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Un conflitto oltre le frontiere- Etienne Balibar-il Manifesto 18 /09/15

Un conflitto oltre le frontiere- Etienne Balibar-il Manifesto 18 /09/15Settembre 18 Pubblicato in Mesoregione Euromediterranea  Letto 0 volte  dimensione font riduci dimensione font aumenta la dimensione del font  Stampa  Email  Add new commentUn conflitto oltre le frontiere Derive continentali. La decisione della Germania di aprire le frontiere per accogliere i rifugiati per poi richiuderle ha messo in discussione un caposaldo dell’Unione Europea. Ma ha provocato un allargamento politico dell’Europa. Ad entrare non sono Stati, ma uomini, donne e bambini Étienne Balibar EDIZIONE DEL18.09.2015 PUBBLICATO18.9.2015, 0:45 AGGIORNATO17.9.2015, 21:10Men­tre i mini­stri dei ven­totto paesi Ue non sono riu­sciti a met­tersi d’accordo sull’attuazione del piano di ripar­ti­zione pro­po­sto dalla Com­mis­sione euro­pea, è senza dub­bio arri­vato il momento di ren­dersi conto dell’entità dell’avvenimento sto­rico a cui deve far fronte la «comu­nità» delle nazioni euro­pee, e delle con­trad­di­zioni che que­sto avve­ni­mento ha messo in luce. Esten­dendo a tutta l’Europa il pro­no­stico che la Can­cel­liera Angela Mer­kel ha for­mu­lato  — «que­sti avve­ni­menti cam­bie­ranno il nostro paese» — biso­gna dire: cam­bie­ranno l’Europa. Ma in che senso? Non abbiamo ancora la rispo­sta. Stiamo entrando in una zona di flut­tua­zioni bru­tali, dove dovremo dar prova di luci­dità e determinazione. Quello che sta avve­nendo è un allar­ga­mento dell’Unione e della stessa costru­zione euro­pea. Ma, a dif­fe­renza dei pre­ce­denti allar­ga­menti, que­sto è impo­sto dagli avve­ni­menti nel qua­dro di uno «stato d’emergenza» e non c’è una­ni­mità. Più che per gli allar­ga­menti del pas­sato, quindi, andrà incon­tro a dif­fi­coltà e pro­vo­cherà scon­tri poli­tici. Soprat­tutto, que­sto allar­ga­mento è para­dos­sale, per­ché non è ter­ri­to­riale ma demo­gra­fico: ciò che «entra in Europa» in que­sto momento non sono nuovi stati, ma uomini, donne e bam­bini. Sono dei cit­ta­dini euro­pei vir­tuali. Que­sto allar­ga­mento, essen­zia­le­mente umano, è anche morale: è un allar­ga­mento della defi­ni­zione di Europa, dall’idea che ha di se stessa fino agli inte­ressi che difende e agli obiet­tivi che si pone. In sostanza è un allar­ga­mento poli­tico, desti­nato a «rivo­lu­zio­nare» i diritti e gli obbli­ghi dei paesi mem­bri. Può fal­lire, ma allora la costru­zione euro­pea stessa avrà poche pos­si­bi­lità di resi­stere. Per que­sto motivo molti oggi in Europa par­lano di momento di verità. È evi­dente che la situa­zione mate­riale e morale creata dall’afflusso dei rifu­giati sia «ecce­zio­nale». Ma per­ché par­lare di stato d’eccezione, di emer­genza, nozione carica di ter­ri­bili signi­fi­cati, che evoca momenti in cui il qua­dro isti­tu­zio­nale della vita sociale vacilla e l’identità col­let­tiva dei popoli trema? Evo­cherò almeno tre ragioni. Addio a SchengenLa prima è che, de facto, un pezzo impor­tante della «costi­tu­zione» euro­pea ha smesso di fun­zio­nare: gli accordi di Schen­gen com­ple­tati dai rego­la­menti di Dublino. Que­sta sospen­sione era già chiara da quando il governo tede­sco ha dichia­rato che non avrebbe appli­cato ai rifu­giati siriani la regola dell’immatricolazione nel paese di arrivo in seno alla zona Schen­gen. La deci­sione del 13 set­tem­bre di chiu­dere la fron­tiera con l’Austria, a causa del supe­ra­mento delle capa­cità di acco­glienza della Ger­ma­nia e della cat­tiva volontà degli altri paesi euro­pei, non cam­bia nulla, al con­tra­rio. Mostra che l’apertura e la chiu­sura delle fron­tiere interne dell’Europa è oggetto di deci­sioni arbi­tra­rie degli stati e che la libertà di cir­co­la­zione è sospesa. La seconda ragione è che il «pro­blema migra­to­rio» dell’Europa è com­ple­ta­mente intrec­ciato allo stato di guerra del Medio­riente, che costi­tui­sce la fonte prin­ci­pale dell’afflusso dei rifu­giati. Si tratta di una guerra civile gene­ra­liz­zata, di una cru­deltà e capa­cità di distru­zione senza equi­va­lenti dopo la seconda guerra mon­diale nella nostra regione del mondo, che ha acqui­sito una dina­mica pro­pria. Non potremo fer­marla nell’immediato, soprat­tutto non con inter­venti mili­tari. Il numero delle vit­time e dei rifu­giati che causa aumen­terà. L’esodo, momen­ta­nea­mente con­cen­trato negli stati «tam­pone» (Tur­chia, Gior­da­nia, Libano, Tuni­sia), sta comin­ciando a tra­vol­gerli e minac­cia di farli esplo­dere. Lo spa­zio inve­stito da que­sto con­ta­gio ingloba tutta l’Europa (ivi com­preso benin­teso attra­verso i rischi di dif­fu­sione del terrorismo). Infine, pos­siamo par­lare di stato d’emergenza poi­ché la crisi migra­to­ria sta spez­zando il con­senso sui «valori» con­sti­tu­tivi dello stato demo­cra­tico, che porta a una messa a con­fronto dell’Europa con se stessa, suscet­ti­bile di assu­mere forme vio­lente. Tutti que­sti aspetti sono evi­den­te­mente legati tra loro. La mossa di «Merkiavelli» Dopo l’esplosione della crisi a fine ago­sto, la Can­cel­liera tede­sca ha svolto un ruolo deter­mi­nante nella defi­ni­zione del carat­tere poli­tico degli avve­ni­menti. È lei, in effetti, che ha dichia­rato lo stato di emer­genza pren­dendo misure «uni­la­te­rali» e ha posto la que­stione di una rifon­da­zione dei nostri stati di diritto, esclu­dendo qual­siasi «tol­le­ranza» nei con­fronti delle cor­renti xeno­fobe e raz­zi­ste. Coloro che, come me, deplo­rano asso­lu­ta­mente il modo in cui la Can­cel­liera Mer­kel ha pilo­tato l’imposizione a tutta l’Europa delle poli­ti­che di auste­rità, in par­ti­co­lare l’umiliazione e l’espropriazione della Gre­cia, devono oggi saper rico­no­scere il valore della sua azione e dirlo. Natu­ral­mente, Mer­kel non ha agito da sola: ha inter­pre­tato lo slan­cio di soli­da­rietà di una parte signi­fi­ca­tiva della società tede­sca. Alcuni sup­pon­gono che, così facendo, abbia difeso gli inte­ressi dell’economia tede­sca, ricor­dan­dosi dei bene­fici avuti dal suo paese dall’apporto di altri rifu­giati. Pos­siamo imma­gi­nare che «Mer­kia­velli» (come l’ha chia­mata Ulrich Beck) abbia visto un’occasione per ribal­tare l’immagine di inu­ma­nità che le era stata affi­biata dopo la «solu­zione» della crisi greca. Ma que­ste spie­ga­zioni non bastano e sono soprat­tutto inca­paci di cogliere l’effetto ogget­tivo della deci­sione di Mer­kel, che tra­sforma i dati del pro­blema costi­tu­zio­nale in Europa e inten­si­fica il con­flitto latente sull’identità euro­pea. Forse Mer­kel non ha com­preso subito fino a dove la sua deci­sione l’avrebbe por­tata: ma l’importante è che sia arri­vata a un punto di non ritorno di cui deve adesso assu­mere le con­se­guenze e difen­derne il significato. Si tratta di quat­tro ordini di con­se­guenze di primo piano. Le prime riguar­dano la gestione delle fron­tiere dell’Europa, ma anche del loro rap­porto con la sovra­nità nazio­nale. L’accordo di Schen­gen si basava sul pre­sup­po­sto ambi­guo che è pos­si­bile «met­tere in comune» la fun­zione di sor­ve­glianza delle entrate e delle uscite dallo spa­zio comu­ni­ta­rio, con­ti­nuando però al tempo stesso a con­si­de­rare sovrani gli stati, respon­sa­bili degli indi­vi­dui che si tro­vano sul «pro­prio» ter­ri­to­rio, dal punto di vista della sicu­rezza o della pro­te­zione. Dall’altro canto, l’Unione euro­pea – attra­verso gli allar­ga­menti selet­tivi – aveva cer­cato di man­te­nere con­tem­po­ra­nea­mente sia l’idea che ha voca­zione a incor­po­rare tutte le nazioni euro­pee che l’idea che que­sta mem­ber­ship com­porta delle « con­di­zioni di ade­sione » da rispet­tare (più o meno rigo­ro­sa­mente). Di qui la situa­zione di enclave ana­cro­ni­stica nella quale si tro­vano oggi alcuni paesi dell’ex Jugo­sla­via che costi­tui­scono delle «porte di accesso» al cuore dell’Europa. Que­sta situa­zione non è teni­bile dal punto di vista sia secu­ri­ta­rio che uma­ni­ta­rio: o i paesi bal­ca­nici ver­ranno incor­po­rati all’Europa come mem­bri a pieno titolo oppure l’Europa dovrà abo­lire tutte le pro­ce­dure di sicu­rezza comunitarie. Un con­ti­nente Borderland Ma più in gene­rale appa­rirà che l’Europa «non ha» delle fron­tiere nel senso clas­sico: né fron­tiere «fede­rali» né fron­tiere delle nazioni costi­tuenti. Piut­to­sto, è essa stessa una «fron­tiera» di nuovo tipo, pro­prio alla glo­ba­liz­za­zione, un Bor­der­land o un com­plesso di isti­tu­zioni e di dispo­si­tivi di sicu­rezza estesi su tutto il ter­ri­to­rio, per «rego­lare» i movi­menti di popo­la­zioni, in modo che può essere più o meno vio­lento, più o meno deciso e con­trol­lato demo­cra­ti­ca­mente. Per i cit­ta­dini è com­pli­cato capire que­sto, che però avrà un’influenza sem­pre mag­giore sulla loro vita quo­ti­diana e il loro destino. Di qui la seconda serie di con­se­guenze, sui regimi migra­tori. Nella pole­mica in corso sull’instaurazione delle quote per la ripar­ti­zione dei rifu­giati in Europa, la Ger­ma­nia e la Com­mis­sione euro­pea si aggrap­pano con tutte le forze alla distin­zione tra «rifu­giati» e «migranti eco­no­mici». È facile capirlo: lo fanno per con­ci­liarsi l’opinione pub­blica e per man­te­nere una dif­fe­renza di trat­ta­mento ammi­ni­stra­tivo per chi arriva, senza la quale, appa­re­nen­te­mente, l’unica solu­zione sarebbe di deci­dere l’abolizione delle fron­tiere. Non dirò che que­sta distin­zione non ha senso, la prima cate­go­ria defi­ni­sce uno sta­tuto di diritto inter­na­zio­nale, che non riguarda la seconda. Non c’è difatti uno «sta­tuto del migrante» nel mondo attuale. Ma è chiaro che la dif­fe­renza è social­mente arbi­tra­ria, poi­ché la mon­dia­liz­za­zione sel­vag­gia tende a tra­sfor­mare le zone di pau­pe­riz­za­zione in zone di guerra e reci­pro­ca­mente. Gli abi­tanti fug­gono in massa zone di morte, cor­rendo il rischio di per­dere tutto. Soprat­tutto, biso­gna chie­dersi con quali mezzi, che non siano vio­lenze su grande scala, l’Unione euro­pea potrà attuare una poli­tica di «rin­vio» degli inde­si­de­ra­bili, esclusi dall’ «acco­glienza». Que­sto non ha fun­zio­nato a livello indi­vi­duale, da decenni, e non ha nes­suna pos­si­bi­lità di fun­zio­nare a livello di massa. All’opposto delle con­di­zioni di rifu­giato o di migrante «inde­si­de­ra­bile», quali pro­spet­tive si aprono per coloro che guerre o mise­ria cac­ciano verso l’Europa e che arri­vano a peri­colo della vita? Cosa deve offrire loro l’Europa? Forse è solo l’accesso alla cit­ta­di­nanza euro­pea. Biso­gna quindi che que­sta nozione esca final­mente dal limbo nel quale è rele­gata dal rifiuto degli stati di aprire la strada alla sovra­na­zio­na­lità. Dicendo che stiamo assi­stendo a un allar­ga­mento demo­gra­fico della Ue, volevo appunto indi­care que­sta pro­spet­tiva. Deve essere una pro­spet­tiva rego­lata, nor­ma­liz­zata, ma è ine­lut­ta­bile. Tutti sanno che i rifu­giati che arri­vano adesso non se ne andranno: non tutti, di sicuro, e non subito. Se non vogliamo creare una popo­la­zione di stra­nieri rele­gati in un esi­lio interno per varie gene­ra­zioni, biso­gna aprire ampia­mente la pos­si­bi­lità di inte­gra­zione, cioè lavoro, diritti sociali e diritti cul­tu­rali eguali. Ma la chiave di tutti que­sti diritti e del loro legit­timo pos­sesso, con­tro tutte le stig­ma­tiz­za­zioni raz­zi­ste, è la cit­ta­di­nanza. Visto che il pro­blema si pre­senta su que­sta scala, biso­gna inven­tare nuove moda­lità e nuove pro­spet­tive di accesso alla nazio­na­lità, spe­ci­fi­ca­mente euro­pee, che per que­sto stesso fatto ne modi­fi­cano la defi­ni­zione. Ideal­mente, ne indi­vi­duo due: la prima sarebbe di isti­tuire, accanto all’accesso alla cit­ta­di­nanza euro­pea attra­verso la strada della cit­ta­di­nanza nazio­nale, un accesso diretto a una «nazio­na­lità fede­rale». Se que­sta pro­po­sta appare troppo sov­ver­siva o rischiosa, resta un’altra posi­bi­lità, senza dub­bio migliore : con­si­ste a gene­ra­liz­zare lo «jus soli» in tutta l’Ue. In que­sto modo, l’avvenire dei figli dei rifu­giati sarà garan­tito dall’Europa, e sap­piamo che que­sta pro­spet­tiva è uno dei fat­tori più potenti di inte­gra­zione per gli stessi genitori. L’inganno delle quote d’accoglienza In ultimo, la deci­sione «uni­la­te­rale» della Ger­ma­nia di acco­gliere dei rifu­giati, creando lo stato d’emergenza che ci porta all’allargamento «demo­gra­fico», per l’Europa com­porta delle con­se­guenze eco­no­mi­che strut­tu­rali. Si insi­ste sulle pro­spet­tive di tra­sfor­ma­zione del mer­cato del lavoro, ma si comin­cia anche a par­lare del costo dell’accoglienza e dell’integrazione dei rifu­giati, degli aiuti comu­ni­tari neces­sari per­ché alcuni paesi euro­pei pos­sano far fronte ai com­piti di sal­va­tag­gio, regi­stra­zione e tra­sfe­ri­mento, e delle sov­ven­zioni che costi­tui­scono la logica con­tro­par­tita dell’imposizione delle «quote di accoglienza». Biso­gna dire che, in realtà, l’apertura dell’Europa ai rifu­giati implica a breve ter­mine un cam­bia­mento di dot­trina e di poli­tica che con­trad­dice il regime eco­no­mico attuale. In cifre asso­lute, i rifu­giati rap­pre­sen­tano sol­tanto una pro­por­zione minima della popo­la­zione euro­pea. Ma saranno ancora a lungo a carico di alcuni comuni, regioni, paesi che non sono pre­pa­rati o fanno fronte essi stessi a reali dif­fi­coltà eco­no­mi­che e finan­zia­rie. Biso­gna quindi rove­sciare la ten­denza neo­li­be­ri­sta, aumen­tare il bud­get della Ue in modo signi­fi­ca­tivo, avviare un piano di inter­gra­zione su scala euro­pea, pro­muo­vere la soli­da­rietà tra stati e costruire in comune una nuova società, vegliando in par­ti­co­lare a che l’integrazione dei rifu­giati sul mer­cato del lavoro non avvenga a detri­mento dei «vec­chi euro­pei», o inver­sa­mente. Ma que­sta pia­ni­fi­ca­zione deve esi­gere a sua volta dei cam­bia­menti di poli­tica mone­ta­ria, dei pro­gressi nella costru­zione fede­rale, che pos­sono essere decisi e appli­cati demo­cra­ti­ca­mente, oppure impo­sti tec­ni­ca­mente. In quest’ultimo caso fal­li­ranno, nell’altro hanno una spe­ranza di riu­scire. Comin­ce­remo a capire che ci vuole un’altra Europa, per­ché l’Europa possa far fronte ai com­piti che, improv­vi­sa­mente, incom­bono, un’Europa che si tra­sformi, o che cambi forma politica. Nulla di tutto ciò, cer­ta­mente, potrà farsi in modo spon­ta­neo, né all’unanimità. Lo stato di emer­genza migra­to­rio ha fatto esplo­dere, sotto i nostri occhi, le con­trad­di­zioni intra-europee masche­rate, bene o male, dall’ideologia dell’«interesse comune» e delle «norme comuni». La pro­spet­tiva di un nuovo allar­ga­mento suscita vio­lente resi­stenze, che d’ora in ora si stanno tra­sfor­mando in un «fronte del rifuto» poli­ti­ca­mente orga­niz­zato. La que­stione mag­gior­mente discussa è il fos­sato che si è rive­lato tra la «vec­chia Europa» (all’ovest) e la «nuova» (all’est): sono state pro­po­ste varie spie­ga­zioni eco­no­mi­che, cul­tu­rali, sto­ri­che, poli­ti­che, che hanno tutte qual­che per­ti­nenza. Ma nei fatti, il rifiuto arriva anche dall’Olanda o dalla Dani­marca, non solo dalla Polo­nia o dalla Slo­vac­chia, per non par­lare della Gran Bre­ta­gna o per­sino della Fran­cia, che ha accet­tato solo tar­di­va­mente l’idea di quote vin­co­lanti, sem­pre cer­cando di mini­miz­zarne gli obbli­ghi. In realtà, la divi­sione mag­gior­mente rive­la­trice, quella che separa dav­vero due «Europa», attra­versa tutti i paesi, anche se con pro­por­zioni e rap­porti di forza diversi. È certo mira­co­loso che gran parte della popo­la­zione tede­sca sia accorsa in soc­corso dei rifu­giati siriani. Ma è altret­tanto signi­fi­ca­tivo che i capi della Csu si siano aper­ta­mente deso­li­da­riz­zati da que­sta poli­tica, arri­vando fino a con­clu­dere una alleanza con Vik­tor Orban e che la Frank­fur­ter All­ge­meine Zei­tung abbia pub­bli­cato un edi­to­riale per dichia­rare che «i paesi dell’est hanno ragione». Dopo la chiu­sura «prov­vi­so­ria» della fron­tiera con l’Austria, gli stessi si ral­le­grano aper­ta­mente per il «passo indie­tro senza pre­ce­denti» della cancelliera. Xeno­fo­bia continentale In realtà, ciò che è in via di costi­tu­zione in Europa è un fronte trans­na­zio­nale del rifiuto dei rifu­giati, di cui i gruppi aper­ta­mente raz­zi­sti e vio­lenti sono sol­tanto la punta estrema. Senza dub­bio assi­ste­remo per la prima volta a ciò che finora era sem­pre fal­lito a causa di riva­lità e nazio­na­li­smi: l’emergenza di un «par­tito» xeno­fobo uni­fi­cato in Europa. In rea­zione a ciò, l’Europa della soli­da­rietà non potrà evi­tare una lotta poli­tica deter­mi­nata, che comin­cia con la con­danna intran­si­gente delle vio­lenze con­tro i migranti, e pro­se­gue con la riven­di­ca­zione delle con­di­zioni di acco­glienza, che ho evo­cato prima. È que­sta lotta, se verrà vera­mente fatta, che «tra­sfor­merà» più pro­fon­da­mente l’Unione euro­pea. Ma la vit­to­ria non sarà facile. Da una pro­spet­tiva fran­cese, dove il Fronte nazio­nale ha con­ta­mi­nato tutta la vita poli­tica, pos­siamo dire che sarà molto dif­fi­cile. Ma è ine­lut­ta­bile, poi­ché la causa dei rifu­giati, se non fa passi avanti nell’opinione pub­blica e nelle isti­tu­zioni, rischia di indie­treg­giare molto in fretta e brutalmente. Que­sta lotta ha quindi biso­gno di una forte legit­ti­mità: in ogni paese e in tutta l’Unione. Ma la sola legit­ti­mità che, in ultima ana­lisi, sia in misura di inva­li­dare e di neu­tra­liz­zare le resi­stenze è la legit­ti­mità demo­cra­tica diretta. Que­sta legit­ti­ma­zione demo­cra­tica è il solo modo per per­met­tere alla Ger­ma­nia di pas­sare dall’iniziativa uni­la­te­rale alla soli­da­rietà comu­ni­ta­ria, senza la quale, mal­grado la sua ric­chezza e deter­mi­na­zione, non potrà riu­scire. È sto­ri­ca­mente deci­sivo che, per la prima volta dopo la riu­ni­fi­ca­zione degli anni Novanta, la Ger­ma­nia abbia di nuovo biso­gno della soli­da­rietà di altri paesi euro­pei: que­sta volta, però, non ne ha biso­gno solo per se stessa, ma nell’interesse di tutti. È una carat­te­ri­stica del «momento euro­peo» ecce­zio­nale che stiamo vivendo. CONDIVIDI: FACEBOOK GOOGLE+ LINKEDIN TWITTER EMAIL                  Facebook                               Google+                               LinkedIn                               Twitter                               WhatsApp                               Email              SCARICA IN: PdfePubmobi  Vota questo articolo   Un conflitto oltre le frontiere- Etienne Balibar-il Manifesto 18 /09/15Settembre 18 Pubblicato in Mesoregione Euromediterranea  Letto 0 volte  dimensione font riduci dimensione font aumenta la dimensione del font  Stampa  Email  Add new commentUn conflitto oltre le frontiere Derive continentali. La decisione della Germania di aprire le frontiere per accogliere i rifugiati per poi richiuderle ha messo in discussione un caposaldo dell’Unione Europea. Ma ha provocato un allargamento politico dell’Europa. Ad entrare non sono Stati, ma uomini, donne e bambini Étienne Balibar EDIZIONE DEL18.09.2015 PUBBLICATO18.9.2015, 0:45 AGGIORNATO17.9.2015, 21:10Men­tre i mini­stri dei ven­totto paesi Ue non sono riu­sciti a met­tersi d’accordo sull’attuazione del piano di ripar­ti­zione pro­po­sto dalla Com­mis­sione euro­pea, è senza dub­bio arri­vato il momento di ren­dersi conto dell’entità dell’avvenimento sto­rico a cui deve far fronte la «comu­nità» delle nazioni euro­pee, e delle con­trad­di­zioni che que­sto avve­ni­mento ha messo in luce. Esten­dendo a tutta l’Europa il pro­no­stico che la Can­cel­liera Angela Mer­kel ha for­mu­lato  — «que­sti avve­ni­menti cam­bie­ranno il nostro paese» — biso­gna dire: cam­bie­ranno l’Europa. Ma in che senso? Non abbiamo ancora la rispo­sta. Stiamo entrando in una zona di flut­tua­zioni bru­tali, dove dovremo dar prova di luci­dità e determinazione. Quello che sta avve­nendo è un allar­ga­mento dell’Unione e della stessa costru­zione euro­pea. Ma, a dif­fe­renza dei pre­ce­denti allar­ga­menti, que­sto è impo­sto dagli avve­ni­menti nel qua­dro di uno «stato d’emergenza» e non c’è una­ni­mità. Più che per gli allar­ga­menti del pas­sato, quindi, andrà incon­tro a dif­fi­coltà e pro­vo­cherà scon­tri poli­tici. Soprat­tutto, que­sto allar­ga­mento è para­dos­sale, per­ché non è ter­ri­to­riale ma demo­gra­fico: ciò che «entra in Europa» in que­sto momento non sono nuovi stati, ma uomini, donne e bam­bini. Sono dei cit­ta­dini euro­pei vir­tuali. Que­sto allar­ga­mento, essen­zia­le­mente umano, è anche morale: è un allar­ga­mento della defi­ni­zione di Europa, dall’idea che ha di se stessa fino agli inte­ressi che difende e agli obiet­tivi che si pone. In sostanza è un allar­ga­mento poli­tico, desti­nato a «rivo­lu­zio­nare» i diritti e gli obbli­ghi dei paesi mem­bri. Può fal­lire, ma allora la costru­zione euro­pea stessa avrà poche pos­si­bi­lità di resi­stere. Per que­sto motivo molti oggi in Europa par­lano di momento di verità. È evi­dente che la situa­zione mate­riale e morale creata dall’afflusso dei rifu­giati sia «ecce­zio­nale». Ma per­ché par­lare di stato d’eccezione, di emer­genza, nozione carica di ter­ri­bili signi­fi­cati, che evoca momenti in cui il qua­dro isti­tu­zio­nale della vita sociale vacilla e l’identità col­let­tiva dei popoli trema? Evo­cherò almeno tre ragioni. Addio a SchengenLa prima è che, de facto, un pezzo impor­tante della «costi­tu­zione» euro­pea ha smesso di fun­zio­nare: gli accordi di Schen­gen com­ple­tati dai rego­la­menti di Dublino. Que­sta sospen­sione era già chiara da quando il governo tede­sco ha dichia­rato che non avrebbe appli­cato ai rifu­giati siriani la regola dell’immatricolazione nel paese di arrivo in seno alla zona Schen­gen. La deci­sione del 13 set­tem­bre di chiu­dere la fron­tiera con l’Austria, a causa del supe­ra­mento delle capa­cità di acco­glienza della Ger­ma­nia e della cat­tiva volontà degli altri paesi euro­pei, non cam­bia nulla, al con­tra­rio. Mostra che l’apertura e la chiu­sura delle fron­tiere interne dell’Europa è oggetto di deci­sioni arbi­tra­rie degli stati e che la libertà di cir­co­la­zione è sospesa. La seconda ragione è che il «pro­blema migra­to­rio» dell’Europa è com­ple­ta­mente intrec­ciato allo stato di guerra del Medio­riente, che costi­tui­sce la fonte prin­ci­pale dell’afflusso dei rifu­giati. Si tratta di una guerra civile gene­ra­liz­zata, di una cru­deltà e capa­cità di distru­zione senza equi­va­lenti dopo la seconda guerra mon­diale nella nostra regione del mondo, che ha acqui­sito una dina­mica pro­pria. Non potremo fer­marla nell’immediato, soprat­tutto non con inter­venti mili­tari. Il numero delle vit­time e dei rifu­giati che causa aumen­terà. L’esodo, momen­ta­nea­mente con­cen­trato negli stati «tam­pone» (Tur­chia, Gior­da­nia, Libano, Tuni­sia), sta comin­ciando a tra­vol­gerli e minac­cia di farli esplo­dere. Lo spa­zio inve­stito da que­sto con­ta­gio ingloba tutta l’Europa (ivi com­preso benin­teso attra­verso i rischi di dif­fu­sione del terrorismo). Infine, pos­siamo par­lare di stato d’emergenza poi­ché la crisi migra­to­ria sta spez­zando il con­senso sui «valori» con­sti­tu­tivi dello stato demo­cra­tico, che porta a una messa a con­fronto dell’Europa con se stessa, suscet­ti­bile di assu­mere forme vio­lente. Tutti que­sti aspetti sono evi­den­te­mente legati tra loro. La mossa di «Merkiavelli» Dopo l’esplosione della crisi a fine ago­sto, la Can­cel­liera tede­sca ha svolto un ruolo deter­mi­nante nella defi­ni­zione del carat­tere poli­tico degli avve­ni­menti. È lei, in effetti, che ha dichia­rato lo stato di emer­genza pren­dendo misure «uni­la­te­rali» e ha posto la que­stione di una rifon­da­zione dei nostri stati di diritto, esclu­dendo qual­siasi «tol­le­ranza» nei con­fronti delle cor­renti xeno­fobe e raz­zi­ste. Coloro che, come me, deplo­rano asso­lu­ta­mente il modo in cui la Can­cel­liera Mer­kel ha pilo­tato l’imposizione a tutta l’Europa delle poli­ti­che di auste­rità, in par­ti­co­lare l’umiliazione e l’espropriazione della Gre­cia, devono oggi saper rico­no­scere il valore della sua azione e dirlo. Natu­ral­mente, Mer­kel non ha agito da sola: ha inter­pre­tato lo slan­cio di soli­da­rietà di una parte signi­fi­ca­tiva della società tede­sca. Alcuni sup­pon­gono che, così facendo, abbia difeso gli inte­ressi dell’economia tede­sca, ricor­dan­dosi dei bene­fici avuti dal suo paese dall’apporto di altri rifu­giati. Pos­siamo imma­gi­nare che «Mer­kia­velli» (come l’ha chia­mata Ulrich Beck) abbia visto un’occasione per ribal­tare l’immagine di inu­ma­nità che le era stata affi­biata dopo la «solu­zione» della crisi greca. Ma que­ste spie­ga­zioni non bastano e sono soprat­tutto inca­paci di cogliere l’effetto ogget­tivo della deci­sione di Mer­kel, che tra­sforma i dati del pro­blema costi­tu­zio­nale in Europa e inten­si­fica il con­flitto latente sull’identità euro­pea. Forse Mer­kel non ha com­preso subito fino a dove la sua deci­sione l’avrebbe por­tata: ma l’importante è che sia arri­vata a un punto di non ritorno di cui deve adesso assu­mere le con­se­guenze e difen­derne il significato. Si tratta di quat­tro ordini di con­se­guenze di primo piano. Le prime riguar­dano la gestione delle fron­tiere dell’Europa, ma anche del loro rap­porto con la sovra­nità nazio­nale. L’accordo di Schen­gen si basava sul pre­sup­po­sto ambi­guo che è pos­si­bile «met­tere in comune» la fun­zione di sor­ve­glianza delle entrate e delle uscite dallo spa­zio comu­ni­ta­rio, con­ti­nuando però al tempo stesso a con­si­de­rare sovrani gli stati, respon­sa­bili degli indi­vi­dui che si tro­vano sul «pro­prio» ter­ri­to­rio, dal punto di vista della sicu­rezza o della pro­te­zione. Dall’altro canto, l’Unione euro­pea – attra­verso gli allar­ga­menti selet­tivi – aveva cer­cato di man­te­nere con­tem­po­ra­nea­mente sia l’idea che ha voca­zione a incor­po­rare tutte le nazioni euro­pee che l’idea che que­sta mem­ber­ship com­porta delle « con­di­zioni di ade­sione » da rispet­tare (più o meno rigo­ro­sa­mente). Di qui la situa­zione di enclave ana­cro­ni­stica nella quale si tro­vano oggi alcuni paesi dell’ex Jugo­sla­via che costi­tui­scono delle «porte di accesso» al cuore dell’Europa. Que­sta situa­zione non è teni­bile dal punto di vista sia secu­ri­ta­rio che uma­ni­ta­rio: o i paesi bal­ca­nici ver­ranno incor­po­rati all’Europa come mem­bri a pieno titolo oppure l’Europa dovrà abo­lire tutte le pro­ce­dure di sicu­rezza comunitarie. Un con­ti­nente Borderland Ma più in gene­rale appa­rirà che l’Europa «non ha» delle fron­tiere nel senso clas­sico: né fron­tiere «fede­rali» né fron­tiere delle nazioni costi­tuenti. Piut­to­sto, è essa stessa una «fron­tiera» di nuovo tipo, pro­prio alla glo­ba­liz­za­zione, un Bor­der­land o un com­plesso di isti­tu­zioni e di dispo­si­tivi di sicu­rezza estesi su tutto il ter­ri­to­rio, per «rego­lare» i movi­menti di popo­la­zioni, in modo che può essere più o meno vio­lento, più o meno deciso e con­trol­lato demo­cra­ti­ca­mente. Per i cit­ta­dini è com­pli­cato capire que­sto, che però avrà un’influenza sem­pre mag­giore sulla loro vita quo­ti­diana e il loro destino. Di qui la seconda serie di con­se­guenze, sui regimi migra­tori. Nella pole­mica in corso sull’instaurazione delle quote per la ripar­ti­zione dei rifu­giati in Europa, la Ger­ma­nia e la Com­mis­sione euro­pea si aggrap­pano con tutte le forze alla distin­zione tra «rifu­giati» e «migranti eco­no­mici». È facile capirlo: lo fanno per con­ci­liarsi l’opinione pub­blica e per man­te­nere una dif­fe­renza di trat­ta­mento ammi­ni­stra­tivo per chi arriva, senza la quale, appa­re­nen­te­mente, l’unica solu­zione sarebbe di deci­dere l’abolizione delle fron­tiere. Non dirò che que­sta distin­zione non ha senso, la prima cate­go­ria defi­ni­sce uno sta­tuto di diritto inter­na­zio­nale, che non riguarda la seconda. Non c’è difatti uno «sta­tuto del migrante» nel mondo attuale. Ma è chiaro che la dif­fe­renza è social­mente arbi­tra­ria, poi­ché la mon­dia­liz­za­zione sel­vag­gia tende a tra­sfor­mare le zone di pau­pe­riz­za­zione in zone di guerra e reci­pro­ca­mente. Gli abi­tanti fug­gono in massa zone di morte, cor­rendo il rischio di per­dere tutto. Soprat­tutto, biso­gna chie­dersi con quali mezzi, che non siano vio­lenze su grande scala, l’Unione euro­pea potrà attuare una poli­tica di «rin­vio» degli inde­si­de­ra­bili, esclusi dall’ «acco­glienza». Que­sto non ha fun­zio­nato a livello indi­vi­duale, da decenni, e non ha nes­suna pos­si­bi­lità di fun­zio­nare a livello di massa. All’opposto delle con­di­zioni di rifu­giato o di migrante «inde­si­de­ra­bile», quali pro­spet­tive si aprono per coloro che guerre o mise­ria cac­ciano verso l’Europa e che arri­vano a peri­colo della vita? Cosa deve offrire loro l’Europa? Forse è solo l’accesso alla cit­ta­di­nanza euro­pea. Biso­gna quindi che que­sta nozione esca final­mente dal limbo nel quale è rele­gata dal rifiuto degli stati di aprire la strada alla sovra­na­zio­na­lità. Dicendo che stiamo assi­stendo a un allar­ga­mento demo­gra­fico della Ue, volevo appunto indi­care que­sta pro­spet­tiva. Deve essere una pro­spet­tiva rego­lata, nor­ma­liz­zata, ma è ine­lut­ta­bile. Tutti sanno che i rifu­giati che arri­vano adesso non se ne andranno: non tutti, di sicuro, e non subito. Se non vogliamo creare una popo­la­zione di stra­nieri rele­gati in un esi­lio interno per varie gene­ra­zioni, biso­gna aprire ampia­mente la pos­si­bi­lità di inte­gra­zione, cioè lavoro, diritti sociali e diritti cul­tu­rali eguali. Ma la chiave di tutti que­sti diritti e del loro legit­timo pos­sesso, con­tro tutte le stig­ma­tiz­za­zioni raz­zi­ste, è la cit­ta­di­nanza. Visto che il pro­blema si pre­senta su que­sta scala, biso­gna inven­tare nuove moda­lità e nuove pro­spet­tive di accesso alla nazio­na­lità, spe­ci­fi­ca­mente euro­pee, che per que­sto stesso fatto ne modi­fi­cano la defi­ni­zione. Ideal­mente, ne indi­vi­duo due: la prima sarebbe di isti­tuire, accanto all’accesso alla cit­ta­di­nanza euro­pea attra­verso la strada della cit­ta­di­nanza nazio­nale, un accesso diretto a una «nazio­na­lità fede­rale». Se que­sta pro­po­sta appare troppo sov­ver­siva o rischiosa, resta un’altra posi­bi­lità, senza dub­bio migliore : con­si­ste a gene­ra­liz­zare lo «jus soli» in tutta l’Ue. In que­sto modo, l’avvenire dei figli dei rifu­giati sarà garan­tito dall’Europa, e sap­piamo che que­sta pro­spet­tiva è uno dei fat­tori più potenti di inte­gra­zione per gli stessi genitori. L’inganno delle quote d’accoglienza In ultimo, la deci­sione «uni­la­te­rale» della Ger­ma­nia di acco­gliere dei rifu­giati, creando lo stato d’emergenza che ci porta all’allargamento «demo­gra­fico», per l’Europa com­porta delle con­se­guenze eco­no­mi­che strut­tu­rali. Si insi­ste sulle pro­spet­tive di tra­sfor­ma­zione del mer­cato del lavoro, ma si comin­cia anche a par­lare del costo dell’accoglienza e dell’integrazione dei rifu­giati, degli aiuti comu­ni­tari neces­sari per­ché alcuni paesi euro­pei pos­sano far fronte ai com­piti di sal­va­tag­gio, regi­stra­zione e tra­sfe­ri­mento, e delle sov­ven­zioni che costi­tui­scono la logica con­tro­par­tita dell’imposizione delle «quote di accoglienza». Biso­gna dire che, in realtà, l’apertura dell’Europa ai rifu­giati implica a breve ter­mine un cam­bia­mento di dot­trina e di poli­tica che con­trad­dice il regime eco­no­mico attuale. In cifre asso­lute, i rifu­giati rap­pre­sen­tano sol­tanto una pro­por­zione minima della popo­la­zione euro­pea. Ma saranno ancora a lungo a carico di alcuni comuni, regioni, paesi che non sono pre­pa­rati o fanno fronte essi stessi a reali dif­fi­coltà eco­no­mi­che e finan­zia­rie. Biso­gna quindi rove­sciare la ten­denza neo­li­be­ri­sta, aumen­tare il bud­get della Ue in modo signi­fi­ca­tivo, avviare un piano di inter­gra­zione su scala euro­pea, pro­muo­vere la soli­da­rietà tra stati e costruire in comune una nuova società, vegliando in par­ti­co­lare a che l’integrazione dei rifu­giati sul mer­cato del lavoro non avvenga a detri­mento dei «vec­chi euro­pei», o inver­sa­mente. Ma que­sta pia­ni­fi­ca­zione deve esi­gere a sua volta dei cam­bia­menti di poli­tica mone­ta­ria, dei pro­gressi nella costru­zione fede­rale, che pos­sono essere decisi e appli­cati demo­cra­ti­ca­mente, oppure impo­sti tec­ni­ca­mente. In quest’ultimo caso fal­li­ranno, nell’altro hanno una spe­ranza di riu­scire. Comin­ce­remo a capire che ci vuole un’altra Europa, per­ché l’Europa possa far fronte ai com­piti che, improv­vi­sa­mente, incom­bono, un’Europa che si tra­sformi, o che cambi forma politica. Nulla di tutto ciò, cer­ta­mente, potrà farsi in modo spon­ta­neo, né all’unanimità. Lo stato di emer­genza migra­to­rio ha fatto esplo­dere, sotto i nostri occhi, le con­trad­di­zioni intra-europee masche­rate, bene o male, dall’ideologia dell’«interesse comune» e delle «norme comuni». La pro­spet­tiva di un nuovo allar­ga­mento suscita vio­lente resi­stenze, che d’ora in ora si stanno tra­sfor­mando in un «fronte del rifuto» poli­ti­ca­mente orga­niz­zato. La que­stione mag­gior­mente discussa è il fos­sato che si è rive­lato tra la «vec­chia Europa» (all’ovest) e la «nuova» (all’est): sono state pro­po­ste varie spie­ga­zioni eco­no­mi­che, cul­tu­rali, sto­ri­che, poli­ti­che, che hanno tutte qual­che per­ti­nenza. Ma nei fatti, il rifiuto arriva anche dall’Olanda o dalla Dani­marca, non solo dalla Polo­nia o dalla Slo­vac­chia, per non par­lare della Gran Bre­ta­gna o per­sino della Fran­cia, che ha accet­tato solo tar­di­va­mente l’idea di quote vin­co­lanti, sem­pre cer­cando di mini­miz­zarne gli obbli­ghi. In realtà, la divi­sione mag­gior­mente rive­la­trice, quella che separa dav­vero due «Europa», attra­versa tutti i paesi, anche se con pro­por­zioni e rap­porti di forza diversi. È certo mira­co­loso che gran parte della popo­la­zione tede­sca sia accorsa in soc­corso dei rifu­giati siriani. Ma è altret­tanto signi­fi­ca­tivo che i capi della Csu si siano aper­ta­mente deso­li­da­riz­zati da que­sta poli­tica, arri­vando fino a con­clu­dere una alleanza con Vik­tor Orban e che la Frank­fur­ter All­ge­meine Zei­tung abbia pub­bli­cato un edi­to­riale per dichia­rare che «i paesi dell’est hanno ragione». Dopo la chiu­sura «prov­vi­so­ria» della fron­tiera con l’Austria, gli stessi si ral­le­grano aper­ta­mente per il «passo indie­tro senza pre­ce­denti» della cancelliera. Xeno­fo­bia continentale In realtà, ciò che è in via di costi­tu­zione in Europa è un fronte trans­na­zio­nale del rifiuto dei rifu­giati, di cui i gruppi aper­ta­mente raz­zi­sti e vio­lenti sono sol­tanto la punta estrema. Senza dub­bio assi­ste­remo per la prima volta a ciò che finora era sem­pre fal­lito a causa di riva­lità e nazio­na­li­smi: l’emergenza di un «par­tito» xeno­fobo uni­fi­cato in Europa. In rea­zione a ciò, l’Europa della soli­da­rietà non potrà evi­tare una lotta poli­tica deter­mi­nata, che comin­cia con la con­danna intran­si­gente delle vio­lenze con­tro i migranti, e pro­se­gue con la riven­di­ca­zione delle con­di­zioni di acco­glienza, che ho evo­cato prima. È que­sta lotta, se verrà vera­mente fatta, che «tra­sfor­merà» più pro­fon­da­mente l’Unione euro­pea. Ma la vit­to­ria non sarà facile. Da una pro­spet­tiva fran­cese, dove il Fronte nazio­nale ha con­ta­mi­nato tutta la vita poli­tica, pos­siamo dire che sarà molto dif­fi­cile. Ma è ine­lut­ta­bile, poi­ché la causa dei rifu­giati, se non fa passi avanti nell’opinione pub­blica e nelle isti­tu­zioni, rischia di indie­treg­giare molto in fretta e brutalmente. Que­sta lotta ha quindi biso­gno di una forte legit­ti­mità: in ogni paese e in tutta l’Unione. Ma la sola legit­ti­mità che, in ultima ana­lisi, sia in misura di inva­li­dare e di neu­tra­liz­zare le resi­stenze è la legit­ti­mità demo­cra­tica diretta. Que­sta legit­ti­ma­zione demo­cra­tica è il solo modo per per­met­tere alla Ger­ma­nia di pas­sare dall’iniziativa uni­la­te­rale alla soli­da­rietà comu­ni­ta­ria, senza la quale, mal­grado la sua ric­chezza e deter­mi­na­zione, non potrà riu­scire. È sto­ri­ca­mente deci­sivo che, per la prima volta dopo la riu­ni­fi­ca­zione degli anni Novanta, la Ger­ma­nia abbia di nuovo biso­gno della soli­da­rietà di altri paesi euro­pei: que­sta volta, però, non ne ha biso­gno solo per se stessa, ma nell’interesse di tutti. È una carat­te­ri­stica del «momento euro­peo» ecce­zio­nale che stiamo vivendo. CONDIVIDI: FACEBOOK GOOGLE+ LINKEDIN TWITTER EMAIL                  Facebook                               Google+                               LinkedIn                               Twitter                               WhatsApp                               Email              SCARICA IN: PdfePubmobi  Vota questo articolo  
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Il commercio degli schiavi-UNIVERSITÀ DI PISA, CORSO DI LAUREA DI SCIENZE PER LA PACE-“Europa e mondo dall’età moderna all’età contemporanea” (prof. Marco Della Pina)

  UNIVERSITÀ DI PISA, CORSO DI LAUREA DI SCIENZE PER LA PACE  Il commercio degli schiavi Materiali di studio per l’insegnamento di “Europa e mondo dall’età moderna all’età contemporanea”(prof. Marco Della Pina) Il commercio degli schiavi, una enorme tragica realtà di cattura, trasporto e vendita di esseriumani, ha coinvolto decine di milioni di persone durante l’epoca moderna, dalla scoperta econquista dell’America all’Ottocento. L’epicentro è l’Africa, l’irraggiamento vastissimo,verso l’Asia, l’Europa e soprattutto l’America ; le conseguenze sociali, economiche edemografiche molteplici ed ancora oggi molto discusse, variamente interpretate dagli storici espesso oggetto di un improprio « uso politico della storia ». Comprovato fin dai tempi piùantichi, il commercio di uomini e donne dell’Africa ha avuto inizio molto prima che glieuropei dell’epoca moderna esplorassero le coste del continente nero. Così è essenzialedistinguere bene tra le grandi forme di tratta degli schiavi che avevano fatto della popolazionenera la fonte principale, se non l’unica, di approvvigionamento di schiavi: la tratta dettaorientale, la tratta interna africana, la tratta coloniale europea, detta anche “tratta atlantica” .Queste tre forme di tratta degli schiavi non sono comparse nei medesimi periodi e non hannoavuto la stessa durata, ma si sono sovrapposte all’epoca coloniale.Lo storico francese Olivier Pétré-Grenouilleau, (Les Traites négrières, Essai d'histoireglobale, 2004) che più di altri ha messo l’accento sulla rilevanza della tratta orientale, hastimato a 42 milioni di persone il totale delle vittime delle tratte africane :· La tratta orientale, con destinazione il mondo arabo-musulmano, dall’anno 650al 1900, circa 17 milioni di persone;· la tratta intra-africana, in un periodo indefinito che giunge sino al primoNovecento, circa 14 milioni di persone, di cui una parte rivenduta ad europei o adarabi;· la tratta atlantica, fatta dagli europei, dal 1519 al 1867, ma concentrata nel corsodel Settecento, circa 12 milioni di persone.La tratta orientale si inserisce nella continuità delle pratiche schiaviste delle societàdell’antichità classica: l’antico Egitto, la Mesopotamia, l’impero romano, hanno in particolarefatto abbondante ricorso agli schiavi africani per il lavoro agricolo, nella costruzione degliedifici pubblici e delle strade, ma anche per i lavori domestici. Erede del mondo romano,l’impero bizantino ha continuato in questa pratica fino nel cuore del medioevo. Sorti in granparte sul territorio dell’impero bizantino, gli imperi arabi, a partire dal VII secolo, hannocontinuato questo trasferimento di popolazioni africane asservite fino ai centri dei nuovipoteri, verso Mossul e Bagdad, per esempio.Il lavoro agricolo era allora la principale attivitàgarantita da questi schiavi e schiave, ma essi erano ugualmente destinati ai compitidell’economia domestica e agli harem. I circuiti di approvvigionamento di questi grandiimperi sono rimasti pressoché immutati durante millenni: per via di terra attraverso il Sahara,il deserto arabico, l’alta valle del Nilo, poi attraverso il Sinai, l’Anatolia, la valle del Tigri edell’Eufrate, e poi l’Asia centrale e i confini dell’impero russo a partire dalla fine delSeicento; per via marittima attraverso il mar Rosso e il Golfo Persico partendo dalle costeorientali dell’Africa, perfino dal Madagascar per quanto riguarda la tratta nella sua partearaba.2Questa pratica di assai lunga durata è sopravvissuta ai numerosi cambiamenti politici e aglisconvolgimenti religiosi: dal paganesimo antico all’Islam, passando per il cristianesimo tantogreco che latino, la riduzione in schiavitù degli africani si è mantenuta in queste società ed èstata alimentata da un commercio regolare di provenienza dall’Africa orientale, da Zanzibarall’Abissinia, passando per la regione dei Grandi Laghi. Mentre è impossibile misurarel’ampiezza della tratta antica e bizantina, in mancanza di fonti affidabili, sono stati effettuatitentativi di valutazione quantitativa della tratta chiamata musulmana (o araba) - terminologiaquesta sulla quale non vi è unanimità. Si stima che dal settimo al diciannovesimo secolo sianostati strappati al continente nero dai 12 ai 17 milioni di persone, distribuite abbastanzauniformemente nei 12 secoli. Ma queste cifre restano oggetto di vivaci controversie.La tratta intra-africana, fondata principalmente sul rendere schiavi i prigionieri di guerra, èesistita per un periodo ancora più lungo, del quale in mancanza di informazioni èestremamente difficile fissare la durata. Sotto forme diverse, la schiavitù e il commercio dellepersone sono stati praticati diffusamente nella maggior parte delle società africane moltoprima dell’arrivo dei navigatori europei e indipendentemente dai circuiti delle tratte orientali.Hanno potuto essere avanzate valutazioni che fanno della tratta dei neri interna all’Africa - lacui esistenza è ancor oggi contestata da certi intellettuali africani - l’equivalente della trattaorientale, ma ripartita su un periodo ancora più lungo. Tuttavia - essenziale questa diversità -mentre la tratta orientale privava l’Africa di una parte della sua popolazione, la tratta africanainterna manteneva intatto il potenziale umano del Continente. E’ quindi la tratta più oscuraperché meno documentata. Secondo Peter Manning essa è divenuta dominante soltanto nellaseconda metà dell’Ottocento e nel primo Novecento, quando la sua entità diventa superiore aquella che avevano raggiunto la tratta atlantica ed orientale. La crescita della tratta intraafricanain questo periodo, conseguenza della tratta atlantica che aveva favorito le guerreinterne africane, secondo alcuni studiosi avrebbe reso più fragile l’Africa nel periodo dellarivoluzione industriale europea ed avrebbe favorito la formazione degli imperi coloniali allafine dell’Ottocento.La tratta atlantica, che prende l’avvio con gli imperi coloniali spagnoli e portoghesi e poicresce fortemente dalla fine del Seicento con l’arrivo degli olandesi, francesi ed inglesi, conlo sviluppo nelle Americhe delle economie di piantagione e con l’affermarsi del cosiddettocommercio triangolare, presenta caratteristiche radicalmente nuove, sia qualitative chequantitative. A differenza delle precedenti, essa ebbe preponderante carattere “razziale”: nefurono vittime soltanto i Neri dell’Africa, al punto di rendere il termine “negro” sinonimo dischiavo nella lingua francese del XVIII secolo. Questa “deriva razziale” dello schiavismo haportato al trasferimento di una ingente popolazione africana sul continente americano i cuidiscendenti formano oggi un’importante componente, in alcuni casi come alle Antille perfinocome maggioranza. La tratta coloniale degli schiavi, organizzata dagli Stati più strutturatidell’Europa moderna, è quella maggiormente documentata perché è stata oggetto di unaminuziosa legislazione (fiscale, commerciale, amministrativa, sanitaria). Gli archivi pubblici eprivati abbondano di documenti in merito ed hanno permesso agli storici, da più di tredecenni, di analizzare con rigore i meccanismi messi in opera da armatori, capitani di navi,fornitori di merci destinate a servire da moneta per l’acquisto degli schiavi sulle costeafricane, piantatori delle colonie acquirenti di questa mano d’opera schiava, amministratoriincaricati della gestione e della difesa delle colonie.È ormai in maniera quasi unanime accettato che la tratta europea abbia prelevato in Africa frai 12 e i 13 milioni di esseri umani, comprese tutte le destinazioni, dei quali circa un terzodonne. La mortalità durante le traversate era molto variabile secondo le spedizioni, ma ilnumero dei morti nel corso delle traversate - accuratamente registrati sui libri di bordo - si è3elevato mediamente a circa il 15% del totale degli schiavi imbarcati, facendo dell’Atlantico il«più grande cimitero della storia»; ai quali devono essere aggiunte le vittime. Dal livello dicirca il 30% nel XVII secolo, la mortalità degli schiavi è scesa al 12% alla fine del XVIIIgrazie alla minore durata delle traversate e all’incontestabile miglioramento dell’igiene edell’alimentazione degli schiavi, per risalire a più del 15% nel corso dell’Ottocento durante ilperiodo della tratta illegale. Altra particolarità della tratta coloniale: la sua durata fu molto piùbreve di quella della tratta orientale e intra-africana, perché si svolse dalla fine delQuattrocento fino agli anni 1860. Il Settecento concentra da solo il 60% delle spedizioni,l’Ottocento - periodo nel quale la tratta era diventata illegale - quasi il 33%, mentre i secoliprecedenti raggiungono a malapena il 7% del totale.Eppure la massima intensità della tratta europea degli schiavi, che le attribuì tutta la suaspecificità storica, si è in realtà concentrata su un periodo molto più breve, poiché il 90%degli schiavi africani deportati verso le colonie europee delle Americhe lo sono stati fra il1740 e il 1850, ovvero in poco più di un secolo. Proprio questo carattere di brutalità,circoscritto a un lasso di tempo molto corto, ha profondamente segnato gli spiriti e urtato lecoscienze di molti contemporanei: fra il 1780 e gli anni ’20 del 1800, circa 100.000 africanifurono comperati ogni anno, cifra che nessun’altra tratta negriera ha mai raggiunto ed allaquale neppure si è mai avvicinata. La graduatoria delle potenze negriere si stabilisce sullabase delle statistiche della tratta stessa: il Portogallo ha effettuato il trasferimento alleAmeriche di più di 4,6 milioni di schiavi. Dopo aver inaugurato questo commercio a partiredalla metà del Quattrocento, ha svolto la parte essenziale della tratta illegale nell’Ottocento.La Gran Bretagna viene in seconda posizione, con più di 2,6 milioni di schiavi, una parte deiquali fu venduta nelle colonie spagnole. La Spagna, malgrado l’immensità del suo imperoamericano, arriva soltanto al terzo posto, soprattutto nell’Ottocento a causa dell’attività diCuba, punto di partenza di un buon numero di navi della tratta clandestina. Gran partedell’approvvigionamento in schiavi delle colonie spagnole fu eseguito dai britannici. LaFrancia occupava il quarto posto, con circa 1,2 milioni di deportati sulle proprie navi, deiquali circa l’80% furono destinati a Santo Domingo (Haiti), primo produttore mondiale dizucchero alla fine del Settecento.La geografia dell’Europa negriera è ben nota: i grandi porti negrieri si concentrarono in untriangolo che andava da Bordeaux a Liverpool e all’Olanda. Questa parte nord-occidentaled’Europa organizzò più del 95% delle spedizioni negriere europee. In ordine d’importanza igrandi porti della tratta sono stati Liverpool, con 4.894 spedizioni identificate, seguito daLondra (2.704), Bristol (2.064), Nantes (1.714), Le Havre-Rouen (451), La Rochelle (448),Bordeaux (419), Saint-Malô (218). Si deve segnalare il caso del Portogallo. Primo paesenegriero, di gran lunga davanti a Inghilterra e Francia, questo Paese seguì una pratica diversa:i circuiti non partivano sistematicamente da Lisbona, ma il commercio degli schiavi sisvolgeva fra il Brasile - di gran lunga la principale destinazione - e le coste dell’Angola, dellaGuinea o del Mozambico, attraverso l’Atlantico meridionale.Un aspetto particolare del commercio negriero: il pagamento degli schiavi sulle costedell’Africa, nei regni costieri che si erano strutturati intorno a questo lucrativo commercio, sifaceva soltanto eccezionalmente in metalli preziosi, e abitualmente invece con manufatti:tessuti, ferramenta, stoviglie, armi bianche e da fuoco, alcool, bigiotteria. Queste merci, detteda tratta, non erano affatto, come spesso si è pensato, di cattiva qualità o di valore irrisorio: incambio di prigionieri (il più sovente in seguito a guerre o razzie), i re africani checontrollavano la tratta a monte ottenevano strumenti di prestigio che garantivano loro unpotere spesso molto esteso ed anche le armi necessarie a intraprendere nuove conquiste enuovi schiavi. Per l’Europa qui stava la novità del commercio triangolare, questo scambio di4una forza lavoro destinata alle sue colonie contro prodotti usciti dall’attività manifatturieradelle sue città e campagne era altamente remunerativo. Non soltanto l’acquisto di schiavicontribuiva alle attività manifatturiere più diverse e sovente distanti dai porti negrieri, maquegli schiavi venduti alle colonie costituivano la mano d’opera indispensabile per laproduzione delle derrate coloniali (zucchero, caffè, cacao, tabacco) molto ricercate inun’Europa in pieno sviluppo. Queste merci coloniali, trasformate sul continente europeo,venivano esportate lontano dai porti d’arrivo e procuravano notevoli guadagni. Inoltre, e aquel tempo si trattava di un elemento di capitale importanza, il «baratto» di schiavi contromerci evitava l’uscita dall’Europa di metalli preziosi, la cui presenza era il metro con cui sicalcolava la ricchezza di un paese.Quale fu l’impatto economico della tratta sullo sviluppo dell’economia europea ? Secondoalcuni studiosi, si è molto esagerata la rilevanza della tratta sull' economia dei paesi negrieridell' Europa, che non sarebbe stata una componente particolarmente rilevante dello svilupposettecentesco, generando profitti abbastanza ridotti, tra l’8 ed il 10%. Occorre tuttavia rilevareche la tratta costituiva una parte strutturale ed integrante del sistema economicointernazionale. Deve quindi essere presa in considerazione la totalità del circuito commercialenegriero: a monte, le attività sviluppate da un flusso continuo di armamento di navi per questocommercio, pesantemente caricate di manufatti, la costruzione navale, l’attrezzatura e lamanutenzione delle navi; a valle, l’esistenza delle colonie della zona tropicale e le loroproduzioni agricole di elevato valore agli occhi di una clientela europea sempre più numerosaed esigente. Queste colonie furono non soltanto fonti di immensi profitti, tanto per i piantatoriche per i negozianti dei porti, ma erano considerate come i segni più visibili della potenzadelle metropoli. Nel Settecento le guerre franco-inglesi avevano tutte sullo sfondo la rivalitàper la supremazia coloniale. Ora, senza la mano d’opera fornita dalla tratta negriera, questecolonie non sarebbero state altro che inutili terre vuote.E quale fu l’impatto demografico sull’Africa ? Per i paesi africani si è anche sostenuta la tesiparadossale che la tratta avrebbe avuto effetti positivi, avendo allentato gli effetti negatividella crescita della popolazione oltre a fornire ricchezza monetaria e merci che avrebberofavorito lo sviluppo; essa poi non avrebbe avuto effetti demografici sensibili. La realtà fuprobabilmente assai diversa: se è vero che sull' intero continente subsahariano - che nelSettecento contava forse 70 milioni di abitanti - gli effetti quantitativi di un flussocomplessivamente imponente, ma assai diluito nel tempo, non furono rilevanti, ciò non è verosicuramente per le aree che pagarono il più alto prezzo alla tratta. Questa non solo eraselettiva, privilegiando uomini e donne giovani di età e robusti di costituzione, ma era anchequantitativamente importante, influenzando la stabilità e la crescita demografica. Ve ne sonoprove, nel corso del Settecento, in varie regioni dell' Africa occidentale. Infine, quale calcolopotrebbe mai valutare il costo del degrado umano, sociale e civile (e la sua durata nel tempo)che la tratta inflisse alle popolazioni africane ?Così soprattutto nel Seicento e nel Settecento la tratta degli schiavi costituì il cuore dellaricchezza e della potenza coloniale delle grandi nazioni d’Europa, ma la sua violenza ne feceil principale bersaglio della nascente contestazione del sistema coloniale. Il movimentoantischiavista e abolizionista, all’inizio sorto e formatosi negli Stati Uniti al momento dellaDichiarazione d’Indipendenza, poi in Inghilterra e in Francia alla fine degli anni 1780, misel’eliminazione della tratta al primo posto nei suoi obiettivi politici. La prima tappa sarebbedovuta essere la sua proibizione mediante un accordo fra i grandi paesi europei; ne sarebbederivata una trasformazione delle condizioni stesse della schiavitù, che avrebbe aperto lastrada alla sua soppressione progressiva, senza scontri né crolli economici. Per il movimentoabolizionista internazionale, la schiavitù era una conseguenza del crimine iniziale5rappresentato dalla tratta, il crimine assoluto. La sua scomparsa avrebbe avuto un doppioeffetto benefico: da una parte, l’estinzione programmata della schiavitù, sostituita dalsalariato, e dall’altra la fine dello spopolamento dell’Africa.Questo schema, idealizzato all’estremo dai più ferventi antischiavisti, l’Abbé Grégoire eMirabeau in Francia, Thomas Clarkson e William Wilberforce in Inghilterra, nei fatti non si èmai realizzato in questa forma. In Francia, la prima abolizione della schiavitù, il 4 febbraio1794, venne imposta dalla “rivoluzione nera” di Haiti a una Convenzione che non siprospettava certo di procedere tanto in fretta, ma Napoleone la ristabilisce nel 1802 eorganizza la spedizione contro Haiti. Nel 1815, al Congresso di Vienna, le potenze europee siaccordarono per mettere fuori legge la tratta negriera, tuttavia in nessun luogo si vide comeconseguenza anche la contemporanea scomparsa della schiavitù. Nella maggior parte deipaesi europei la tratta viene abolita molto prima della schiavitù: in Inghilterra, dove ilmovimento abolizionista era molto potente, come pure negli Stati Uniti, la tratta fu abolita conuna legge nel 1807, ma la schiavitù resiste fino al 1833, negli Usa si ha l’abolizione dellatratta nel 1808, e la fine della schiavitù nel 1860; in Francia infine la tratta è abolita nel 1817,ma la schiavitù soltanto nel 1848. Da ricordare infine che una tratta illegale mantenne a lungoin funzione i circuiti di approvvigionamento delle grandi piantagioni del Brasile, di Cuba eperfino degli Stati Uniti. La Gran Bretagna impegnò la propria forza navale contro i questatratta illegale, ma riuscì ad eliminarla soltanto verso la metà dell’Ottocento. Il Brasileabolisce poi ufficialmente la tratta nel 1850 e l’ultima nave negriera giunge a Cuba nel 1867.
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Così noi europei inventammo il Medio Oriente- Limes-

Così noi europei inventammo il Medio Oriente- Limes-Settembre 14 Pubblicato in Mesoregione Euromediterranea  Letto 1 volte  dimensione font riduci dimensione font aumenta la dimensione del font  Stampa  Email  Add new commentCosì noi europei inventammo il Medio Oriente   [Carta di Laura Canali]  16/09/2014 Conversazione con Eugene Rogan, professore di Storia del Medio Oriente moderno al St Antony’s College. a cura di Federico Petroni GIORDANIA, INTERVISTE, IRAQ, ISRAELE, KURDISTAN, PALESTINA, SIRIA, MEDIO ORIENTE LIMES Riferendosi ai paesi mediorientali nati dopo la Prima Guerra Mondiale, in una delle sue pubblicazioni lei scrive: «La loro genesi gettò le basi di molti conflitti che avrebbero in seguito costellato la regione». A cosa si riferisce?ROGAN Come cerco di mostrare in The Arabs, all’indomani della Prima Guerra Mondiale le potenze europee si accordarono tra loro sul modo in cui spartirsi i territori dell’impero ottomano e sulla forma da dare agli Stati sorti dalle sue ceneri senza la minima consultazione delle popolazioni e delle élite locali… Se guardiamo ai nazionalismi insoddisfatti o ai territori disputati, possiamo identificare precisi problemi nelle relazioni internazionali le cui origini possono essere rintracciate nelle frontiere disegnate durante e dopo la Grande guerra.Un esempio è il fatto che non sia mai nato uno Stato curdo, nonostante già alla fine del conflitto i curdi fossero stati identificati come gruppo nazionale. Il trattato di Sèvres prevedeva la creazione di uno Stato curdo, ma rimase sulla carta. Disattendendo le aspirazioni nazionaliste curde si innescò il processo in virtù del quale assistiamo a periodiche ribellioni, insurrezioni come quelle del Pkk o violenze di Stato come quelle perpetrate in passato in Iran o in Iraq. LIMES Quello kemalista non era comunque un progetto europeo.ROGAN Si prenda allora il caso palestinese: quei territori furono promessi a tre parti diverse durante il conflitto. Prima, nella corrispondenza McMahon-Hussein del 1915 tra il residente britannico del Cairo e lo šarīf della Mecca, la Palestina fu promessa a quello che sarebbe dovuto diventare lo Stato degli arabi. Poi, l’accordo Sykes-Picot del 1916 introdusse l’idea di porre quelle terre sotto tutela internazionale. Infine, la dichiarazione Balfour le promise agli ebrei. Il risultato fu una rivalità tra due nazionalismi incompatibili che avrebbe reso il Mandato britannico in Palestina il più disfunzionale dell’intero Medio Oriente. E innescato un conflitto che arriva sino ai giorni nostri. Un altro perfetto esempio è il Libano. La Francia s’imbarcò in un progetto di ingegneria frontaliera per ritagliare ai cristiani del Monte Libano il territorio più vasto possibile affinché essi potessero dominare il futuro Stato. Un’operazione mal concepita sin dall’inizio, perché il tasso di natalità tra i musulmani si rivelò molto più alto di quello dei cristiani: già dagli anni Quaranta i cristiani del Libano erano una minoranza nello Stato che governavano. Per cercare di bilanciare questi squilibri, i libanesi svilupparono una forma di governo settario che, nella sua rigidità, è stata la fonte di due grandi guerre civili, nel 1958 e nel 1975-1990, nonché delle attuali tensioni. LIMES C’è una correlazione tra l’instabilità che oggi flagella paesi come Egitto, Turchia o Iraq e il fatto che alcuni di questi Stati sono figli della prima guerra mondiale?ROGAN Non li vedo tanto come figli ma come nipoti della Grande guerra. Britannici e francesi furono colonizzatori molto tenaci, opposero resistenza alle forze nazionaliste con ogni strumento – politico, militare, diplomatico – ed è solo nel secondo dopoguerra, con gli imperi ormai molto indeboliti, che le regioni mediorientali furono in grado di raggiungere l’indipendenza. Ma le élite nazionaliste che avevano guidato la lotta per l’indipendenza, molte delle quale istruite in Europa, erano ormai compromesse dal precedente fallimento nel negoziare la libertà. Quando un’ondata rivoluzionaria spazzò la regione, queste élite furono rimpiazzate da militari e tecnocrati. Ed è questo il Medio Oriente con cui facciamo i conti oggi. Ecco perché li definisco nipoti della Prima Guerra Mondiale. LIMES Un figlio ancora in vita però c’è: la Giordania.ROGAN Vero, in Giordania governa ancora la casa regnante posta sul trono dai britannici dopo la Prima Guerra Mondiale. Ed è stata in grado di gestire tre successioni senza grossi problemi all’interno dei confini ereditati dal Mandato britannico. Nonostante re Hussein abbia dovuto resistere alle pressioni dei nasseriani e a tentativi di golpe e di omicidio, nel tempo le istituzioni monarchiche si sono rafforzate. Certo, oggi re ‘Abdallāh non gode della popolarità del padre e nel 2011 anche la Giordania è stata scossa dalle richieste popolari di cambiamento che spazzavano il mondo arabo. Tuttavia, credo che i giordani – vedendo la guerra civile in Siria, le sommosse in Egitto e in Yemen, lo Stato fallito libico – siano ora molto riluttanti a scagliarsi contro il regime e a rischiare di importare l’instabilità che li circonda. LIMES A proposito della Siria, l’odierna instabilità è un lascito della Grande guerra?ROGAN Non imputerei la guerra civile siriana ai confini tracciati dalle grandi potenze dopo la Prima Guerra Mondiale. Nella lotta nazionalista contro il Mandato francese, la Siria sviluppò un’identità nazionale che godeva di un sostegno popolare molto vasto. In un certo senso, questa è l’ironia della rivolta contro Asad: all’inizio era un movimento trasversale alle varie comunità siriane che mirava a ottenere più libertà politiche. Sono convinto che se Asad avesse allargato la sfera politica sarebbe stato rieletto presidente: i siriani non vedevano il dominio alauita come il problema principale, erano preoccupati piuttosto dalla scarsa partecipazione politica e dall’uso dell’intimidazione e della violenza contro i cittadini. LIMES Ritiene quindi che i confini mediorientali, tracciati nella sabbia dalle potenze coloniali, siano diventati reali nel corso del tempo?ROGAN Nel XX secolo, la lotta per l’indipendenza e il processo di formazione dello Stato ha reso possibile a confini indiscutibilmente artificiali di acquisire un valore reale. Per quanto riguarda la Siria, la sua popolazione non ha messo in discussione quelle frontiere né la Siria in quanto Stato. Per questo motivo credo che la Siria – e l’Iraq, anche se solo in parte – sia riuscita a sviluppare una certa identità nazionale. In certi casi poi la creazione di alcuni paesi è avvenuta in modo autonomo. Non penso solo alla Turchia, uno Stato a tutti gli effetti. Penso anche all’Arabia Saudita, creata con le sue stesse forze. Certo, i britannici posero dei paletti – in Kuwait e in Transgiordania – ma l’Arabia Saudita gode della legittimità che le deriva, oltre dal controllo sulle città sante, dall’aver in gran parte stabilito autonomamente i propri confini. LIMES Eppure altrove le potenze europee assemblarono territori che spesso avevano poco a che spartire l’un con l’altro.ROGAN Vero. In questi territori non c’era un’idea coerente di Stato nazionale. Gli ottomani avevano identificato il nazionalismo come la più grave minaccia per l’impero – dopotutto era stato la forza che aveva fatto esplodere i Balcani sottraendoli a Costantinopoli. Nei territori arabi questo significò che le discussioni sulla questione nazionale furono immediatamente soppresse, spingendo alla clandestinità o all’esilio in Egitto, a Parigi o nelle Americhe chi ne volesse parlare liberamente. Gli arabi stavano solo incominciando a discutere le proprie idee di nazione e di nazionalismo quando all’orizzonte balenò la possibilità del crollo dell’impero ottomano, dopo quattro secoli un’eventualità considerata inimmaginabile. È solo nell’ottobre-novembre 1918, quando gli ottomani si ritirarono dal mondo arabo, che gli arabi politicamente attivi iniziarono a discutere il loro destino e come declinare lo slancio wilsoniano per l’autodeterminazione. Ma era troppo tardi. Francia, Russia e Gran Bretagna avevano già stretto accordi di spartizione dell’impero ottomano, a partire dal patto di Costantinopoli del 1915 con cui la Russia reclamava il Bosforo e i Dardanelli, lasciando alla Francia i territori siriani e alla Gran Bretagna il diritto di decidere in futuro cosa riservarsi. Così gli arabi si trovarono di fronte una soluzione imposta dall’esterno. Quello che sappiamo dei dibattiti dell’epoca è che molte organizzazioni cercarono di mandare delegazioni alla conferenza di pace di Versailles. C’era chi progettava uno Stato mesopotamico con Baghdad e Bassora e chi ne invocava un altro nel bilād al-Šām, la grande Siria. Dopo la «rivolta araba», molti volevano fare della Siria un regno, con a capo Faysal della dinastia hascemita. C’erano le comunità raccolte attorno al Monte Libano che puntavano sulla loro relazione speciale con la Francia per creare uno Stato cristiano e furono molto attive nell’attività di lobbying a Versailles. Infine c’erano i sauditi che stavano costruendo autonomamente il loro Stato a suon di conquiste. Se gli arabi fossero stati consultati, la mappa del Medio Oriente sarebbe stata molto diversa. LIMES Cioè?ROGAN Se gli europei non si fossero spartiti le province arabe e avessero permesso agli hascemiti di instaurare monarchie in Mesopotamia, Siria e Hiğāz , sarebbe molto probabilmente esploso un conflitto tra gli stessi hascemiti e i sauditi. Le relazioni erano già molto tese e i sauditi erano più forti, come dimostra la presa dello Hiğāz negli anni Venti. Sarebbe stato difficile contenerli, visto il furore delle loro schiere di ihwān: avrebbero potuto facilmente conquistare il regno di Faysal in Siria e almeno l’area di Bassora. La tendenza sembrava puntare verso la creazione di un impero arabo saudita con capitale Riyad. E forse nel Nord dell’attuale Iraq si sarebbe creato uno Stato curdo. LIMES E il sionismo?ROGAN Il sogno sionista è diventato realtà solo grazie all’intervento britannico. Di tutti i movimenti nazionalisti che parteciparono alla conferenza di pace di Parigi, i sionisti erano quelli con meno chances di farcela. Perseguivano un’agenda nazionalista in un territorio in cui non avevano presa demografica. Le popolazioni ebraiche della Palestina prima del 1917 erano molto inferiori al 10%: non era realistico creare una realtà nazionale in una situazione simile. Era possibile solo con una massiccia immigrazione. E una simile immigrazione può essere tollerata solo grazie al supporto di una grande potenza: senza l’intervento britannico in nessun modo i sionisti sarebbero stati in grado di persuadere la popolazione locale ad accettare l’enorme afflusso di popolazione, tale non solo da creare una nazione ma uno Stato. Non ho dubbi che senza la dichiarazione Balfour non ci sarebbe stato uno Stato ebraico in Palestina. LIMES Un altro elemento che indebolì i popoli arabi all’indomani della guerra fu la scarsa preparazione a farsi carico di uno Stato.ROGAN Di sicuro loro erano convinti di esserne in grado, o almeno così emerge dalle varie rappresentazioni che le delegazioni arabe fecero di loro stesse alla conferenza di pace di Parigi. Sostennero che non erano meno in grado di determinare le loro istituzioni politiche di quanto non lo fossero i popoli dei Balcani. L’unica cosa che mette in dubbio queste pretese è che avevano fatto parte di un impero in cui era stato necessario lottare per il solo diritto di partecipare alla vita politica. Molti arabi, specie dopo la rivoluzione del 1908, furono esclusi dalle sfere più alte di governo e discriminati in quanto arabi. Questo dimostra che non avevano accumulato l’esperienza per creare un nuovo governo e istituzioni statali, gestire un’economia e un potere giudiziario indipendente, dotarsi di un meccanismo per rinnovare la classe dirigente. LIMES Quanto pesa quell’impreparazione allo Stato sull’attuale instabilità mediorientale?ROGAN Oggi non è tanto rilevante il fatto che quelle comunità dopo la Grande guerra non fossero pronte quanto la distorsione operata in seguito dal dominio coloniale sul sistema politico. Le energie politiche locali furono costrette a concentrarsi unicamente sull’indipendenza, tralasciando la vera politica. Raggiunta l’indipendenza, non si erano formate classi dirigenti in grado di gestire ad esempio l’economia. Lo vediamo in Egitto, dove oggi come decenni fa si cerca di gestire l’economia con programmi che sembravano e sembrano esercizi di fantasia. LIMES Nella regione è in corso un processo di erosione dello Stato per mano di poteri informali. Basti pensare alla Siria, dove si intersecano alleanze transnazionali su basi religiose o settarie.ROGAN Vero, però questo è anche dovuto al fatto che il sistema degli Stati in Medio Oriente ha nel suo dna sia stabilità sia instabilità. In tutte le insurrezioni non solo mediorientali le potenze regionali combattono sempre una guerra per procura, cercando di avanzare i propri interessi statali. La crisi siriana si è internazionalizzata perché un movimento non violento di riforma è stato schiacciato con la violenza e si è evoluto in resistenza armata. Per organizzare un esercito c’è bisogno di armi, quindi di soldi. È qui che gli attori regionali entrano in gioco, perché sono gli unici a poter finanziare la lotta armata. In Siria, gli scontri tra le milizie identificano due lotte regionali: una tra le potenze sunnite e gli sciiti sostenuti dall’Iran; l’altra tra sauditi e qatarini sul ruolo della Fratellanza musulmana in politica. I sauditi temono i Fratelli in quanto partito islamista moderato che può sfidare la loro legittimità in patria e prediligono le correnti salafite. Questo scontro regionale viene declinato di Stato in Stato. LIMES Però attori non statali come lo Stato Islamico (Is) invocano esplicitamente l’erosione dei confini.ROGAN È difficile sapere quanto questi movimenti con agende transnazionali siano sostenuti dalla gente comune. Ogni milizia ha un’idea ambiziosa che serve non solo per reclutare manodopera ma per indurla a sacrificare la propria vita. L’idea di lottare per un’impresa storica quale la creazione di un grande Stato ha un forte impatto motivazionale. LIMES Ma ha un forte impatto anche sulla legittimità degli Stati.ROGAN L’avrebbe se questi gruppi armati fossero influenti al di là dei campi di battaglia. Hanno influenza in Siria e solo dove si combatte. Ma non in Iraq: la Repubblica islamica di Siria e Iraq non nascerà mai, al di là di quel che dice l’Is, perché è un progetto che non ha presa sugli iracheni. L’Is non è nemmeno in grado di controllare porzioni consistenti di territorio: al massimo può mantenere in vita l’insurrezione il più a lungo possibile, fintanto che riceverà armi dall’estero. Ma credere che possa realizzare il suo grande ideale e scardinare il sistema statale vorrebbe dire accordargli più consenso di quanto ne goda realmente. LIMES Qual è la linea di faglia che più minaccia la mappa politica del Medio Oriente?ROGAN Le aspirazioni nazionali curde. Dalla caduta di Saddam nel 2003, la regione autonoma curda in Iraq sta passo dopo passo costruendo istituzioni statuali indipendenti. Lo sta facendo nel contesto di un Iraq federale, senza sfidare apertamente l’integrità dello Stato perché sa che scatenerebbe la reazione di Baghdad e della Turchia. Ma non si possono interpretare diversamente gli sforzi curdi nella creazione del proprio esecutivo e legislativo, delle proprie università, della propria versione della storia. E nel Nord-Est siriano si sta generando un’altra area di instabilità che forse nel futuro sfiderà l’integrità delle frontiere uscite dalla Prima Guerra Mondiale. LIMES Qual è l’eredità del tradimento delle promesse fatte a Versailles sulle relazioni tra il mondo arabo e l’Occidente?ROGAN La gente comune in Medio Oriente ha una forte consapevolezza storica di quanto successo a Versailles. Lo impara a scuola, a differenza nostra che ignoriamo di aver fatto agli arabi promesse che non abbiamo mantenuto. Tuttavia, se da un lato ci accusano di non essere affidabili, dall’altro ci considerano partner essenziali per risolvere alcuni problemi internazionali. Per affrontare la questione israeliana o per far cessare la guerra civile in Siria gli arabi chiedono all’Occidente di intervenire, invocando la nostra responsabilità storica o la nostra migliore organizzazione. In ogni caso, è sopravvissuta la concezione di potenza occidentale dell’èra coloniale, quando eravamo gli arbitri assoluti dell’ordine internazionale. È una relazione di amore e odio, approfondita dal fatto che negli ultimi 25-30 anni molti arabi sono emigrati in Europa: vedono la libertà delle democrazie occidentali come modello a cui aspirare per plasmare un diverso sistema politico nei loro paesi. Un altro aspetto patologico è l’ascesa delle teorie del complotto per spiegare i ripetuti fallimenti dei governi, secondo cui le potenze occidentali sarebbero intente a tirare i fili della politica locale a loro piacimento. Hanno le loro ragioni, penso al colpo di Stato in Iran nel 1953 e a Suez nel 1956, ma vedere la politica plasmata dalla Cia o dal Mossad vuol dire ritirarsi nella fantasia e abdicare alle proprie responsabilità. LIMES In che misura essere arabi è un fattore della geopolitica contemporanea?ROGAN Nel 2011 assistemmo a un significativo ritorno del fattore arabo, quando un movimento iniziato nella marginale Tunisia fu in grado di generare entusiasmo in tutta la regione. Gli eventi tunisini ed egiziani riuscirono a elettrizzare la gente negli altri paesi e a far intravedere una reale possibilità di cambiamento, perché tutti avevano gli stessi problemi e facevano le stesse domande; i problemi locali erano visti come parte di una stessa condizione araba. Nel 2012 e nel 2013, però, tutto questo è svanito: ci siamo accorti che non avevamo a che fare con un fenomeno arabo. Non c’era una sola rivoluzione araba. La primavera araba non esisteva. LIMES Ma c’è stata poi la controrivoluzione capeggiata dagli Stati del Golfo.ROGAN Esatto, gli stessi che hanno sempre sentito la loro stabilità politica più minacciata dal cambiamento rivoluzionario. La priorità era che nessuna monarchia fosse rovesciata da movimenti popolari. Emblematico il fatto che l’Arabia Saudita si sia spinta a offrire di entrare nel Consiglio di cooperazione del Golfo a Giordania e Marocco, due Stati che col Golfo hanno poco a che spartire. A quel punto sarebbe a tutti gli effetti un’alleanza tra case regnanti contro le rivoluzioni popolari. Le monarchie hanno retto l’urto meglio delle repubbliche, puntellando le istituzioni governative e ridistribuendo le risorse. Ma non è finita: la politica saudita è ancora concentrata sul contenimento della minaccia rivoluzionaria. Per approfondire: Le maschere del califfo  www.limesonline.com
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il dramma epocale delle migrazioni ad una svolta, per l’Europa.

il dramma epocale  delle migrazioni ad una svolta, per l’Europa. La scelta dirompente della Germania e di Angela Merkel muove nella direzione giusta, pur impattando  con un contraddittorio e complicato scenario Europeo e con un ancor più complicato scenario geopolitico che investe interessi contrastanti delle potenze mondiali in tutta l’area che  va dalle sponde meridionali del Mediterraneo al Sahel e al Corno d’Africa, all’Africa nel suo insieme e dalla penisola arabica all’Hindu Kush. Il problema adesso è capire  se, con la decisiva svolta tedesca,  si creeranno per l’Europa le condizioni  per aggredire le cause recenti e remote di un fenomeno che , come è chiaro a tutti, ha dimensioni, portata  e durata incalcolabili. E quale direttrice di marcia si sceglierà per provare a rimuoverle evitando nuove guerre  da sommare a quelle devastanti già in corso. La storia dei rapporti tra gli Stati Europei e l’Africa è segnata, come noto,  già da prima della sottomissione coloniale dell’Africa, da processi e percorsi di inaudita violenza sfociati nella tratta atlantica degli schiavi (XV-XIX secolo).Deportazione stimata di circa dodici milioni di uomini donne e bambini cui aggiungere oltre due milioni di morti. Giusto per memoria e per aver più chiaro ciò che avviene oggi,  è utile tener presente che, dalla fine del colonialismo , le potenze europee tutte , al dli là delle diverse matrici politico-culturali, hanno continuato a controllare la politica del continente africano  e la sua economia, riempiendo d’armi dittatori interessati prevalentemente, quando non solo, ad arricchirsi personalmente  attraverso contratti con compagnie e stati ex coloniali, tagliati su misura  degli interessi di questi ultimi e comprensivi , naturalmente, della devastazione dei loro territori e della presenza dominante delle grandi multinazionali e dei loro modelli di sviluppo. L’accordo anglo-francese  ( 1915-16)  Sykes - Picot , la conseguente divisione dell’impero ottomano e le modalità con cui fu operata dalle  potenze europee che, come noto,  “si accordarono tra loro sul modo in cui spartirsi quei territori e sulla forma da dare agli Stati sorti dalle ceneri dell’impero caduto senza la minima consultazione delle popolazioni e delle élite locali”, è indubbio che sia la matrice dell’attuale cataclisma che investe l’ex medio oriente. Su di essa, poi, si sonno innestati gli urti geopolitici successivi  delle grandi potenze per la difesa e l’ampliamento delle rispettive posizioni nell’area, dando vita,dopo l’89, alla tragica sequenza di guerre fomentate dalle politiche di potenza americane, nell’assenza e/o subalternità dell’Europa. [ Prima guerra del Golfo (1991) Escalation di W Bush, Guerra Afganistan (2001) seconda guerra del Golfo (2003) Il tutto in un quadro da decenni attraversato dalla polveriera nota come “ questione palestinese” che troppo spesso si tende ad occultare e a minimizzare] . E questo, giusto per restare  a quanto determinatosi nell’ultimo secolo. Se si aggiunge, poi, che tutta l’immensa area  tra Nord Africa ed Asia centro occidentale si presenta oggi come una distesa di territori infiniti e  frammentati , in cui è difficile vedere delinearsi processi di ricomposizione robusti, il quadro esprime uno scenario dalle prospettive dominate da una instabilità di lungo periodo densa, di nubi gonfie di tempeste. Eppure in questi territori nella seconda metà del 900 ed in particolare nell’ultimo quarto di secolo ,si è attivata una dinamica complessa, messa in moto da fattori diversi ( demografia, concentrazione urbana, migrazioni ed esposizioni allo stile di vita occidentale ,emersione di una nuova gioventù frustrata nelle sue aspettative di benessere e protagonismo ma, spesso, tutt’altro che rassegnata . Da qui , nel passaggio del millennio, è emerso un fiorire di posizioni, gruppi e sigle jiadiste , movimenti anche di massa,  palesi e sotterranei , sociali, politici , culturali, economici  e religiosi che hanno intaccato strutture secolari, rotto quietismi ,aperto nuove dinamiche nello stesso mondo religioso. Da questo frullatore nel 2011 sono fuoriuscite anche  le “ primavere arabe(in occidente,  troppo velocemente e superficialmente archiviate o trasformate in autunni o inverni)    che mettevano in discussione assetti di potere ossificati, rapporti sociali inaccettabili e rivendicavano prima di tutto dignità e diritti. Contro di esse si è mosso, con tutta la potenza dei petrodollari, il fronte controrivoluzionario centrato sull’Arabia Saudita ed i suoi satelliti, sostenuto dai loro tradizionali alleati occidentali e ben visto persino da Israele che ha generato, a suon di dollari e di armamenti,   da una parte la reazione furiosa dei generali e il ripristino  delle dittature abbattute ( Egitto), dall’altra la galassia Jiadista ,  in tanta parte sfuggita di mano e precipitata in DAESH. Ma , se è vero che quel sommovimento sorgeva dai problemi sopra appena accennati, la sua spinta propulsiva è tutt’altro che esaurita.     Ed a quei problemi ed a quelle dinamiche bisogna prestare attenzione se si vogliono cercare e sostenere   percorsi , certamente lunghi e difficili, di ricomposizione di una area immensa , oggi in piena eruzione e frammentazione. Chi deve muoversi?, Come e da dove partire? E qui il problema diventa ancor più complesso. E’ indubbio che il ruolo predominante sia elle mani delle grandi potenze mondiali e regionali, dei singoli Stati e delle loro Multinazionali. Ma non basta e non sono solo loro a fare la storia. Quando processi di lungo periodo arrivano a maturazione basta una foto, una marcia , un urlo corale e la storia cambia verso. Così è successo sempre ed è successo in questi giorni in Europa difronte allo straripare dell’onda d’urto di milioni di persone in fuga da guerre, violenze, miseria, fame. Ma anche questa svolta  può assumere segno e propulsione diverse a seconda che nel suo corso si inserisca l’intervento di quella che noi indichiamo come società civile, lo sviluppo e l’alimentazione della cultura e della conoscenza dell’altro, della sua storia. Per questo credo che oggi più che mai il ruolo dell’associazionismo culturale, sociale e politico, dei sindacati, dei movimenti impegnati sul fronte dei diritti, del lavoro, della difesa della dignità delle persone   e della solidarietà sia fondamentale, più che mai. Per questo credo sia , per noi , di grande significato riprendere il percorso tracciato al Forum sociale di Tunisi del Marzo scorso e precisato a Messina nel successivo Giugno ( progetto Averroè “ Erasmus Mediterraneo”; strutturazione di un progetto di scambio  culturale italo-tunisino, rilancio delle proposte contenute nell’appello di Messina, avvio costruzione del Forum permanente  “ L’Uliveto”  , agorà del mediterraneo, partendo da acqua, agricoltura, cittadinanza, abitare, vita, riaffrontare il nodo del partenariato Europa-Mediterraneo del Sud, ripartendo dal processo di Barcellona 95,lavorare alla costituzione di un forum permanente delle città del Mediterraneo. Mimmo Rizzuti (www.sinistraeuromediterranea.it)
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DECLARATION SUR LA TRAGEDIE DES MIGRATIONS EN MEDITERRANEE : Drame et violations des droits humains Nous, les organisations signataires de cette déclaration : 1. Prenons connaissance des derniers développements relatifs au drame des migrations en Méd

c Drame et violations des droits humainsNous, les organisations signataires de cette déclaration :1. Prenons connaissance des derniers développements relatifs au drame des migrations en Méditerranée, véritable désastre humanitaire avec 350.000 personnes migrantes qui ont traversé la Méditerranée depuis janvier 2015 et au moins 2 600 morts recensés.2. Considérons les violations des droits des personnes migrantes et réfugiées comme un affront à la dignité humaine et aux conventions internationales.3. Exprimons notre vive préoccupation face au silence des pays arabes et des organisations arabes au sujet du drame des personnes migrantes et refugiées originaires notamment d’Irak, de Syrie, de Lybie et prenons note de la déclaration de l’Union Africaine- Juin 20154. Soulignons l’échec de la communauté internationale à mettre fin aux crises en Irak, Syrie et Lybie et à mettre en oeuvre des stratégies de développement durable dans les pays du Sud de la Méditerranée et les pays africains, en vue de faciliter une réelle répartition des richesses, le respect des droits civils, politiques, économiques.5. Condamnons vigoureusement les restrictions au droit de quitter tout pays y compris le sien, qui a une force juridique contraignante et est consacré dans le Pacte international des droits économiques sociaux et culturels, les conventions de l’OIT sur les droits des migrants (97 et 143) et la Convention des Nations Unies relative au statut des réfugiés.6. Réitérons avec force notre condamnation des violations flagrantes des droits humains constatées par les organisations internationales et les organisations de la société civiles qui ont conduit à la mort d’au moins 20,000 hommes, femmes et enfants depuis 15 ans, et sont le résultat de politiques de gestion des frontières agressive et discriminatoires, ainsi que de l’absence de véritables politiques d’accueil.7. Exhortons les Etats partenaires de l’Union européenne à refuser de nourrir cette logique d’exclusion meurtrière, en particulier dans le cadre de sa coopération en matière de mobilité, mais aussi lors du sommet Euro-Africain prévu les 11 et 12 novembre 2015 à Malte8. Exprimons notre pleine solidarité avec les personnes migrantes et réfugiées qui subissent des traitements inhumains et des violences racistes sur les deux rives de la Méditerranée et les frontières de l'Europe de l'Est et les Balkans; Rappelons que l’Union européenne se montre complice de ces maltraitances, sur son territoire, en mer, mais aussi à l’extérieur de l’Europe, aux antipodes avec ses valeurs. Appelons à ce que les droits fondamentaux et la dignité de ces personnes soit respectés en tous lieux.9. Dénonçons le triplement des moyens de l’agence Frontex, et l’absence de financements suffisants alloués au sauvetage en mer ainsi qu’à l’accueil (budget annuel de Frontex en 2015 : plus de 115M EUR ; budget annuel du bureau européen sur l’asile : 15M EUR)10. Notons les initiatives envisagées par les pays de l’Union Européenne :- Pour adopter une politique européenne unifiée de droit d’asile qui doit être basée sur les normes internationales- Pour la suspension immédiate du règlement de Dublin II ;- Pour élargir les consultations au sujet de cette politique aux pays africains dans le cadre du sommet Afrique - Union Européenne qui se tiendra à Malte en novembre prochain et aux pays arabes concernés.- Pour créer des centres de sélection et d’accueil des personnes réfugiées et migrantes.A ce sujet, nous exprimons nos vives inquiétudes quant à la fonction de ces centres qui pourraient devenir des centres de détention et de tri des personnes. Nous nous y opposons.Nous exigeons que ces espaces soient des centres d’accueil, et que les acteurs de la société civile puissent y avoir accès, de même que les organisations internationales compétentes. Nous exigeons que les personnes accueillies dans ces centres soient libre de circuler en dehors, et que l’examen de leur situation individuelle de façon juste et équitable par les autorités impartiales et indépendantes y soit garanti. Nous demandons enfin que des moyens conséquents soient alloués pour assurer un accueil digne et des procédures respectueuses des garanties procédurales.- Pour que les violations des droits des personnes soient sanctionnées, que les victimes puissent porter plainte et obtenir réparation, qu’il s’agisse de violences perpétrées par des gardes-frontières, des policiers, des trafiquants, ou des passeurs.- Pour faire la vérité sur les personnes disparues en mer en poursuivant les criminels responsables.- Pour développer des couloirs légaux et sécurisés de passage et de sauvetage en mer des personnes migrantes et réfugiées.Nous exigeons la mise en place d’un mécanisme de suivi des actions et d’évaluations précitées en concertation avec la société civile.11. Nous opposons à toutes les initiatives et mesures sécuritaires de refoulement, d’externalisation des frontières et d’encouragement au retour des personnes réfugiées et migrantes.12. Réitérons nos propositions pour éviter l’improvisation et adopter une approche concertée, globale et cohérente visant à trouver une réponse internationale et humaine à la crise des personnes migrantes et réfugiées qui risque de se prolonger et de s’amplifier.13. Lançons un appel à la tenue d’une conférence mondiale sur la question de la crise humanitaire et existentielle des personnes migrantes et réfugiées avec la participation des acteurs de la société civile.14. Appelons à la vigilance et à la mobilisation continue de toutes les forces vives de la société civile pour protéger les droits des personnes réfugiées et des migrantesSignataires :Comité pour le Respect des Libertés et des Droits de l'homme en Tunisie CRLDHTUnion générale tunisienne du travail UGTTForum Tunisien pour les Droits Economiques et Sociaux FTDESFédération des Tunisiens pour une citoyenneté des deux rives FTCRRéseau euro-méditerranéen des droits de l'HommeConfédération générale italienne du travail CGILSOLIDAR
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La dichiarazione islamica sui cambiamenti climatici 24 Agosto 2015 60

La dichiarazione islamica sui cambiamenti climatici24 Agosto 2015 60    Dagli anni ottanta del Novecento le chiese cristiane stanno dedicando attenzione ai problemi della difesa della natura e dell’ambiente, della pace e della giustizia; tale attenzione è andata crescendo a mano a mano che si sono fatti più vistosi i segni della violenza delle attività umane contro l’ambiente, confermati, in questi ultimi anni, dagli eventi climatici disastrosi che hanno colpito tante parti della Terra e che sono imputabili al lento continuo riscaldamento del pianeta. Una attenzione che ha ricevuto nuovo impulso con la recente enciclica di Papa Francesco, “Laudato si’” che ha trattato in maniera organica e unitaria le radici e i rimedi della crisi, non solo climatica, del pianeta Terra, nella società industriale e consumistica odierna.   Questo fermento si sta diffondendo anche nei seguaci delle religioni non cristiane. Il 17-18 agosto scorso, per esempio, si è tenuta a Istanbul una riunione di credenti musulmani che hanno redatto una “Dichiarazione islamica sulle modificazioni climatiche mondiali”, http://www.eddyburg.it/2015/08/la-dichiarazione-islamica-sui.html, anche in vista della conferenza internazionale che si terrà a Parigi nel prossimo dicembre alla ricerca di azioni comuni per rallentare il riscaldamento planetario. In Europa abbiamo dell’Islam una visione miope sulla base delle violenze manifestate da gruppi che dichiarano di parlare in nome dell’Islam, e dei conflitti politici e militari fra comunità sunnite (circa 85 percento dei credenti musulmani) e sciite (circa 15 percento dei credenti). Ma il mondo musulmano conta 1600 milioni di credenti, la seconda religione dopo quelle cristiane con 2000 milioni di credenti di cui 1200 milioni cattolici. I credenti nell’Islam hanno come riferimento il libro sacro del Corano, così come i cristiani hanno la Bibbia, e il Corano, come la Bibbia, comincia con la creazione dei cieli e della terra e di tutti i viventi da parte di un solo Dio (Allah, per i musulmani), che ha fatto bene tutte le cose, che sono buone. I beni della creazione appartengono a Dio e l’uomo ne è soltanto il custode (khalifah, nel Corano). Lo stesso concetto che si trova nel secondo capitolo del libro della Genesi: la Terra è stata data all”uomo” perché la coltivi e la custodisca. Una delle molte analogie fra i libri sacri delle due religioni monoteiste.   La dichiarazione islamica di Istanbul ricorda che il riscaldamento planetario, causa dei mutamenti climatici, è dovuto sia al crescente uso di combustibili fossili, sia alla distruzione delle foreste e ai mutamenti della struttura del suolo dovute alla estensione di monocolture per prodotti da esportare nei paesi industriali, fenomeni che si manifestano vistosamente, per esempio, in Indonesia, popoloso paese islamico. La dichiarazione passa poi ad elencare molte raccomandazioni di buon governo ambientale. E’ opportuno risparmiare l’acqua, anche questo un aspetto a cui sono sensibili molti paesi aridi abitati da musulmani, istituire delle aree protette di particolare valore naturalistico, riparare e riciclare le cose usate. La dichiarazione invita a vivere in modo frugale per consentire agli abitanti dei paesi poveri di avere accesso ad una maggiore frazione dei beni naturali e invita le organizzazioni economiche e produttive a diminuire i loro elevati consumi di risorse, la loro ”impronta ecologica”, e a finanziare una economia verde. Viene auspicato anche che si possa arrivare ad un uso al 100 percento delle energie rinnovabili, un tasto delicato dal momento che alcuni paesi islamici sono fra i maggiori produttori ed esportatori di petrolio, il cui uso è una delle principali fonti dei mutamenti climatici. E' comunque interessante che gli esponenti di comunità musulmane, nei cui paesi si hanno i maggiori contrasti fra pochi abitanti ricchissimi e moltitudini abitanti poverissimi, auspichino l’avvento di un nuovo modello di benessere.   L’enciclica e l’insegnamento di Papa Francesco vanno però al di là dei rimedi tecnici o finanziari per contrastare la crisi climatica e riconoscono le vere origini delle violenze ambientali nell’egoismo dei paesi industriali e consumisti, nella ineguaglianza nella distribuzione dei beni materiali, per cui i paesi poveri diventano sempre più poveri essendo costretti a vendere a basso prezzo sia le loro risorse naturali minerarie, agricole e forestali, sia i loro stessi abitanti, costretti a migrare per cercare condizioni decenti di vita. L’enciclica denuncia una politica focalizzata sulla crescita a breve termine, e i governi che, rispondendo a interessi elettorali, non si azzardano a irritare la popolazione con misure, come potrebbero essere più severe iniziative per la protezione dell’ambiente, per la sicurezza dei lavoratori e per i diritti degli immigrati, che possano intaccare il livello di consumo o mettere a rischio investimenti esteri.   In un’altra occasione Papa Francesco ha detto che la vera ricetta per la crisi anche ambientale contemporanea, è offerta dalla solidarietà, che significa pensare, agire e anche lottare in termini di priorità della vita di tutti sull’appropriazione dei beni da parte di alcuni, far fronte agli effetti distruttori dell’impero del dio denaro. Pace, giustizia e salvaguardia del creato sono tre questioni del tutto connesse, che non si possono separare o trattare singolarmente. I problemi economici, sociali, umani, ambientali che abbiamo di fronte sono enormi, comportano il superamento di grandi contraddizioni ed egoismi, ma, come dice il Papa, “L’amore è più forte”.     Come i grandi media nostrani, hanno rapidamente gettato nel dimenticatoio l'ultima enciclica di papa Francesco, così hanno totalmente ignorato questo importante documento del mondo islamico. Lo riprendiamo dal sito Lifegate, 19 agosto 2015.  In calce il link al testo integrale della dichiarazione.Redatta dai rappresentanti del mondo islamico, la Dichiarazione invita i fedeli a seguire il testo sacro per proteggere "il fragile equilibrio del pianeta".Il simposio, tenutosi il 17 e 18 agosto 2015 a Istanbul, ha visto impegnati più di 60 rappresentanti del mondo islamico, provenienti da 20 Paesi. L’incontro si è concluso con la redazione della “Dichiarazione islamica sul cambiamento climatico“. Un’importante presa di posizione da parte del mondo islamico, che sprona il 1,6 miliardo di musulmani a prendersi cura del “fragile euqilibrio (mīzān) della Terra” e i leader politici a sottoscrivere degli accordi vincolanti durante la prossima Conferenza sul clima a Parigi,perché: “Le attività umane stanno facendo una tale pressione sulle naturali funzioni della Terra, che la capacità degli ecosistemi di sostenere le generazioni future non può più essere dato per scontato“. Ecco alcuni dei passaggi più rappresentativi: - Gli ecosistemi e le culture umane sono già a rischio a causa del cambiamento climatico; - Il rischio di eventi estremi causati dal cambiamento climatico come ondate di calore, precipitazioni estreme e le inondazioni delle coste sono già in aumento; - Questi rischi sono distribuiti ineguale, e sono maggiori per le comunità povere e svantaggiate di ogni Paese, a tutti i livelli di sviluppo; -Gli effetti prevedibili avranno ripercussioni sulla biodiversità terrestre, sui beni e sui servizi prodotti dai nostri ecosistemi e sulla nostra economia globale;- Gli stessi sistemi fisici della Terra sono a rischio di bruschi e irreversibili cambiamenti. La dichiarazione afferma che: - Dio ha creato la Terra in perfetto equilibrio (mīzān); - La sua immensa misericordia ci ha dato terreni fertili, aria fresca, acqua pulita e tutte le buone cose sulla Terra che rendono la nostra vita qui praticabile e piacevole; - Le funzioni naturali della Terra nei suoi cicli stagionali e naturali: un clima in cui gli esseri viventi – compreso l’uomo – possono prosperare. L’attuale catastrofe del cambiamento climatico è il risultato della perturbazione umana di questo equilibrio.  Per questo nella dichiarazione si chiede:  - Di stabilizzare le concentrazioni di gas serra ad un livello tale da impedire pericolose interferenze antropogeniche con il sistema climatico; - Di ridurre le emissioni comunque non oltre la metà di questo secolo; - Di riconoscere l’obbligo morale di ridurre i consumi cosicchè la parte più povera della popolazione possa beneficiare delle risorse non rinnovabili del pianeta; - Di rimanere entro il limite dei “2 gradi”, o meglio di 1,5 gradi, tenendo a mente di lasciare nel suolo i 2/3 dei rimanenti combustibili fossili; - Di impegnarsi verso l’obiettivo del 100 per cento di rinnovabili e/o una strategia a zero emissioni il prima possibile.   
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La dichiarazione islamica sui cambiamenti climatici 24 Agosto 2015 60

La dichiarazione islamica sui cambiamenti climatici24 Agosto 2015 60    Dagli anni ottanta del Novecento le chiese cristiane stanno dedicando attenzione ai problemi della difesa della natura e dell’ambiente, della pace e della giustizia; tale attenzione è andata crescendo a mano a mano che si sono fatti più vistosi i segni della violenza delle attività umane contro l’ambiente, confermati, in questi ultimi anni, dagli eventi climatici disastrosi che hanno colpito tante parti della Terra e che sono imputabili al lento continuo riscaldamento del pianeta. Una attenzione che ha ricevuto nuovo impulso con la recente enciclica di Papa Francesco, “Laudato si’” che ha trattato in maniera organica e unitaria le radici e i rimedi della crisi, non solo climatica, del pianeta Terra, nella società industriale e consumistica odierna.   Questo fermento si sta diffondendo anche nei seguaci delle religioni non cristiane. Il 17-18 agosto scorso, per esempio, si è tenuta a Istanbul una riunione di credenti musulmani che hanno redatto una “Dichiarazione islamica sulle modificazioni climatiche mondiali”, http://www.eddyburg.it/2015/08/la-dichiarazione-islamica-sui.html, anche in vista della conferenza internazionale che si terrà a Parigi nel prossimo dicembre alla ricerca di azioni comuni per rallentare il riscaldamento planetario. In Europa abbiamo dell’Islam una visione miope sulla base delle violenze manifestate da gruppi che dichiarano di parlare in nome dell’Islam, e dei conflitti politici e militari fra comunità sunnite (circa 85 percento dei credenti musulmani) e sciite (circa 15 percento dei credenti). Ma il mondo musulmano conta 1600 milioni di credenti, la seconda religione dopo quelle cristiane con 2000 milioni di credenti di cui 1200 milioni cattolici. I credenti nell’Islam hanno come riferimento il libro sacro del Corano, così come i cristiani hanno la Bibbia, e il Corano, come la Bibbia, comincia con la creazione dei cieli e della terra e di tutti i viventi da parte di un solo Dio (Allah, per i musulmani), che ha fatto bene tutte le cose, che sono buone. I beni della creazione appartengono a Dio e l’uomo ne è soltanto il custode (khalifah, nel Corano). Lo stesso concetto che si trova nel secondo capitolo del libro della Genesi: la Terra è stata data all”uomo” perché la coltivi e la custodisca. Una delle molte analogie fra i libri sacri delle due religioni monoteiste.   La dichiarazione islamica di Istanbul ricorda che il riscaldamento planetario, causa dei mutamenti climatici, è dovuto sia al crescente uso di combustibili fossili, sia alla distruzione delle foreste e ai mutamenti della struttura del suolo dovute alla estensione di monocolture per prodotti da esportare nei paesi industriali, fenomeni che si manifestano vistosamente, per esempio, in Indonesia, popoloso paese islamico. La dichiarazione passa poi ad elencare molte raccomandazioni di buon governo ambientale. E’ opportuno risparmiare l’acqua, anche questo un aspetto a cui sono sensibili molti paesi aridi abitati da musulmani, istituire delle aree protette di particolare valore naturalistico, riparare e riciclare le cose usate. La dichiarazione invita a vivere in modo frugale per consentire agli abitanti dei paesi poveri di avere accesso ad una maggiore frazione dei beni naturali e invita le organizzazioni economiche e produttive a diminuire i loro elevati consumi di risorse, la loro ”impronta ecologica”, e a finanziare una economia verde. Viene auspicato anche che si possa arrivare ad un uso al 100 percento delle energie rinnovabili, un tasto delicato dal momento che alcuni paesi islamici sono fra i maggiori produttori ed esportatori di petrolio, il cui uso è una delle principali fonti dei mutamenti climatici. E' comunque interessante che gli esponenti di comunità musulmane, nei cui paesi si hanno i maggiori contrasti fra pochi abitanti ricchissimi e moltitudini abitanti poverissimi, auspichino l’avvento di un nuovo modello di benessere.   L’enciclica e l’insegnamento di Papa Francesco vanno però al di là dei rimedi tecnici o finanziari per contrastare la crisi climatica e riconoscono le vere origini delle violenze ambientali nell’egoismo dei paesi industriali e consumisti, nella ineguaglianza nella distribuzione dei beni materiali, per cui i paesi poveri diventano sempre più poveri essendo costretti a vendere a basso prezzo sia le loro risorse naturali minerarie, agricole e forestali, sia i loro stessi abitanti, costretti a migrare per cercare condizioni decenti di vita. L’enciclica denuncia una politica focalizzata sulla crescita a breve termine, e i governi che, rispondendo a interessi elettorali, non si azzardano a irritare la popolazione con misure, come potrebbero essere più severe iniziative per la protezione dell’ambiente, per la sicurezza dei lavoratori e per i diritti degli immigrati, che possano intaccare il livello di consumo o mettere a rischio investimenti esteri.   In un’altra occasione Papa Francesco ha detto che la vera ricetta per la crisi anche ambientale contemporanea, è offerta dalla solidarietà, che significa pensare, agire e anche lottare in termini di priorità della vita di tutti sull’appropriazione dei beni da parte di alcuni, far fronte agli effetti distruttori dell’impero del dio denaro. Pace, giustizia e salvaguardia del creato sono tre questioni del tutto connesse, che non si possono separare o trattare singolarmente. I problemi economici, sociali, umani, ambientali che abbiamo di fronte sono enormi, comportano il superamento di grandi contraddizioni ed egoismi, ma, come dice il Papa, “L’amore è più forte”.     Come i grandi media nostrani, hanno rapidamente gettato nel dimenticatoio l'ultima enciclica di papa Francesco, così hanno totalmente ignorato questo importante documento del mondo islamico. Lo riprendiamo dal sito Lifegate, 19 agosto 2015.  In calce il link al testo integrale della dichiarazione.Redatta dai rappresentanti del mondo islamico, la Dichiarazione invita i fedeli a seguire il testo sacro per proteggere "il fragile equilibrio del pianeta".Il simposio, tenutosi il 17 e 18 agosto 2015 a Istanbul, ha visto impegnati più di 60 rappresentanti del mondo islamico, provenienti da 20 Paesi. L’incontro si è concluso con la redazione della “Dichiarazione islamica sul cambiamento climatico“. Un’importante presa di posizione da parte del mondo islamico, che sprona il 1,6 miliardo di musulmani a prendersi cura del “fragile euqilibrio (mīzān) della Terra” e i leader politici a sottoscrivere degli accordi vincolanti durante la prossima Conferenza sul clima a Parigi,perché: “Le attività umane stanno facendo una tale pressione sulle naturali funzioni della Terra, che la capacità degli ecosistemi di sostenere le generazioni future non può più essere dato per scontato“. Ecco alcuni dei passaggi più rappresentativi: - Gli ecosistemi e le culture umane sono già a rischio a causa del cambiamento climatico; - Il rischio di eventi estremi causati dal cambiamento climatico come ondate di calore, precipitazioni estreme e le inondazioni delle coste sono già in aumento; - Questi rischi sono distribuiti ineguale, e sono maggiori per le comunità povere e svantaggiate di ogni Paese, a tutti i livelli di sviluppo; -Gli effetti prevedibili avranno ripercussioni sulla biodiversità terrestre, sui beni e sui servizi prodotti dai nostri ecosistemi e sulla nostra economia globale;- Gli stessi sistemi fisici della Terra sono a rischio di bruschi e irreversibili cambiamenti. La dichiarazione afferma che: - Dio ha creato la Terra in perfetto equilibrio (mīzān); - La sua immensa misericordia ci ha dato terreni fertili, aria fresca, acqua pulita e tutte le buone cose sulla Terra che rendono la nostra vita qui praticabile e piacevole; - Le funzioni naturali della Terra nei suoi cicli stagionali e naturali: un clima in cui gli esseri viventi – compreso l’uomo – possono prosperare. L’attuale catastrofe del cambiamento climatico è il risultato della perturbazione umana di questo equilibrio.  Per questo nella dichiarazione si chiede:  - Di stabilizzare le concentrazioni di gas serra ad un livello tale da impedire pericolose interferenze antropogeniche con il sistema climatico; - Di ridurre le emissioni comunque non oltre la metà di questo secolo; - Di riconoscere l’obbligo morale di ridurre i consumi cosicchè la parte più povera della popolazione possa beneficiare delle risorse non rinnovabili del pianeta; - Di rimanere entro il limite dei “2 gradi”, o meglio di 1,5 gradi, tenendo a mente di lasciare nel suolo i 2/3 dei rimanenti combustibili fossili; - Di impegnarsi verso l’obiettivo del 100 per cento di rinnovabili e/o una strategia a zero emissioni il prima possibile.   
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Il Manifesto degli intellettuali contro il terrorismo-بيان المثقفين التونسيين ضد الإرهاب -Le Manifeste des Intellectuels contre le Terrorisme -Manifesto of Intellectuals Against Terrorism

Il Manifesto degli intellettuali contro il terrorismo La nostra società sta subendo, da oltre quattro anni, gli attacchi omicidi di un terrorismo islamista organizzato e appoggiato da reti locali, regionali e internazionali. Le vittime di questo terrorismo sono decine di personaggi politici, militari, forze dell’ordine, civili tunisini e stranieri. Il terrorismo mira a distruggere la pace civile, la coesione sociale, la sicurezza dello Stato e l’economia del Paese. Recluta essenzialmente tra le frange più vulnerabili della nostra gioventù e diffonde l'odio nei confronti dell'altro e la banalizzazione della violenza. Consapevoli della necessità della mobilitazione di tutte le forze della società civile, dello Stato e tutti gli attori politici, noi, uomini e donne, docenti universitari, insegnanti, attori culturali e artisti, riunitisi in questo Congresso contro il terrorismo e per la difesa dello Stato civile e democratico adottiamo il seguente manifesto: Il terrorismo è un fenomeno globale poiché è il frutto di un’ideologia che si presenta al mondo come un modo d’essere, di pensare e agire, mobilitando risorse materiali e propaganda. Al fine di neutralizzarlo e di estirparne le radici nella società deve essere meglio compreso in tutte le sue dimensioni. Il terrorismo, di cui subiamo le azioni barbariche, è l'espressione ideologica di una minoranza violenta che si basa su un’interpretazione letterale ed estremista della religione e dei suoi testi fondanti. Questa ideologia aliena in modo particolare le donne, la cui emancipazione ha rappresentato il principio basilare della nostra società. Il terrorismo islamista attinge la parte essenziale della sua visione, dei suoi principi e concetti dalle tradizioni dell'Islam salafita wahhabita e dalle ideologie politiche che vi s’ispirano, in particolare quella dei "Fratelli Musulmani". Non è un fenomeno specificamente tunisino. È trasversale e supera le frontiere, rappresenta un anello di una catena globale del terrorismo internazionale attiva nella regione, in Oriente e in Occidente. È alimentato da reti in cui s’intersecano interessi complessi e molteplici, geopolitici e ideologici, economici e militari. Ostile alla modernità e alla nostra eredità plurale e millenaria, in guerra contro la Repubblica civile e democratica, s’inserisce in modo del tutto spontaneo nel capitalismo globalizzato rifiutando l’universale in nome d’identità politicamente e ideologicamente costruite, avulso dalla complessità delle appartenenze reali e plurali. Le profonde fratture economiche, sociali e culturali all’interno del paese e nel mondo alimentano e accrescono le fila di una gioventù contestataria che è portata a credere che il terrorismo possa costituire un’alternativa sana e nutre l'illusione che questo "jihadismo" costituisca una risposta "legittima" e "giusta" alle ingiustizie del mondo. Per sconfiggere il terrorismo, è quindi necessario costruire un progetto di futuro, in grado di convincere i giovani della possibilità di agire, di esprimersi e realizzarsi in seno alla società e non contro di essa, in modo pacifico e organizzato, e non attraverso la violenza e l’autoesclusione. Per realizzare tutto questo, s’impongono allo Stato, alle istituzioni economiche, sociali e culturali, alla società civile, ai giovani e a noi intellettuali, appartenenti a tutte le estrazioni filosofiche, intellettuali e religiose, varie forme di riflessione e azione al fine di ricostruire un patto sociale condiviso, che si basa su valori e impegni reciproci, e al contempo recuperare il patto civile gravemente alterato. Questo nuovo patto sociale si fonda su: • Uno Stato di diritto fondato sulla Costituzione, che si difenda e difenda la società, che imponga il rispetto delle leggi, che promuova l’indipendenza del sistema giudiziario e ponga un freno alla distruzione e all’autodistruzione. • Un progetto di società rinnovato che si basi sui principi universali dell’uguaglianza tra uomini e donne, della libertà individuale e di pensiero garantite dalla Costituzione. • Una rivisitazione del rapporto tra lo Stato e la sfera religiosa al fine di stabilire una netta separazione tra politica e religione, di riformulare gli statuti delle istanze preposte agli affari del culto al fine di assicurarne la neutralità e di proteggerle da ogni manipolazione ideologica. • Insegnanti e un sistema educativo che si rimettano in questione e si rinnovino: una scuola che educhi, che insegni la convivenza, che coltivi e sprigioni le predisposizioni della persona. • Un'università della cittadinanza aperta al mondo, al rinnovamento del sapere e al radicamento del pensiero critico e che goda della libertà accademica e dei mezzi per garantire la qualità dell'insegnamento. • Una politica culturale della prossimità che ponga l'arte e il patrimonio al servizio della società e del suo sviluppo. • Una politica sociale che combatta le disuguaglianze e offra opportunità a vantaggio di tutte le regioni, dei giovani e di tutti i gruppi sociali. • Una moltiplicazione degli spazi mediatici destinati a sensibilizzare l’opinione pubblica circa i rischi collegati all’isolamento identitario, alle interpretazioni semplicistiche e dogmatiche della religione e della storia e impegnati a tutelare la società dai pericoli di questi ultimi. Consapevoli delle nostre responsabilità e desiderosi di contribuire democraticamente ad azioni volte a porre le basi di una riforma profonda della nostra società e della sua cultura, noi firmatari del seguente manifesto ci dichiariamo impegnati in modo costante come collettivo di azione, volto a formulare proposte contro il terrorismo per una transizione democratica che garantisca libertà, giustizia e pace per tutte le tunisine e i tunisini. بيان المثقفين التونسيين ضد الإرهاب يواجه مجتمعنا منذ أكثر من أربع سنوات، موجة من الاعتداءات المميتة من الإرهاب التكفيري المنظم والمسنود من الشبكات المحلية والإقليمية والعالمية. وهو إرهاب قضى على عشرات الضحايا من الشخصيات السياسية والجنود وأعوان قوات الأمن ومن المدنيين الأجانب والتونسيين.إن إلإرهاب يستهدف تقويض السلم المدني والتماسك الإجتماعي وكيان الدولة واقتصاد البلاد. وهو يستقطب عناصره أساسا من بين الفئات الشبابية الأكثر هشاشة داخل المجتمع، وينشركراهية الآخر وثقافة العنف.وانطلاقا من وعينا بضرورة تجنّد كافة قوى المجتمع المدني ومؤسسات الدولة وكل الفاعلين السياسيين، نحن نساء تونس ورجالها من جامعيين ومدرّسين وفاعلين ثقافيين ومبدعين، المجتمعين في مؤتمرنا هذا المنعقد ضد الإرهاب ودفاعا عن الدولة المدنية والديمقراطية، نعلن: - إن الإرهاب ظاهرة شمولية لأنه نتاج إيديولوجيا تقدم نفسها للعالم على أنها منوال حياة وتفكير وفعل، وهي تستخدم قدرات مادية كبيرة ودعاية تستند إلى استغلال مكثف لوسائل التواصل الحديثة. ومن أجل محاصرته واقتلاع جذوه من المجتمع لا بد من فهمه بكل أبعاده.- إن الإرهاب الذي نعاني من ضرباته الوحشية إنما هو تعبيرة إيديولوجية لأقلية تمارس العنف وتستند في أفكارها على تأويل حرفي ومتطرف للدين وللنصوص المؤسسة له. وهي إيديولوجيا تستهدف المرأة بالتحديد وتحريرها الذي مثل أهم عامل في تحديث مجتمعنا.. ويستلهم الإرهاب الجهادي أهم رؤاه ومبادئه وتصوراته، من الإسلام السلفي الوهابي ومن الإيديولوجيا السياسية لجماعة " الإخوان المسلمين ". فهو ليس ظاهرة تونسية بالذات، بل هو ظاهرة عابرة للحدود، وهو يمثل في تونس حلقة من سلسلة الإرهاب المعولم والناشط في المنطقة,وفي الشرق كما في الغرب. وهو مموّل من شبكات تختلط فيها مصالح متعددة ومركبة, جغرا فية- سياسية وإيديولوجية واقتصادية وعسكرية. إنه يعادي الحداثة كما يعادي إرثنا المتعدد والضارب في التاريخ، وهو في حرب ضد الجمهورية المدنية والديمقراطية، وهو ينضوي تلقائيا ضمن النظام الرأسمالي المعولم ويعادي في نفس الوقت الثقافة الكونية باسم كيانات مكتملة الهوية سياسيا وعقائديا. إن الفجوة الاقتصادية والاجتماعية والثقافية العميقة داخل البلاد وفي العالم ، توهم الشباب الثائر على وضعه بأن "الجهاد" أن يشكل البديل المنقذ، ويخلق لديه الوهم أن هذا " الجهاد هو " ردّ " شرعي " و "عادل" في وجه الظلم والحيف العالميين.وحتى نتغلب على الإرهاب ونهزمه فإنه من الضروري وضع مشروع مستقبلي يفتح الآفاق الرحبة وأبواب الأمل أمام الشباب ويجعلهم يثقون في المستقبل، كما ينبغي إقناعهم بإمكانية الفعل الإيجابي والتعبير عن الذات والاندماج في المجتمع بشكل سلمي ومنظم عوض محاربة هذا المجتمع بالاستبعاد الذاتي وبالعنف.إن مسؤولية تحقيق ذلك تقع على عاتق الدولة والمؤسسات الاقتصادية والمجتمعية والثقافية ومكونات المجتمع المدني، وعلى الشباب، وعلينا نحن المثقفين بمختلف انتماءاتنا الفكرية والفنية والعقائدية، وذلك بالتفكير والعمل بأشكال متعددة لوضع عقد اجتماعي مشترك قائم على قيم والتزامات متبادلة، ويرمم العقد الاجتماعي الذي تآكل.إن هذا العقد الاجتماعي الجديد ينبغي أن يقوم على: ــ دولة قانون مؤسسة على الدستور، تدافع عن نفسها وتدافع عن المجتمع، وتفرض احترام القوانين واستقلالية القضاء، وتوقف عمليات التدمير والتدمير الذاتي.ــ مشروع مجتمع متجدد قائم على المبادئ الكونية المتمثلة في المساواة بين الرجال والنساء، وفي حرية الفرد وحرية التفكير المضمونة دستوريا.ــ إعادة صياغة علاقة الدولة بالدين بغية إنشاء فصل واضح بين السياسي والديني، وبين الفضاء العام والفضاء الخاص، وهو ما يوجب إعادة النظر في وضع الهيئات المسؤولة عن الشؤون الدينية لضمان تحييدها وحمايتها من أي توظيف إيديولوجي.ــ مدرّسين ونظام تربوي يؤسس لمدرسة جديدة تربي وتكرّس نمط الحياة المشتركة وتثقف وتطلق الطاقات الفردية لدى الناشئة.ــ جامعة مواطنية منفتحة على العالم وعلى تجديد المعارف ، وتعمل على تأصيل الفكر النقدي، وتتمتع بالحرية الأكاديمية وتحظى بالإمكانيات اللازمة لتحقيق جودة التعليم.ــ سياسة تقّرب الثقافة للجميع وتضع الفن والتراث في خدمة المجتمع ورقيّه. ــ سياسة اجتماعية تقضي على التفاوت واللامساواة، وتمنح الفرص لجميع الجهات، وللشباب من مختلف فئات المجتمع. ــ مضاعفة الفضاءات الإعلامية المخّصصة لتوعية الرأي العام بمخاطر الإنغلاق على الذات والتصورات الضيقة والدغمائية للدين وللتاريخ، وهو ما من شأنه أن يعمل على حماية المجتمع من المخاطرالتي تنتج عن ذلك . وعيا منا بمسؤوليتنا التاريخية، ورغبة منا في المساهمة ديمقراطيا في ما من شأنه أن يرسي قواعد إصلاح عميق في مجتمعنا وفي ثقافته، نعلن نحن الموقعين على هذا البيان، أننا سنعمل باستمرار بصفتنا ائتلاف للعمل والمبادرة لمناهضة الإرهاب، ومن أجلا نتقال ديمقراطي يضمن الحرية والعدالة والسلم لجميع التونسيات والتونسيين.قصر المؤتمراتتـــونس في 12 أوت 2015 Le Manifeste des Intellectuels contre le Terrorisme Notre société subit, depuis plus de quatre ans, les attaques meurtrières d’un terrorisme islamiste, organisé et soutenu par les réseaux locaux, régionaux et internationaux. Les victimes de ce terrorisme se comptent par dizaines parmi les personnalités politiques, les militaires, les forces de l’ordre et les civils étrangers et tunisiens. Le terrorisme vise à détruire la paix civile, la cohésion sociale, la sécurité de l’Etat et l’économie du pays. Il recrute essentiellement parmi les franges les plus vulnérables de notre jeunesse et propage la haine de l’Autre et la banalisation de la violence. Conscients de la nécessité de la mobilisation de toutes les forces de la société civile, de l’Etat et de tous les acteurs politiques, nous, femmes et hommes, universitaires, enseignants, acteurs culturels et créateurs, réunis dans ce Congrès contre le terrorisme et pour la défense de l’Etat civil et démocratique adoptons le présent manifeste :Le terrorisme, est un phénomène total parce que fruit d’une idéologie qui se présente au monde comme un mode d’être, de penser et d’agir, mobilisant des moyens matériels et une propagande fondée sur un usage intensif et abusif des nouvelles technologies de communication. Pour le neutraliser et extirper ses racines de la société, il doit être mieux appréhendé dans toutes ses dimensions.Le terrorisme, dont nous subissons les actes barbares, est l’expression idéologique d’une minorité violente qui se base sur une interprétation littérale et extrémiste de la religion et de ses textes fondateurs. Cette idéologie aliène particulièrement les femmes, dont la libération a constitué le principal opérateur de modernité dans notre société.Le terrorisme islamiste puise l’essentiel de sa vision, de ses principes et conceptions des traditions de l’islam salafiste wahabite et des idéologies politiques qui s’en inspirent notamment celle des « Frères musulmans ». Il n’est pas un phénomène proprement tunisien. Il est transfrontalier et constitue un maillon d’une chaîne mondialisée du terrorisme international actif dans la région, en Orient et en Occident. Il est nourri par des réseaux où se mêlent des intérêts complexes et multiples, géopolitiques et idéologiques, économiques et militaires.Ennemi de la modernité et de notre héritage pluriel et millénaire, en guerre contre la République civile et démocratique, le terrorisme « jihadiste » s’inscrit spontanément dans le capitalisme globalisé tout en rejetant l’universel au nom d'identités politiquement et idéologiquement construites.Les fractures économiques, sociales et culturelles profondes à l’intérieur du pays et dans le monde font accroire à la jeunesse contestataire que le terrorisme peut constituer l’alternative salutaire et créent, auprès d’elle, l’illusion que ce « jihadisme » constitue une réponse « légitime » et « juste » aux injustices du monde. Pour vaincre le terrorisme, il faut, par conséquent, construire un projet d’avenir, à même de convaincre la jeunesse de la possibilité d’agir, de s’exprimer et de s’épanouir dans la société et non contre elle, de façon pacifique et organisée et non par la violence et l’auto-exclusion.Il incombe, pour ce faire, à l’Etat, aux institutions économiques, sociales et culturelles, à la société civile, et à la jeunesse et à nous intellectuels de toutes les obédiences philosophiques, artistiques et religieuses de réfléchir et d’agir sous des formes diverses pour reconstruire un pacte social partagé, fait de valeurs et d’engagements réciproques, à même de restaurer le pacte civique gravement altéré. Ce pacte social nouveau se fonde sur : • Un Etat de droit fondé sur la Constitution, qui se défend et défende la société, qui impose le respect des lois, l’indépendance de la justice, l’arrêt de la destruction et de l’autodestruction. • Un projet de société renouvelé, fondé sur les principes universels de l’égalité entre les hommes et les femmes, de la liberté de l’individu et de la pensée garantis par la Constitution.• Une refonte du rapport de l’Etat au religieux en vue d’établir une nette séparation entre le politique et le religieux, entre la sphère publique et la sphère privée, de revoir les statuts des instances en charge des affaires du culte afin d’en assurer la neutralité et de les protéger contre toute manipulation idéologique. • Des enseignants et un système éducatif qui se remettent en question et innovent : une école qui éduque, qui enseigne le vivre-ensemble, cultive et libère les capacités de la personne.• Une université citoyenne ouverte sur le monde et le renouvellement des savoirs et l’ancrage de la pensée critique et jouissant de la liberté académique et de moyens garantissant la qualité de l’enseignement• Une politique culturelle de proximité qui met l’art et le patrimoine au service de la société et de son développement.• Une politique sociale qui combat les inégalités et offre des opportunités au profit de toutes les régions, des jeunes et de tous les groupes sociaux.• Une multiplication des espaces médiatiques destinés à sensibiliser l’opinion publique au sujet des risques liés au repli identitaire et aux conceptions réductrices et dogmatiques de la religion et de l’histoire et visant à prémunir la société contre leurs dangers. Conscients de nos responsabilités et désireux de contribuer démocratiquement à des actions en vue d’asseoir les bases d’une réforme profonde de notre société et de sa culture, nous signataires de ce manifeste nous nous déclarons mobilisés de façon durable en tant que collectif d’action et de propositions contre le terrorisme, pour une transition démocratique garantissant la liberté, la justice et la paix pour toutes les tunisiennes et les tunisiens. Manifesto of Intellectuals Against Terrorism For the last four years, our society has suffered deadly attacks of terrorism with islamic origin, organized and supported by local, regional and international networks. There are tens of victims of terorism among them politicians, military and internal security forces as well as foreign and tunisian civilians. Terrorism aims at undermining civil peace, social cohesion, state security and the economuy of the country. It mainly recruits amonng the most vulnerable communities of youngsters and disseminates hatred of the Other and renders violence trivial. Being aware of the necessity for mobilization of all the forces in the civil society, the state and all the political actors, we, women and men, academics, cultural actors and creators, assembled in this congress against terrorism and for the defense of the civil and democraticv state, adopt this current manifesto.Terrorism is a global phenomenon, the outcome of an ideology which introduces itself to the world as a mode of being, thinking and acting, drawing on material means and propaganda. Terrorism should be approached with all its ramifications, in order to neutralize and disqualify it in the eyes of society.The savage acts of terrorism we are undergoing, are the ideological manifestation of a violent minority that has a literal and extermist interpretation of religion and its fouding sources. This ideology, alienates women particularly, whose liberation is the main operator of modernity in our society. Islamist terrorism draws the main part of its vision from the principles and conceptions of the salafist, wahabite islamic tradition as well as the political ideologies which inspire them, and particularly that of the "Muslim Brotherhood". Terrorism is not a genuine Tunisian phenomenon. It crosses frontiers and constitutes a node in the world chain of terrorism active in the region, in the East as well as in the West. It feeds on networks where complex and multiple geopolitical, ideological, economic and military interests merge.Enemy of modernity and of multiple and millinary heritage, waging war against the civil and democratic Republic, terrorism is naturally part of globalized capitalism while rejecting the universal, in the name of politically and ideologically constructed identities, with no link to the complexities of real and multiple belongings. The social, cultural and economic gaps inside the country as well as in the world push dissenting young people to the belief that terrorism could be the salutary alternative and create in them the illusion that this "jihadism" is a legitimate and fair response to injustice in the world. Consequently, and in order to defeat terrorism, a project for the future must be constructed, capable of convincing the youth that action is possible, expressing onself and opening up in society and not against it, in an organized and peaceful way, and not through resorting to violence and self-exclusion. To achieve these goals, it is up to the state , economic, social, cultural, civil society, the youth, as well as to us, intellectuals, of all philosophical, artistic and religeous orientations to think and act within different frames to reconstruct a shared social pact, made of values and mutual commitments, capable of restoring the civil pact which has been dangerously altered. This new social pact is based on:A rule of law bsed on the constitution, which defends itself and society, imposes respect of law, autonomy of justice, putting an end to destruction and self destruction.A renewed social project, based on universal principles of equality between men and women, freedom of individuals and thought. A remaking of the relation of the state to religion in order to establish a clear separation between the political and the religeous, between the public and private spheres, to rethink the status of the institutions in charge of religeous affairs, so that neutrality is assured and protected against ideological manipulationInstructors and an educational system in constant change and innovation: aschools which teach the live together, cultivate and liberate people's competences. A university for citizens open to the world and renewal of knowledge and the strenghtening of critical thought. It enjoys academic freedom and has the means to garantee good quality teaching. Closer cultural policy which puts art and heritage to the service of society and its development. A social policy which fights inequalities and offers opportunities to all the regions, the youth, and all the social groupsMultiplication of media spaces aimed at sensitizing public opinion to the risks of identitarian closure and to reductive and dogmatic conceptions of religion and history. The ultimate objective is to guard society against these dangersAn effective security and defense policy Aware of our responsibilities and keen to contribute democratically to actions in order to establish the bases of a profoud reform of our society, we signatories of the manifesto, declare hereby that we remain constantly mobilized as a collective for action and propositions against terrorism, for a democratic transition that ensuress liberty, justice, and peace for all our countrymen and women. Tunis, 12th August 2015 Tunis 12/08/2015   28 persone raggiunte  
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Perché i musulmani dovrebbero leggere l’Enciclica papale Di Roberta Papaleo il 30 giugno 2015 Nell'Enciclica "Laudato Si'" Papa Francesco è riuscito a creare un nuovo terreno comune tra i seguaci di tutte le fedi Perché i musulmani dovrebbero leggere

Perché i musulmani dovrebbero leggere l’Enciclica papale Di Roberta Papaleo il 30 giugno 2015 Nell'Enciclica "Laudato Si'" Papa Francesco è riuscito a creare un nuovo terreno comune tra i seguaci di tutte le fedi             1 Voto  Di Abdullah Hamidaddin. Al-Arabiya (28/06/2015). Traduzione e sintesi di Angela Ilaria Antoniello. Devo ringraziare Twitter per molte cose, tra queste l’Enciclica di Papa Francesco: “Laudato Si'” (sulla cura della casa comune). Appena una settimana fa non ero nemmeno a conoscenza della parola ‘enciclica’. È su Twitter che mi ci sono imbattuto, seguendo il Papa e i suoi tweet, che la scorsa settimana hanno riguardato, tra varie questioni sociali, l’ambiente. Da musulmano ho sentito parlare molto dell’Islam come religione sia della vita dopo la morte che di questa vita. E di come ogni aspetto della nostra vita abbia una dimensione religiosa. Questa idea in sé potrebbe portare a risultati diversi, ma quello prevalente nel mondo musulmano è che bisogna implementare la shari’a. Quindi quando ho iniziato a leggere l’enciclica ho pensato “sembra di sentirsi a casa, ma un diverso tipo di casa”. Sto ancora cercando di cristallizzarne il significato, ma era chiaro che non si trattava di un invito ad applicare le leggi religiose. Qui il Papa stava discutendo questioni che ci riguardano come esseri umani con l’aggiunta di una dimensione spirituale. Stava spiritualizzando la nostra ricerca di soluzioni ai principali problemi che affliggono l’umanità. Le idee espresse in “Laudato Si'” non sono una novità, né un’esclusiva del Papa. Ma la carica spirituale che è stata data loro è fonte d’ispirazione, almeno per me, anche nei casi in cui non ero d’accordo con lui, come ad esempio sul controllo delle nascite. Mi è piaciuto l’approccio, il modo in cui la spiritualità è stata incorporata nella mia vita, senza alcuna menzione della legislazione. L’Enciclica ha suscitato molte polemiche e dibattiti, e continuerà a farlo nei Paesi e nelle comunità con un’eredità cattolica o cristiana. Ora, la cura per il nostro mondo, la fede nella giustizia sociale, l’empatia con le preoccupazioni dei poveri e degli oppressi, oltre alle conseguenze della tecnologia, non sono questioni facili. Sono complicate e profondamente intrecciate con il potere e gli interessi. Inoltre non sono questioni in attesa di essere riconosciute o sollevate da un’autorità religiosa. Spiritualizzare questi problemi può avere un forte impatto sull’individuazione e l’attuazione di soluzioni. Noi siamo esseri razionali, possiamo infatti discutere le preoccupazioni dell’umanità facendo un’analisi costi-benefici; ma siamo anche esseri morali e quindi possiamo discutere delle difficoltà altrui e dell’obbligo che coloro che stanno meglio hanno verso i meno privilegiati. Siamo però anche esseri spirituali, o almeno molti di noi lo credono. Ed è qui che l’autorità religiosa è importante, poiché aggiunge una dimensione spirituale alle discussioni sugli esseri umani e il benessere dell’umanità. Il Papa, a mio avviso, ha parlato come un razionalista, presentando le conclusioni a cui è giunto sulla base del suo pensiero razionale, ma ha parlato anche come un moralista sottolineando gli obblighi che abbiamo verso l’altro e verso la terra su cui viviamo. Inoltre, ha parlato come autorità religiosa insistendo sul fatto che le grandi questioni della nostra vita devono far parte del nostro cammino spirituale. Stava dicendo che aprire i nostri cuori a Dio non riguarda solo dei rituali, ma è una questione di empatia, cura e salvaguardia delle benedizioni che Dio ci ha dato. Come musulmano trovo la sua dichiarazione estremamente confortante. Non importa se condivide la mia fede. Né mi importa se sono d’accordo con tutte le sue conclusioni. Ciò che conta per me è che il Papa ha creato un nuovo terreno comune, a livello spirituale, tra i seguaci di tutte le fedi. Tutto questo potrebbe sembrare un sogno ad occhi aperti per molti. La violenza e il terrore affliggono la nostra vita al punto che alcuni di noi sono ora credono che questo sia il nostro destino. Ma ci sono molti altri che rifiutano di arrendersi al terrorismo, che rifiutano un atteggiamento fatalista circa il futuro dell’umanità, che insistono nel voler sperare e celebrare tutti gli sforzi perché tra la gente ci sia pace ed empatia per l’altro. Credo che enciclica del Papa sia uno di questi sforzi che dovrebbe essere celebrato ed abbracciato dalle persone di tutte le forme di credenza, e addirittura anche da chi non crede. Abdullah Hamidaddin scrive di religione, società mediorientali e politica con particolare attenzione ad Arabia Saudita e Yemen. Vai all’originale I punti di vista e le opinioni espressi in questa pubblicazione sono di esclusiva responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente il punto di vista di Arabpress.eu  inShareArticoli correlati:Matrimoni interconfessionali in Tunisia “Article of Truth”: nuovo video rap palestinese contro i media (video) Il Papa parla di genocidio in Armenia e la Turchia risponde Il Papa chiede la pace in Siria e Iraq per la Pasqua
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Perché i musulmani dovrebbero leggere l’Enciclica papale Di Roberta Papaleo il 30 giugno 2015 Nell'Enciclica "Laudato Si'" Papa Francesco è riuscito a creare un nuovo terreno comune tra i seguaci di tutte le fedi Perché i musulmani dovrebbero leggere

Perché i musulmani dovrebbero leggere l’Enciclica papale Di Roberta Papaleo il 30 giugno 2015 Nell'Enciclica "Laudato Si'" Papa Francesco è riuscito a creare un nuovo terreno comune tra i seguaci di tutte le fedi             1 Voto  Di Abdullah Hamidaddin. Al-Arabiya (28/06/2015). Traduzione e sintesi di Angela Ilaria Antoniello. Devo ringraziare Twitter per molte cose, tra queste l’Enciclica di Papa Francesco: “Laudato Si'” (sulla cura della casa comune). Appena una settimana fa non ero nemmeno a conoscenza della parola ‘enciclica’. È su Twitter che mi ci sono imbattuto, seguendo il Papa e i suoi tweet, che la scorsa settimana hanno riguardato, tra varie questioni sociali, l’ambiente. Da musulmano ho sentito parlare molto dell’Islam come religione sia della vita dopo la morte che di questa vita. E di come ogni aspetto della nostra vita abbia una dimensione religiosa. Questa idea in sé potrebbe portare a risultati diversi, ma quello prevalente nel mondo musulmano è che bisogna implementare la shari’a. Quindi quando ho iniziato a leggere l’enciclica ho pensato “sembra di sentirsi a casa, ma un diverso tipo di casa”. Sto ancora cercando di cristallizzarne il significato, ma era chiaro che non si trattava di un invito ad applicare le leggi religiose. Qui il Papa stava discutendo questioni che ci riguardano come esseri umani con l’aggiunta di una dimensione spirituale. Stava spiritualizzando la nostra ricerca di soluzioni ai principali problemi che affliggono l’umanità. Le idee espresse in “Laudato Si'” non sono una novità, né un’esclusiva del Papa. Ma la carica spirituale che è stata data loro è fonte d’ispirazione, almeno per me, anche nei casi in cui non ero d’accordo con lui, come ad esempio sul controllo delle nascite. Mi è piaciuto l’approccio, il modo in cui la spiritualità è stata incorporata nella mia vita, senza alcuna menzione della legislazione. L’Enciclica ha suscitato molte polemiche e dibattiti, e continuerà a farlo nei Paesi e nelle comunità con un’eredità cattolica o cristiana. Ora, la cura per il nostro mondo, la fede nella giustizia sociale, l’empatia con le preoccupazioni dei poveri e degli oppressi, oltre alle conseguenze della tecnologia, non sono questioni facili. Sono complicate e profondamente intrecciate con il potere e gli interessi. Inoltre non sono questioni in attesa di essere riconosciute o sollevate da un’autorità religiosa. Spiritualizzare questi problemi può avere un forte impatto sull’individuazione e l’attuazione di soluzioni. Noi siamo esseri razionali, possiamo infatti discutere le preoccupazioni dell’umanità facendo un’analisi costi-benefici; ma siamo anche esseri morali e quindi possiamo discutere delle difficoltà altrui e dell’obbligo che coloro che stanno meglio hanno verso i meno privilegiati. Siamo però anche esseri spirituali, o almeno molti di noi lo credono. Ed è qui che l’autorità religiosa è importante, poiché aggiunge una dimensione spirituale alle discussioni sugli esseri umani e il benessere dell’umanità. Il Papa, a mio avviso, ha parlato come un razionalista, presentando le conclusioni a cui è giunto sulla base del suo pensiero razionale, ma ha parlato anche come un moralista sottolineando gli obblighi che abbiamo verso l’altro e verso la terra su cui viviamo. Inoltre, ha parlato come autorità religiosa insistendo sul fatto che le grandi questioni della nostra vita devono far parte del nostro cammino spirituale. Stava dicendo che aprire i nostri cuori a Dio non riguarda solo dei rituali, ma è una questione di empatia, cura e salvaguardia delle benedizioni che Dio ci ha dato. Come musulmano trovo la sua dichiarazione estremamente confortante. Non importa se condivide la mia fede. Né mi importa se sono d’accordo con tutte le sue conclusioni. Ciò che conta per me è che il Papa ha creato un nuovo terreno comune, a livello spirituale, tra i seguaci di tutte le fedi. Tutto questo potrebbe sembrare un sogno ad occhi aperti per molti. La violenza e il terrore affliggono la nostra vita al punto che alcuni di noi sono ora credono che questo sia il nostro destino. Ma ci sono molti altri che rifiutano di arrendersi al terrorismo, che rifiutano un atteggiamento fatalista circa il futuro dell’umanità, che insistono nel voler sperare e celebrare tutti gli sforzi perché tra la gente ci sia pace ed empatia per l’altro. Credo che enciclica del Papa sia uno di questi sforzi che dovrebbe essere celebrato ed abbracciato dalle persone di tutte le forme di credenza, e addirittura anche da chi non crede. Abdullah Hamidaddin scrive di religione, società mediorientali e politica con particolare attenzione ad Arabia Saudita e Yemen. Vai all’originale I punti di vista e le opinioni espressi in questa pubblicazione sono di esclusiva responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente il punto di vista di Arabpress.eu  inShareArticoli correlati:Matrimoni interconfessionali in Tunisia “Article of Truth”: nuovo video rap palestinese contro i media (video) Il Papa parla di genocidio in Armenia e la Turchia risponde Il Papa chiede la pace in Siria e Iraq per la Pasqua
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