scatenare contro di sé la mobilità del capitale. Per esempio, la Gran Bretagna ha, senza neanche dichiararlo pubblicamente, allentato in pratica fino ad abolire le regole che presiedono al controllo di imprese straniere sul territorio di Sua Maestà, così di fatto incoraggiando sena dirlo, naturalmente, l’utilizzo da parte loro dei tanti paradisi fiscali esistenti.E, poi, anche quando un governo intenda realmente stringere e cambiare rotta, scatta la rete strapotente delle lobbies padronali onnipotenti del settore— altro che le ONG favorevoli alla “trasparenza”! Obama aveva cercato di modificare la concessione che, introdotta negli anni rampanti iniziali della deregulation, affidava all’onestà stessa delle multinazionali (ossimoro) per consentire a ogni compagnia di decidere da sé come classificare “ai fini fiscali” le loro filiali.Era una concessione diventata in pratica una specie di tana libera tutti per ogni mega evasione fiscale. Ma Obama  ha dovuto frenare senza arrivare a concludere la questione di fronte alla controffensiva delle lobbies del business che hanno scatenato a frenare i loro uomini al Congresso argomentando che ne sarebbe stata colpita l’economia… (The Economist, 26.7.2013, Company taxes – Minimize this!— La tassazione d’impresa – E minimizzami questo! ▬ http://www.economist.com/news/business/21582279 -plan-curbing-tax-avoidance-begins-take-shape-mini mise).Anche qui, bisognerà star a vedere, però,  come poi va a finire. Perché, al solito nel documento finale di impegni cogenti alla fine non ce ne sono (Final Communiqué, G-20, Incontro dei ministri delle Finanze e dei Governatori delle Banche centrali, Mosca, 19-20.7.2013 ▬ http://www.forexlive.com/blog/2013/02/16/ g20-moscow-meeting-final-communique). E’ vero, però, che in buona sostanza da questo G-20 esce un clima stavolta un tantino diverso.Come ammette a denti assai stretti lo stesso ministro tedesco delle Finanze, Wolfgang Schaüble, il disciplinario in capo del rigore per gli altri nella sua conferenza stampa finale: “ormai è chiaro che per il momento le preoccupazioni relative alla necessità di una crescita maggiore prendono il sopravvento su quelle relative alla riduzione dei deficit di bilancio” (Washington Post, 20.7.2013, AgenziaBloomberg/Rainer Buergin, Germany’s Schaeuble Acknowledges Growth Outweighs Deficit Cuts— Il tedesco Schaüble prende atto che [le preoccupazioni per] la crescita pesano di più dei tagli del deficit ▬ http://washpost.bloomberg. com/Story?docId=1376-MQ8SSD6JIJUP01-6PME1V8OLI2NO82EU97F9JQLTG) è questo, in sostanza, il messaggio – ma tutto di principio, niente di misurabile e pratico… – che gli uomini che nel G-20 controllano i soldi e i debiti passano al Vertice del G-20 dei capi di Stato di San Pietroburgo del 5 e 6 settembre.●E, per quanto riguarda specificamente, lavoro e occupazione c’è un solenne impegno. Come spesso, quasi sempre in queste verbose dichiaratorie, chiaro sull’obiettivo perseguito (i governi del G-20, che insieme rappresentano – bè, certo, si fa per dire… – o comunque dichiarano di incarnare, il 90% dell’economia mondiale solennemente proclamo “il loro impegno pieno a intraprendere azioni decisive per ritornare su un percorso di crescita del’economia, ricco di lavoro”. Peccato che, nel documento “dedicato” (si dice così) al tema, al G-20 dei ministri delle Finanze,non ci sia una riga, una parola, che dica come e quando (New York Times, 20.7.2013, A. E. Kramer, G-20 Ministers Aim for More Job Growth— I ministri dei G-20 puntano [o, meglio: siccome è l’ennesima volta che lo fanno da anni, anno dopo anno, a ogni G-20, è più serio dire che dichiarano di puntare…] a una maggior crescita di posti di lavoro ▬ http://www.nytimes. com/2013/07/21/business/global/g-20-ministers-aim-for-more-job-growth.html?_r=0).MEDITERRANEO arabo (tramonto resistenza crollo dei rais) AFRICAe AMERICA LATINA●A fine giugno, più o meno, in Egitto, i militari sembravano averci ripensato. Dopo aver giurato fiducia e obbedienza alle autorità democraticamente elette, anche se sempre discusse, proprio sulla base di una scelta alle urne di cui tutti riconoscono la sostanziale legittimità, il capo di Stato maggiore ten. gen. Abdel Fattah al-Sisi aveva dichiarato pubblicamente, il 1° luglio che l’intensificarsi nel fine settimana delle dimostrazioni popolari di massa contrarie al governo e l’assalto nella notte tra domenica e lunedì al Cairo alla sede dei Fratelli mussulmani denotano l’esprimersi di una “rabbia” popolare contro il presidente e i suoi sostenitori che non ha precedenti nel suo primo anno al potere (16 morti per le strade per scontri o sparatorie) anche tenendo conto della risposta di portata per niente irrilevante che i dimostranti hanno avuto dai “controdimostranti” favorevoli al governo.Dalla dichiarazione non risultava chiaro se i militari chiedessero ormai, come i dimostranti, le dimissioni di Morsi, ma risultava evidente che se i politici (non solo il presidente, dunque) non trovavano il modo “entro 48 ore” di soddisfare le richieste che, genericamente, si appellano a un governo “inclusivo” – una specie di governo di salute nazionale che mettesse insieme ai Fratelli, anche i laici, i liberali, i socialisti e tutta la fantasmagorica congrega incoerente delle mille frantumate opposizioni, le Forze armate potrebbero ormai imporre anche coi carri armati, come si spinge a dire al-Sisi peraltro del tutto vagamente la loro “nuova agenda per il futuro del paese” (New York Times, 1.7.2013, D. D. Kirkpatrick, Kareem Fahim e B. Hubbard, Egypt’s Army Issues Ultimatum to Morsi— L’esercito egiziano lancia un ultimatum a Morsi▬http://www.nytimes.com/2013/07/02/world/middleeast/egypt-protests.html?pagewanted=1&_r= 0&ref=global-home).Già… ma come? come, con chi fuori del governo e del partito di Morsi chiede più obbedienza alla shar’ia, l’obbligo del velo, il taglio della mano ai ladri, la lapidazione delle adultere e la fustigazione dei ribelli a Dio e chi, dall’altro versante, fuori del governo rivendica esattamente il contrario, maggiore libertà di espressione del pensiero, dei costumi – banalizzando, alcool, tabacco e venere, come si diceva da noi – sul fronte morale-sociale e su quello social-economico più libertà ai capitali e, soprattutto, ai mercanti e ai capitalisti, come unico modo per superare la crisi e, al contrario, più sussidi ai poveri e agli esclusi nell’immediato e più uguaglianza economica e sociale per tutti… e, in mezzo, il governo stesso di Morsi. L’unico modo, alla fine, sembra proprio un controllo diretto e ferreo dell’esercito sul paese, che non risolverebbe niente se non la pace dei cimiteri, dei plotoni d’esecuzione e delle galere.In buona sostanza, forse è vero quanto è stato, ci sembra, piuttosto acutamente fatto osservare: che “questa fase della rivoluzione non è né contro Morsi né contro l’IKhwan— la Fratellanza mussulmana come tale, ma contro la continuazione delle politiche che hanno marcato tutta l’era Mubarak” (Guardian, 1.7.2013, Ahdad Soueif, In Egypt, we thought democracy was enough. It was not— In Egitto, pensavamo che la democrazia fosse abbastanza. Non lo era ▬http://www.guardian.co.uk/commentisfree/2013/jul/01/ egypt-thought-democracy-enough-morsi).Sembra giusto anche a noi. Ma c’è la differenza che, nel frattempo, ci sono state fior di elezioni generali: vere, non finte, molto partecipate, non una ma tre volte. E che ne facciamo adesso? Le buttiamo via così? Facciamo finta che non ci siano state? Diamo retta a chi strilla, magari al momento, più forte? E questo, si capisce, al di là degli errori che qui, come altrove no?, il potere ha fatto…Ma la democrazia oltre che non sufficiente, secondo questa scuola avanzante di pensiero, diventa anche irrilevante e la protesta, così, resta in genere al palo invece di passare a governare un paese …  Anche con una mobilitazione, come qui, di decine di milioni di persone— altro che i comizi grillini… o i cinquantamila – cinquantamila! – iscritti che dice di avere on-line, se poi non si sa come organizzare e trasformare in politica – in azione e in proposta politica – una proposta anche magari la più sacrosanta.Nel frattempo, secondo alcuni segnali ancora abbastanza confusi, però, la sera del primo giorno dopo il “pronunciamiento” qausi di un possibile golpe condizionato, gli Stati Uniti sembrano aver fatto discretamente sapere alle Forze armate egiziane che, tutto sommato, non ritirano ancora il loro appoggio (verbale, si capisce verbale) a Mubarak (Guardian, 1.7.2013, 4:07 p.m., Egypt protests: army issues 48-hour ultimatum - as it happened— Diario minuto per minuto - L’Egitto protesta: e le Forze armate emanano un ultimatum di 48 ore ▬ http://www.guardian.co.uk/world/middle-east-live/2013/jul/01/egypt-stanoff-millions-protest).Dal movimento, Tamarrod— la ribellione, rilanciano subito: esigono le dimissioni di Morsi entro ventiquattr’ore… e• per ora ottengono, in concreto, il 1° luglio stesso, mentre viene data alle fiamme la sede del Cairo dei Fratelli mussulmani, quelle di diversi ministri (turismo, ambiente, comunicazioni, giustizia e, alla fine, anche del ministro degli Esteri, Mohamed Kamel al-Amr (Voice of Russia, 1.7.2013, Five Ministers resign— Si dimettono cinque ministri ▬ http://english.ruvr.ru/2013_07_01/Four-Egypt-ministers-quit-Morsis-cabinet-government-official-6162)• mentre il presidente dichiara di considerare come un tentativo di golpe l’ultimatum militare (Voice of Russia, 1.7.2013, Mohamed Morsi rejects Army ultimatum— Morsi respinge l’ultimatum delle Forze armate ▬ http:// english.ruvr.ru/news/2013_07_02/Egyptian-President-Mohamed-Morsi-rejects-army-ultimatum-1406);• e un portavoce dell’esercito subito dopo precisa che “la dottrina ufficiale dell’Egitto non prevede neanche la possibilità di un golpe militare”, seminando ancora più incertezza perché, come è ovvio, si tratta dell’esercito che ha fatto fuori con un golpe prima il re Faruk, poi con Nasser destituì il gen. Neguib, poi alla morte di Nasser prese il potere col capo delle Forze armate Sadat e quando lui fu assassinato lo rimpiazzò con Mubarak: anche lui capo delle FF.AA (Al Ahram/Il Cairo, 1.7.2013, Coup not allowed by doctrine— I princìpi militari del paese non consentono nessun golpe ▬http://english.ahram.org.eg/News Content/1/64/75445/Egypt/Politics-/Armed-forces-spokesman-Egypt-military-doctrine-doe.aspx)…La sera sempre del primo giorno del mese, il Tamarrod, che cambia nome in un giorno e si ribattezza ora Fronte del 30 giugno, concorda di puntare sul premio Nobel e antico prestigioso presidente dell’Agenzia atomica internazionale dell’ONU, Mohamed ElBaradei, che a suo tempo contrastò fin quando poté le menzogne criminali di Bush sulle armi di distruzione di massa che s’era inventato per l’Iraq di Saddam.Concorda, almeno per ora… ma bisognerà poi vedere se, di fatto e nei fatti, i suoi compagni di strada gli riconosceranno la facoltà di rappresentarli davvero con una voce unica – nessuno può dimenticare alla fine la figura davvero meschina che la sua candidatura rimediò alle ultime elezioni: e, ora, dovrebbe mediare tra tutte le forze politiche e le istituzioni dello Stato egiziano e, insieme, rappresentare con efficacia e equanimità le mille sfumature che, al di là della voglia di abbattere Morsi, dividono le opposizioni in Egitto (Al Ahram, 2.7.2013, ElBaradei named as spokesman for Egypt's anti-Morsi 30 June Front— ElBaradei designato come portavoce del Fronte 30 giugno anti-Morsi ▬http://english.ahram. org.eg/NewsContent/1/64/75468/Egypt/Politics-/ElBaradei-authorised-as-spokesman-for-Egypts-antiM.aspx).Poi, il pomeriggio del 3 luglio, i militari scatenano il golpe (New York Times, 3.7.2013, Army Ousts Egypt’s President; Morsi Decries ‘Complete Military Coup’— L’esercito espelle il presidente dell’Egitto; Morsi  condanna un ‘golpe militare totale’ ▬http://www.nytimes.com/2013/07/04/world/middleeast/egypt.html?ref=global-home). Morsi finisce agli arresti in caserma, rimpiazzato d’autorità militare – alla faccia dell’elezione democratica – dal presidente della Corte costituzionale, Adly Mansour, scelto qualche mese fa da Morsi stesso come suo presidente ma nominato alla Corte da Mubarak nel 1992…Anche se come capo dello Stato ad interim sarà un puro e semplice re travicello… E, insieme, il parlamento è sciolto; la Costituzione sospesa; e, a centinaia, le prime file della Fratellanza mussulmana sbattute in galera— o almeno così dice il comando delle FF.AA.  – ma non subito il capo dei Fratelli, Mohammed Badie, che smentendo quel che aveva detto l’esercito appare per un giorno o due anche in pubblico. Poi, naturalmente, va in clandestinità.E, in realtà, quel che succede lo descrive al meglio, e al di là di ogni imbellettamento attento alle manie democraticistiche cui l’occidente è tanto decisamente, formalmente e ipocritamente legato, argomentando in dettaglio e con molti esempi specifici, che (New York Times, 20.7.2013, After Morsi’s ouster, Egypt’s old guard is back— and Muslim Brotherhood is out ▬ Dopo l’arresto di Morsi , la vecchia guardia è di nuovo in sella— e la Fratellanza mussulmana è fuori ▬ http://www.washingtonpost.com/world/after-morsis-ouster-egypts-old-guard-is-back--and-muslim-brotherhood-is-out/2013/07/19/28ae563c-efd1-11e2-8c36-0e868255a989_ story_1.html).Coi vecchi liberali, laici e occidentalisti anti-Mubarak, in nome della democrazia che, accusando Morsi di incompetenza e di voler far passare la legislazione voluta dalla maggioranza elettoralmente accertata dei cittadini, adesso giurano che il golpe militare se l’era meritato e lodano la soppressione della democrazia di cui, in realtà, non gliene era fregato mai niente perché non avevano vinto loro. Hanno giustificato l’aver addirittura “chiamato” il golpe con la motivazione che con Morsi il paese si andava spaccando fra posizioni contrapposte e non dialoganti…E adesso? dopo 200 morti seminati in venti giorni nelle strade dalla repressione militare, forse che adesso c’è la pace sociale, la pace politica, il dialogo? Alle solite, siamo: sempre al trionfo dell’ipocrisia liberale... e al patto faustiano con Mefistofele (i militari) dal quale connubio è sempre il (democratico) dr. Faust ad essere divorato.Come, a questo punto, un tantino ipocrita suona anche l’annuncio americano di un temporaneo rinvio della consegna alle Forze armate egiziane di una consegna di quattro caccia F-16 già in calendario: rinvio, non cancellazione, infatti, e solo per qualche settimana poi: che nelle intenzioni rese pubbliche da Washington dovrebbe significare la “disapprovazione”, come se gliene potesse fregare qualcosa ad al-Sisi, per l’appello che il 24 luglio ha lanciato ai suoi perché si contrappongano per le strade del Cairo venerdì 2t ai fautori della Fratellanza (New York Times, 24.7.2013, M. Landler e T. Shanker, U.S. Halts Delivery of F-16 Fighters to Egypt, in Sign of Disapproval— Gli USA interrompono la consegna di caccia F-16 all’Egitto, come segnale di disapprovazione ▬http://www.nytimes.com/2013/07/25/ world/middleeast/us-halts-delivery-of-f-16-fighters-to-egypt-in-sign-of-disapproval.html?_r=0).E adesso si fronteggiano due piazze, una piena di fuochi artificiali esultanti a favore e una altrettanto consistente ma meno televisionata contro il golpe… E tutto resta ancora aperto e estremamente precario, in bilico… Lo resterà a lungo. Mentre il Cairo, una megalopoli d’una ventina di milioni di abitanti sobbolle, l’Egitto immenso di quasi 90 milioni sembra risentito e per ora come più silente ma, al dunque, forse pure più minaccioso. Ma su tutto resta il nodo che questo regime era stato liberamente e democraticamente eletto, al contrario di tutti gli altri.E non è, certo, cosa da poco… Facciamo – facciano, soprattutto gli egiziani, pure le corna – ma qui il precedente è l’Algeria del 1991, quando l’Esercito impedì, cancellando il turno di ballottaggio, la probabile/certa vittoria elettorale del partito islamico e… venne fuori più di un decennio di guerra civile e forse, non si sa bene, 100.000 morti su 25 milioni, allora, di abitanti. E non è neanche l’unico antecedente: anche a Gaza, e in tutti i territori occupati, non è stato consentito a chi aveva vinto democraticamente le elezioni,Hamas, di andare al governo. Ci è dovuta arrivare, poi, e solo a Gaza, reagendo a un vero e proprio secondo colpo di Stato messo in piedi dai militi di al-Fatah, con l’aiuto di Israele e degli USA.Ma la rimozione di un presidente eletto, di un parlamento eletto, di istituzioni elette e scelte democraticamente secondo regole e procedure legali, costituisce comunque, ormai, per tutte le ipocrisie imperanti nel mondo un enorme problema … E – speriamo di no ma temiamo di sì●Il golpe? In Egitto? Ma quale golpe, suvvia! (vignette)Continuate a guardare… vedrete la luce                 In f ondo, si passa solo dalla padellaalla fine del tunnel                                                    proprio dentro la braceFonte: NYT e Liahne Zaobao (Singapore), 6.7.2013, Fonte: KhalilBendib, 11.7.2013L. HengScrisse, anni dopo la seconda guerra mondiale, il pastore luterano e antinazista Martin Niemöller (e non parlava ma era come se… dell’Egitto, certo):Als die Nazis die Kommunisten holten, | habe ich geschwiegen; | ich war ja kein Kommunist. || Als sie die Sozialdemokraten einsperrten, | habe ich geschwiegen; | ich war ja kein Sozialdemokrat. || Als sie die Gewerkschafter holten, | habe ich nicht protestiert; | ich war ja kein Gewerkschafter. || Als sie die Juden holten, | habe ich geschwiegen; | ich war ja kein Jude. || Als sie mich holten, | gab es keinen mehr, der protestieren konnte.||Quando i nazisti vennero per i comunisti, | io restai in silenzio: infatti, mica ero comunista.|| Quando rinchiusero i socialdemocratici, | rimasi in silenzio; | non ero certo un socialdemocratico.|| Quando vennero per i sindacalisti, | io non feci sentire la mia voce; | non ero mai stato  un sindacalista.|| Quando vennero per gli ebrei, | rimasi in silenzio; | non ero certo  un ebreo.|| E quando vennero per me, non c’era più rimasto nessuno cui potessi far sentire la mia voce.(Algeria, Gaza… e non solo), costituirà una lezione che potrebbero essere pronti a imparare tutti i movimenti islamici del pianeta: che tanto a loro, anche se le elezioni le vincono, il potere non glielo lasciano prendere: mai… E allora?Diamo ragione al golpe o diamo ragione a una democrazia anche se piena di difetti? Forse la soluzione migliore – alla fine poi l’ultima e giusta – sarà quella di lasciar decidere gli egiziani… Anche perché questo paese, nel mondo arabo e nel mondo intero, poi non è – per dire – la Tunisia: quanto succede qui non resta confinato qui— non in questo paese, il più grande e influente del mondo arabo, l’Egitto…La speranza che forse ancora resta qui resta è che all’Egitto non tocchi il destino di trasformarsi in un altro Pakistan trasferito nel Mediterraneo, un paese dove l’esercito è pronto a utilizzare le armi che ha in dotazione per fare di sé l’arbitro ultimo del potere, espellere ogni governo democraticamente eletto che possa in qualche modo mettere in questione i suoi interessi, le sue posizioni acquisite, per esempio come qui in Egitto e, appunto, in Pakistan, il complesso – suo proprio e distinto – militar-commerciale-industriale che, direttamente e da sempre controlla e vede da un potere in mano ai civili comunque messo in pericolo. E, quindi, da difendere. Se possibile, naturalmente, in nome del popolo, comunque del bene del popolo…●Comunque, le due prime misure del nuovo capo dello Stato – cioè, del potere militare che ormai controlla tutto – sono state il reintegro come procuratore generale di Abdel-Meguid Mahmoud, nominato nel 2006 da Mubarak e rimosso mesi fa da Morsi e la nomina come premier ad interim del governatore della Banca centrale egiziana, Hisham Ramez, che però pare non sia disposto a accettare, mentre accetta – pare – di fare il premier ElBaradei, che era già chiaramente schierato contro la Fratellanza e per il golpe come vice presidente (1) Atlantic Council, 4.7.2013 ▬ http://www.acus. org/egypt source/top-news-top-judge-sworn-interim-egypt-president-brotherhood-rejects-coup#7; 2) Agenzia Stratfor, 5.7.2013, ElBaradei to be named as vice president— ElBaradei sarà designato vice presidente ▬ http://www.stratfor.com/ situation-report/egypt-elbaradei-be-named-vice-president).●Intanto il venerdì 5 luglio, giorno della preghiera e “giorno del rifiuto”, partono come previsto quelle che subito, a caldo, il NYTdefinisce “gigantesche” manifestazioni di protesta contro il golpe (New York Times, 5.7.2013, B. Hubbard, D. D. Kirkpatrick e Mayy El Sheikh, Morsi Loyalists Clash With Soldiers in Cairo Protests— Le proteste dei lealisti di Morsi si scontrano con le truppe per le strade del Cairo ▬ http://www.nytimes.com/ 2013/07/06/world/middleeast/egypt.html?pagewanted=all&_r=0).Quello che è successo quel giorno – ma poi soprattutto in quelli immediatamente successivi culminando nel massacro dell’8 luglio, quando le Forze armate hanno deciso di stroncare costasse quel che costasse la protesta – è stato esaminato in un’inchiesta davvero approfondita, e abbastanza unica, e non certo di parte, condotta sulla base di testimonianze affidabili ma – anzitutto – con una documentazione abbondante e evidente anche visiva portata direttamente a disposizione del pubblico. Conclude che “nelle primissime ore dell’8 luglio, 51 sostenitori della Fratellanza mussulmana accampati fuori del club ufficiali delle Guardie repubblicane del Cairo vennero ammazzati dalle forze di sicurezza.I militari hanno affermato che i dimostranti avevano tentato di irrompere nell’edificio con l’aiuto di alcuni ‘motociclisti armati’presenti tra di loro”.Ma, “dopo aver esaminato le scene e le prove registrate su video e aver intervistato testimoni, medici, infermieri e dimostranti” (sulGuardian, del 18.7.2013, P. Kingsley, Killing in Cairo: the full story of the Republican Guards’ club shootings— Assassini al Cairo: tutta la storia delle sparatoria davanti al club delle Guardie repubblicane ▬http://www.guardian.co.uk/world/interactive/2013/jul/18/cairo-republican-guard-shooting-full-story# part-one) in una lunga ricostruzione documentatissima e che non lascia margini di ambiguità, racconta una storia del tutto diversa— quella di “un attacco deliberato e coordinato contro una massa di cittadini, di civili, largamente pacifici”.●Dentro la Fratellanza, si apre anche e subito un duro confronto che imputa a Morsi e ai suoi l’ingenuità con la quale si sono fidati delle assicurazioni di neutralità politica, al di sopra delle parti, che nei giorni precedenti il golpe aveva dato l’esercito e, specificamente e personalmente, al presidente il generale al-Sisi. E, fidandosi di quel giuramento di lealtà, di non avere mai realmente tentato la ricerca di un compromesso politico con le opposizioni, con quella parte delle opposizioni, che avrebbe potuto anche starci.Ma, d’altra parte, alla Fratellanza molti anche dei suoi rinfacciano l’incapacità e la lentezza con cui non hanno proprio imparato il mestiere – non l’arte – del governare in pratica uno Stato che si avvia ad essere, ed è già, moderno con la dose inevitabile che in esso coesiste di condivisione dei poteri e di compromesso, la necessità di imparare a pianificare, urbanizzare, gestire metropoli altrimenti invivibili, a garantire un tasso apprezzabile di sicurezza sulle strade e anche a mantenere accesa la luce.Perché, in effetti, qui nell’anno di Morsi, poco era stato fatto per evitare il collasso economico sopravveniente già dagli anni di Mubarak. Sia la sterlina egiziana che le riserve di valuta s’erano rattrappite, l’inflazione s’era impennata, il turismo era quasi scomparso con l’eccezione, solo parziale, dell’angoletto di Sharm el Sheikh sul mar Rosso e la disoccupazione tra i giovani con meno di 24 anni era arrivata al 40% (bé, meglio di  Spagna o Grecia, no?, e come in Italia a dire il vero). E ormai col solleone precoce della feroce estate egiziana che qui picchia duro, i tagli improvvisi e prolungati alla distribuzione della corrente elettrica s’erano fatti ormai cronici e le code alle pompe di benzina si allungavano. E il tasso di criminalità media è triplicato dopo la rivoluzione del gennaio 2011.L’ala ultraconservatrice degli islamisti, quelli del partito al-Nour— la luce, avevano d’altra parte sollecitato la Fratellanza a formare una coalizione di governo più vasta, più inclusiva nel suo primo governo, anche se magari solo tatticamente, per disinnescare l’insoddisfazione; per poi richiamare alle urne il popolo ancipatamente, in un momento migliore… E, alla fine al-Nour s’è schierato esso stesso con la presa di potere dei militari, fiancheggiando in televisione, sul palco da dove è stato proclamato il golpe, il gen. Al-Sisi.Insieme a lui, e a fianco di al-Sisi, comparivano sul podio altri alti esponenti islamici— compreso il rettore dell’università di al-Ahzar e grande imam della moschea dello stesso nome che, per tradizione, è riconosciuto come autorità guida dell’islam sunnita… che poi, subito dopo il massacro del venerdì seguente, dell’8 luglio davanti alla caserma della Guardia repubblicana, ha chiesto ai militari di favorire la riconciliazione: cosa di cui non sembrano avere, però, alcuna intenzione.Ma lì accanto a loro, con quella che a molti della sua gente è sembrata una scelta abbastanza azzardata, anche se del tutto silente, c’era pure il patriarca della Chiesa copta, papa Tawadros II, che così ora verrà sicuramente accusato di aver coperto i militari (The Economist, 12.7.2013, Egypt after the coup - It isn’t over yet— L’Egitto dopo il golpe - Non è ancora finita ▬ http:// www.economist.com/news/middle-east-and-africa/21581763-week-after-military-coup-overthrew-egypts-elected-islamist-president).Pare che invece i salafiti di al-Nour abbiano voluto leggere il golpe come una parentesi da superare, nell’ottica solo di una parentesi, come direbbero i cattolici, dell’arrivo della parusia, della fine dei tempi prossima ventura— che trova un’analogia nella tradizionesci’ita, nella ricomparsa sulla terra del 12° Imam; ma non in quella sunnita, che chiama questa attesa messianica semplicemente speranza… magari, anzi probabilmente, una pura illusione.Che, del resto, dura soltanto un giorno e mezzo… Infatti, si dichiarano subito contrari alla dissoluzione del parlamento per decreto del presidente nominato e all’arresto ordinato, a ogni buon conto a prescindere, del loro candidato alle scorse presidenziali che aveva concorso e perso con Morsi, il salafita Hazem Salah Abu Ismail. Confessione rapida, anzi immediata, di quanto si fossero drammaticamente sbagliati.E in ogni caso, visto che l’esercito considera importante riuscire a tenere al-Nour divisa, se può e quanto a lungo può, dalla Fratellanza, anche se adesso hanno proclamato di non starci più, i salafiti esercitano un potere di veto effettivo e, pare, efficace opponendosi, proprio come la Fratellanza, alla nomina considerata – comprensibilmente, dal loro punto di vista – provocatoria tout court del portavoce ufficiale dell’opposizione “laica” e liberista, ElBaradei, ora diventata maggioranza che ha esplicitamene voluto il golpe a capo, fosse pure solo nominale, dell’esecutivo.Quanto alle reazioni internazionali immediate:• Russi e cinesi reagiscono, separatamente, con estremo pragmatismo, in modo asetticamente analogo: prendono atto del cambio avvenuto al Cairo evitando di prendere posizioni di principio pro o contro il golpe.• L’America sostanzialmente fa lo stesso, aggiungendo la Casa Bianca, però, di aspettarsi un rapido “ripristino della normalità democratica”— insomma, che rifacciano presto le elezioni: come se questo di per sé servisse a salvare il vulnus di un golpe militare…e come se i militari avessero intenzioni o interesse di farle davvero libere elezioni; ma si scontra col problema che l’impressione lasciata dall’Ambasciatrice degli USA al Cairo ai milioni di militanti anti-Morsi che hanno appoggiato e gridato al golpe, è stata quella di voler appoggiare Morsi mentre a Fratelli mussulmani e salafiti nessuno toglie la convinzione che, dietro ai militari c’è, come sempre secondo loro, l’appoggio dei servizi segreti e delle FF.AA. americane— al solito, cioè, nimica a Dio e a li nimici suoi…; poi il primo segnale di inconsistente disapprovazione “diplomatica” da Washington – il rinvio di una consegna di aerei da caccia, appena quattro, alle FF.AA. egiziane – che arriva solo dopo più di tre settimane dal golpe…• In America latina, dove molti governi cercano di non pronunciarsi troppo fuori del coro ci sono voci, dal Cile anzitutto, che ricordano però appropriatamente, rivolgendosi in modo mirato a chi, come Mohammed ElBaradei oggi in Egitto, dà la sua copertura di “democratico” ai militari dell’ex presidente democristiano Eduardo Frei che credette alla buona fede dei generali che, col golpe del 1973, prendendo il potere gli chiesero e ne ottennero “per qualche mese” l’appoggio per far superare al paese le divisioni del governo democratico ma “socialista” di Allende e finì per garantire al suo paese un potere totale e totalitario per anni e anni coi torturatori in uniforme e in borghese del generale Augusto Pinochet…Del resto c’è chi, a Washington, si permette – e speriamo che qualcuno, in qualche modo, magari anche spiacevole come quello che evocano loro, trovi il modo di farglielo pagare – ma forse, magari ci sfugge, verificheremo però, verificheremo anche su qualche “Giornale” o qualche “Libero” della stampa nostrana (sono capaci, sono capaci…) ne segue l’esempio, osa scrivere del “la fortuna che avranno gli egiziani se i loro nuovi governanti si riveleranno dello stampo del cileno Augusto Pinochet che prese il potere nel caos ma diede il governo a riformatori libero mercatisti e fece da balia alla transizione alla democrazia”.Insomma, per Wall Street e la gente che Wall Street rappresenta – è il Wall Street Journal che scrive così – non ci sono dubbi: 17 anni di dittatura militare di torture, migliaia di ragazzi e ragazze buttati nel’oceano Atlantico dagli elicotteri, sono stati una fortuna per il Cile… e loro augurano altrettanto all’Egitto! (Wall Street Journal, 5.7.2013, edit., After the coup in Cairo— Dopo il golpe al Cairo ▬http://online.wsj.com/article/SB10001424127887324399404578583932317286550.html).In fondo, dopo il golpe del ’73 a Santiago – il suicidio-esempio di Allende che diede alla sua gente enorme conforto e coraggio, e quando già si sapeva di come i militari di Pinochet andavano reprimendo chi non ci stava – il più grande maître à penser del liberalismo europeo, Raymond Aron non scacazzò forse i suoi aulici princìpi liberali (la democrazia, la libertà di pensiero, ecc.) esprimendo la sua comprensione per l’ordine dittatoriale, in quanto sotto Allende, spiegò, stanno rimettendo in questione i fondamenti stessi del libero mercato…E adesso non va facendo lo stesso quel progressista fasullo e vero spergiuro del pensiero democratico che risponde al nome di Tony Blair, proprio sul golpe in Egitto “di cui bisogna sforzarsi di capire le ragioni” (The Observer, 6.7.2013, T. Helm e M. Chulov, Egyptian army had no choice over move to topple Morsy, says Tony Blair—L’esercito egiziano non aveva scelta e ha dovuto rovesciare Morsi, dice [cioè giustifica] Tony Blair ▬http://www.guardian.co.uk/world/2013/jul/07/egypt-army-morsi-tony-blair) che poi pensa anche di spiegarsi direttamente, ma soprattutto per chiedere, se ce ne fosse bisogno e secondo lui è così,  un qualche “intervento”, non meglio specificato, occidentale anche in Egitto (The Observer, 6.7.2013, T. Blair, Democracy doesn’t on its own mean effective government— La democrazia di per sé non garantisce un governo efficace [la scoperta dell’acqua calda, ovviamente!] ▬http://www.guardian.co.uk/commentisfree/2013/jul/06/egypt-middle-east-tony-blair)...• La Turchia condanna e duramente… ma si ha quasi l’impressione che, più preoccupato di quel che è avvenuto laggiù il suo governo sia di eventuali pruriti che dall’Egitto vengano a tentare certe sue irrequiete ma ormai come rassegnate gerarchie militari…;• In Siria, Assad si frega le mani: la presidenza di Morsi era dichiaratamente e palesemente schierata contro di lui, arrivando anche alla rottura ufficiale dei rapporti con l’altro più grande paese arabo del Mediterraneo e a fornire appoggio anche logistico, ma soprattutto apertamente politico ai ribelli, pur non riuscendo a capire mai bene chi fra di loro, fra i nazionalisti e gli islamisti duri  finiva poi per davvero appoggiare (il problema che con loro hanno tutti i sostenitori in occidente).E, in effetti, subito il nuovo ministro degli Esteri, Nabil Fahmy ha dichiarato l’intenzione del nuovo regime di migliorare le relazioni con Bashar al-Assad al quale non ha alcuna intenzione di fare o propiziare la guerra (Xinhua.net, 20.7.2013, Zhu Ningzhu, Egypt to enhance relations with Syria, urges political solution— L’Egito rafforzerà i rapporti con la ,premerà per una soluzione politica ▬http:// news.xinhuanet.com/english/africa/2013-07/20/c_132558545.htm). Morsi si ricorderà, aveva invece addirittura rotto, i rapporti ufficiali, diplomatici e politici, col regime di Assad;e, secondo chi scrive, forse, questa è la sola cosa buona che per il momento ci sembra emergere dall’ultimo sommovimento egiziano. Che ora, almeno a parole – ma, in cose come questa, le parole contano… – questi faranno ora il tifo per una soluzione politica in Siria.Non fosse altro perché sono diventati – e se non ora, quando? – davvero inaccettabili atteggiamenti politici che rifiutano in partenza di trattare con l’avversario ignorando il dato di fondo della tragedia siriana: che se trasferissimo numeri e fatti, solo per capirli meglio, alla dimensione italiana, è come se 17 milioni di bambini, donne e uomini avessero dovuto, in due anni, sfollare le loro case sotto le bombe, le mitraglie e le atrocità di governo e ribelli, lasciando sul terreno qualcosa  come forse 220-230.000 morti e più del doppio sicuramente feriti.E nessuno che cerchi davvero di spingere l’una e l’altra parte – ma soprattutto i ribelli che siccome stanno perdendo rifiutano di trattare e preferiscono continuare a perdere magari: tanto i loro capi mica campano sotto le bombe a Damasco e a Homs, ma su Bentley e Mercedes, cuscini di velluto e conti correnti d’oro stando a Jeddah, a Parigi, a Londra.• E Israele, pure, tutto sommato, forse si sente più garantita dai militari al potere al Cairo che da una dirigenza politica di stampo sia pur “moderato” ma pur sempre islamico.• L’Unione per l’unità africana isola il nuovo regime egiziano non considerando legittima la “transumanza disordinata” imposta con le armi e la rivolta di strada.• In generale, le monarchie islamiche sono a favore del golpe anche se di Morsi in genere erano politicamente alleate; le democrazie islamiche, o comunque i regimi retti da governi civili più o meno nominali, come Sudan, Senegal, Indonesia e Malaisia sembrano ostili ai golpisti.• E quel che pensa l’Europa – che, come tale, del resto non è autorizzata a pensare e neanche, poi, c’è – tanto non conta (prova è vero a cercare di dirlo, la signora Catherine Ashton, che porta il titolo altisonante, e purtroppo anche largamente vuoto, di Alta rappresentante per la politica estera e di sicurezza dell’Unione, in un testo, per una volta tanto, scritto – pare a chi legge – da qualcuno che l’Egitto un tantino forse un po’ lo conosce— ma è solo, letteralmente, un flatus vocis.Anche perché parte scontando un’accettazione del rovesciamento del regime magari un po’ sgangherato ma democraticamente eletto di Morsi come un dato di fatto che proprio non è (New York Times, 23.7.2013, C. Ashton, The Challenge for Egypt— La sfida per l’Egitto▬ http://www.nytimes.com/2013/07/24/ opinion/global/ashton-the-challenge-for-egypt.html). E, certo, poi è un testo che arriva al solito con almeno due settimane di ritardo anche perché – non lo sappiamo ma lo sospettiamo – prima di essere diffuso deve essere stato concordato, limato, sfumato— da 28 cancellerie che vanno da Malta alla Finlandia passando adesso anche per la… Croazia.●Il 6 luglio emerge anche la proposta avanzata dal gruppo Jamaa al-Islamiya, che da qualche anno cerca di prendere le distanze dal suo passato estremista-terrorista (era l’anima del nucleo che ispirò e portò a termine, tra l’altro, l’assassinio di Sadat nel 1981 e il massacro dei turisti a Luxor nel 1997) affermando di essersi ricreduto e cercando di galleggiare ormai da tempo tra i gruppi islamici presenti nel paese senza connotazioni eversive, di risolvere in sostanza l’impasse con un… referendum sul golpe.L’idea sarebbe quella di chiamare gli egiziani a dire a posteriori il loro sì o no al golpe, dando al  popolo il diritto a pronunciarsi con un referendum secco: sul ritorno del presidente dimissionato Morsi o, in alternativa, confermando invece l’agenda imposta da al-Sisi. Ma sembra un’impresa francamente impossibile: un suicidio, non solo politico, probabilmente, per i militari che vi accedessero; e, per il presidente rimosso, l’accettazione del principio che a rimuoverlo sarebbe legittimato, comunque, un plebiscito di fatto imposto dall’azione di forza de militari (Stratfor, 5.72013, Egypt: Islamist Group Proposes Referendum— Gruppo estremista islamico propone un referendum [sul golpe!] ▬ http://www.stratfor.com/situation-report/egypt-islamist-group-proposes-referendum).●Hisham Ramez, il governatore della Banca centrale cui in un primo momento i generali avevano pensato come loro primo ministro ma che aveva saggiamente subito declinato (letteralmente: “io sono davvero e solo un tecnico di banca”: non fa proprio per me), per poi ripiegare sulla nomina di ElBaradei, anch’essa abortita però senza fortuna, è volato d’urgenza a Abu Dahbi, il 7 luglio, per chiedere agli sceicchi del Golfo l’aiuto finanziario di cui l’Egitto, chiunque sia al governo, e oggi quello dei generali che quelle monarchie sembrano, comunque, apprezzare anche se altrove apprezzano di più gli islamisti, ha urgentemente bisogno per pagare anche solo l’import di derrate essenziali per sfamare la gente e consentirne il trasporto sopravvivere (Stratfor, 7.7.2013, Egypt: Central Bank Head Flies to Abu Dhabi— Il capo della Banca centrale egiziana vola a Abu Dhabi▬ http://www.stratfor.com/ situation-report/egypt-central-bank-head-flies-abu-dhabi).Quanto allo stato dell’economia egiziana, dei meccanismi micro che la fanno funzionare, viene fatto notare che ora già il 9 luglio e miracolosamente, oppure chi sa per caso…, l’elettricità è tornata in rete normalmente nelle grandi città e le file d’attesa ai distributori di benzina un po’ in tutto il paese sono cessate: in meno di una settimana dalla cacciata di Morsi… E appare evidente che la cricca, la banda, il cartello di industriali e distributori di combustibiliall’ingrosso e al dettaglio, ha boicottato deliberatamente i consumatori per aumentarne l’ostilità verso il governo “incapace”: sicuramente incapace di obbligarli a lavorare come dovevano.E anche la polizia è tornata a pattugliare, come di norma, le strade non abbandonandole più ala plebaglia. (Agenzia NightWatchKGS, 10.7.2013, Gas lines and electricity stoppage have ended— Le file per la benzina e la fornitura di elettricità si sono normalizzate ▬http://www.kforcegov.com/services/IS/NightWatch/NightWatch_130001 54.aspx).Appare ora chiaro ad alcune prime inchieste giornalistiche che la pletora di impiegati e burocrati dello Stato impiantati sotto il vecchio regime di Mubarak e non epurati dopo la sua cacciata si è data molto da fare. E subito cominciano a emergere nomi che adesso passano per patrioti ma solo ieri sarebbero stati bollati come traditori: il miliardario Naguib Sawiris, socio stretto del Berlusca nostrano, e ras delle telecomunicazioni (9° uomo più ricco d’Africa, con patrimonio personale sui 2,5 miliardi di $, al marzo 2013 secondo Forbes ▬ http://www.forbes.com/profile/naguib-sawiris), Tahani el-Gebali, ex giudichessa sempre ammanicata e potente che per Tamarrod ha detto al NYT di aver disegnato la strategia di avvicinamento, appoggio ed irretimento dei militari, Shawki al-Sayed, consigliere legale dell’ultimo premier di Mubarak, Ahmed Shafik  e concorrente sconfitto da Morsi alle presidenziali di un anno fa…Il governo della Fratellanza, alla ricerca della riconciliazione a ogni costo ma soprattutto della neutralizzazione politica dei militari, li aveva lasciati tranquilli coi terminali della loro potenza intatti… Naturalmente, adesso, nessuno sulla questione apre nessuna inchiesta: se lo facesse, dopotutto, gli darebbero magari una medaglia. Ma altrettanto naturalmente, qui – altrove non è sempre andata così, ad esempio un po’ a nord-ovest, appena al di là del Mediterraneo, le unghie all’amico di Sawiris che sapete le hanno continuate a lasciar crescere senza mai neanche accorciargliele, come avrebbero dovuto e potuto – la lezione ormai l’hanno imparata…… per la prossima volta: adesso Sawiris ha detto – orgogliosamente confessato, con comprensibile arrogante fierezza (ha buttato giù un governo, dopotutto, forse anche più e meglio dei militari) – che tutta l’infrastruttura logistica e informatica che ha costituito e messo in moto negli ultimi mesi il movimento Tamarrod, l’ha finanziata lui e messa lui a loro disposizione (New York Times, 10.7.2013, B. Hubbard e D. D. Kirkpatrick, Sudden Improvements in Egypt Suggest a Campaign to Undermine Morsi— Miglioramenti subitanei in Egitto stanno lì ad indicare una campagna organizzata per indebolire Morsi ▬ http://www.nytimes.com/2013/07/11/ world/middleeast/improvements-in-egypt-suggest-a-campaign-that-undermined-morsi.html?pagewanted=all &_r=0).Alla fine, sempre il 9 luglio, quanto ai problemi invece di ordine macroeconomico si apprende che, rispondendo all’appello del nuovo regime egiziano, Abu Dahbi mette a disposizione un prestito infruttifero per 1 miliardo di $, gli Emirati Arabi Uniti si sono impegnati a versare altri 3 miliardi – dice 1 cash e 2 come parte di un più vasto pacchetto di aiuti finanziari – e dall’Arabia saudita arriverebbe un’apertura di credito per altri 5 miliardi.Viene ora fatto anche rilevare che il golpista egiziano al-Sisi ha speso due o tre anni della sua carriera come addetto militare d’Egitto in Arabia saudita e, secondo alcune voci, è in realtà un uomo dei sauditi. Si tratterà di un pacchetto di aiuti che potrebbe arrivare così agli 8 miliardi di $ (RT/RosTelecom/Mosca, 9.7.2013,Saudi Arabia and UAE to lend Egypt up to $8 billion— Arabia Saudita e EAU prestano all’Egitto fino ad 8 miliardi di $ ▬http://rt.com/news/uae-saudi-egypt-loan-849).Ai quali, si apprende subito dopo, il 10 luglio, si aggiungerà anchel’impegno del Kuwait, altro emirato straricco del Golfo, a “donare” all’Egitto, se si comporta bene, come gli emiri desiderano, 4 miliardi di $ di aiuti, suddivisi tra 2 depositati presso la banca centrale del Cairo (non è, però, indicata alcuna scadenza precisa), 1 miliardo di prestito senza interessi e 1 in natura (petrolio) (Ahram.online, 10.7.2013, KUNA News Agency [agenzia ufficiale di notizie] Kuwait promises Egypt $4 billion in aid— Il Kuwait promette all’Egitto 4 miliardi di $ di aiuti ▬http://english.ahram.org.eg/NewsContentPrint/3/0/76217/ Business/0/Kuwait-promises-Egypt--billion-in-aid-State-news-a.aspx).Salta subito agli occhi nel leggere questo elenco di Stati, sceiccati, emirati e satrapie come, di fatto, manchi soltanto il nome del Qatar: l’emirato che aveva invece appoggiato, anche se con reticenza ma apertamene, il governo dei Fratelli mussulmani…    Certo, bisognerà, poi, vedere se, al contrario di quanto questi paesi hanno fatto ai tempi di Morsi, quando avevano preso impegni finanziari che non avevano poi onorato quasi per niente – eccezione parziale, appunto, il Qatar – adesso a questi nuovi impegni daranno seguito. Non c’è dubbio che sceicchi ed emiri sono molto più a loro agio con un regime diretto dai militari che con la Fratellanza mussulmana, in ogni caso sempre all’opposizione se non costretta alla clandestinità nei loro paesi. E poi bisogna vedere se anche un aiuto nell’ordine di 8-10 miliardi di $ sarebbe sufficiente a “sbloccare” l’economia dell’Egitto: perché per rimettersi in moto qualche po’ oltre a una robusta ma difficile ripresa del flusso turistico, il paese avrà poi bisogno di una cancellazione tout court di tutto il proprio debito…Intanto, pare che effettivamente perfino il Kuwait stia cominciando a onorare da subito il suo impegno, ordinando – viene ora detto – di deviare 200 milioni di $ di greggio e di diesel (sulle 90-100.000 tonnellate), già in rotta verso l’Europa, nel canale di Suez. Anche una seconda petroliera che trasporta 1 milione e 100 mila tonnellate di greggio ha ricevuto l’ordine di scaricarlo ai terminali egiziani di Suez (Kuwait Times, 14.7.2013, Kuwait delivers free oil to Egypt – Gulf welcomes fall of Morsi— Il Kuwait consegna [consegnerà… piuttosto] gratuitamente greggio petrolifero all’Egitto – Il Golfo saluta [così] la caduta di Morsi ▬http://news.kuwaittimes.net/kuwait-delivers-free-oil-to-egypt-gulf-welcomes-fall-of-morsi).E si apprende anche che la Banca centrale egiziana ha ricevuto subito, il 21 giugno, un deposito a cinque anni senza interessi – infruttifero – di 2 miliardi di $ cash dall’Arabia saudita (Al-Ahram, 21.7.2013, Egypt receives Saudi $2 bn deposit— L’Egitto riceve 2 miliardi di $ di deposito dal’Arabia saudita ▬ http:// english.ahram.org.eg/NewsContentPrint/3/0/77004/Business/0/Egypt-receives-Saudi--bn-deposit-.aspx).●Il nuovo governo sta cercando di attrarre investimenti dall’estero per stimolare l’economia senza dover sopprimere i sussidi pubblici o instaurare misure di austerità che alimenterebbero proteste e sommosse sicuramente capaci di farlo traballare riprendo le porte alla rivolta dei Fratelli mussulmani contro i militari. Su questo obiettivo saranno, dunque, concentrati i miliardi di $ cash che stanno cominciando adesso a arrivare dai paesi del Golfo e che, per ora, hanno già portato le riserve egiziane a circa 20 miliardi di $ (nei giorni del governo Morsi erano appena a 12 miliardi di $), che consentono di finanziarsi circa tre mesi di importazioni.Questo è un segno importante, rivelatore come pochi altri, dell’impegno e dell’interesse concreto che sceicchi  ed emiri portano al nuovo equilibrio di governo assicurato dalla dittatura militare in Egitto che ha abbattuto un governo islamico sì ma, anche e soprattutto, poi – come fa notare Hafez Ghanem, senior fellowdell’americano Brookings Institute di tendenza politicamente liberal– se  democraticamente eletti e anche solo per questo per loro già molto pericolosi, facevano quasi solo promesse come di regola hanno sempre fatto con tutti i tipi di governo non del tutto favoriti da loro, al contrario ad esempio di ribelli ultra-islamisti, al-Qaedisti, comunque jihadisti, di Siria (The Christian Science Monitor, 10.7.2013, J. Ravinsky, Saudi Arabia, UAE jump in to aid Egypt—Arabia saudita e Emirati arabi si buttano ad aiutare l’Egitto [dei militari] ▬ http://www.csmonitor.com/World/Global-Issues/2013/0710/Friends-again-Saudi-Arabia-UAE-jump-in-to-aid-Egypt).●Obama, da parte sua, ha disposto che nessuno nell’Amministrazione americana chiami il golpe un golpe: c’è una legge degli anni ’80 che lo obbligherebbe, se la Casa Bianca così lo definisse, a sospendere gli aiuti all’Egitto, soprattutto ogni aiuto militare, trovandosi così obbligato a rinunciare anche all’unico strumento che ancora gli resta, forse, per influire sulla politica del più grande paese arabo e mussulmano del Mediterraneo/Medioriente: fulcro e, al  contempo, chiave di volta  per cercare di raccordare se non di tenere insieme il Nord Africa, tutta l’Africa e l’Oriente medio e vicino e unica base araba indispensabile per una qualsiasi pace possibile, forse domani, degli israeliani con gli arabi.Il 12 luglio – anticipata poche ore prima dal ministero degli Esteri tedesco – la portavoce del Dipartimento di Stato americano, a domanda proprio su come gli USA giudicano l’iniziativa tedesca ha chiesto con un molto secco “noi siamo d’accordo” e anche noi chiediamo alle autorità militari e politiche egiziane – dunque con un riconoscimento di fatto chiarissimo del nuovo potere – di rilasciare il deposto presidente Morsi.Cioè, si chiede al potere egiziano allo stato dei fatti di mettere in pericolo se stesso— che sembra, effettivamente, un tantino incongruo (Dipartimento di Stato, press briefing, 12.7.2012, portavoce Jen Psaki, sulla situazione in Egitto ▬http://www.state.gov/r/pa/prs/dpb/2013/07/211891.htm). Buon ultima, alla richiesta di Germania e Italia, con Emma Bonino, anche l’Italia ha aggiunto il suo avviso: lo stesso e, a questo punto, forse non inutile no ma un po’ pleonastico…●L’8 luglio mattina, intanto, l’esercito aveva sparato sulla folla dei manifestanti pro-Morsi, che protestano a piazza Rabiah, nella sede della moschea al-Adawiyah, nei pressi del quartier generale della Guardia repubblicana: ne falcia a mitraglia una cinquantina (il conto avallato dai militari, ma c’è chi arriva a contare oltre 70 morti (Al Jazeera, 8.7.2013, Reactions to Cairo shootings— Reazioni alle fucilazioni del Cairo ▬http://www.aljazeera.com/news/middleeast/2013/07/20137884857657920.html)Le reazioni al massacro sono subito largamente negative, anche da chi ha favorito e chiesto il golpe come i superislamisti di al-Nusr, ancora a cavallo tra l’appoggio al golpe del tanto peggio tanto meglio e un no sempre più fermo; come il liberal-laico ElBaradei che si sovviene, un po’ in ritardo, della contraddizione tra il suo giustificare e anzi invocare un colpo di Stato e lo status di Nobel della pace che ebbe nel 2005 per aver detto alto e forte, allora, che Bush sulle armi di distruzione di massa dell’Iraq aveva mentito.E ora chiede, un po’ pateticamente, un’inchiesta “indipendente e, ah! ah!, trasparente”; come Ahmed el-Harawy, fondatore del partito al-Dustour e membro del Tamarrod, Fronte pro-golpe del 30 giugno che afferma, ovviamente, di  responsabilità anche dei Fratelli nell’essersi messi a dimostrare, ma assai meno ovviamente che la responsabilità fondamentale in una repressione come questa, all’ingrosso, risale alle truppe; i militari, in genere, spiegano tutto come fanno sempre e dovunque: qui, in Iraq, in Siria… i soldati sono stati attaccati da una banda di terroristi armati e si sono solo difesi...● Fallita la nomina come primo ministro dello stesso ElBaradei, appena accennata e subito ritirata per l’opposizione dichiarata e feroce degli islamici di ogni colore e sfumatura a quello che hanno visto per troppi mesi come il più vocale ed esposto fautore del golpe, il presidente ad interim Adly Mansour ha designato come primo ministro il social-democratico Hazem el-Beblawi, già per alcuni mesi ministro delle Finanze dopo la prima rivoluzione contro Mubarak: un economista di scuola convenzional-conservatrice che ha lavorato molto anche all’estero (Al Ahram, 9.7.2013, Liberal economist Hazem El-Beblawi appointed new Egyptian PM— Hazem el-Beblawi, economista liberista, designato come primo ministro ▬http://english.ahram.org.eg/NewsContentPrint/1/0/76108/Egypt/0/Liberal-economist-Hazem-ElBeblawi-appointed-new-Eg.aspx). Uomo forte del governo è, naturalmente, il vice premier e ministro della Difesa, ten. gen. Abdel Fattah al-Sisi, il golpista che ha rovesciato Morsi.E per Mohamed ElBaradei, Mansour a questo punto ha ripiegato sul posto di vice presidente della Repubblica con l’incarico specifico di seguire gli Esteri, al di là delle specifiche competenze del titolare competente (nominato nella persona di un anonimo ambasciatore di carriera, già inviato a Washington, Nabil Fahmy). E ha anche nominato ministro delle Finanze, Ahmed Galal, altro economista liberista che viene dagli studi all’università di Boston.●Poi, lo stesso movimento Tamarrod, che con la sua mobilitazione di massa ha fornito ai militari l’alibi della richiesta popolare di cui aveva bisogno per abbattere in nome della salvezza nazionale il regime di Morsi ha, il 9 luglio, fatto sapere di respingere il decreto con cui il nuovo presidente Mansour ha disegnato la sua agenda di transizione per il prossimo futuro in termini di calendario elettorale ecc., ecc., non gli va bene per niente. Ovviamente non va bene ai Fratelli mussulmani. E ancora una volta questo rifiuto generale sta a sottolineare come in questo paese nessuno, non solo Morsi, sembri in grado di far propria la cultura di negoziare, di consultare, di forgiare una decisione discutendo ma solo per decreto, salvo poi ritrovarsi di fronte a reazioni negative quasi universali alla fine.D’altra parte, a noi sembra anche già certo che questo governo ad interim come, più in generale, questo assetto militar-diretto della nazione, al di là di ogni problema poi di legittimità e di sopportabilità politico-sociale, potrà durare solo se farà progressi rapidi e visibili, concreti, sul piano del risanamento economico. Sarebbe la fine rapida anche della fase di Adli Mansour se continuassero a prolungarsi scarsità e prezzi elevati per le derrate di base non sul mercato in generale ma sui mercati che contano per la gente comune: quelli rionali, diciamo, e dei villaggi.Invece di concentrarsi su questo punto, però, e scontando forse con troppa approssimazione di poter contare comunque sull’apporto appunto scontato dei paesi del Golfo, proprio mentre perfino il Qatar chiedeva – sommessamente certo, però facendolo sapere – di  aspettare un solerte liberazione del presidente deposto dal golpe, il gen. Al-Sisi ordina al procuratore generale di metterlo sotto accusa per “tradimento” (The Telegraph/Londra, 26.7.2013,R. Sherlock, Magdy Samaan, Egypt: Mohammed Morsi accused of conspiring with Hamas— In Egitto, Mohammed Morsi accusato di cospirazione con Hamas ▬http://www.telegraph.co.uk/news/worldnews/africaandindianocean/egypt/10205552/Egypt-Mohammed-Morsi-accu s ed-of-conspiring-with-Hamas.html): perché, nel periodo in cui era ancora presidente Mubarak, lui per conto della Fratellanza aveva tenuto contatti – e passato informazioni, dice l’accusa – a… Hamas, l’organizzazione palestinese che governa Gaza.Avrebbe cospirato per far attaccare – da Hamas? – stazioni  di polizia di obbedienza mubarakiana oltre due anni fa… Insomma, è colpevole di aver cercato di buttar giù Mubarak! Il generale fellone così è tornato tornato alla casella sotto zero, addirittura. Tornando alla restaurazione allo statoi puro…●Nella notte tra venerdì e sabato 27 luglio, in Egitto l’esercito ha abbattuto, sparando a raffica e a alzo zero per strada, da 120 a 150 dimostranti per Morsi – con molte salme poi allineate sotto le mura della moschea di Rabaa al-Adaweya al Cairo e, dopo l’accusa di “tradimento” elevata contro il legittimo presidente democraticamente eletto, ha nei fatti proclamato ormai ufficialmente la guerra civile (Haaretz/Tel Aviv, 27.7.2013, Rising death toll in Egypt amid clashes between pro and anti-Morsi protesters—  Crescita del numero dei morti in Egitto, negli scontri fra dimostranti filo e anti Morsi [o, in realtà, più tra dimostranti filo Morsi e truppe] ▬ http://www.haaretz.com/news/middle-east/1.538186). Gli Ikhwan— i Fratelli, che nacquero qui per diffondersi poi in tutto il Medioriente come partito e ideologia alternativa ai governi degli emiri e dei militari, nacquero qui nel 1928 e qui ora stanno tentando di eliminarli. Per ora garantendo, però, solo l’espandersi a macchia d’olio della guerra civile.●Poi, il 30 luglio, i militari, bontà loro, “consentono” all’Alta rappresentante dell’Unione europea per gli Esteri, Catherine Ashton, su sua insistente richiesta di incontrare per la prima volta nel luogo dove è detenuto (che non ha potuto o voluto identificare) il presidente che hanno deposto, Mohamed Morsi. Riferisce, Ashton, che “sta bene”, fisicamente, e che “hanno parlato di Egitto”— e sarebbe stato certo più curioso, però, se si fossero mesi a parlare di… Nuova Zelanda. Può vedere la Tv e ha accesso, dice, ai giornali…Lei, a nome dell’Europa ma certo pateticamente, ha chiesto ai militari di garantire “una rapida transizione verso un regime costituzionale, la tenuta di elezioni libere e trasparenti e la formazione di un governo civile che includa tutte le forze politiche della società egiziana”, inclusa la Fratellanza mussulmana… e lo ha chiesto al gen. al-Sisi.Richiesta curiosa: visto che non si può fare finta che non ci sia stato un golpe militare e che sulle strade i militari non abbiano seminato centinaia di morti ammazzati… annullando, comunque, tutta una serie di voti che il mondo ha riconosciuto come, ogni caso, largamente liberi e democratici (New York Times, 30.7.2013, Kareem Fahim e R. Gladstone, European Union Official Says Ousted Egyptian Leader “Is Well”— Esponente dell’Unione europea afferma che il leader egiziano rimosso “sta bene” [insomma, a lei non è parso cvhe lo abbiano malmenato, né torturato, né che lo abbiano rimbambito…] ▬http://www.nytimes.com/2013/07/31/world/mid dleeast/egypt.html?r=0).Ashton si è vista anche – se è vero quanto riporta il più autorevole quotidiano del Cairo, sulla scorta di notizia che escono dalla Fratellanza e dai suoi alleati (Al Ahram, 31.7.2013, Morsi rejects Ashton “safe exit” offer— Morsi respinge l’offerta di “uscita sicura” dall’Egitto che gli ha avanzato Ashton ▬http://english.ahram.org.eg/ NewsContent/1/64/77849/Egypt/Politics-/AlGamaa-AlIslamiya-says-Morsi-to-reject-Ashton-saf.aspx). Chi capisse anche solo un po’ di politica, di Egitto, di mondo arabo, le avrebbe potuto evitare, consigliandole di risparmiarsela, una simile sesquipedale gaffe.Perché ovviamente si è vista rifiutare da Morsi l’offerta che gli ha incautamente e, diciamo la verità, stupidamente avanzato e che comunque, al minimo, avrebbe dovuto ella stessa  fieramente smentire di aver fatto specie se, come si lascia dire, è stata presentata come “offerta di ‘riconciliazione’ nazionale da ottenere con la sua “rinuncia” con l’accettazione in cambio di una sua personale “uscita sicura” dal paese…●Quanto alla Libia, continua l’altalena in corso qui da sempre, dopo Gheddafi, della formazione complicatissima in atto, colma di resistenze, di una qualche unità nazionale che, però, storicamente, esisteva solo da un  secolo e sempre tenuta insieme prima dalla dominazione, la forca e la frusta delle occupazioni coloniali, italiana e britannica e, poi, con la personalissima e singolare dittatura autocratica e personale del colonnello Gheddafi.Il fatto è che oggi il nuovo processo costituzionale che sta faticando tra mille spaccature a avanzare tenendo insieme Tripolitania, Cirenaica e Fezzan ormai a ben diciannove mesi dal linciaggio di Moammar Gheddafi e che va aggravando l’ingovernabilità dell’insieme del paese approfondendone disgregazioni etniche, tribali e storiche.Ora, il 20 luglio, l’élite politica tutta del paese si riunisce nella città portuale di Beida, in Cirenaica, per celebrare solennemente la legge che definisce modi e metodi di elezione della Commissione costituzionale che, alla fine, poi deciderà chi scriverà la futura costituzione. Francia, America, Italia, Inghilterra – forse sbagliando tutto – vedono l’operazione come segnale positivo nel percorso di transizione…Si tratta di creare dal niente una codificazione legale e giuridica accettabile ed accettata tra i diversi gruppi armati del paese e il governo centrale, per determinare chi e come si suddividerà la rendita petrolifera, – e addirittura se ci si porrà il problema, o bisognerà risolverlo di volta in volta in base solo agli scontri sul campo – come verranno salvaguardati i diritti dei tanti e vari gruppi di minoranza.E, poi, ci sono le microdivisioni tribali e quelle macroetniche  e geografiche (est, ovest,  berberi...., Tripoli, Misurata e Bengasi). Che, tutte e tutti, spingeranno per maggiori autonomie a proprio favore e alla fine, se riusciranno a non far scoppiare su scala totale una nuova vera guerra civile, una soluzione federalista ma forse di vera e propria scomposizione della Libia.Insomma, il timore reale è che l’esercizio in atto o che, adesso, si inaugura potrebbe più facilmente dare una mano a destabilizzare ancora di più gli equilibri delicati e sempre fluidi e sempre indefiniti che si sono aperti con la cacciata di Gheddafi tra le varie componenti del paese. Anzitutto: uno? o due? o magari tre? (Stratfor, Global Intelligence, 23.7.2013, Libya's Constitutional Process Threatens the Country's Stability— Il processo costituzionale minaccia la stabilità stessa del paese ▬http://www.stratfor.com/analysis/libyas-constitutional-process-threatens-countrys-stability).E, alla fine, in Libia, a fine mese, nuovi scontri, aggressioni assassine e grandi disordini tra militanti sempre della Fratellanza mussulmana del paese e estremisti e radicali liberal-libertari tutti confusi e dediti a scannarsi a vicenda.●Anche in Tunisia, la Fratellanza e la sua ala politica al governo, il partito Ennhada sono sotto attacco congiunto di ogni opposizione, con assalti armati e incendi delle sue sedi, dopo l’assassinio di un dirigente della sinistra laica di cui è stata accusata. Pure, la Tunisia è il paese dove la Fratellanza s’è mostrata molto più duttile nella gestione del potere conquistato alle urne, con significative aperture politiche e la formazione di una coalizione di governo realmente aperta e cooperativa. Ma è importante, soprattutto per gli Ikhwan, accorgersi e riflettere sul fatto che, in ogni caso, implacabile resta nei loro confronti l’ostilità delle minoranze numeriche…Dovunque, il problema è che in tutti questi paesi, chi perde non accetta di aver perso e, però, chi vince ha una concezione in genere onnivora della vittoria e, comunque non è spesso, sempre forse, in grado di contenere le forze avversarie in modo da riuscire poi a governare con efficacia. E il problema vero che tutte hanno in comune è che le forze avversarie sono sempre più vicine di loro al nocciolo duro del potere reale, là dove sono i soldi e le armi.Alla fine, un po’ come, mutatis mutandis, le molte che fanno la differenza ovviamente, succede come in Italia al partito democratico di Bersani e soci. Che vincono ma non riescono, poi mai, proprio a vincere. E in forma certo più drammatica di quanto succede al PD, specie in Egitto ormai la domanda si pone impietosa alla Fratellanza e ai suoi vertici: ma come abbiamo potuto lasciare che questo capitasse a noi?Sale, sul governo islamico “moderato” la pressione generale, politica, nel paese dopo che la vecchia e anche gloriosa UGTT, l’Union Générale de Travailleurs Tunisiens, che ha oltre mezzo milioni di iscritti effettivi. Nel tentativo anche di allentare un po’ questa pressione, il ministro degli Interni Lofti Ben Jeddou, formalmente un tecnico “indipendente”, annuncia che lui (per quello che conta, però…) è prontissimo a dimettersi anche perché, al di là della già esistente relativa apertura del governo di Ennhada “ormai bisogna formare per far uscire la Tunisia dal cul de sac in cui s’ è andata a chiudere, serve un vero governo di salvezza o di unità nazionale” (Agenzia Reuters, 30.7.2013, E. Solomon, Tunisia Interior Minister Says Ready to Resign— Il ministro degli Interni tunisino è pronto a dimettersi ▬ http://news.yahoo.com/tunisia-interior-minister-says-ready-resign-102423517.html).Il primo ministro Ali Larayedh, che sembra quasi davvero alle corde dopo il nuovo assassinio dell’oppositore laico e di sinistra Mohamed Brahmi che quella parte imputa, comunque, si direbbe “oggettivamente”, al governo, propone – adesso, come via d’uscita da un’impasse comunque pericolosa – elezioni generali politiche nuove per il 17 dicembre.Rifiutando, però, di dimettersi afferma perché non si possono ripudiare le elezioni che ci sono state e che tutti hanno, allora, riconosciuto essere democratiche né accettare la dissoluzione dell’Assemblea costituente anch’essa scelta liberamente dagli elettori  che, in oltre un anno però, non è riuscita a produrre neanche una bozza di prima bozza della Costituzione… Una specie di appello, il suo, che appare quasi disperato (ANSA, 29.7.2013,Tunisia: il premier non si dimette: ma...▬http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/topnews/2013/07/29/Tunisia-premier-Larayedh-si-dimette_9092696.html ).● In Siria, dopo l’ennesimo no dei ribelli  accertato dalla loro dichiarata posizione di debolezza sul campo che non li titola ad alzare credibilmente la voce al tavolo del negoziato col quale pare bloccarsi definitivamente la conferenza a Ginevra, il gruppo che autoproclama la sua massima rappresentatività anche a nome dell’opposizione armata, la Coalizione nazionale – neanche i veri combattenti sul campo, cioè, ma chi  potrebbe e non essendo mai stato delegato a farlo, però, non può rappresentarli – ma rappresenta, quando e se può, la variegata combutta dei ribelli “politici” che, da Londra, Parigi e Istanbul, lottano soprattutto per accaparrarsi i finanziamenti stranieri e pretenderebbero di parlare a nome loro, si riunisce a  Istanbul il 6 luglio.Ed elegge a suo presidente, di fatto al massimo a suo temporaneo portavoce, Ahmad Asi al-Jarba, sceicco di una tribù del nord est siriano della provincia di Hakaba, uomo d’affari con interessi non piccoli nei paesi del Golfo e notoriamente uomo dei sauditi, vicino al fondamentalismo wahabita continuamente in gara con quello al-Qaedista per chi è più estremista. Jarba, a scrutinio segreto (dopo tutto questo è il gruppo appoggiato, finanziato e anche armato dalle democrazie occidentali, no?) prevale con 55 voti su 114 (neanche la maggioranza) su Mustafa Sabbagh, favorito invece dal Qatar, l’altro grande elemosiniere della Coalizione.In definitiva, e ancora una volta, mentre l’opposizione siriana, militare e politica, continua a frammentarsi in mille schegge lungo le sue faglie di divisione settaria, proliferano gruppi tutti in gara tra loro per accaparrarsi sponsors e appoggi e influenza politica. In attesa, tutti, che cada Godot— quell’Assad che non ha alcuna intenzione di accontentarli, però (1) Al Jazeera.blog, 6.7.2013, Al-Jarba chosen as nominal leader— Scelto al-Jarba come [l’ennesimo: quarto, quinto in pochi mesi] leader nominale ▬http://blogs.aljazeera.com/ liveblog/topic/syria-153; 2) New York Times, 6.7.2013, A. Barnard, Trying  to End Rift, Syria’s Opposition in Exile Elects President— Cercando di mettere fine alle loro divisioni, l’opposizione in esilio si elegge un presidente ▬http://www.nytimes.com/2013/07/07/world/middleeast/trying-to-end-rifts-syria-opposition-in-exile-elect s-president.html?_r=0).Subito il giorno dopo, tanto per chiarire lo stato di caos totale di questa stranissima Coalizione siriana, il primo ministro in carica da alcuni mesi della Coalizione stessa, Ghassan Hitto, un cittadino americano di origine siriana che faceva il dirigente d’impresa a Silicon Valley si dimette per protesta visto che  è, sì, americano prestato ora alla rivoluzione anti-Assad ma è anche molto vicino agli islamisti estremisti: e, notoriamente, più alla Fratellanza mussulmana siriana e agli al-Qaedisti che ai wahabiti. Ma in secondo luogo anche, certo, perché dopo quattro mesi di tentativi di formare il governo provvisorio in esilio, non c’è neanche lontanamente riuscito. Insomma, in realtà, uno peggio dell’altro (New York Times, 8.7.2013, Hania Mourtada e A. Barnard, Another Leader Quits Post in Syrian Exile Group— Un altro dei leaders se ne va dalla Coalizione siriana in esilio ▬ http://www.nytimes.com/2013/07/09/ world/middleeast/syria.html?ref=global-home&_r=0).Sul campo si segnalano a inizio luglio ancora feroci e cruenti scontri tra ribelli e ribelli, specie tra questi della cosiddetta Coalizione siriana, gli al-Qaedisti e, adesso, anche alcune decine di talebani pakistani arrivati – ha dichiarato Mohammad Amin, esponente noto dei talebani pakistani e “coordinatore della base di operazioni siriana” su decisione ormai presa da mesi e ora resa effettiva. Si tratta per lo più, specifica, di “ex combattenti in Afganistan di origine mediorientale già da tempo attivi nel monitorare la jihad in Siria”.Questa cellula di militanti è agli ordini di Tehrik-e-Taliban Pakistan(TTP) l’organizzazione-ombrello dei gruppi tribali islamisti pashtunpakistani. Dice Amin alla stampa che “abbiamo dozzine di martiri potenziali e centinaia di combattenti duri pronti a entrare in battaglia anche se al momento i fratelli ci dicono che di loro non hanno bisogno”.Il know-how specifico e particolarmente letale che questi nuovi arrivati sembrano aver apportato alla guerra civile siriana è stata l’impennata nell’utilizzo efficace e terribile di ordigni ad alto esplosivo già largamente sperimentati senza discriminare tra nemici e civili innocenti in Pakistan, nello Yemen, in Afganistan, in Iraq. I talebani pakistani, tra i jihadisti del mondo sono anche i più noti per la propensione a affittarsi, sempre nell’ambito della galassia islamica estremista, proprio e anche come strumento di auto-finanziamento.Un elemento significativo da valutare come influente e pesante nella rivalità (già molti morti a segnarla) tra i ribelli arabi e questi di matrice pashtun sul terreno, al di là anche perfino della lotta al nemico comune, il regime di Assad, è anche il rifiuto quasi razzista che, da parte araba, si nutre in genere verso gli asiatici, specie quelli, come i pakistani, di carnagione più scura (Khaama Press/il più  diffuso quotidiano afgano online sia in pasthtun che in versione-inglese, 13.7.2013, Ghanizada, Taliban setup base in Syria to assess needs of Jihad— I talebani costituiscono una base in Siria per vagliare i bisogni della Jihad ▬ http://www. khaama.com/taliban-setup-base-in-syria-to-assess-needs-of-jihad-1653).Dopo diversi scontri e diversi morti sul terreno già registrati tra jihadisti estremisti importati dall’estero e estremisti ribelli ma autoctoni, siriani, il più eclatante quello nel corso del quale venne ucciso un noto comandante dei ribelli locali, lo scontro tra formazioni dell’Esercito libero siriano e di un gruppo legato a al-Qaeda e da tempo presente che, arrivato dal Sud col nome di Stato Islamico nell’Iraq e nel Levante e comandato da Abu Bakr al-Baghdadi, ha fatto un grosso salto di qualità in una vera e propria battaglia per il controllo del distretto Butan a-Qasr nella città di Aleppo che poi è stato abbandonato alle truppe regolati siriane. La tensione cresce e, adesso, l’arrivo dei talebani pakistani complica ancora di più il quadro (Stratfor, 14.7.2013, Syria: Rebels, Jihadists Clash In Aleppo— Siria: ribelli e jihadisti si scontrano ad Aleppo ▬http://www.stratfor.com/situation-report/syria-rebels-jihadists-clash-aleppo).●Però, proprio a fine luglio, dopo la sua prima visita a Washington e un incontro col segretario di Stato John Kerry, il nuovo presidente – per quello che conta e per quanto poi dura: e bisognerà vederlo con attenzione – della Coalizione nazionale, Ahmad Asi al-Jarba, dice in un’intervista a New York che una delegazione dell’opposizione siriana potrebbe alla fine, sotto pressione, anche andare allaconferenza di pace di Ginevra sempre che sia prefissata una scadenza – sui sei mesi, non molto di più – per verificarne gli esiti.E su questa base, coi russi oltre agli americani a favore – ma che premono per la partecipazione come dei sauditi ad esempio, anche degli iraniani – la conferenza potrebbe anche tenersi in un qualche futuro magari anche non troppo lontano… (New York Times, 28.7.2013, M. R. Gordon, Syrian Opposition Leader Says He Would Meet Assad Officials— Leader dell’opposizione siriana dice che incontrerebbe esponenti del regime di Assad ▬http://www.nytimes.com/2013/07/29/world/middleeast/syrian-opposition-leader-says-he-would-meet-assad-officials. html?_r=1&)... Se sono rose o gramigna bisognerà vedere quando fioriranno…●Scrive ora, “for the record”— per la cronaca, un’Agenzia, come diremmo noi, ammanicatissima con il Pentagono (Nightwatch, 18.7.2013, Pentagon: Government winning civil war— Il Pentagono: il governo sta vincendo la guerra civile ▬http://www.kforcegov.com/Services/IS/NightWatch/NightWatch_13000160.aspx) che, “testimoniando di fronte al Congresso americano, due alti ufficiali delle Forze armate statunitensi – peraltro non identificati –sono in grado di affermare con conoscenza di causa che le forze del governo siriano ‘stanno vincendo’ la guerra civile. Dopo di che un portavoce stampa del dipartimento di Stato si è affrettato ad assicurare che ‘comunque’ il governo di Damasco non governerà“mai più tutta la Siria”. Ma, a conclusione della notizia/commento riportata, l’Agenzia in questione conclude che “sfortunatamente, la persona in questione conosce poco del Medioriente e ancor meno della Siria”. Tanto per chiarire, no?●Si viene poi anche a sapere che il Pentagono, in una lettera non più classificata consegnata al presidente della Commissione Servizi Armati del Senato Carl Levin a firma del presidente dei capi di stato maggiore delle Forze armate, gen. Martin E. Dempsey, confermando le conclusioni ormai anche secondo loro a favore di Assad, fino a quel momento esposte verbalmente, ha elencato e spiegato in dettaglio le opzioni militari che gli USA avrebbero, inserendosi più direttamente nella guerra civile in atto in Siria, concludendo che una campagna militare volta a rovesciare le sorti dello scontro a danno del presidente Assad e a pro dell’opposizione, una volta sempre che si riuscisse a decidere a favore di quale opposizione davvero, poi, tra le tante che fra di loro si scannano tutte dedite, poi, a scannare il governo.Si tratterebbe in ogni caso di un impegno di portata notevole, di difficile portata per le finanze americane: costerebbe centinaia e forse migliaia di miliardi di miliardi di $, e “vite americane” a migliaia, senza neanche riuscire a distinguere spesso sul campo chi fosse il nemico a sparar loro addosso, non avrebbe alcuna garanzia di successo. E potrebbe, conclude il Pentagono, rovesciarsi alla fine contro gli Stati Uniti d’America stessi. Se una cosa negli ultimi decenni abbiamo dovuto imparare a nostre spese, allude pesante ma lucido il generale, “è la necessità di anticipare e prepararci alle conseguenze impreviste delle nostre azioni”.E queste sarebbero solo le opzioni meno impegnative, limitate a addestrare i ribelli siriani (ma quali?), a condurre raids aerei contro le forze governative e le città da esse controllate (la grande maggioranza) e a imporre uno no-fly zone sulla Siria alle forze aeree siriane che equivarrebbe a una dichiarazione di guerra di fatto a forze armate di ben altra efficienza e portata di quelle che aveva Gheddafi. Senza neanche arrivare a un intervento come si dice, di terra e, dunque, all’ingaggio di vere e proprie battaglie campali nelle quali, però, le truppe americane potrebbero trovarsi inevitabilmente coinvolte.Nella testimonianza resa oralmente al Senato, alla domanda di un fautore dell’intervento come il senatore repubblicano del Sud Carolina, Lindsey Graham, “se non cambia niente, se noi non ci decidiamo a intervenire, Assad tra un anno resterebbe ancora al potere?”, il generale  rispose che sì, che era “molto probabile”. Aggiungendo seccamente poi che sarebbe successo lo stesso, secondo lui, anche se l’America interveniva…Ci sarebbe da riflettere – pare a noi – al solito sulla presunzione di diritto in base a cui, qui in America, danno per scontato che loro, se vogliono, possono… dovunque e comunque, nel mondo. Ma tant’è,  non si rassegneranno finché non ci sbatteranno il muso catastroficamente: speriamo solo che non sia troppo e non sia poi catastroficamente per tutti.(1. New York Times, 22.7.2013, M. Landler e T. Shanker, Pentagon Lays Out Options for U.S. Military Intervention in Syria— Il Pentagono espone le opzioni militari di fronte agli USA per un intervento militare in Siria ▬ http://www. nytimes.com/2013/07/23/world/middleeast/pentagon-outlining-options-to-congress-suggests-syria-campaign-would-be-costly.html?pagewanted=all&_r=0); 2. Defense News, 22.7.2013, P. McLeary, Dempsey Lays Out Various US Military Options in Syria— Dempsey delinea diverse opzioni per la Siria ▬http://www.defensenews.com/article/20130 722/DEFREG02/307220026/Dempsey-Lays-Out-Various-US-Military-Options-Syria; 3. per il testo completo della lettera del gen. Dempsey al sen. Levin, 19.7.2013 ▬http://www.levin.senate.gov/newsroom/press/release/gen-demp sey-responds-to-levins-request-for-assessment-of-options-for-use-of-us-military-force-in-syria;SASC_DempseyLetter­ _ Syria­_071913[1].pdf).●Il 5 luglio – si viene a sapere solo una settimana dopo – nei pressi di Latakia, il principale porto siriano, l’aviazione israeliana aveva condotto un attacco contro missili cruise russi antinave di tipoYakhont trasferiti alle Forze armate siriane. La fonte della notizia non è siriana, né israeliana, però. E’ americana e del tutto ufficiosa. Ma, sicuramente, vera. Israele ha preso la posizione ufficiale di non prendere posizione nella guerra civile siriana, ma semplicemente agisce – bombarda, fa esplodere – ogni forza che, al solito, anche solo potenzialmente e fregandosene di ogni legittimità internazionale possa magari domani costituire un qualche rischio non per Tel Aviv ma per il suo preteso e comunque reclamato diritto a intromettersi (eufemismo) sull’altrui territorio.Si tratta del quarto attacco, quest’anno, al territorio siriano da parte di Israele, cui Damasco finora ha deciso – per sua debolezza ovviamente e perciò con realismo, una volta tanto, e saggezza – di non reagire, neanche verbalmente. Finora. E’ un calcolo saggio anche se obbligato e che, però, per Israele stessa è rischioso: perché se al dunque la botta finale a Damasco venisse da Israele, o si ricompatta la Siria contro il nemico di sempre, o si trasferisce il potere dalle mani di Assad a quelle – per Israele sicuramente peggiori: lo dicono loro stessi – di al-Qaeda (New York Times, 13.7.2013, M. R. Gordon, Israel Airstrike Targeted Advanced Missiles That Russia Sold to Syria, U.S. Says— L’attacco aereo di Israele ha colpito missili avanzati venduti alla Siria dalla Russia ▬http://www.nytimes.com/2013/07/14/world/middleeast/israel-airstrike-targeted-advanced-missiles-that-russia-sold-to-syria-us-says.html?_r=0).Insomma, come spesso capita allo Stato d’Israele, le sue vittorie tattiche tendono a trasformarsi, in sconfitte strategiche. Interessante è anche notare come il ministro degli Esteri turco Ahmet Davutoglu si affretti a smentire, il 15 luglio, che agli aerei con la stella di David sia stato concesso l’uso di una base aerea o dello spazio aereo turco per attaccare la zona di Latakia il 5 luglio e eliminare, o cercare di eliminare, un carico di missili Yakhontconsegnati dai russi ai siriani.La Turchia sostiene, anche molto aggressivamente, i ribelli siriani contro il regime di Bashar al-Assad, ma non rischierà alcun intervento diretto – se poi mai, poi, lo farà – se non quando e se fossero gli Stati Uniti a decidere di fare il loro: allora, probabilmente ne potrebbe anche affiancare un intervento diretto. Che resta però – direttamente – sempre improbabile (Today’s Zaman/Istanbul, 15.7.2013, Turkey denies Israel used Turkish base to target Syria—La Turchia nega che Israele abbia usato una sua base per colpire la Siria ▬ http://www.todayszaman.com/news-320885-turkey-denies-israel-used-turkish-base-to-target-syria.html).●D’altra parte per Istanbul la questione siriana si fa sempre più delicata per i propri equilibri interni, sempre complessi e precari tra le varie etnie. Adesso Saleh Muslim, leader del Partito d’unione democratica – il più largo e organizzato dei curdi di Siria – arriva il 25 luglio abbastanza a sorpresa a Istanbul per un incontro di due giorni con esponenti del governo turco.Il partito aveva annunciato di voler proclamare l’autonomia dal governo siriano per la regione densamente curda della Siria del nord-est, ma non l’ha ancora fatto; e di organizzare a seguire un vero e pro proprio referendum “costituzionale” sulla decisione. Ma, e insieme, ha aperto un fronte di guerra vera e propria contro diversi formazioni ribelli siriane, quelle più direttamente collegate alle monomania fondamentalista di al-Qaeda.● I curdi e il Kurdistan: a cavallo di cinque paesi…  (mappa)Il governo turco di Recep Tayyip Erdoğan è chiaramente assai preoccupato perché non è in grado, specie dopo  le recenti turbolenze di piazza, ad opporsi con la forza come vorrebbe ai movimenti separatisti dei curdi in atto un po’ in tuta la regione: Siria, anzitutto, vista anche la situazione caotica imposta dalla guerra civile, ma anche Iraq e soprattutto in Turchia dove arranca l’assetto globale di una pace comprensiva coi militanti curdi del PKK curdo d Turchia (Hürryett/Istanbul, 25.7.2013, PYD leader in Istanbul for talks— Il leader del PYD a Istanbul per colloqui ▬http://www.hurriyetdailynews. com/pyd-leader-arrives-in-turkey-for-two-day-talks-report.aspx?pageID=517&nID=51439&NewsCatID=338).●In un nuovo, ma in realtà nuovo per niente, sviluppo nel travagliato e pluriennale percorso almeno retorico di ricerca se non proprio della pace almeno di un negoziato tra Israele e Palestina, la Lega araba in un vertice tenuto a Amman ha dichiarato solennemente che le idee avanzate alle parti dal segretario di Stato americano John Kerry costituiscono una “buona base” per rilanciare i colloqui. Scrive il NYT che la dichiarazione si traduce in “una buona spinta in avanti per g li sforzi diplomatici del segretario di Stato”.Ma per poterlo dire deve ignorare o quasi che Israele, come al solito, ovviamente, non è d’accordo. Per questo, della notizia i media americani – al solito sempre sul tema omertosi in ossequio alla lobby – sottolineano la prima parte anche se poi sono costretti, nel testo non nei titoli, a dar conto anche della seconda (New York Times, 17.7.2013, M.R. Gordon e J. Rudoren, Arab League Endorses Kerry’s Plan for Resuming Peace Talks— La Lega araba sottoscrive il piano Kerry per la ripresa dei colloqui di pace ▬http://www.nytimes. com/2013/07/19/world/middleeast/palestinians-call-kerrys-formula-for-talks-insufficient.html?partner=rss&emc =rss).Poi in ritardo, dopo il no israeliano arriva anche quello palestinese: insomma, il solito buco nell’acqua perché, al solito appunto, carente della capacità di scegliere e, poi, su quella base, di fare una proposta equa perché forte e forte perché equa davvero mettendoci dietro tutta la pressione necessaria su un nodo come questo a farla passare. La a differenza, in fondo, è tutta fra l’ “inaccettabile” di Netanyahu e l’ “insufficiente” di Abu Mazen.Anche i palestinesi, infatti, hanno le loro forti riserve: il piano Kerry è “insufficiente”, spieganocome qualsiasi proposta che pretenda di tornare al negoziato “senza che ci sia il congelamento immediato di nuove colonie/insediamenti e senza un riferimento chiaro al fatto che il negoziato dovrà basarsi sul rispetto dei confini del 1967” (New York Times, 18.7.2013, Khaled Abu Aker e J. Rudoren,Palestinians Calls Kerry’s Formula for Talks Insufficient— I palestinesi chiamano insufficiente la formula di Kerry per il negoziato ▬http://www.nytimes.com/2013/07/19/world/middleeast/palestinians-call-kerrys-formula-for-talks-insufficient.html?partner=rss&emc=rss).Poi, alla fine, nel silenzio assordante delle parti più interessate, da Washington, ma come un po’ sottotono, arriva la notizia che Kerry ha loro strappato un sì di massima a una qualche ripresa del negoziato. Se non arriva un miracolo – dopotutto, di Terra Santa si tratta… – si risolverà tutto in una buffonata, per lisciare le penne un attimo agli americani: faranno le mosse iniziali e poi qualcuno manderà il tavolo all’aria: perché Tel Aviv, sui confini del ’67, compresa Gerusalemmr non torna e Ramallah, a qualcosa di diverso, non ci potrà stare.E la Lega araba stessa, visto che la “buona base” di Kerry, al dunque, questo non lo prevede, sarà ancora portata a ri-pronunciare il suo no… In definitiva: prima di andare un pochino meglio le cose dovranno davvero andare molto peggio… per ora tutto quello che è davvero successo è che (come riassume l’Unità, 20.7.2013, Usa, l’annuncio di Kerry:Sì palestinese a ripresa negoziato ▬ http://www.unita.it/ mon do/usa-l-annuncio-di-kerry-br-si-palestinese-a-ripresa-negoziato-1.511946): “Il segretario di Stato Usa è riuscito a strappare l’assenso di Abu Mazen alla ripresa delle trattative con Israele. L'Olp: basta colonie”.Alla fine, però, il “basta colonie” non è più una condizione per negoziare, ma un auspicio, un obiettivo del negoziato (per questoHamas resta contro l’incontro, oltre che perché, con qualche ragione, degli USA come mediatori proprio non ha ragioni di fidarsi; Kerry ringrazia tutti, anche chi non se lo merita proprio, e si incontrano, a fine mese, a Washington per riprendere a cominciare a discutere gli inviati delle parti: l’ex ministra degli Esteri d Israele, Tzipi Livni, nella coalizione ora sotto Netanyahu ministra della Giustizia e incaricata – ma senza alcun reale potere decisionale - del negoziato, e per i palestinesi Saeb Erekat, il loro capo negoziatore da molti anni, troppi forse (US Department of State, 19.7.2013, Amman, Dichiarazione del segretario di Stato John Kerry ▬ http://www.state.gov/ secretary/remarks/2013/07/212213.htm).E dietro poi c’è anche un impegno d’onore, personale, di Kerry a rinsanguare con qualche aiuto finanziario immediato dell’Amministrazione americana le casse esauste dell’ANP. Lo rivela candidamente (ingenuamente? o, forse,volutamente?) Ahmad Abbas, direttore della pianificazione dell’Autorità palestinese alNYT, probabilmente per così dire a futura memoria visto che l’impegno è stato appunto solo sulla parola: “finanziariamente, adesso, possiamo risolvere i nostri problemi”, ha spiegato, perché il fatto è che “dobbiamo scegliere l’opzione migliore fra tutte quelle cattive che abbiamo di fronte”.Insomma, non proprio entusiasta… (New York Times, 19.7.2013, M. R. Gordon e J. Rudoren, Kerry Achieves Deal to Revive Mideast Talks— Kerry raggiunge un accordo per rivivificare i colloqui in Medioriente ▬http://www.nytimes.com/2013/07/20/world/middleeast/kerry-extends-stay-in-mideast-to-push-for-talks.html? hp&_r =0). Anche se sarebbe più saggio e prudente limitarsi a dire che Kerry ci riprova ma, come sempre, con carte piuttosto fasulle.Da nessuna delle due parti, in effetti, c’è alcuna fiducia in un esercizio che suona assolutamente svuotato di contenuti veri e del coraggio che servirebbe a farli avanzare e serve solo, invece,  a consentire a John Kerry di far finta di essere riuscito a strappare un sì a destra e uno a manca che tutti sanno, però, essere solo due no. Lo dice Hamas, da una parte— e era scontato; lo dicono, dall’altra, voci pesanti dentro il governo di Israele— e era altrettanto scontato…Ma lo aggiunge poi lo stesso Netanyahu, quando bofonchia che sarebbe interesse strategico di Israele arrivare a un accordo per aggiungere, sardonico, subito dopo, che lui però non ci crede per niente perché sa che se ci fosse non sarebbe alle sue condizioni e, quindi, mai ci sarà (Guardian, 21.7.2013, H. Sherwood, Israeli-Palestinian peace talks’ resumption out in doubt by both sides— La ripresa dei colloqui di pace israelo-palestinesi rimessa in dubbio da entrambe le parti ▬http://www.guardian.co.uk/world/2013/jul/21/israel-palestinian-peace-talks-doubt)...E, alla fine, John Kerry, ottimista come lui dev’essere di mestiere, arriva a specificare che il suo obiettivo è quello di arrivare a far concludere un accordo tra israeliani e palestinesi entro il tempo che ci vuole a far nascere un bambino: nove mesi, non di più… Ma questo sarà sicuramente un parto anomalo e molto molto più laborioso. Se mai ci sarà, in forma diversa da quello che come qui molti ormai disperatamente scommettono: da uno scontro, cioè, forse non apocalittico, si spera, ma certo catastrofico tra due visioni inconciliabili – l’una giusta, però e l’altra sbagliata – del proprio futuro comunque necessariamente comune… (New York Times, 30.7.2013, M. R. Gordon, Kerry Says Goal Is Meadeast Peace Deal Within 9 Months— Kerry afferma che l’obiettivo è un accordo di pace in Medioriente entro 9 mesi ▬http://www.nytimes.com/2013/07/31/world/middleeast/kerry-says-goal-is-mideast-peace-deal-within-9-months. html? partner=rss&emc=rss).●Prende un’altra botta, il governo di Israele, e reagisce assai male, alla notizia che dando seguito a ammonimenti avanzati senza seguito ormai da anni, l’Unione europea ha adesso deciso diapplicare linee guida – che possono però, poi, in concreto essere tutto e il contrario di tutto – esplicitamente mirate a ostacolare eimpedire il finanziamento e ogni cooperazione con organismi e istituti israeliani che sfruttano le risorse economiche dei territori palestinesi con e dopo la guerra del 1967, in Cisgiordania, esportandole come made in Israel a fini e profitto propri e non delle popolazioni locali.Salgono le tensioni tra Europa e Israele. Perché il governo israeliano può anche far finta di scordarsi della Linea verde, dei confini reali che vuole cancellati tra territorio di Israele e territori occupati palestinesi, ma il fatto è che la direttiva europea è un chiarissimo richiamo al fatto che proprio la fantomatica ma qualche volta reale “comunità internazionale” – anche l’unica poi effettivamente esistente: quella che si accoda sempre e pressoché automaticamente in coda agli Stati Uniti – non se lo scorda: e, ufficialmente, neanche e perfino gli Stati Uniti stessi: da sempre…Anche se poi, da Bruxelles viene subito tutto come ridimensionato con la dichiarazione che le linee guida si applicano “solo alle transazioni economiche tra Israele e l’UE come tale”, e non a quelle coi 28 paesi aderenti (e non si capisce più niente così, non a caso: se non che hanno voluto fare un “gesto” alla Commissione e nient’altro— perché, alla fine, i divieti riguarderanno borse di studio, aiuti alla ricerca e scambi culturali, il portafoglio gestito direttamente, cioè, dalla Commissione), Netanyahu proclama che “Israele non si lascerà dettare da estranei il da farsi”— scordando, o ancora una volta facendo finta di scordare, che la decisione europea è in sé non quella di prescrivere niente a Israele ma di reagire in base a propri criteri alle azioni proprio di Israele verso terzi, i palestinesi, cioè a regolare il comportamento in materia dei paesi europei…E i palestinesi invece accolgono con qualche speranza gli sviluppi dell’annuncio europeo, una speranza probabilmente mal riposta visti i cavilli annunciati: ma poco, come sempre, è meglio di niente (New York Times, 17.7.2013, J. Rudoren, Israel Condemns New European Union Rules on Territory Seized in 1967 War— Israele condanna le nuove regole europee per i territori catturati nella guerra del 1967 ▬ http://www.nytimes.com/ 2013/07/17/world/middleeast/israel-condemns-eus-new-rules-on-settlements.html?pagewanted=all&_r=0; Haare tz/Tel Aviv, 16.7.2013, Barak David, EU: Future agreements with Israel won't apply to territories— L’Europa dice che ogni futuro accordo con Israele non si applicherà ai territori occupati —http://www.haaretz.com/news/diplomacy-defense/. premium-1.535952).● Questi *** di burattini, ogni tanto e vivaddio, sembrano  avere qualche idea anche per conto loro (vignetta)Riprendere i negoziati di pace! (USA)   Rimuovere la preferenza agli scambi coi territori ocupati! (UE)Fonte: K. Bendib, 25.7.2013Poi, ma forse anche per pura coincidenza stavolta, dato un colpo al cerchio israeliano l’UE ha deciso, soprattutto per spinta degli inglesi che sono su temi così, solo simbolici, particolarmente attenti, il Consiglio dei ministri degli Esteri supera gli ultime forti dubbi – che ci sono – e bolla come organizzazione terroristica l’ala armata degli Hezbollah: che ora stanno dando una mano ad Assad in Siria ma sono anche l’unica forza militare organizzata che nella zona ha saputo sempre ostacolare con efficacia, e risultati frustranti, anche umilianti, per il mito della loro onnipotenza, le Forze armate di Israele ogni volta (non una sola) che hanno invaso il Libano.Così, alla fine, quid pro quo?, chi resisteva ha mollato: era, infatti, necessaria l’unanimità del Consiglio ma finora frenavano soprattutto Malta, Finlandia, Irlanda e Italia. Anche l’Italia aveva i suoi dubbi, e perfino un’ultrà filo-israeliana come Bonino sembra si sia voluta assicurare prima di dare, essendo lei a votare come non c’era alcun dubbio, che l’accordo abbia preservato gli aiuti finanziari e umanitari e il dialogo politico con il movimento sci’ita libanese, l’ala politica degli Hezbollah, per evitare che eventuali sanzioni potessero portare (ma non porteranno, datane l’insignificante portata: tutta e solo d’immagine) a una rottura dei rapporti, destabilizzando gli equilibri interni al governo libanese.Infatti, le sanzioni in questione poi (che voleva fortemente Tel Aviv – la ministra Tzipi Livni dice perché sono terroristi “come dimostra il fatto che a forza di bombe ammazzano tanti civili” e avrebbe ragione, magari, se confessasse e ammettesse che sono terroristi anche i suoi soldati che, a Gaza o in Cisgiordania “a forza di bombe ammazzano tanti civili” e magari anche di più (Guardian, 22.7.2013, Tzipi Livni [la ministra di Israele che ora andrà a trattare a Washington] e Sami Ramadani [docente universitario iracheno esule dai tempi di Saddam alla Metropolitan University di Londra, il cui argomento è che si tratta di un forte e genuino movimento di resistenza: prodotto non di una, ma di due occupazioni militari. Dei territori palestinesi e del Libano], Should the EU designate Hezbollah as a terrorist organization?— Ma la UE dovrebbe designare Hezbollah come un’organizzazione terrorista? ▬http://www.guardian.co.uk/commentisfree/2013/jul/22/eu-hezbollah-israel).Il fatto è che, poi, in buona sostanza, le sanzioni invocate dagli amici di Israele e deprecate da quanti la contrastano sono un po’ una barzelletta: come il blocco commerciale che blocco non è dei prodotti dei territori occupati (v. sopra) e si riassumono nel vietare i visti di ingresso ai responsabili militari di Hezbollah: che neanche si sono sognati, e si sognano peraltro, di chiederli! Ma qui l’unica cosa importante è pronunciare a voce alta la parola “sanzioni”, uguale grosso modo, nei fatti, alla parola “puzzetta”: però, molto gradevole e gradita agli orecchi di Tel Aviv  (Affari italiani.it, 22.7.2013, Ala militare di Hezbollah nella lista nera Ue ▬http://www.affaritaliani.it/esteri/ala-militare-di-hezbollah-nella-lista-nera-ue220 713.html?refresh_ce)…●A due settimane dal secondo anniversario di fondazione del paese, Salva Kiir, l’imponderabile presidente del Sud Sudan, l’ex capo della guerriglia che ha reso il Sud indipendente dal Sudan e ama girare con un pittoresco cappellone texano a larghe tese da cowboy, in quella che è subito apparsa come una durissima lotta di potere intestina ha licenziato in tronco tutto il gabinetto compreso il vice presidente e il capo del partito di governo. E’ anche una spaccatura verticale tra l’etnia Dinka di Kiir e quella dei Nuer del vice presidente Riek Machar che puntava, insopportabilmente per il capo a scavalcarlo.● Il Sud Sudan   (mappa)Fonte: U.S. State Department[http://www.state.gov/p/af/ci/od/index.htm]Di recente, Kiir era stato duramente criticato perfino dal governo americano, grande sostenitore della sua secessione dai tempi di Bush perché il governo unitario del Sudan era troppo “islamico”, ma che ora ne prende un po’ le distanze per l’avventurismo “eccessivo” nei confronti proprio del Sudan (di cui Kiir continua a sostenere i ribelli armati che restano ma stanno perdendo il conflitto)— e, quindi, il conseguente blocco imposto all’export di greggio del Sud che, senza alcuno sbocco al mare, dipende inevitabilmente dal Nord (The Economist, 26.7.2013, South Sudan’s Government – Going for the Nuclear Option ▬ http://www.economist.com/news/middle-east-and-africa/21582301-politics-becomes-more-toxic-president-sacks-friends-and-foes-going).●In Brasile, resta alto il calore della tensione sociale. Scriveva benissimo già Sigmund Freud, che “una società civilizzata e civile è perpetuamente minacciata dalla disintegrazione”, proprio perché  è civile e civilizzata[2]. Ma qui, come in Turchia, come ancor più forse in Egitto, ma oggi forse l’Egitto più di tanti altri civilissimi Stati, è qui a dimostrarlo. Mentre in Egitto, a inizio luglio, la cose sono arrivate al calor bianco e al golpe militare, in●In Turchia, invece, la rivolta popolare sta tornando a un ribollire diciamo, più “normale” (a Istanbul, in effetti, il tribunale che doveva emettere la sentenza  sul rifacimento deciso dal governo di piazza Taksim e del parco Geki ne ha sentenziato il 3 luglio la cancellazione, cancellando così anche in radice la motivazione formale in base alla quale per tutto giugno si era mossa la rivolta contro il governo Erdoğan in Turchia. Ora si tratterà certo di vedere se basta (Today’s Zaman/Istanbul, 3.7.2013, Turkish court blocks disputed park project near Taksim Square— Il tribunale blocca lo sviluppo del controverso parco vicino a piazza Taksim ▬http://www.todays zaman.com/news-319956-.html)).Almeno nelle dieci più grandi metropoli del Brasile sembra mantenersi un forte e sempre caldo movimento di scontento, indignazione (proprio nel senso degli indignados, ormai universalizzati) ma qui anche, almeno qui, di forte e più chiara proposta. Questo paese, straordinario caleidoscopio a suo modo, ha celebrato unanime la grande vittoria della sua nazionale di calcio nel torneo della Federazione internazionale della Confederations Cup, che anticipa di un anno i mondiali che si terranno sempre lì, in quegli stadi, in Brasile, e ha continuato a contestare ferocemente con milioni di giovani a dimostrare in strada le scelte di spesa sbagliate del governo.In sostanza, la scelta strategicamente sbagliata di aver investito decine di miliardi di dollari per ristrutturare gli stadi per i mondiali di calcio invece che per migliorare lo stato dell’istruzione, della sanità e del welfare che nel paese è ancora largamente fatiscente.Secondo i dati della Commissione economica per l’America Latina e i Caraibi (CEPAL), autorevolissimo centro di ricerca economica e sociale e di proposta, anche, dell’ONU, relativi al Brasile di Dilma Rousseff e di Lula, il suo predecessore (e forse successore: qualcuno ne riparla, con convinzione e anche speranza…), la povertà in un decennio è stata ridotta dal 37,5 al 20,9% e il tasso di povertà è calato dal 13,2 al 6,1%, il che significa che una trentina di milioni di brasiliani sono entrati nello strato sociale qui definito del basso ceto medio, migliorando sensibilmente il loro potere d’acquisto. Oggi, stima la CEPAL, certo grosso modo, il 53% dei cittadini del paese (oltre 100 milioni) fanno parte della classe media, rispetto al 38% di dieci anni fa.Nell’ultimo quinquennio, il reddito reale del 10% dei brasiliani più poveri è aumentato del 10%; sono stati creati 18 milioni di posti di lavoro; circa 11 milioni di famiglie (per una quarantina di  milioni di persone) sono “iscritte” a un efficace e efficiente programma pubblico di “reddito familiare minimo garantito, ormai pluriennale, finanziato soprattutto dalla rendita petrolifera di Stato e gestito dalla mano pubblica – legato al numero dei figli e condizionato alla vaccinazione obbligatoria e alla frequentazione scolastica dei bambini – che si chiama bolsa familia. Distribuisce 68 reais al mese (sui 180 $, a parità di potere d’acquisto reale) per figlio minorenne a ogni famiglia di fatto con reddito sotto i 70 reais al mese.E anche il salario minimo è stato regolarmente aumentato da qualche anno, questo 2013 a 670 reais circa dai 622 del 2012. Insomma, qui Lula e poi Rousseff hanno seguito un  percorso, diciamolo chiaro, antitetico, opposto proprio a quello che trionfa in America e in Europa, dove salari reali, assistenza e welfare sono stati radicalmente decurtati facendo perdere materialmente reddito, diritti e poteri ai ceti e alle classi cosiddette e di fatto, subalterne, in nome del dogma del libero mercato che fissa i suoi parametri “a prescindere”, pensando delle sue ragioni e a quel di chi il dogma stesso impone di favorire.Ma, come insegnava già molti molti anni fa Alexis de Tocqueville a lor signori, parlando della rivoluzione francese, e ammoniva il suo “Principe” che non c’era già diversi secoli prima anche Niccolò Machiavelli, il momento più pericoloso per qualsiasi potere insediato è quello in cui comincia a riformarsi: anche se lo sta facendo bene, anche se lo fa nel bene e nell’interesse dei più. E non solo perché i meno, che il potere consolidato ce l’hanno nelle loro mani da sempre reagiscono ma anche perché quelli che cominciano a gustare solo ora un po’ più di potere ne chiedono di più, più presto e più incisivo, soprattutto più negoziato, più partecipato, non solo riconosciuto, comunque, dall’alto. E quel che ora succede per strada a Rio, a Sāo Paulo, a Brasilia, a Fortaleza, a Recife, sta lì a confermarlo.In questo grande paese, del resto, la metà dei terreni coltivabili, secondo la CEPAL, é ancora nelle mani dell’1% della popolazione. L’85% delle terre migliori, più fruttuose e redditizie è utilizzato solo per coltivare soia, mais, canna da zucchero e come pascolo e il 10% dei proprietari terrieri detiene l’85% del valore della produzione agricola. In termini di Terzo mondo avanzato è come nei nostri paesi capitalisticamente più sviluppati, dove grosso modo il 10% dei ricchi detiene il 90% del reddito e delle proprietà: del patrimonio.Questo grande paese, del resto, è il principale protagonista dell’economia del sub-continente, secondo e sempre in crescita in tutte le Americhe e nelle loro distinte associazioni e diverse comunità, sia esistenti che appena incipienti, di natura politica ed economica: OAS, MERCOSUR, UNASUR— costituiti sia con che senza e, potenzialmente, anche contro l’egemonia, il potere di sempre degli Stati Uniti d’America.Nel 2005 Lula da Silva, assieme al venezuelano Chávez, al bolivianoEvo Morales e a altri paesi latino-americani parteciparono attivamente all’affossamento sul continente americano del mega-trattato di libero commercio delle Americhe voluto da Bush e che, in buona sostanza, costituiva il trionfo della deregulationdell’economia dell’intero continente da ridisegnare così esattamente a  misura dei dogmi neo-liberisti e degli interessi nazionali delle classi dirigenti degli USA.Nell’ultimo decennio, poi, a differenza di quanto sempre avvenuto in passato, sia Lula che Dilma Rousseff hanno mostrato solidarietà concreta e apertamente politica col Venezuela e anche con Cuba, per difenderle dalle vendette ideologiche e dalle sanzioni sempre più stupidamente vessatorie degli USA, in sostanza furibondi perché Caracas e l’Avana facendo anche lezione, non si piegano, alle sue volontà e al suo modello di società. E, copiando una pagina dall’agenda cubana Brasilia ha cominciato a mettere in moto una sua politica di proiezione anche in Africa.Il Fondo monetario constata ormai in base a numeri e a dati che  l’economia  brasiliana sta dietro solo a quella di USA, Cina, Giappone, Germania e Francia ormai, avanti a Russia e India e, ovviamente, anche all’Italia e alla Spagna; è uno dei cinque paesi del blocco geo-economico emergente dei BRICS, che ha ormai ridicolizzato le gerarchie autodecise a suo tempo, ora rese del tutto fittizie dei cosiddetti G-7 e G-8 perché certamente ormai obsolete.Il monopolio mediatico del Brasile, da sempre in mani saldamente privata e ostile a intenzioni e politiche del governo, soprattutto e proprio a quelle sociali, sta adesso concentrandosi a dare voce, valore e sostegno, tanto ipocrita quanto in apparenza convinto, alla ribellione: quasi alla vigilia –ormai tra due anni: qui, come negli USA, è sempre la vigilia – delle nuove presidenziali – sta già lavorando a sputtanare il governo 24/24 e giorno per giorno, evidentemente temendo di più per i suoi interessi di fondo  il consolidamento del PT e della sinistra, piena di contraddizioni pure com’è.Presto riprenderà la sua opposizione, spietata e violenta, alle politiche tese ad ampliare lo Stato sociale. L’alleanza tra monopoli di reti satellitari, radiotelevisive e imperi cartacei e latifondo della soia transgenica che rende molto in profitti e, per contro, dà molto poco lavoro, di qua e i milioni che usufruiscono delle reti sociali e ne chiedono il rafforzamento, è precaria e illusoria. Il governo ha cominciato a reagire in modo intelligente, l’unico capace di sconfiggere in modo stabile e duraturo la resistenza reazionaria: annunciando cioè misure nuove che tendono a porre limiti al potere storico dei latifondisti. Il governo chiede e chiederà al parlamento di approvare una legge per destinare i proventi dei megagiacimenti off-shore di greggio sottomarino Pre-sal (sotto km. di strati di sale) a finanziare il rilancio di spesa per salute, istruzione e pensioni.(1) Fox Business, 24.5.2013, Agenzia Dow Jones, Brazil to Hold First Pre-Salt Oil Exploration Auction in October— Il Brasile terrà la prima asta per l’esplorazione dei giacimenti pre-salini off-shore ad ottobre▬ http://www.foxbusiness.com/ news/2013/05/23/brazil-to-hold-first-pre-salt-oil-exploration-auction-in-october); e 2) Nota congiunturale no. 6.2013, cap. BRASILE ▬http://www.angelogennari.com/notagiugno13.html).L’arrivo di 10mila medici dall’estero (da Cuba anzitutto) farà cadere la maschera a molti. I partiti e le forze dell’opposizione conservatrice si schiereranno, come già annunciato, contro e per vincere questa guerra non certo inventata e sicuramente popolare ma sostanzialmente mossa dalla forza dei monopoli mediatici e da quelli che quanto mai impropriamente chiamiamo social mediaessendo essi invece, propriamente e precisamente, gli strumenti dell’individualismo e della frantumazione individuale e sociale, sicuramente voluta e forse anche promossa dalle forze più reazionarie di questo paese.Sono le forze che hanno già annunciato di volersi opporre all’arrivo dei medici cubani. E sarà una lotta dura, questa, forse il momento veramente rivelatore, dal quale governo e forze della sinistra brasiliana potranno uscire vincenti solo rilanciando con un grande, visibile e immediato rafforzamento la politica sociale del governo.E tornando ai tre casi eclatanti che insieme hanno negli ultimi mesi scosso il mondo con grandissime proteste sociali e politiche, manifestazioni di strada eclatanti e dimostrazioni strabordanti ma senza (per fortuna di quei popoli) e saggia cautela dei loro governanti pro-termpore arrivare alla guerra civile (Brasile, Turchia e, finora, anche Egitto) c’è – salta subito agli occhi –  che senza assumere una dimensione politica la protesta alla fine resta senza sbocco e alla mercé di un’élite, che l’azione di strada guida sì il cambiamento ma anche che, senza la capacità poi di organizzarsi è essenziale se non vuole che alla fine venga sempre scippata e/o disarmata.Annunciato, in Argentina, il lancio di una joint venture tra la multinazionale petrolifera Chevron (americana) e la YPF/Yacimientos Petrolíferos Fiscales, la  compagnia di Stato per lo sviluppo e lo sfruttamento dei depositi di scisti bituminosi della Vaca Muerta, i più estesi finora reperiti fuori del territorio statunitense, scoperti nel 2010 quando la YPF, poi nazionalizzata dal governo di Cristina Kirchner, era a maggioranza di proprietà della spagnola Repsol, L’accordo con la Chevron è il primo di rilievo dopo l’esproprio condotto l’anno scorso dal governo argentino e smentisce in radice tutte le previsioni grame del Fondo e delle scuole di pensiero neo-liberiste che dopo il default argentino del 2001 e, tanto più, dopo la nazionalizzazione forzata degli assets spagnoli l’Argentina nonj avrebeb piò trovato investimenti dall’estero (Chevron.com/San Ramon, Calif., 16.7.2013, Chevron, Argentina's YPF Sign Accord to Develop Vaca Muerta Shale— La Chevron e la YPF argentina firmano un accordo per sviluppare i depositi scistosi di Vaca Muerta ▬http://www.chevron.com/chevron/pressreleases/article/07162013_ chevronargentinasypfsignaccordtodevelopvacamuertashale.news).● Risorse e riserve delle formazioni di rocce scistose (gas e greggio) di Vaca Muerta (Argentina) (mappa)Fonte: Milenio●In Cile, Michelle Bachelet, che è già stata presidente dal 2006 al 2010, ha vinto le primarie del centro-sinistra per le presidenziali che a novembre designeranno il nuovo capo dello Stato dal 2014 al 2018. Pablo Longueira, ex ministro dell’economia della destra che al momento governa, ha vinto le primarie del centro-destra. Ma i sondaggi, unanimi, danno in largo vantaggio Bachelet che, del resto, aveva chiuso i quattro anni della sua presidenza con un tasso di gradimento dell’84%: non sufficiente, però, allora, a far eleggere il suo successore. Longueira, citando una sua condizione di “depressione” – e ti credo, con quei sondaggi! – immediatamente rinuncia, lasciando la destra in totale marasma.La volta scorsa Bachelet, che avrebbe rivinto a mani basse, non ha potuto perché dopo la cura Pinochet il Cile non consente per Costituzione due mandati consecutivi ai suoi presidenti; ma adesso potrebbe venire rieletta e, se lo fosse, sarebbe il primo capo dello Stato ad esserlo in 81 anni – dopo Pinochet che, però, appunto non gareggiava ma si piazzava direttamente, manu militari, al primo posto. La piattaforma elettorale di Bachelet questa volta, appare però molto più decisamente a sinistra di quanto lo sia stato il suo primo mandato.Si è impegnata a pubblicizzare entro i prossimi sei anni l’istruzione universitaria (resta libera quella privata:  ma dovrà progressivamente finanziarsi sempre più da sè) con un +2% del PIL pagato portando (fra gli strilli dei padroni) la tassazione di impresa dal 20 al 25%; ha anche promesso di liberalizzare, in una certa misura, la rigida regolamentazione dell’aborto e la legalizzazione del matrimonio tra gays.A romperle le uova nel paniere, possono ancora essere l’ostilità preannunciata della Chiesa cilena ufficiale, che sta già insorgendo specie contro la cancellazione dei sussidi alle sue scuole private, e alcuni candidati di estrema sinistra che tenteranno di sottrarle voti da quella parte, soprattutto dividendo la sinistra nelle contemporanee elezioni parlamentari. La volta precedente, Bachelet trovò in effetti il suo programma pesantemente frenato dalla mancanza di una sicura maggioranza che lo accompagnasse in parlamento (The Economist, 5.7.2013, Chile’s presidential primaries — A comeback gathers speed— Le primarie per la presidenza in Cile – Un ritorno che va acquistando  velocità ▬http://www.economist.com/news/ americas/21580496-michelle-bachelet-trounces-all-comers-next-stop-presidency-comeback-gathers-speed).●Esattamente da un anno e un mese, stallo politico e economico nei rapporti tra il governo del Paraguay e unione doganale delMercosur, potenzialmente un vero blocco/comunità economica- politica di Stati, da quando cioè il diritto di voto nell’unione è stato ritirato al piccolo paese sudamericano dopo che con quello che tutti i paesi latino-americani (ma non lo zio d’America a Washington) considerarono un golpe “costituzionale” che illegalmente rimosse dalla presidenza il titolare eletto, Francisco Lugo (cfr. Nota congiunturale no. 8-2012 ▬ http://www.angelogennari.com/nota agosto12.html).Adesso hanno da qualche mese proceduto a “sanare”, con elezioni che anche gli altri sudamericani hanno considerato “libere”, ma che non stanno affrettando granché il ripristino dei diritti sospesi al governo paraguayano. Sono, però, ormai disposti a discuterne, senza dover accettare di cassare il punto: la condanna di un vulnus costituzionale pesante e gravido di minacce per tutti .Asunción, la cui sospensione ha nel frattempo consentito scavalcandone il veto altrimenti sempre esercitato anche in nome e per conto di chi si sa, l’accessione al Mercosur del Venezuela (quinto paese membro ora, dopo Brasile, Argentina, Uruguay e lo stesso Paraguay), reclama però il reintegro nella presidenza di turno del blocco che non aveva potuto esercitare coincidendo col periodo della sua sospensione e gli altri non intendono dargliela.D’altra parte, il Paraguay dipende dal Mercosur per la metà delle sue esportazioni e anche per l’accesso stesso, non avendo accesso al mare, al mercato globale. Quindi nessuno crede davvero alle minacce che il nuovo presidente, Federico Franco, avanza (di posporre il rientro, o di uscire dal blocco), e il Mercosur va trattando la cosa solo come una leva per aumentare in qualche modo la possibilità di reintegrare l’unione alle condizioni oggettivamente migliori possibili (Stratfor, Global Intelligence, 11.7.213, Paraguay's Dispute with Mercosur Continues— Prosegue il dissenso tra Paraguay e Mercosur ▬http://www.stratfor.com/analysis/paraguays-dispute-mercosur-continues).http://www.angelogennari.com/home.html[1] E pensare a quel che diceva Adam Smith su chi dovesse pagare le tasse e chi no – no i lavoratori dipendenti, diceva, senza esitazioni, perché loro, e solo loro, “avevano tutto il loro patrimonio concentrato nel proprio lavoro:  come tale  strumento essenziale di vita”! altro che liberismo e, tanto meno, liberismo selvaggio: perché, spiegava, “il suddito di qualsiasi Stato dovrebbe contribuire, sempre quando fosse possibile, al sostegno del governo comune in proporzione alla rispettiva capacità: vale a dire, in proporzione  di cui rispettivamente godono sotto la protezione dello Stato”.E, continua a motivare Smith, proprio su base tecnica, economica – di maggiori o minori costi, maggiore o minor produzione e anche profitto – “in ogni caso, una tassazione diretta sui salari del lavoratore , nel lungo periodo, creerebbe inevitabilmente una riduzione dei  rendimenti patrimoniali e un aumento maggiore di prezzo dei prodotti manifatturati di quanto sarebbe stato ottenuto, invece ,con  un’appropriata valutazione della somma uguale al prodotto di una tassazione imposta in parte sula rendita della terra [oggi diremmo: del patrimonio immobiliare e mobiliare] e, in parte, sui beni di consumo”: cioè, niente tasse sul salario del lavoro dipendente e, invece, tasse sui valori patrimoniali e tasse sui consumi, specificando Smith (altrove, sempre nella sua opera qui citata) su quelli di lusso in misura assai maggiore che su quelli popolari… (cfr. A. Smith, Theory on the Wealth of Nations— Teoria sulla Ricchezza delle Nazioni ▬http://www.marxists.org/reference/archive/smith-adam/works/wealth-of-nations/book05/ch02b-3.htm).[2] Sigmund Freud, Civilization and its discontents, 1a ediz.,  1930— La civilizzazione e suoi scontenti, in inglese dal tedesco, trad. da J. Stranchey, W. W. Norton & Co., 92 pp.www.angelogennari.com

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