Sfuggire alle masse

Sfuggire alle masseGustavo Esteva | 24 luglio 2013 | Le chiese vogliono masse di fedeli. Il capitale ha bisogno di masse di lavoratori e consumatori. Una massa umana comporta una brutale riduzione delle persone: le si converte in atomi resi omogenei da un insieme, subordinati a una credenza, o ideologia, e a coloro che la incarnano. Masse, moltitudini. Cosa tiene insieme le persone che partecipano alle rivolte emerse negli ultimi tempi? Un comune rifiuto verso il sistema politico ed economico dominante. E la rabbia contro la mortificazione della dignità. Manca, con evidenza, non solo l’ansia novecentesca di costruire progetti, ma soprattutto un’immagine nitida di quale società costruire al posto di quella rifiutata. Molti dei gruppi che partecipano alle grandi mobilitazioni contemporanee, sostiene Gustavo Esteva in risposta alle polemiche che ha suscitato un suo commento, non ne hanno bisogno. Sono già immersi in profonde sperimentazioni che vanno prendendo la forma della nuova societàdi Gustavo EstevaÉ piovuto nella mia milpa (campo, ndt) elettronica. Quello che ho scritto quindici giorni fa ha suscitato molti commenti, non tutti cordiali.Ho criticato l’approccio che tende a dequalificare le grandi mobilitazioni recenti a causa della loro mancanza di organizzazione, coerenza, programma e chiarezza teorica e politica. L’osservazione che ha raccolto le principali reazioni avverse è stata la seguente: «Più che pensare a come guidare le masse disorientate al fine di infondere la verità rivoluzionaria delle avanguardie e degli illuminati, può essere arrivato il momento in cui ci lasciamo condurre dagli uomini e dalle donne comuni che si sono messi in movimento… con la loro propria chiarezza teorica e politica e la loro organizzazione».Si è detto che appoggerei lo «spontaneismo» delle masse e che attribuirei potenziale rivoluzionario a esplosioni d’indignazione che, come ha detto The Guardian, possono «cambiare gli stati d’animo, rifiutare politiche e far cadere governi», ma non vanno molto lontano, perché sono «politicamente incipienti»: mancano di preparazione, maturità e orientamento. Mi è stato detto che magari non siamo più nella fase delle «avanguardie illuminate» o dei partiti ma abbiamo comunque bisogno di quadri dirigenti, attivisti, organizzatori…Questo approccio leninista, caratteristico del XX secolo, esige un programma rivoluzionario e un gruppo dirigente che si occupino della formazione delle masse, della loro organizzazione e della loro conduzione.La nozione di massa, ci ha avvertito Machado molto tempo fa, è un concetto ecclesiastico e borghese, malgrado abbia una risonanza radicale. Le chiese vogliono masse di fedeli. I capitalisti vogliono masse di lavoratori e di consumatori. Una massa umana comporta una brutale riduzione delle persone; le si converte in atomi resi omogenei da un insieme, subordinati a una credenza o ideologia e a coloro che la incarnano.Gli atomi resi omogenei – quelli di un gas, le palle da biliardo, le carte di un mazzo, gli affiliati a un partito, un sindacato o una chiesa – non possono articolarsi tra loro e formare da soli una struttura organizzata: solo un dispositivo esterno può tenerli uniti.L’organizzazione delle masse è sempre opera di agenti esterni che danno loro forma e le fanno dipendere dalle dirigenze che le guidano. Per incorporarsi nelle masse, gli individui sono costretti a ridursi alle loro configurazioni.C’è un chiaro contrasto tra la massa organizzata e la moltitudine, che è invece il risultato dell’azione di un agglutinarsi spontaneo e transitorio di persone, formatosi per qualsiasi ragione.  Il comportamento della moltitudine è imprevedibile.Nelle mobilitazioni recenti compaiono masse e moltitudini. Vi prendono parte masse organizzate dai sindacati, dai partiti e da altre organizzazioni sociali, lo stesso fanno gli individui sparsi che fanno la moltitudine. Eppure sembrano aver avuto la meglio molteplici gruppi organizzati e coerenti, con motivazioni chiare e spinte che mostrano una direzione e una tendenza. Condividono la degna rabbia, l’indignazione nei confronti dello stato delle cose. Possono avere o no rivendicazioni specifiche e alcune richieste. Il fattore che sembra tenerli uniti è un rifiuto comune che abbraccia sempre più chiaramente tutto il sistema politico ed economico dominante. Mancano quasi sempre di una immagine chiara di ciò che vorrebbero al posto di ciò che rifiutano. Non ne hanno bisogno. Sono immersi in sperimentazioni sociologiche e politiche che vanno prendendo la forma della nuova società. Qualcosa del genere, qualcosa con questa indole, sembra sia accaduto in tutte le rivoluzioni profonde.Alcune mobilitazioni hanno avuto l’aspetto di rivolte popolari di diversa portata. Sono state eruzioni, come quelle di un vulcano, che passano presto, sebbene lascino tracce durature, solide quanto la lava. In esse si può vedere un afflusso spontaneo di molteplici indignazioni insufficientemente elaborate.Generalmente, tuttavia, come ha rilevato Zibechi in relazione al Brasile, quello che sembra definire le mobilitazioni in corso è una lunga preparazione. Esse sono frutto di un durevole processo di accumulazione di forze e sperimentazione sociale. Innumerevoli lotte, vittoriose o sconfitte, hanno lasciato un sedimento nella base sociale. Ci sono reazioni «spontanee» per l’utilizzo di momenti e circostanze, per la trasformazione di incidenti, per l’elaborazione di conflitti, per l’improvvisazione di risposte nei confronti di quello che fanno los de arriba(quelli di sopra, i potenti, ndt). Difficilmente, però, si può attribuire il menzionato spontaneismo a queste manifestazioni moltitudinarie che resistono alla tentazione di costituire masse manipolabili, guidate da un leader, un’ideologia o un apparato. Proprio per questa ragione, le manifestazioni provocano perplessità nelle classi politiche e propiziano pericolose risposte che non raggiungono il loro proposito ma possono essere immensamente distruttive.In queste mobilitazioni, ogni gruppo che partecipa ha i suoi quadri e dispositivi di organizzazione con caratteristiche orizzontali. Per questo è tanto difficile dominarle o manipolarle, dall’esterno, oppure favorirne la concertazione, da dentro. Tale concertazione è necessaria in misura crescente, è urgente, ma ha il suo ritmo, la sua parsimonia. Ha bisogno di un suo tempo… che in nessun caso è quello de arriba (di sopra, ndt). Traduzione per Comune-info: m.c.Fonte La Jornada.Gustavo Esteva vive a Oaxaca, in Messico. I suoi libri vengono pubblicati in diversi paesi del mondo. In Italia, sono stati tradotti: «Elogio dello zapatismo», Karma edizioni: «La Comune di Oaxaca», Carta; e, proprio in questi mesi, per l’editore Asterios gli ultimi tre: «Antistasis. L’insurrezione in corso»; «Torniamo alla Tavola» e «Senza Insegnanti». In Messico Esteva scrive regolarmente per il quotidiano La Jornada ma i suoi saggi vengono pubblicati anche in molti altri paesi. In Italia collabora con Comune-info.Gli altri articoli di Gustavo Esteva su Comune-info li trovate qui. Questo invece è un articolo sul suo viaggio in Italia e sull’incontro con i lettori e i promotori di Comune-info: Dispersione quotidiana ribelle, il viaggio di Gustavo Estevahttp://comune-info.net/2013/07/sfuggire-alle-masse/

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