News dal Forum Italotunisino

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Guerre del golfo 1991/2016. Una cronologia dei conflitti che iniziavano. Nel momento in cui, dopo il crollo del Muro di Berlino, sta per dissolversi l’Urs

La «Tempesta nel deserto» apriva la fase che viviamo Guerre del golfo 1991/2016. Una cronologia dei conflitti che iniziavano. Nel momento in cui, dopo il crollo del Muro di Berlino, sta per dissolversi l’Urss  Soldati Usa in Afghanistan  © LaPresse - Reuters Manlio Dinucci EDIZIONE DEL16.01.2016 PUBBLICATO15.1.2016, 23:59Nelle prime ore del 17 gennaio 1991, inizia nel Golfo Persico l’operazione «Tempesta del deserto», la guerra contro l’Iraq che apre la fase storica che stiamo vivendo. Questa guerra viene lanciata nel momento in cui, dopo il crollo del Muro di Berlino, stanno per dissolversi il Patto di Varsavia e la stessa Unione Sovietica. Ciò crea, nella regione europea e centro-asiatica, una situazione geopolitica interamente nuova. E, su scala mondiale, scompare la superpotenza in grado di fronteggiare quella statunitense. «Il presidente Bush coglie questo cambiamento storico», racconta Colin Powell. Washington traccia subito «una nuova strategia della sicurezza nazionale e una strategia militare per sostenerla». L’attacco iracheno al Kuwait, ordinato da Saddam Hussein nell’agosto 1990, «fa sì che gli Stati uniti possano mettere in pratica la nuova strategia esattamente nel momento in cui cominciano a pubblicizzarla». Il Saddam Hussein, che diventa «nemico numero uno», è lo stesso che gli Stati uniti hanno sostenuto negli anni Ottanta nella guerra contro l’Iran di Khomeini, allora «nemico numero uno» per gli interessi Usa in Medioriente. Ma quando nel 1988 termina la guerra con l’Iran, gli Usa temono che l’Iraq, grazie anche all’assistenza sovietica, acquisti un ruolo dominante nella regione. Ricorrono quindi alla tradizionale politica del «divide et impera». Sotto regia di Washington, cambia anche l’atteggiamento del Kuwait: esso esige l’immediato rimborso del debito contratto dall’Iraq e, sfruttando il giacimento di Rumaila che si estende sotto ambedue i territori, porta la propria produzione petrolifera oltre la quota stabilita dall’Opec. Danneggia così l’Iraq, uscito dalla guerra con un debito estero di oltre 70 miliardi di dollari, 40 dei quali dovuti a Kuwait e Arabia Saudita. A questo punto Saddam Hussein pensa di uscire dall’impasse «riannettendosi» il territorio kuwaitiano che, in base ai confini tracciati nel 1922 dal proconsole britannico Sir Percy Cox, sbarra l’accesso dell’Iraq al Golfo. Washington lascia credere a Baghdad di voler restare fuori dal contenzioso. Il 25 luglio 1990, mentre i satelliti del Pentagono mostrano che l’invasione è ormai imminente, l’ambasciatrice Usa a Baghdad, April Glaspie — come spiegò poi nella sua intervista a Jeune Afrique -, assicura Saddam Hussein che gli Stati uniti desiderano avere le migliori relazioni con l’Iraq e non intendono interferire nei conflitti inter-arabi. Saddam Hussein cade nella trappola: una settimana dopo, il 1° agosto 1990, le forze irachene invadono il Kuwait. A questo punto Washington, formata una coalizione internazionale, invia nel Golfo una forza di 750 mila uomini, di cui il 70 per cento statunitensi, agli ordini del generale Schwarzkopf. Per 43 giorni, l’aviazione Usa e alleata effettua, con 2800 aerei, oltre 110 mila sortite, sganciando 250 mila bombe, tra cui quelle a grappolo che rilasciano oltre 10 milioni di submunizioni. Partecipano ai bombardamenti, insieme a quelle statunitensi, forze aeree e navali britanniche, francesi, italiane, greche, spagnole, portoghesi, belghe, olandesi, danesi, norvegesi e canadesi. Il 23 febbraio le truppe della coalizione, comprendenti oltre mezzo milione di soldati, lanciano l’offensiva terrestre. Essa termina il 28 febbraio con un «cessate-il-fuoco temporaneo» proclamato dal presidente Bush. Alla guerra segue l’embargo, che provoca nella popolazione irachena più vittime della guerra: oltre un milione, tra cui circa la metà bambini. Subito dopo la guerra del Golfo, Washington lancia ad avversari e alleati un inequivocabile messaggio: «Gli Stati uniti rimangono il solo Stato con una forza, una portata e un’influenza in ogni dimensione – politica, economica e militare – realmente globali. Non esiste alcun sostituto alla leadership americana» (Strategia della sicurezza nazionale degli Stati Uniti, agosto 1991). La guerra del Golfo è la prima guerra a cui partecipa sotto comando Usa la Repubblica italiana, violando l’articolo 11 della Costituzione. La Nato, pur non partecipando ufficialmente alla guerra, mette a disposizione sue forze e strutture per le operazioni militari. Pochi mesi dopo, nel novembre 1991, il Consiglio Atlantico vara, sulla scia della nuova strategia Usa, il «nuovo concetto strategico dell’Alleanza». Nello stesso anno in Italia viene varato il «nuovo modello di difesa» che, stravolgendo la Costituzione, indica quale missione delle forze armate «la tutela degli interessi nazionali ovunque sia necessario». Nasce così con la guerra del Golfo la strategia che guida le successive guerre sotto comando Usa, presentate come «operazioni umanitarie di peacekeeping»: Jugoslavia 1999, Afghanistan 2001, Iraq 2003, Libia 2011, Siria dal 2013, accompagnate nello stesso quadro strategico dalle guerre di Israele contro il Libano e Gaza, della Turchia contro i curdi del Pkk, dell’Arabia Saudita contro lo Yemen, dalla formazione dell’Isis e altri gruppi terroristi funzionali alla strategia Usa/Nato, dall’uso di forze neonaziste per il colpo di stato in Ucraina funzionale alla nuova guerra fredda contro la Russia. Profetiche, ma in senso tragico, le parole del presidente Bush nell’agosto 1991: «La crisi del Golfo passerà alla storia come il crogiolo del nuovo ordine mondiale».
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Aprite le frontiere! Migrare per vivere non per morire!

  26 de noviembre de 2015 Aprite le frontiere! Migrare per vivere non per morire!   Aprite le frontiere è l’urlo di uomini, donne, bambini e bambine fermi a Idomeine, al confine tra Grecia e Macedonia, attualmente in sciopero della fame. La loro protesta è simbolo di quanto chiedono altre migliaia e migliaia di persone in movimento ferme lungo le frontiere ai quattro angoli del pianeta.   Aprite le frontiere è l’urlo che arriva dal genocidio in atto rappresentato dalle migliaia e migliaia di persone che purtroppo non sono riuscite ad arrivare a destinazione.  È quanto chiedono i parenti di queste vittime, morte o disperse lungo le rotte migratorie, perché se alle frontiere si permettesse il transito degli essere umani, e non solo delle merci, questa umanità in movimento non sarebbe costretta ad affidarsi a mafie e trafficanti.   Aprire le frontiere ed accogliere chi fugge da guerra e miseria, alla ricerca di un futuro migliore, è anche una risposta al terrore e alla paura che seminano le bombe dei terroristi.    Paura e terrore che però gli Stati del Nord del mondo e i mass media stanno alimentando trasformando migranti e rifugiati nel nemico da cui proteggersi e di conseguenza chiudendo e militarizzando ancora di più i confini.   Aprire le frontiere è una risposta che può permettere costruire una reale solidarietà tra chi è nato in un determinato territorio e chi ne è arrivato. Una solidarietà basata sull’affermazione di società in cui ci siano diritti per tutti e tutte.   Per questo ancora una volta il 18 dicembre 2015, la Giornata d’Azione Globale contro il razzismo per i diritti dei migranti, rifugiati ed sfollati, decisa nel 2010 dall’assemblea finale del Foro Sociale Mondiale delle Migrazioni realizzato in Ecuador, cercherà di contribuire a dare visibilità alle iniziative che si svolgeranno in tutto il mondo contro il razzismo e per affermare i diritti dei migranti, rifugiati ed sfollati.  Perché affermare i loro diritti vuol dire affermare i diritti di tutti e tutte!  Una giornata di azione globale per i diritti dei migranti, rifugiati ed sfollati è possibile: il prossimo 18 dicembre 2015!   26/11/2015 18th december: Global day action/journée d'action globale/Jornada de Acción Global/Giornata d’Azione Globale   Dear friends and comrades Here you have the text that we will put in the web Global Migrants Action web to call to the mobilization on 18th December. Please remember to send us the information about your upcoming events, so that they may be publicized on the Global Migrant Action webpage http://globalmigrantsaction.org/   Cher(e)s ami(e)s et camarades, Ici vous avez le texte que on va pubblier sur la page web de la journée d'action globale pour la mobilisation du 18 décembre. S’il vous plait rappel vous de nous envoyer les communiqués relatifs à votre initiatives afin qu'ils puissent être publiés sur la page web de la Global Migrants Action : http://globalmigrantsaction.org/   Querid@s amig@s, compañe@s Aqui va el texto que será publicado en la página web de la Jornada de Acción Global para llamar a la movilización del 18 de diciembre. Les pedimos por favor que recuerden de mandarnos los comunicados de las iniciativas que realizarán para que las publiquemos en la pagina web de la Jornada de Acción Global: http://globalmigrantsaction.org/   Cari amici, compagni, amiche e compagne Qui potete trovare il testo che sarà pubblicato nella pagina web della Giornata d’Azione Globale per chiamare alla mobilitazione il 18 dicembre. Vi chiediamo di ricordare di mandarci i comunicati delle vostre iniziative affinché siano pubblicati nella pagina web della Global Migrants Action: http://globalmigrantsaction.org/   Open the borders! Migrate to live, not die! “Open the borders” is the plea yelled by men, women, and children who are standing in Idomeine, at the border between Greece and Macedonia, who are currently on a hunger-strike. Their protest represents what many other thousands of people are demanding, as they are stopped in their migration along the borders of all four corners of the world. “Open the borders” is the scream coming from the current genocide, whose victims are the many thousands of people who unfortunately could not make it to their destination. It is also what these victims’ families are asking for their missing or dead loved ones, lost along their migration journey; because we know that if human beings were allowed to cross borders like it is allowed for goods, this humanity on the move would not be forced to entrust its fate to the mafia and to human traffickers. Opening borders and welcoming those who flee war and miserysearching for a better future is an answer to the terror and fear sown by terrorists’ bombs. Instead, many Nations in the North of the planet, along with mass media, are feeding into this same terror and fear, transforming migrants and refugees into the enemy from which we must protect ourselves, and then sealing and militarizing their borders even more. Opening borders is an answer that could foster the creation of true solidarity between those who were born in a particular land and those who arrived there from elsewhere; solidarity based on the affirmation of a society in which there are rights for all men and all women. The final assembly of the 2010 World Social Forum on Migration, in Ecuador, called for a Global Day of Action; with this in mind, the Global Day of Action on December 18th, 2015, will contribute to give more visibility to all initiatives taking place on that day throughout the world, demonstrating against racism and promoting human and civil rights for migrants, refugees, and displaced people. Because asserting their rights means asserting the rights of all men and women! A global day of action for the rights of migrants, refugees, and the displaced, is possible: on December 18th , 2015! November 26th, 2015   Ouvrez les frontières! Migrer pour vivre pas pour mourir ! Ouvrez les frontières ! c’est le cri d’hommes, de femmes et d’enfants bloqués à Idomeine, à la frontière entre la Grèce et la Macédoine. Actuellement ils sont en grève de la faim. Leur protestation est un symbole de ce que demandent d’autre milliers et milliers de personnes en mouvement le long des frontières au quatre coins de la planète. Ouvrez les frontières c’est le cri qui arrive di génocide en acte, représenté par les milliers et les milliers de personnes qui ne sont, hélas, pas arrivé à destination. C’est ce que demandent les parents de ces victimes, mortes ou bien portées disparu le long des voies migratoires, parce que si les frontières permettaient le passage des êtres humains et pas seulement des marchandise, cette humanité en mouvement ne serait pas contrainte à se fier e à se mettre en main aux mafias et aux trafiquants. Ouvrir les frontières et accueillir qui fuit la guerre et la misère, à la recherche d’un futur meilleur, est aussi une réponse à la terreur et à la peur que sèment les bombes des terroristes. Peur et terreur que les États du Nord du monde et les média alimentent transformant les migrants et les réfugiés en un ennemie du quel avoir peur et du quel se protéger en fermant et en militarisant toujours plus les frontières. Ouvrir les frontières c’est une réponse qui peut permettre de construire une réelle solidarité sociale entre qui est né dans un territoire déterminé et qui y arrive. Une solidarité basée sur l’affirmation d’une société en laquelle il y a des droits pour toutes et tous. Ainsi encore une fois le 18 décembre 2015, la Journée d’Action Globale contre le racisme pour les droits des migrants, des réfugiés et des déplacés, décidée en 2010 durant l’assemblée finale du Forum Social Mondial des Migrations réalisé en Ecuador, cherchera de contribuer à donner une visibilité aux initiatives qui se déroulerons dans le monde entier contre le racisme et pour les droits des migrants, des réfugiés et des déplacés. Parce que affirmer leurs droits veut dire affirmer les droits de tous et de toutes ! Une journée d’action globale pour les droits des migrants, des réfugiés et des déplacés est possible : le 18 décembre 2015 prochain ! 26/11/2015   ¡Abrir las fronteras! Migrar para vivir no para morir!   Abrir las fronteras e el grito de los hombres, mujeres y niñ@s parad@s en Idomeine, en la frontera entre Grecia y Macedonia, actualmente en huelga de hambre. Su protesta es símbolo de cuanto piden otros miles y miles de personas en migración detenidas, en todo el mundo, en diferentes fronteras.   Abrir las fronteras es también el grito que nace a raíz del genocidio que representan las miles y miles de personas que desgraciadamente no llegaron a su destino. Es lo que piden los parientes de estas víctimas, muertas o desaparecidas a lo largo de las rutas migratorias, porque si en las fronteras se permitiese el transito de los seres humanos, y no sólo de las mercancías, esta humanidad en movimiento no se vería obligada a tratar con las mafias y los traficantes.   Abrir las fronteras y acoger a quien escapa de la guerra y de la miseria en busqueda de un mejor futuro es también una respuesta al terror y al miedo que siembran las bombas de los terroristas. Miedo y terror que sin embargo también los Estados del Norte del mundo y los medios de comunicación están alimentando transformando a l@s migrantes y a l@s refugiad@s en el enemigo del cual protegerse , justificando la aún mayor militarización y el cierre de las fronteras.       Abrir las fronteras es una respuesta que puede permitir construir una verdadera solidaridad entre quien nació en un determinado territorio y quien llegó después a vivir en él. Una solidaridad basada en la construcción de sociedades en las qu existan derechos para tod@s . Por esta razón una vez más el 18 de diciembre 2015, la Jornada de Acción Global contra el racismo por los derechos de l@s migrantes, refugiad@s y desplazad@s, votada en el 2010 en la asamblea final del Foro Social Mundial de las Migraciones realizado en Ecuador, tiene como objetivo dar visibilidad a las iniciativas que se desarrollarán en todo el mundo para defender los derechos de l@s migrantes, refugiad@s y desplazad@s.   ¡Porque defender sus derechos significa defender los derechos de tod@s!   Una jornada de acción global por los derechos de l@s migrantes, refugiad@s y desplazad@s es posible. ¡El próximo 18 de diciembre 2015!   26 de noviembre de 2015v
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EDGAR MORIN, la Repubblica • 29 nov 15 • Un Medio Oriente libero e tollerante torniamo al sogno di Lawrence d’Arabia

Nel Califfato storico convivevano popoli e religioni diverse Il colonialismo costruì Stati artificiali che si sono dissolti e incendiati dal fanatismo. Ma il terrorismo è una formula vuota che si sconfigge togliendogli le ragioni EDGAR MORIN, la Repubblica • 29 nov 15 •  Un Medio Oriente libero e tollerante torniamo al sogno di Lawrence d’Arabia    Per capire cosa succede nel mondo islamico è necessario avere una cultura storica: senza storia infatti non può esserci alcuna comprensione degli avvenimenti. Bisogna sapere, per esempio, che nell’antico Califfato c’era piena libertà religiosa sia per i cristiani che per gli ebrei, mentre l’intolleranza più cieca riguardava solo il mondo cristiano: basti pensare alle Crociate, all’Inquisizione, alle persecuzioni anti- ebraiche. In realtà il vero problema del mondo arabo è stata la sua colonizzazione durata secoli, dalla fine del 400 dopo Cristo alla decomposizione dell’Impero ottomano. Da queste macerie nacque un sogno: il sogno di ricostruire e unificare il mondo arabo, il sogno di Lawrence d’Arabia. Un progetto che però si è andato a infrangere contro le mire egemoniche di paesi europei come la Gran Bretagna e la Francia, che per perseguire i propri interessi nazionali in Medio Oriente “crearono” paesi tra loro diversi: la Siria, il Libano, l’Iraq. Ed è stato un peccato, perché una nazione unificata araba avrebbe potuto svilupparsi in senso multietnico, visto che in ognuno di quei territori avevano sempre convissuto islamici, cristiani ed ebrei. Questa nazione avrebbe potuto consolidarsi, svilupparsi in un clima di libertà religiosa. Le cose sono andate diversamente. Prima con la frantumazione in Paesi differenti, ognuno inserito in una differente sfera d’influenza. E poi, molto più recentemente, con gli effetti della strategia americana, con la seconda guerra del Golfo che è servita solo a distruggere lo stato iracheno. Ora da una parte c’è la componente sciita; dall’altra quella curda, decisa a diventare indipendente; e infine quella sunnita. In questo contesto esplosivo — e con le conseguenze di una serie di fenomeni storici come il fallimento del socialismo arabo, il fallimento delle nuove democrazie, il problema palestinese irrisolto, il sottosviluppo economico e un sentimento diffuso e generalizzato di umiliazione collettiva — si è arrivati alla situazione attuale. In cui perfino nei “laici” Territori occupati la radicalizzazione del conflitto e la disperazione hanno portato a una crescita del potere dei fattori religiosi. A questo punto, serve in primo luogo una risposta di tipo culturale. Dobbiamo introdurre nei nostri paesi l’insegnamento delle religioni, non del cattolicesimo ma di tutte le diversità: perché la religione non è, come pensava Voltaire, un’invenzione della cura, ma, come diceva Karl Marx, è il sospiro della creatura infelice. In altre parole, è l’infelicità umana che alimenta la religione. In secondo luogo, per favorire l’integrazione degli studenti musulmani, bisogna mostrare come la Francia — proprio come l’Italia, o la Spagna — sia in realtà una nazionale multiculturale. In Italia ad esempio non ci sono solo discendenti dei latini, è una nazione composta da popoli diversi, siciliani, piemontesi, trentini. E ci sono molti ebrei. L’Italia insomma non ha una razza unica, ma tante diverse, con lingue diverse che col tempo si sono integrate. È la vera eredità dell’universalismo dell’impero romano. La storia insomma deve aiutare anche i giovani a capire come l’integrazione, nel tempo, sia possibile. Terzo tema: cosa fare oggi con la parola “terrorismo”? Una parola che in realtà non è quella giusta, perché è vuota. Una parola che non contiene in sé una vera fede, una vera passione, ma solo un mondo dalla realtà rovesciata. Era così anche in fenomeni terroristici di altro tipo, come le Brigate Rosse e l’eversione nera in Italia. Le persone non nascono terroriste, si comincia magari per seguire un qualche ideale di salvezza. Come succede con l’Is: dal disagio storico e sociale si passa a pensare di essere al servizio di Dio. E nel caso degli estremisti islamici, il fuoco, il carburante che alimenta la loro follia è la questione irrisolta del Medio Oriente. Questo fuoco è come un cancro, che fa metastasi ormai nell’intero pianeta. Ecco perché bisogna risolvere una volta per tutte il problema mediorientale. Imponendo la pace a tutti le componenti che alimentano questa guerra civile. È questo l’unico modo per isolare il fanatismo di Daesh e del sedicente Califfato. Ma come fare? A questo punto, ricostruire l’integrità della Siria e dell’Iraq appare impossibile. L’unica soluzione allora è riprendere, tornare a far vivere il sogno di Lawrence d’Arabia, promuovendo una grande Confederazione del Medio Oriente in cui sia ripristinata la libertà di culto. Se decidiamo che è davvero questo lo scopo da raggiungere, allora possiamo portare avanti una grande coalizione che promuova la pace. Solo così quel concetto vuoto che chiamiamo “terrorismo” potrà essere progressivamente liquidato. Questa è una missione vitale, non solo per i francesi o gli europei, ma per tutta l’umanità. ( Questo testo è l’intervento che l’autore ha tenuto al convegno internazionale di Rimini organizzato da Edizioni Erickson)califfatocolonialismoDaeshEdgar Moringuerra in Iraqguerra in SiriaIsLawrence d’Arabiamedio orienteVota questo articolo  
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Terrorismo e Guerra. uno sguardo per capire. Mimmo Rizzuti

Forum Italo Tunisino Per la Cittadinanza Mediterranea Dopo lo sgomento , l’orrore, il dolore e la solidarietà, la condanna netta e senza appello di un attento barbaro e terrificante, la rabbia,   occorre fermarsi. Ragionare con intelligenza, mettere in campo, le riflessioni sullo scenario in cui siamo immersi ed iniziative coerenti, per arrivare, nel confronto  con gli altri,  a trovare le risposte ed i rimedi più efficaci e di lungo periodo. Prima di provocare altri disastri sarebbe opportuno mettere a nudo le cause storiche e contingenti di un fenomeno che   qualcuno ha definito la peste del XXI  secolo. Un fenomeno che genera sulla scena mondiale, in primo luogo nell’area e nei Paesi direttamente coinvolti, instabilità, pericoli ed ansia permanenti in un quadro che richiama guerre di lunga durata, come quella dei trent’anni,  che nei secoli scorsi hanno attraversato l’Europa. Se, come dice il presidente francese Hollande, siamo in guerra dobbiamo in primo luogo partire dalle cause e dalle responsabilità, dalla natura ed obiettivi della guerra in cui siamo precipitati,  del nemico che vogliamo combattere, dalle alleanze e dalle misure  da stabilire, a cominciare dal blocco della vendita di armi anche ad alleati dell’occidente che finanziano e sostengono direttamente e indirettamente Califfato e Terrorismo e prefigurarne gli esiti possibili. La storia recente ci mostra infatti che tutte le guerre innescate nell’area che va dall’Africa- Mediterranea alla penisola arabica, al Corno d’Africa, all’Afganistan, hanno sortito risultati tragici ed hanno generato il caos ed i mostri con cui siamo chiamati a confrontarci e che il loro obiettivo non è mai stato ( come d’altronde storicamente sempre avvenuto, la diffusione della democrazia, della libertà e dei diritti, ma il potere, la ricchezza, il posizionamento geo-strategico. E per questo non ci si è fatti scrupolo di costruire mostri e trasformarli, con mani di vernice, in combattenti per la libertà. E’ quanto avvenuto negli scenari di interesse geo-strategico  e per quel che più direttamente ci coinvolge ,nell’Europa e nell’area mediterranea e medio orientale, nell’ultimo quarto del secolo scorso e l’inizio del secondo millennio con il procedere della globalizzazione e dei cambiamenti epocali sul piano della tecnologia, della finanza,  delle visioni del mondo, dei mutamenti storico-politici e geografici. Perciò, per  cercare di muoverci in uno scenario complicatissimo bisogna aver chiaro ciò che si ha di fronte.  Che guerra è quella in corso? chi sono protagonisti? chi sono i loro alleati? quali gli obiettivi?  Qual è il ruolo ed il peso  ed il ruolo  dei singoli stati europei,dell’ UE e dell’Occidente?  Quali le possibili vie d’uscita.  Ognuno ha sue risposte a queste ovvie domande. Risposte , ben costruite e diffuse dai grandi media, che nella loro stragrande maggioranza tendono, se non a tacere, a ridimensionare ed a confinare in richiami e spazi marginali, motivi che storici ed analisti seri, ritengono di fondo. La Guerra in corso e i suoi grandi assenti La guerra in corso, per non andare ancora più indietro, affonda le radici nell’accordo anglo-francese  ( 1915-16)  Sykes - Picot , la conseguente divisione dell’impero ottomano e le modalità con cui fu operata dalle  potenze europee che, come noto,  “si accordarono tra loro sul modo in cui spartirsi quei territori e sulla forma da dare agli Stati sorti dalle ceneri dell’impero caduto senza la minima consultazione delle popolazioni e delle élite locali”. Verso la fine di quel secolo, anni 80 del 900, nodi, ferite e contraddizioni di quella spartizione vengono al pettine ed esplode nella regione una sfida sanguinosa. Una sfida  che si copre dietro lo schermo di diverse, anche radicalmente ,  concezioni dell’Islam,  ma in realtà  ha al suo centro gli interessi egemonici delle varie potenze regionali musulmane  (Arabia Saudita, Turchia, Egitto,Libia,Iran, Iraq Paesi del Golfo….etc) nel quadro geopolitico della globalizzazione , delle sue regole ferree, delle partite a scacchi delle grandi potenze ( USA, RUSSIA, CINA) a tutela del loro posizionamento e dei loro interessi. Le guerre americane del Golfo e dei loro  alleati “volenterosi”, cui si aggiungono i più recenti e scriteriati attacchi  francesi e inglesi alla Libia sostenuti dell’Occidente e dalla Nato, fanno il resto e generano la situazione di caos in cui siamo immersi , ovviamente in maniera differente, a nord, sud ed est del Mediterraneo. Ma fin qui restiamo nella dimensione della geopolitica e trascuriamo un elemento che solo 4 anni fa riempiva le prime pagine dei giornali di tutto il mondo: Le rivolte e le rivoluzioni delle primavere arabe. Un aspetto, del tutto trascurato e accantonato, tranne che dalle attente analisi di alcune riviste specializzate( in Italia, per esempio, LIMES di Lucio Caracciolo) a dai più attenti e schierati osservatori dei processi economici, culturali  e politico sociali che attraversano il mondo arabo-musulmano. Ebbene, da dove e da cosa nacque quell’ondata imponente che scuoteva dalle fondamenta società apparentemente ingessate e rivendicava pane, diritti , dignità e partecipazione trasferendosi subito anche sulla sponda nord del mediterraneo? Qui i grandi movimenti degli “indignados”  che, dalla Puerta del Sol di Madrid,  in varia misura e forma, interessarono tutta l’Europa e che in Italia si manifestarono con la storica vittoria del Referendum per l’acqua pubblica, davano il senso di una scossa sociale di prima grandezza che agitava tutta l’area del bacino. E’ quello il punto da cui ripartire per poter sperare di  aprire una pagina nuova in questa guerra permanete sempre più tragica e rovinosa. E’ quello un momento che comincia a travolgere dittatori e gerarchie corrotte e autoritarie che apre alla speranza e alla prospettiva di una vita dignitosa, di un lavoro onesto per milioni di giovani, del cambiamento di sistemi autoritari di governo, negatori dei diritti fondamentali e della dignità  delle persone. E’ il momento in cui nel sud e nell’est del Mediterraneo, nella penisola arabica, tremano governi , monarchie, dittatori e poteri corrotti e autoritari. E’ il momento in cui si avverte che intere popolazioni possono faticosamente aprire un percorso praticabile per il passaggio dalla sudditanza alla cittadinanza e che i movimenti che scuotono il sud del Mediterraneo possano saldarsi con i movimenti vecchi e nuovi che nel nord Mediterraneo e in Europa rivendicano un nuovo protagonismo, lavoro, dignità, la fine della dittatura della Finanza e delle giugulatorie politiche comunitarie di austerità. La risposta dei poteri minacciati non si fa attendere e assume le forme più diverse per colpire e abbattere un fenomeno la cui diffusione potrebbe essere letale per loro e l’insieme dei  sistemi e gruppi di potere al governo dalla seconda metà del 900, alternativamente  sostenuti e avversati dalle grandi potenze e dall’Occidente intero, nel quadro del loro confronto, scontro e posizionamento geopolitico in un’area vitale per il mondo. E in questo quadro l’ISIS –DAESH fa comodo a tantissimi e la volontà di abbatterlo delle dichiarazioni ufficiali si infrange con gli interessi palesi o nascosti dei singoli attori che le pronunciano. Anche la guerra in cui siamo precipitati, quindi,  spezzone della terza guerra mondiale o continuazione della prima, è una guerra come le tante altre che l’hanno preceduta e non cambierà verso se non si metterà in moto un nuovo grande protagonismo dei cittadini e dei popoli in tutte le latitudini, in grado di spingere per coniugare insieme lotta alla barbarie e  al terrore e lotta per il mutamento degli assetti sociali, riconoscimento come sacro del diritto alla vita , alla dignità, alla fuoriuscita dalla fame, dalla sete, dalle violenze permanenti continue esercitate sui più deboli e sulle popolazioni di interi continenti. E’ difficile, perché  viviamo in una condizione in cui sembra impossibile un’altra visione del mondo e della società, rispetto all’esistente. Ma bisogna provarci. Bisogna perciò,  riannodare laddove e come possibile la rete dei rapporti sociali, politici e culturali. Rafforzare progetti di interscambio tra le associazioni della società civile, mettere in atto un grande sforzo sul piano della corretta informazione, della conoscenza del mondo arabo-islamico, lavorare per  favorire l’accoglienza dei migranti e l’integrazione nel rispetto delle diversità culturali e di fede di quanti oggi arrivano  o sono già da anni nel nostro Paese. In quest’ottica molte cose si possono fare. A cominciare da un’Erasmus mediterraneo da intestare , perché no, ad Averroè che faciliti lo scambio tra gli studenti delle diverse sponde del mediterraneo; dalla messa in piedi in ogni Paese di programmi specifici di “deradicalizzione delle posizioni” attraverso lo studio e la conoscenza dell’insieme del mondo Mediterraneo a partire da quello arabo-islamico, di cui si conosce, in generale e non sempre, solo la vulgata televisiva e propagandistica , la costruzione di forum permanenti tematici a partire  da acqua, agricoltura, cittadinanza e di città. Solo un nuovo protagonismo delle giovani generazioni e della, cosiddetta, società civile può sconfiggere la barbarie e costruire una pace improntata alla dimensione della dignità umana e ad un nuovo rapporto tra i popoli. D’altra parte giovani e società civile sono i soggetti  che in Tunisia, il primo dei Paesi dal quale sono partiti i sommovimenti del 2011 e l’unico   a non essere travolto dalla reazione, hanno consentito la vittoria e la difesa dei principi della rivolta-rivoluzione del 2011 e la costituzionalizzazione dei suoi principi , guadagnandosi il Nobel per la Pace. Mimmo Rizzuti ( presidente Forum Italo Tunisino per la Cittadinanza Mediterranea)  www.forum italotunisino.com
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L’OLIVERAIE. L’AGORA DE LA MÉDITERRANÉE » Pour apprendre à vivre ensemble

« L’OLIVERAIE. L’AGORA DE LA MÉDITERRANÉE »Pour apprendre à vivre ensembleUn Forum permanent de la Méditerranée à partir de l’eau, de l’agriculture, de la vie et de la citoyenneté. La situation dans laquelle se retrouve, à l’état actuel, la Méditerranée a le ton du drame pour des millions d'hommes et de femmes dans toute la zone allant de la rive sud de la Méditerranée, au Sahel et au Corne d'Afrique, à l'Afrique dans son ensemble et de la péninsule arabique à l'Hindu Kush.L’UE et la Méditerranée sont l'épicentre d'une zone de fluctuations brutales, destinées à graver profondément sur le situation géopolitique et économique, sur l'environnement de la région et sur le sort du millions de hommes et de femmes.L'instabilité, produite par des guerres permanentes, par le terrorisme, la radicalisation, la faim, les violence de tout genre, le pillage et l’exploitation brutale de ressources, l’ environnement, les hommes et les femmes, des populations entières a généré une incroyable vague humaine qui changera l'Europe.Donc, en face de cette situation, nous ne pouvons pas être seulement des spectateurs et attendre que les grands acteurs mondiaux qui ont déterminé ce scénario, trouvent la voie pour le modifier radicalement.Il y a au contraire un urgent besoin de lieux, d’espaces et d’institutions, nombreux et différents, pour pouvoir penser, discuter et projeter ensemble les parcours que nous permettrons de apprendre à vivre ensemble.A partir de cette conviction et de cette donnée, il nait la proposition de L’OLIVERAIE. L’AGORA DE LA MÉDITERRANÉE » Un Forum permanent de la Méditerranée à partir de l’eau, de l’agriculture, de la vie et de la citoyennetéUne proposition écrite et avancée par Riccardo Petrella (Belgique), Mimmo Rizzuti (Italie), Leila Ghanem (Liban), Manoubia Ben Gadahem et Rafik Boujdaria (Tunisie), Anwar Monghith (Égypte), Virgilio Dastoli (Europe) déjà présentée, discutée et partagée dans le FSM de Tunis du 25-29 de mars dernier, reprise dans la Conférence du Messina qui célébrait le 60ème anniversaire de la conférence tenue dans la même ville qui a donné naissance à la Communauté Européenne. Dans l’appel final de cette conférence qui a eu lieu du 3 au 6 juin 2015, il a été adoptée cette proposition, dont je vais exposer les points principaux.2Pourquoi l’eau, l’agriculture, la citoyenneté, la vie ?L'EAU:L'eau, un élément essentiel pour la vie, une grande opportunité pour « vivre bien ensemble », pour les habitants de la Méditerranée, est devenu une source de séparation, de mort, de conflits, d’exploitation de la nature et d’inégalités économiques et sociales croissantes. Son essentialité semble, à paroles, partagée par tout le monde. En fait la Charte Méditerranéenne de l'Eau fut adoptée à Rome en 1992. Et à la création de « l'Union pour la Méditerranée », en juillet 2008, le premier thème sur lequel on a essayé de commencer une nouvelle phase de coopération fut l'eau.La suivante conférence euro-méditerranéenne sur l'eau du 2010, malheureusement, échoua pour des grandes divergences d'ordre politique, malgré l'existence d'un accord général de vie sur lequel les habitants de la Méditerranée peuvent essayer de construire un autre modèle pour vivre ensemble et combattre contre les causes structurelles du l'appauvrissement dans leurs pays.S’il n’y aura pas de grands changements structurels, la disponibilité et l'accès à l'eau pour une utilisation humaine seront de plus en plus critiques pour 180 millions de personnes qui déjà aujourd'hui vivent dans des conditions de stress hydrique (moins de 500 m3 pendant l'année par personne), en prenant en considération aussi les effets catastrophiques sur la Méditerranée qui seront produits par le changement climatique. L'eau deviendra encore plus que pendant le passé, une source d’ inégalités humaines et sociales.L'AGRICULTURE:Le deuxième élément pour un «autre vivre ensemble» et pour la lutte contre l'appauvrissement, passe à travers une autre agriculture, dont le liens avec l'eau sont fondamentaux et inséparables. L'irrigation constitue la partie plus importante des prélèvements d'eau dans la Méditerranée (60% en moyenne générale, mais 72% pour les pays du sud et de l’est de la Méditerranée). L'agriculture est une richesse clé pour l’échange et la vie (habitation, culture, habitudes alimentaires, régime méditerrané, pratiques sociales..) dans l’histoire et pour le devenir de la Méditerranée.Mais elle est aussi une richesse à double tranchant pour nos peuples: d’un côté elle est une source de commerce mutuellement avantageux et d’importants échanges socio-culturels, mais au même temps elle est aussi une source de grande compétition, d’exploitation et de conflits. Surtout si on pense que dans 15 ans la population de la Méditerranée dépassera les 480 millions ( dont 70% sera urbaine, donc particulièrement fragile en termes de santé en cas de hausse des prix agricoles et alimentaires).Le modèle productiviste et consumériste de l'agriculture "occidentale" industrielle intensive est en crise et il y a un grand élan mondial pour la réévaluation de l'agriculture biologique, paysanne, familiale, "kilomètres zéro ", pour l'alimentation locale, intégrée avec le territoire, pas asservie par des brevets prédateurs et par des traités commerciaux injustes.Il est temps de (re)promouvoir la Méditerranée comme un espace économique-environnemental et socio-culturel propice pour l'agriculture alternative biologique, paysanne, coopérative (très différent de ce qui est devenue la majorité des coopératives agricoles!) au service d'un 'alimentation saine et d’une gestion durable et participative du territoire. Cette agriculture est incompatible avec les processus qui génèrent l'exclusion et la pauvreté.3Son élancement au niveau de la Méditerranée aura des effets positifs importants sur l'emploi local. "Vivre et travailler dans le pays" non seulement il permettra d'arrêter l'abandon du territoire, mais il atténuera la migration et réduira les conséquences dramatiques actuelles. Mais il est aussi très important pour la rive nord de la Méditerranée et pour la construction d'un système qui puisse gérer la vague constante de la migration destinée à durer pour des années, en intervenant, par exemple, en Italie (mais pas seulement) à l'activation de processus de revitalisation des zones intérieures de la dorsale des Apennins et des zones de tourisme faible dans les Alpes.Mettre en place dans ces zones (comme il est- entre autres- prévu en Italie par la programmation 2014-2020 des Fonds structurels de l'UE) un système visant à l’accueil des réfugiés, demandeurs d'asile, et des migrants en général, et un système visant au même temps à l’arrêt du dépeuplement du territoire, à l'entretien et à la récupération d’un grand patrimoine des terres, des forêts et des maisons abandonnées, à la relance des activités productives dans l'agriculture soutenue par une gamme de services essentiels à la vie d'aujourd'hui ( communication, formation, protection, soins), mettre en place un système de ce genre, toujours soutenu par la recherche scientifique, il peut marquer un véritable tournant dans les politiques européennes en général, et pas seulement dans les politiques de cette domaine spécifique.LA VIE ET LA CITOYENNETÉD’ici le troisième élément du projet: la vie.C’est-à-dire le droit à la vie pour tout le monde dans l’égalité, la justice et la solidarité, et le droit à la vie d’autres espèces vivantes et de la nature. La vie conçue comme paix et comme culture. L’eau et la nourriture comme base pour la paix. La communication et l’échange d’idées et de projets comme base pour la culture plurielle dans une zone déterminée, comme ils l’affirment les études attentifs de Braudel et de son école sur l’approche de l’historiographie positive des “Annales”, comme une zone inspirée à l’ “‘Unité’, la « cohérence », au « même destin », à la « grandeur » .L’Oliveraie. Agora de la MéditerranéeL’olivier est l’arbre icone de la vie de la Méditerranée L’oliveraie est le symbole de la vie millénaire.. Pourquoi alors ne pas lancer l’initiative “ L’Oliveraie. Agora de la Méditerranée ”,forum permanent, ouvert et itinérant dont les premières thèmes d’analyse, d’échange et de conception de projets politiques pourraient être l’eau et l’agriculture et les liens entre eux et le “vivre ensemble”?Il s’agit de deux sujets sur lesquels il existe un riche patrimoine de « projets » déjà élaborés ( on pense au “Plan Bleu” concernant l’eau ou au “Slow Food” pour ce qui concerne les semences et l’agriculture).Un troisième sujet qui va naitre de manière spontanée en relation à la vie, il va concerner la « citoyenneté méditerranée », les droits, la liberté de circulation.Quelles-sont-elles les perspectives et les conditions ?Sur les deux thèmes de l’eau et de l’agriculture il est en cours un projet de recherche et de développement promu par l’UE et concernant spécifiquement la Méditerranée dans le domaine du 7ème Programme de recherche de l’UE. Il s’appelle PRIMA, Partnership in Research and Innovation in the Mediterranean Area et son but est de contribuer à travers les activités de recherche et d’innovation à promouvoir une société plus saine et durable.4Les protagonistes principaux de PRIMA sont les centres de recherche, les universités et les entreprises.”L’Oliveraie. L’Agora de la Méditerranée ” est un forum permanent, itinérant basé sur la participation active des citoyens (associations, mouvements, coopératives et sociétés mutuelles, entreprises locales et de l’économie sociale et solidaire, la société civile en générale) et des institutions publiques locales, régionales (par exemple par la Méditerranée Nord, la région PACA, de la Catalogne, de la Murcia, de la Sicile, de la Croatie). La « présidence » de l’agora devrait être assurée à tour de rôle tous les six mois par un parlement de six Pays membres qui auront adhéré progressivement à l’Agora.En fait il s’agit de commencer un parcours sur base volontaire dans l’espoir que tous les Pays de la Méditerranée vont bientôt adhérer à l’Agora.La conférence de Messine nous enseigne qu’il est possible commencer par des principes communes, même si le nombre des pays est d'abord limitée. Le choix des parlements plutôt que des gouvernements ne signifie pas l'exclusion des gouvernements, mais il est lié au fait que les parlements sont composés par des représentants élus par le peuple et donc il est conforme à l'objectif de l'Agora 'basé sur la participation des citoyens et des institutions élues.L'histoire récente montre que le devenir de la Méditerranée n’est pas seulement "une entreprise/affaire/question des gouvernements", et il ne peut pas être réduit à des accords entre les «stakehorlders" chers à la "gouvernance économique mondiale" oligarchique à l’état actuel. La participation effective des citoyens eux-mêmes à partir des institutions des « communautés de vie » locales est essentielle.LA FINANCEC’est tout aussi importante la question de la finance et du financement des futurs projets pour l'eau et l'agriculture. Il est possible de penser et de planifier un autre futur, dans l'intérêt solidaire des peuples, à condition qu’on met en place de formes de financement nouvelles par rapport à celles du système actuel. Il est nécessaire tout d’abord de réinventer une finance publique et d’imaginer et véhiculer des nouveaux contenus de l’innovation. Il faut libérer l'innovation de l’encapsulation réductrice dans laquelle elle a été emprisonné et soumise à l’impératif exclusif de la technologie et du rendement financier à court terme.Ni l'eau, ni l'agriculture seront des sources et des espaces de vie en l'absence d'une finance et d’une innovation publiques à dimension sociétale intégrée. L'eau et l'alimentation ont besoin de finance publique, de nouvelles caisses d’épargne et d’investissements publiques, en particulier coopératives et mutuelles.La culture économique et financière coopérative et mutuelle (au-delà des formes de microcrédit et des banques éthiques) ne peut pas rater le rendez-vous avec les droits et la créativité des peuples de la Méditerranée. Il est à "L'oliveraie. L'Agora de la Méditerranée " de discuter et mettre en oeuvre des nouveaux instruments financiers et organisationnels au service d’objectifs du « Pacte entre les peuples de la Méditerranée ». 53. La proposition en brefLes points clés de « Pour une Agora des peuples de la Méditerranée. Le forum permanent de l'Oliveraie : Eau, Agriculture et Vie » :1) Le but: travailler pour un «Pacte entre les peuples de la Méditerranée", à partir de deux "sources et domaines de la vie », l'eau et l'agriculture pour «bien vivre ensemble» (sans exclusion et appauvrissement). Un processus qui devrait conduire à proposer de nouvelles formes de développement de «vie communautaire» en partenariat et d'innovation coopérative. La Méditerranée et la «citoyenneté méditerranée" (dans le cadre plus large "euro-méditerranéenne")2) Le principal instrument de travail: "L'oliveraie. L'agora de la Méditerranée ", un forum permanent, mais itinérant, d’analyses, de débats et de conception de projets sous la responsabilité des parlements (à tour de rôle tous les six mois).3) Les moyens de travail: valoriser la conception de projets existante dans le domaine de l'eau et de l'agriculture (opec huile d’olive) et de la migration et faire appel, selon les temps nécessaires, à un organisme méditerrané financier publique pour couvrir le financement des actions de partenariat.Les prochains événements afin de procéder à la réalisation du projet:1) . Entre le 23 et le 26 Novembre (à vérifier et confirmer) à Tunis, une initiative publique pour présenter et lancer l'appel de Messine dans le cadre des politiques de l'UE envers la Méditerranée après 20 ans depuis Barcelone 1995;2) . un séminaire d'une journée pour travailler au lancement du parcours de l'Oliveraie. Agora de la MéditerranéeEdité parMimmo Rizzuti(Forum italo-tunisien pour la citoyenneté méditerranéenne) www.forumitalotunisino.com
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UN NOBEL ALLA SOCIETA' CIVILE TUNISINA, ALLE SUE ORGANIZZAZIONI RAPPRESENTATIVE, ALLA SUA CAPACITA' DI CONQUISTARE, DIFENDERE E AFFERMARE CON IL DIALOGO, LA DEMOCRAZIA

UN NOBEL ALLA SOCIETA' CIVILE TUNISINA, ALLE SUE ORGANIZZAZIONI RAPPRESENTATIVE, ALLA SUA CAPACITA' DI CONQUISTARE, DIFENDERE E AFFERMARE CON IL DIALOGO, LA DEMOCRAZIA Siamo orgogliosi e felici per l’assegnazione del NOBEL per la Pace alla società civile tunisina rappresentata dal quartetto, creato nell’estate del 2013 e composto da quattro organizzazioni (sindacato Ugtt, confederazione degli industriali Utica, lega dei diritti umani Ltdh e Inoa, ordine nazionale degli avvocati.) che con il loro impegno "sulla scia della Rivoluzione Della Dignità sono riuscite a creare un processo politico pacifico in un momento in cui il Paese era sull'orlo della guerra civile" Un premio meritato che riconosce e mostra un dato inoppugnabile: solo l'impegno della società civile e delle associazioni rappresentative di tutto il suo tessuto può battere e cacciare i tiranni, costruire e difendere la democrazia e con essa il lavoro, la libertà e la dignità delle persone ,in ogni parte del mondo. Noi siamo orgogliosi di aver conosciuto e lavorato con le associazioni insignite del NOBEL e di mantenere ottimi rapporti con loro e alcuni dei loro dirigenti e militanti!Il nostro piccolo e modesto contributo non l'abbiamo mai fatto mancare dall’inizio della rivoluzione della dignità . Il 20 aprile del 2011 eravamo a Tunisi con Rodotà a discutere, in un convegno che avevamo contribuito a costruire, di democrazia, costituzione, lavoro, diritti e dignità. E poi ai fori sociali mondiali 2013-2015 , nei momenti più duri e amari degli omicidi politici e nel percorso pieno di aspettative ed insieme di tensioni e paure che ha portato alle elezioni della Costituente e alle ultime elezioni politiche ed al consolidamento del cammino della democrazia, ancora irto di difficoltà.Ed ancora recentemente, a Messina e Milano con la Fondazione “ Dialogues Sud-Nord Mediterranèe”. Questo Nobel ci spinge a continuare con più forza ed entusiasmo insieme con tutti coloro , associazioni, forze politiche democratiche e singoli che credono nell’importanza del recupero di un rapporto pacifico e paritario tra tutti i popoli che si affacciano sul bacino mediterraneo, nel difficile ma esaltante compito di costruzione di una comunità e una cittadinanza mediterranea.Il prossimo appuntamento al quale stiamo lavorando sarà proprio a Tunisi per discutere delle politiche dell’UE verso il mediterraneo a 20 anni dal partenariato di Barcellona, presentare e discutere la proposta di costruzione de “L’ULIVETO. L’AGORA’ DEL MEDITERRANEO”,, Un Forum permanente del Mediterraneo a partire da acqua, agricoltura, vita, cittadinanza e le proposte dell’Appello di Messina dello scorso giugno.Mimmo Rizzuti( presidente Forum Italo Tunisino per la cittadinanza Mediterranea)Pier Virgilio Dastoli( presidente CIME Consiglio Italian del Movimento Europeo) Piazza della Libertà 13 00192 Roma 
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Un Premio Nobel alla Società Civile Tunisina, alla Democrazia, Al Dialogo

Un Prix Nobel  de la Paix à la société civile tunisienne, à ses organisations représentatives, à sa capacité de conquérir, de défendre et affirmer - avec le dialogue - la démocratie pluraliste .   Un Prix Nobel  de la Paix à la société civile tunisienne, à ses organisations représentatives, à sa capacité de conquérir, de défendre et affirmer - avec le dialogue - la démocratie pluraliste . Nous sommes fiers et heureux pour l'attribution du Prix Nobel de la Paix à la société civile tunisienne représentée par le Quatuor, créé en été 2013 et composé de quatre organisations (Syndacat UGTT, Confédération des industriels Utica, Ligue des droits humains Ltdh et Inoa, Ordre national des avocats) que, avec leur engagement "sur le sillage de révolution de la dignité", ont réussi à créer un processus politique pacifique quand le pays était au bord de la guerre civile. Le Prix merité reconnaît et affiche une donnée incontournable: seule l'engagement de la société civile et des associations représentatives de tout son tissu peut vaincre les tyrans,  construire et défendre la démocratie et avec elle le travail, la liberté et la dignité des personnes, partout dans le monde. Nous sommes fiers d'avoir connu et travaillé avec les associations qui ont reçu le Prix NOBEL et d'entretenir des relations excellentes avec eux et certains de leurs dirigeants et militants! Nous avons donné notre petite modeste contribution dès  le début de la "révolution de la dignité". Le 20 avril 2011 nous étions à Tunis, avec Stefano Rodotà, pour discuter - lors d'une réunion que nous avons aidé à construire - de la démocratie,  de la constitution, du travail, des droits et de la dignité. Et puis, au cours des Fora Sociaux Mondiaux 2013-2015, pendant les moments les plus difficiles et amères des assassinats politiques et pendant le chemin plein d'attentes et  un ensemble de tensions et peurs qui a conduit à l'élection de Assemblée constituante et aux dernières élections et à la consolidation de la voie démocratique, encore semée d'embûches. Et plus récemment, à Messine pour le 60ème anniversaire de la Conference qui a ouvert la voie aux Traités de Rome et à Milan avec la Fondation “Dialogues Sud-Nord Mediterranèe” sur l'aide aux communautés rurales. Ce Prix Nobel nous encourage à poursuivre avec plus de force et d’enthousiasme ensemble avec tous ceux, associations, forces politiques démocratiques et personnes, qui croient dans l’importance de la reprise d'un rapport pacifique et égale entre tous les peuples du bassin méditerranéen, dans la difficile mais passionnante tâche de construction d’une communauté et une citoyenneté méditerranéennes. Le prochain événement auquel nous tr­availlons sera à Tunis pour discuter de la politique de l'UE vers la Médit­erranée 20 ans après le Partenariat de Barcelone, débattre et présenter le proje­t de "L’OLIVIER. AGORA­ 'MÉDITERRANÉEN ". Mimmo Rizzuti ( Président du Forum italo-tunisien  pour la citoyenneté méditerranéenne) Pier Virgilio Dastoli (Président CIME ) Piazza della Libertà 13 00192 Roma tel : +39 0636001705 fax: +39 06 87755731 email: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.             Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.  
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4° CONGRESSO DEL DIALOGUE SUD-NORD MEDITERRANEO

  4° CONGRESSO DEL DIALOGUE SUD-NORDMEDITERRANEO La Fondazione “Dialogo Nord-Sud Mediterraneo”, in collaborazione con il Global Forum perla ricerca agricola (GFAR), la Biblioteca Alessandrina, il Consiglio Italiano del Movimento Europeo(CIME), il Centro Internazionale di Alti Studi Agronomici Mediterranei (CIHEAM – IAM ) diMontpellier, sono lieti di invitarLa al Congresso "Sviluppo Rurale e Regionale nel Nord e nel Suddel Mediterraneo nel quadro della Nuova Politica Europea di Vicinato" che si terrà a Milano e aVarese dal 4 al 6 Ottobre 2015.Il Congresso, fa parte di un progetto pluriennale che ha coinvolto importanti realtà socioeconomichee politiche delle sponde europea e nord-africana e che ha l’obiettivo di contribuirealla costruzione di una comunità euro-mediterranea a partire dall’Unione europea.Il Congresso di Milano riunirà gli agricoltori, i decision maker e gli imprenditori su un pianodi parità nell’ottica di facilitare un dialogo aperto, costruito sul rispetto e il reciprocoapprezzamento.Dopo due giorni di dibattito, i congressisti adotteranno una “Dichiarazione Finale” al fine diproporre azioni pratiche e collettive da attuare.La “Dichiarazione Finale” sarà presentata alle autorità ministeriali che esporranno le loropolitiche.Saremmo molto onorati se poteste partecipare al suddetto Congresso, pertanto Vitrasmettiamo, inoltre, copia del programma e le informazioni pratiche per la registrazione.Le lingue di lavoro saranno l'italiano, l'inglese, l'arabo e il francese. E' assicurata latraduzione simultanea nelle quattro lingue.Per maggiori informazioni Vi preghiamo di contattare la Fondazione per il Dialogo Nord-Sud del Mediterraneo all’indirizzo e-mail: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. (tel. +32.2.231.13.00 )CordialmenteCharles-Ferdinand NothombPresidenteFondation du Dialogue Sud-Nord Méditerranéein collaborazione con: con il sostegno di: 121/09/20154° CONGRESSO DEL DIALOGUE SUD-NORDMEDITERRANEO4-6 Ottobre 2015 / Milano, ItaliaLE REGIONI RURALI DA NON DIMENTICARE« Lo Sviluppo Rurale e Regionale al Sud e al Nord del Mediterraneo ela Nuova Politica di Vicinato »Le popolazioni rurali delle sponde nord e sud del Mediterraneo stanno affrontando sfideimmense: minacce economiche, esodo rurale, sconvolgimenti sociali e politici, pressioni suiterreni agricoli, mancato accesso ai servizi e alle infrastrutture, debolezza degli investimentipubblici e privati, competizione sulle risorse naturali e in particolare per l'acqua, aumentodello stress ambientale, compresi i fenomeni climatici estremi. Queste sfide hanno unimpatto particolarmente negativo sui giovani e sulle donne.Il Congresso di Milano riunirà degli attori dello sviluppo, agricoltori, decisori politici eimprenditori su un piano di parità nell'ottica di facilitare un dialogo aperto, costruito sulrispetto e il reciproco apprezzamento. L'obiettivo è di individuare delle opportunità eidentificare in maniera collettiva le innovazioni e le soluzioni idonee per le comunità rurali.Il Congresso mirerà all'elaborazione di una visione comune sul futuro, missione dellaFondazione Dialogo Nord-Sud Mediterraneo in collaborazione con il Global Forum onAgricultural Research (GFAR).Le due organizzazioni, in partenariato con la Biblioteca Alessandrina e con il CIHEAM - CentroInternazionale di Alti Studi Agronomici Mediterranei, sponsorizzano e sostengono lepolitiche e i programmi in favore di queste comunità rurali.Questo dialogo inclusivo è stato costruito sulla base di un dialogo regionali ai quattroangoli del Mediterraneo (Volos, Alessandria, Montpellier e Rabat): ogni giornata di studio hariunito autorità pubbliche, attori dello sviluppo, agricoltori e imprese al fine di condivideredegli esempi di iniziative locali e di portare a nuove forme di cooperazione condivise erafforzate a tutti i livelli.Dopo due giorni di dibattito, i congressisti adotteranno una Dichiarazione Finale al fine diproporre azioni pratiche e collettive da attuare.221/09/2015Con il sostegno di :PROGRAMMADOMENICA 4 OTTOBRESESSIONE D’APERTURA09h30 -Tutta la giornata, arrivo individuale dei congressisti negli aeroporti di Malpensa, Linate e Milano.-Trasporti verso gli hotel (Varese) o all’EXPO.-Accoglienza dei partecipanti all’EXPO e visita individuale ai Padiglioni.15h30 -Accoglienza al Conference Centre dell’Expo 2015 (250 posti) ingresso SUDMERLATA-Diffusione del video di presentazione(Tunisi)16h30 Apertura del CongressoSaluti di apertura :-dei Partner del Congresso, Fatima Malki Bensoltane e Dr Mark Holderness (GFAR)-del Rappresentante della DG del Ministero degli Affari Esteri - Italia-del Presidente del Consiglio Italiano del Movimento Europeo, M. Virgilio Dastoli-dei Ministri italiani di competenza o della Commissione generale dell’Expo 201517h00 Presidente della sessione: M. Pat Cox, Presidente della Fondazione Jean MonnetInterventi :- Fathallah Sijilmassi, Segretario Generale dell’Unione per il Mediterraneo- David Sassoli, Vice Presidente del Parlamento europeo e dell’Assemblea euromediterranea- Aziz Dargouth, Presidente d’AARINENA321/09/2015- Khalida Bouzar, Direttrice generale dell’IFAD-Rappresentante di un organizzazione Agricola Coldiretti/FAO o un’altra- SG et/ou M. Burgeon responsabili delle crisi regionali - FAO/GFAR- Segretario Generale dell’Unione del Maghreb (da confermare)18h00 Intervento generale sui temi del Congresso ad opera di :- Bichara Khader, Professore emerito all’Università cattolica di Lovanio18h30 Presentazione delle quattro giornate di studi regionali:- Vincent Legrand e Nadia Kerraz, Portavoce generali-Dimitri Goussios, Professeur à l’Università di Tessaglia (Volos, Grecia)-Sameh Fawzy, Biblioteca alessandrina (Alessandria, Egitto)-Julien Frayssignes, CIHEAM – IAM (Montpellier, France)-Larabi Jaidi, Professore dell’Università Agronomica e VeterinariaHassan II, (Rabat,Marocco)19h30 Conclusioni dei Co-Presidenti19h30 Partenza degli autobus per Varese (solo per chi alloggia in albergo a Varese)20.30 CenaLUNEDI 5 OTTOBREGIORNATA DI DIALOGO08h00 Accoglienza e registrazione dei partecipanti a Varese09h00 Introduzione alla seconda giornata : programma di lavoro09.30 Comunità rurali mediterranee : Stato dell’arte e sfide per realizzare il futurodesideratoDiscussione in quattro gruppi di lavoro di 40-50 partecipanti :Atelier 1 : Innovazione agricola, risorse naturali e sicurezza alimentareModeratori :Gunver Turan , Movimento europeo - TurchiaAziz Dargouth, Presidente dell’AARINENA421/09/2015Interventi:Fouad Ammor, Gruppi di Studi e Ricerche sul MediterraneoAtelier 2 : Rilancio rurale: investimenti, infrastrutture e governanceModeratori :Henry Marty-Gauquié, Banca Europea degli InvestimentiHafez Ghanem, Banca Mondiale (da confermare)Interventi:Gérard Peltre, RED – Movimento europeo della RuralitàMohamed Lahmar, Chargé de projets delle regioni rurali (Tunisia)Atelier 3 : Opportunità per le donneModeratori :Yasmina Taya, Comitato algerino della Fondazione Dialogue Sud-Nord MéditerranéeAhmed Bassalah, Promotore del progetto di sostegno alle donne ruraliInterventi :Saliman MarzoukiMme Baya Zitoune, Associazione nazionale Donne e Sviluppo ruralePlacide Muamba Mulumba, Collettivo delle Donne Louvain-la-NeuveAtelier 4 : Opportunità per i giovani (lavoro ed educazione)Moderatori :Mamdouh Mabrouk, Biblioteca AlessandrinaUgo Ferruta, Movimento Europeo InternazionaleInterventi :Aymeric Debrun, Programma ENPARD12h00 Pranzo14h00 Azioni collettive per rinnovare le comunità ruraliAtelier 5: Piattaforma d’innovazione : Accrescere i profitti e i mezzi di sostentamentoattraverso l’agricoltura e la gestione delle risorse naturaliModeratori:Mark Holderness, GFARBaya Zitoune, Associazione nazionale Donne e Sviluppo rurale521/09/2015Interventi:Fouad Dsouli, Cooperativa Thaziri per il turismo rurale (Marocco)CGIAR CRP RappresentanteYasmine Satour, MediterravenirBessem Jnaioui, MediterravenirAtelier 6: Investimenti integrati : unire infrastrutture rurali e capitale socialeModeratori :Najib Akesbi, dell’Università Agronomica e VeterinariaHassan II, (Rabat, Marocco)Gérard Peltre, RED – Movimento europeo della RuralitàInterventi : (in via di definizione)Atelier 7: Liberare il potenziale di donne e giovani per la creazione di nuove impreseModeratori:Jennie Dey de Pryck, GAP CatalystYPARD RappresentanteInterventi:Henry Marty-Gauquié, Banca Europea degli Investimenti17h00 Riunione del Comitato di redazione (presidente, comitato organizzatore) per laredazione della Dichiarazione Finale al Padiglione dell’Unione Europea20h00 CenaMARTEDI 6 OTTOBREDISCUSSIONE DELLA DICHIARAZIONE FINALE07h00 Colazione in hotel ed eventuale riunione del Comitato di Redazione e del Comitato organizzatore perla messa a punto della Dichiarazione finale.07h30 Check out degli hotel per quelli che partono la sera08h00 Partenza verso il sito dell’Expo09h30 Alla presenza di Johannes Hahn, Commissario europeo responsabile per la politica divicinato:621/09/2015Sotto la presidenza di: Charles-Ferdinand Nothomb (Fondazione) e Salima Marsouki(COFO WANA Farmers Network)-Riunione plenaria nella sala EXPO CENTER, ingresso OUEST-TRIULZA-Presentazione della Dichiarazione finale da parte di Mark Holdersess, GFAR-Reazioni delle autorità parlamentari e governative presenti tra cui:Rappresentante della Presidenza Lussemburghese del Consiglio dei Ministri (tbc)Saad Seddik, Ministro dell’Agricoltura – TunisiaMiguel Poiares Maduro, Ministro dello Sviluppo regionale - PortogalloRappresentante del Ministero dell’Agricoltura - Italia (tbc)-Reazioni delle organizzazioni internazionali, tra cui :Mahmoud Solh, Direttore Generale dell’ICARDARappresentante dell’organizzazione COLDIRETTILaurent Thomas, Vice Direttore Generale FAO, Dipartimento per la cooperazionetecnicaMassum Burak, Direttore Generale per le Ricerca Agricola – Turchia ; PresidenteCHIEAM e « Chief Agricultural Scientists » del G2011h00 Discorso finale di Johannes Hahn, Commissario Europeo responsabile per la politicadi vicinato11h30 Reazioni dei partecipanti, in particolare giovani12h15 Adozione della Dichiarazione Finale e discorso di chiusura dei due Co-Presidenti12h30 Pranzo e prima partenza dei bus14h00 Visita libera all’EXPO di Milano17h00 Prima partenza verso gli hotel di Varese721/09/201518h00 Ultima partenza verso gli hotel di Varese20h00 Cena per coloro che sono presenti in hotel a VareseMERCOLEDÌ 7 OTTOBRE6h00 –12h00Check- out e partenza verso gli aeroportiOTTOBRE - NOVEMBREPubblicazione degli Atti del Congresso ad opera di IEMED (Barcellona) e GERMAC (Lovanio).                                       
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convocazione direttitivo Forum Italo Tunisino ( Associazione)

Martedì 29 settembre, dalle ore 10 alle ore 13,30, presso la sede di Piazza della Libertà 13 (CIME 4 piano) E’ CONVOCATO il Comitato Direttivo del Forum Italo Tunisino per la Cittadinanza mediterranea.         OBIETTIVI: A) rilanciare, a breve, l’iniziativa su quanto deciso  a Tunisi e a Messina. Ovviamente  aggiornando il contesto all’oggi e allo stravolgente esodo in atto. B) RIAFFERMARE IL VALORE E L’IMPORTANZA STRATEGICA DELLA COOPERAZIONE ED IL RUOLO DEL SOCIALE in uno scenario  di dimensioni e portata epocali, destinato a cambiare l’insieme dell’area  mediterraneo-europea,  nell’ovvia consapevolezza che a muovere il gioco sono le strategie  geopolitiche  delle grandi potenze e dei grandi gruppi. Questi i temi da discutere: 1)  Verifica attività 2015 e adeguamento struttura organizzativa con particolare attenzione alla comunicazione ed interazione costante,  web , teleconferenza?, skipe , altro……con la componente tunisina del Forum; 2)   Il rilancio dell’appello di Messina centrato sulla costituzione del Forum Permanente  delle città del Mediterraneo. Ipotizziamo un incontro di almeno 12 città ( 6 versante nord africano e 6 versante europeo) da tenere a Messina  agli inizi del prossimo anno ; 3)  La convocazione a Tunisi tra il 23 e il 26 Novembre di una Conferenza  sul Tema: Oltre il Partenariato di Barcellona 95 per una Comunità Mediterraneo-Europea capace di fronteggiare gli sconvolgimenti in atto. Ricade, infatti,  quest’anno il 20 anniversario di quell’importante, ancorchè non privo di contraddizioni, atto politico dell’Unione e dei Paesi  coinvolti, presto accantonato e sostituto da politiche fallimentari a tutto tondo;    4)  Verificare la possibilità , se riteniamo sia utile e ci siano le condizioni,  di rilanciare , e come,  la nostra idea avanzata al FSM di Tunisi dello scorso Marzo, della costruzione di un percorso di adesione della Tunisia al Consiglio d’Europa; 5)  Definire i soggetti da coinvolgere e le modalità della costruzione del Forum Permanente del Mediterraneo partendo da acqua, agricoltura, cittadinanza , vita; 6)  Definire  un progetto condiviso , coinvolgendo  le istituzione (governi-parlamenti- ambasciate di Tunisia e Italia)  per un corso di studio sugli intrecci della storia dei due Paesi, eventualmente cercando il supporto di una università telematica. 7)  Il rilancio dell’Averroè “ Erasmus , Mediterraneo”. 8)  Costruzione e attivazione di un gruppo  di lavoro per ricerca di nuovi bandi e la costruzione dei progetti e partenariati relativi. 9)  Varie ed eventuali Ad ottobre dovremmo sapere l’esito del nostro progetto sulle politiche UE verso il Mediterraneo presentato  con Roma 3 e Manuba. Un caro saluto Mimmo Rizzuti  www.forum italo tunisino.com
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Un conflitto oltre le frontiere- Etienne Balibar-il Manifesto 18 /09/15

Un conflitto oltre le frontiere- Etienne Balibar-il Manifesto 18 /09/15Settembre 18 Pubblicato in Mesoregione Euromediterranea  Letto 0 volte  dimensione font riduci dimensione font aumenta la dimensione del font  Stampa  Email  Add new commentUn conflitto oltre le frontiere Derive continentali. La decisione della Germania di aprire le frontiere per accogliere i rifugiati per poi richiuderle ha messo in discussione un caposaldo dell’Unione Europea. Ma ha provocato un allargamento politico dell’Europa. Ad entrare non sono Stati, ma uomini, donne e bambini Étienne Balibar EDIZIONE DEL18.09.2015 PUBBLICATO18.9.2015, 0:45 AGGIORNATO17.9.2015, 21:10Men­tre i mini­stri dei ven­totto paesi Ue non sono riu­sciti a met­tersi d’accordo sull’attuazione del piano di ripar­ti­zione pro­po­sto dalla Com­mis­sione euro­pea, è senza dub­bio arri­vato il momento di ren­dersi conto dell’entità dell’avvenimento sto­rico a cui deve far fronte la «comu­nità» delle nazioni euro­pee, e delle con­trad­di­zioni che que­sto avve­ni­mento ha messo in luce. Esten­dendo a tutta l’Europa il pro­no­stico che la Can­cel­liera Angela Mer­kel ha for­mu­lato  — «que­sti avve­ni­menti cam­bie­ranno il nostro paese» — biso­gna dire: cam­bie­ranno l’Europa. Ma in che senso? Non abbiamo ancora la rispo­sta. Stiamo entrando in una zona di flut­tua­zioni bru­tali, dove dovremo dar prova di luci­dità e determinazione. Quello che sta avve­nendo è un allar­ga­mento dell’Unione e della stessa costru­zione euro­pea. Ma, a dif­fe­renza dei pre­ce­denti allar­ga­menti, que­sto è impo­sto dagli avve­ni­menti nel qua­dro di uno «stato d’emergenza» e non c’è una­ni­mità. Più che per gli allar­ga­menti del pas­sato, quindi, andrà incon­tro a dif­fi­coltà e pro­vo­cherà scon­tri poli­tici. Soprat­tutto, que­sto allar­ga­mento è para­dos­sale, per­ché non è ter­ri­to­riale ma demo­gra­fico: ciò che «entra in Europa» in que­sto momento non sono nuovi stati, ma uomini, donne e bam­bini. Sono dei cit­ta­dini euro­pei vir­tuali. Que­sto allar­ga­mento, essen­zia­le­mente umano, è anche morale: è un allar­ga­mento della defi­ni­zione di Europa, dall’idea che ha di se stessa fino agli inte­ressi che difende e agli obiet­tivi che si pone. In sostanza è un allar­ga­mento poli­tico, desti­nato a «rivo­lu­zio­nare» i diritti e gli obbli­ghi dei paesi mem­bri. Può fal­lire, ma allora la costru­zione euro­pea stessa avrà poche pos­si­bi­lità di resi­stere. Per que­sto motivo molti oggi in Europa par­lano di momento di verità. È evi­dente che la situa­zione mate­riale e morale creata dall’afflusso dei rifu­giati sia «ecce­zio­nale». Ma per­ché par­lare di stato d’eccezione, di emer­genza, nozione carica di ter­ri­bili signi­fi­cati, che evoca momenti in cui il qua­dro isti­tu­zio­nale della vita sociale vacilla e l’identità col­let­tiva dei popoli trema? Evo­cherò almeno tre ragioni. Addio a SchengenLa prima è che, de facto, un pezzo impor­tante della «costi­tu­zione» euro­pea ha smesso di fun­zio­nare: gli accordi di Schen­gen com­ple­tati dai rego­la­menti di Dublino. Que­sta sospen­sione era già chiara da quando il governo tede­sco ha dichia­rato che non avrebbe appli­cato ai rifu­giati siriani la regola dell’immatricolazione nel paese di arrivo in seno alla zona Schen­gen. La deci­sione del 13 set­tem­bre di chiu­dere la fron­tiera con l’Austria, a causa del supe­ra­mento delle capa­cità di acco­glienza della Ger­ma­nia e della cat­tiva volontà degli altri paesi euro­pei, non cam­bia nulla, al con­tra­rio. Mostra che l’apertura e la chiu­sura delle fron­tiere interne dell’Europa è oggetto di deci­sioni arbi­tra­rie degli stati e che la libertà di cir­co­la­zione è sospesa. La seconda ragione è che il «pro­blema migra­to­rio» dell’Europa è com­ple­ta­mente intrec­ciato allo stato di guerra del Medio­riente, che costi­tui­sce la fonte prin­ci­pale dell’afflusso dei rifu­giati. Si tratta di una guerra civile gene­ra­liz­zata, di una cru­deltà e capa­cità di distru­zione senza equi­va­lenti dopo la seconda guerra mon­diale nella nostra regione del mondo, che ha acqui­sito una dina­mica pro­pria. Non potremo fer­marla nell’immediato, soprat­tutto non con inter­venti mili­tari. Il numero delle vit­time e dei rifu­giati che causa aumen­terà. L’esodo, momen­ta­nea­mente con­cen­trato negli stati «tam­pone» (Tur­chia, Gior­da­nia, Libano, Tuni­sia), sta comin­ciando a tra­vol­gerli e minac­cia di farli esplo­dere. Lo spa­zio inve­stito da que­sto con­ta­gio ingloba tutta l’Europa (ivi com­preso benin­teso attra­verso i rischi di dif­fu­sione del terrorismo). Infine, pos­siamo par­lare di stato d’emergenza poi­ché la crisi migra­to­ria sta spez­zando il con­senso sui «valori» con­sti­tu­tivi dello stato demo­cra­tico, che porta a una messa a con­fronto dell’Europa con se stessa, suscet­ti­bile di assu­mere forme vio­lente. Tutti que­sti aspetti sono evi­den­te­mente legati tra loro. La mossa di «Merkiavelli» Dopo l’esplosione della crisi a fine ago­sto, la Can­cel­liera tede­sca ha svolto un ruolo deter­mi­nante nella defi­ni­zione del carat­tere poli­tico degli avve­ni­menti. È lei, in effetti, che ha dichia­rato lo stato di emer­genza pren­dendo misure «uni­la­te­rali» e ha posto la que­stione di una rifon­da­zione dei nostri stati di diritto, esclu­dendo qual­siasi «tol­le­ranza» nei con­fronti delle cor­renti xeno­fobe e raz­zi­ste. Coloro che, come me, deplo­rano asso­lu­ta­mente il modo in cui la Can­cel­liera Mer­kel ha pilo­tato l’imposizione a tutta l’Europa delle poli­ti­che di auste­rità, in par­ti­co­lare l’umiliazione e l’espropriazione della Gre­cia, devono oggi saper rico­no­scere il valore della sua azione e dirlo. Natu­ral­mente, Mer­kel non ha agito da sola: ha inter­pre­tato lo slan­cio di soli­da­rietà di una parte signi­fi­ca­tiva della società tede­sca. Alcuni sup­pon­gono che, così facendo, abbia difeso gli inte­ressi dell’economia tede­sca, ricor­dan­dosi dei bene­fici avuti dal suo paese dall’apporto di altri rifu­giati. Pos­siamo imma­gi­nare che «Mer­kia­velli» (come l’ha chia­mata Ulrich Beck) abbia visto un’occasione per ribal­tare l’immagine di inu­ma­nità che le era stata affi­biata dopo la «solu­zione» della crisi greca. Ma que­ste spie­ga­zioni non bastano e sono soprat­tutto inca­paci di cogliere l’effetto ogget­tivo della deci­sione di Mer­kel, che tra­sforma i dati del pro­blema costi­tu­zio­nale in Europa e inten­si­fica il con­flitto latente sull’identità euro­pea. Forse Mer­kel non ha com­preso subito fino a dove la sua deci­sione l’avrebbe por­tata: ma l’importante è che sia arri­vata a un punto di non ritorno di cui deve adesso assu­mere le con­se­guenze e difen­derne il significato. Si tratta di quat­tro ordini di con­se­guenze di primo piano. Le prime riguar­dano la gestione delle fron­tiere dell’Europa, ma anche del loro rap­porto con la sovra­nità nazio­nale. L’accordo di Schen­gen si basava sul pre­sup­po­sto ambi­guo che è pos­si­bile «met­tere in comune» la fun­zione di sor­ve­glianza delle entrate e delle uscite dallo spa­zio comu­ni­ta­rio, con­ti­nuando però al tempo stesso a con­si­de­rare sovrani gli stati, respon­sa­bili degli indi­vi­dui che si tro­vano sul «pro­prio» ter­ri­to­rio, dal punto di vista della sicu­rezza o della pro­te­zione. Dall’altro canto, l’Unione euro­pea – attra­verso gli allar­ga­menti selet­tivi – aveva cer­cato di man­te­nere con­tem­po­ra­nea­mente sia l’idea che ha voca­zione a incor­po­rare tutte le nazioni euro­pee che l’idea che que­sta mem­ber­ship com­porta delle « con­di­zioni di ade­sione » da rispet­tare (più o meno rigo­ro­sa­mente). Di qui la situa­zione di enclave ana­cro­ni­stica nella quale si tro­vano oggi alcuni paesi dell’ex Jugo­sla­via che costi­tui­scono delle «porte di accesso» al cuore dell’Europa. Que­sta situa­zione non è teni­bile dal punto di vista sia secu­ri­ta­rio che uma­ni­ta­rio: o i paesi bal­ca­nici ver­ranno incor­po­rati all’Europa come mem­bri a pieno titolo oppure l’Europa dovrà abo­lire tutte le pro­ce­dure di sicu­rezza comunitarie. Un con­ti­nente Borderland Ma più in gene­rale appa­rirà che l’Europa «non ha» delle fron­tiere nel senso clas­sico: né fron­tiere «fede­rali» né fron­tiere delle nazioni costi­tuenti. Piut­to­sto, è essa stessa una «fron­tiera» di nuovo tipo, pro­prio alla glo­ba­liz­za­zione, un Bor­der­land o un com­plesso di isti­tu­zioni e di dispo­si­tivi di sicu­rezza estesi su tutto il ter­ri­to­rio, per «rego­lare» i movi­menti di popo­la­zioni, in modo che può essere più o meno vio­lento, più o meno deciso e con­trol­lato demo­cra­ti­ca­mente. Per i cit­ta­dini è com­pli­cato capire que­sto, che però avrà un’influenza sem­pre mag­giore sulla loro vita quo­ti­diana e il loro destino. Di qui la seconda serie di con­se­guenze, sui regimi migra­tori. Nella pole­mica in corso sull’instaurazione delle quote per la ripar­ti­zione dei rifu­giati in Europa, la Ger­ma­nia e la Com­mis­sione euro­pea si aggrap­pano con tutte le forze alla distin­zione tra «rifu­giati» e «migranti eco­no­mici». È facile capirlo: lo fanno per con­ci­liarsi l’opinione pub­blica e per man­te­nere una dif­fe­renza di trat­ta­mento ammi­ni­stra­tivo per chi arriva, senza la quale, appa­re­nen­te­mente, l’unica solu­zione sarebbe di deci­dere l’abolizione delle fron­tiere. Non dirò che que­sta distin­zione non ha senso, la prima cate­go­ria defi­ni­sce uno sta­tuto di diritto inter­na­zio­nale, che non riguarda la seconda. Non c’è difatti uno «sta­tuto del migrante» nel mondo attuale. Ma è chiaro che la dif­fe­renza è social­mente arbi­tra­ria, poi­ché la mon­dia­liz­za­zione sel­vag­gia tende a tra­sfor­mare le zone di pau­pe­riz­za­zione in zone di guerra e reci­pro­ca­mente. Gli abi­tanti fug­gono in massa zone di morte, cor­rendo il rischio di per­dere tutto. Soprat­tutto, biso­gna chie­dersi con quali mezzi, che non siano vio­lenze su grande scala, l’Unione euro­pea potrà attuare una poli­tica di «rin­vio» degli inde­si­de­ra­bili, esclusi dall’ «acco­glienza». Que­sto non ha fun­zio­nato a livello indi­vi­duale, da decenni, e non ha nes­suna pos­si­bi­lità di fun­zio­nare a livello di massa. All’opposto delle con­di­zioni di rifu­giato o di migrante «inde­si­de­ra­bile», quali pro­spet­tive si aprono per coloro che guerre o mise­ria cac­ciano verso l’Europa e che arri­vano a peri­colo della vita? Cosa deve offrire loro l’Europa? Forse è solo l’accesso alla cit­ta­di­nanza euro­pea. Biso­gna quindi che que­sta nozione esca final­mente dal limbo nel quale è rele­gata dal rifiuto degli stati di aprire la strada alla sovra­na­zio­na­lità. Dicendo che stiamo assi­stendo a un allar­ga­mento demo­gra­fico della Ue, volevo appunto indi­care que­sta pro­spet­tiva. Deve essere una pro­spet­tiva rego­lata, nor­ma­liz­zata, ma è ine­lut­ta­bile. Tutti sanno che i rifu­giati che arri­vano adesso non se ne andranno: non tutti, di sicuro, e non subito. Se non vogliamo creare una popo­la­zione di stra­nieri rele­gati in un esi­lio interno per varie gene­ra­zioni, biso­gna aprire ampia­mente la pos­si­bi­lità di inte­gra­zione, cioè lavoro, diritti sociali e diritti cul­tu­rali eguali. Ma la chiave di tutti que­sti diritti e del loro legit­timo pos­sesso, con­tro tutte le stig­ma­tiz­za­zioni raz­zi­ste, è la cit­ta­di­nanza. Visto che il pro­blema si pre­senta su que­sta scala, biso­gna inven­tare nuove moda­lità e nuove pro­spet­tive di accesso alla nazio­na­lità, spe­ci­fi­ca­mente euro­pee, che per que­sto stesso fatto ne modi­fi­cano la defi­ni­zione. Ideal­mente, ne indi­vi­duo due: la prima sarebbe di isti­tuire, accanto all’accesso alla cit­ta­di­nanza euro­pea attra­verso la strada della cit­ta­di­nanza nazio­nale, un accesso diretto a una «nazio­na­lità fede­rale». Se que­sta pro­po­sta appare troppo sov­ver­siva o rischiosa, resta un’altra posi­bi­lità, senza dub­bio migliore : con­si­ste a gene­ra­liz­zare lo «jus soli» in tutta l’Ue. In que­sto modo, l’avvenire dei figli dei rifu­giati sarà garan­tito dall’Europa, e sap­piamo che que­sta pro­spet­tiva è uno dei fat­tori più potenti di inte­gra­zione per gli stessi genitori. L’inganno delle quote d’accoglienza In ultimo, la deci­sione «uni­la­te­rale» della Ger­ma­nia di acco­gliere dei rifu­giati, creando lo stato d’emergenza che ci porta all’allargamento «demo­gra­fico», per l’Europa com­porta delle con­se­guenze eco­no­mi­che strut­tu­rali. Si insi­ste sulle pro­spet­tive di tra­sfor­ma­zione del mer­cato del lavoro, ma si comin­cia anche a par­lare del costo dell’accoglienza e dell’integrazione dei rifu­giati, degli aiuti comu­ni­tari neces­sari per­ché alcuni paesi euro­pei pos­sano far fronte ai com­piti di sal­va­tag­gio, regi­stra­zione e tra­sfe­ri­mento, e delle sov­ven­zioni che costi­tui­scono la logica con­tro­par­tita dell’imposizione delle «quote di accoglienza». Biso­gna dire che, in realtà, l’apertura dell’Europa ai rifu­giati implica a breve ter­mine un cam­bia­mento di dot­trina e di poli­tica che con­trad­dice il regime eco­no­mico attuale. In cifre asso­lute, i rifu­giati rap­pre­sen­tano sol­tanto una pro­por­zione minima della popo­la­zione euro­pea. Ma saranno ancora a lungo a carico di alcuni comuni, regioni, paesi che non sono pre­pa­rati o fanno fronte essi stessi a reali dif­fi­coltà eco­no­mi­che e finan­zia­rie. Biso­gna quindi rove­sciare la ten­denza neo­li­be­ri­sta, aumen­tare il bud­get della Ue in modo signi­fi­ca­tivo, avviare un piano di inter­gra­zione su scala euro­pea, pro­muo­vere la soli­da­rietà tra stati e costruire in comune una nuova società, vegliando in par­ti­co­lare a che l’integrazione dei rifu­giati sul mer­cato del lavoro non avvenga a detri­mento dei «vec­chi euro­pei», o inver­sa­mente. Ma que­sta pia­ni­fi­ca­zione deve esi­gere a sua volta dei cam­bia­menti di poli­tica mone­ta­ria, dei pro­gressi nella costru­zione fede­rale, che pos­sono essere decisi e appli­cati demo­cra­ti­ca­mente, oppure impo­sti tec­ni­ca­mente. In quest’ultimo caso fal­li­ranno, nell’altro hanno una spe­ranza di riu­scire. Comin­ce­remo a capire che ci vuole un’altra Europa, per­ché l’Europa possa far fronte ai com­piti che, improv­vi­sa­mente, incom­bono, un’Europa che si tra­sformi, o che cambi forma politica. Nulla di tutto ciò, cer­ta­mente, potrà farsi in modo spon­ta­neo, né all’unanimità. Lo stato di emer­genza migra­to­rio ha fatto esplo­dere, sotto i nostri occhi, le con­trad­di­zioni intra-europee masche­rate, bene o male, dall’ideologia dell’«interesse comune» e delle «norme comuni». La pro­spet­tiva di un nuovo allar­ga­mento suscita vio­lente resi­stenze, che d’ora in ora si stanno tra­sfor­mando in un «fronte del rifuto» poli­ti­ca­mente orga­niz­zato. La que­stione mag­gior­mente discussa è il fos­sato che si è rive­lato tra la «vec­chia Europa» (all’ovest) e la «nuova» (all’est): sono state pro­po­ste varie spie­ga­zioni eco­no­mi­che, cul­tu­rali, sto­ri­che, poli­ti­che, che hanno tutte qual­che per­ti­nenza. Ma nei fatti, il rifiuto arriva anche dall’Olanda o dalla Dani­marca, non solo dalla Polo­nia o dalla Slo­vac­chia, per non par­lare della Gran Bre­ta­gna o per­sino della Fran­cia, che ha accet­tato solo tar­di­va­mente l’idea di quote vin­co­lanti, sem­pre cer­cando di mini­miz­zarne gli obbli­ghi. In realtà, la divi­sione mag­gior­mente rive­la­trice, quella che separa dav­vero due «Europa», attra­versa tutti i paesi, anche se con pro­por­zioni e rap­porti di forza diversi. È certo mira­co­loso che gran parte della popo­la­zione tede­sca sia accorsa in soc­corso dei rifu­giati siriani. Ma è altret­tanto signi­fi­ca­tivo che i capi della Csu si siano aper­ta­mente deso­li­da­riz­zati da que­sta poli­tica, arri­vando fino a con­clu­dere una alleanza con Vik­tor Orban e che la Frank­fur­ter All­ge­meine Zei­tung abbia pub­bli­cato un edi­to­riale per dichia­rare che «i paesi dell’est hanno ragione». Dopo la chiu­sura «prov­vi­so­ria» della fron­tiera con l’Austria, gli stessi si ral­le­grano aper­ta­mente per il «passo indie­tro senza pre­ce­denti» della cancelliera. Xeno­fo­bia continentale In realtà, ciò che è in via di costi­tu­zione in Europa è un fronte trans­na­zio­nale del rifiuto dei rifu­giati, di cui i gruppi aper­ta­mente raz­zi­sti e vio­lenti sono sol­tanto la punta estrema. Senza dub­bio assi­ste­remo per la prima volta a ciò che finora era sem­pre fal­lito a causa di riva­lità e nazio­na­li­smi: l’emergenza di un «par­tito» xeno­fobo uni­fi­cato in Europa. In rea­zione a ciò, l’Europa della soli­da­rietà non potrà evi­tare una lotta poli­tica deter­mi­nata, che comin­cia con la con­danna intran­si­gente delle vio­lenze con­tro i migranti, e pro­se­gue con la riven­di­ca­zione delle con­di­zioni di acco­glienza, che ho evo­cato prima. È que­sta lotta, se verrà vera­mente fatta, che «tra­sfor­merà» più pro­fon­da­mente l’Unione euro­pea. Ma la vit­to­ria non sarà facile. Da una pro­spet­tiva fran­cese, dove il Fronte nazio­nale ha con­ta­mi­nato tutta la vita poli­tica, pos­siamo dire che sarà molto dif­fi­cile. Ma è ine­lut­ta­bile, poi­ché la causa dei rifu­giati, se non fa passi avanti nell’opinione pub­blica e nelle isti­tu­zioni, rischia di indie­treg­giare molto in fretta e brutalmente. Que­sta lotta ha quindi biso­gno di una forte legit­ti­mità: in ogni paese e in tutta l’Unione. Ma la sola legit­ti­mità che, in ultima ana­lisi, sia in misura di inva­li­dare e di neu­tra­liz­zare le resi­stenze è la legit­ti­mità demo­cra­tica diretta. Que­sta legit­ti­ma­zione demo­cra­tica è il solo modo per per­met­tere alla Ger­ma­nia di pas­sare dall’iniziativa uni­la­te­rale alla soli­da­rietà comu­ni­ta­ria, senza la quale, mal­grado la sua ric­chezza e deter­mi­na­zione, non potrà riu­scire. È sto­ri­ca­mente deci­sivo che, per la prima volta dopo la riu­ni­fi­ca­zione degli anni Novanta, la Ger­ma­nia abbia di nuovo biso­gno della soli­da­rietà di altri paesi euro­pei: que­sta volta, però, non ne ha biso­gno solo per se stessa, ma nell’interesse di tutti. È una carat­te­ri­stica del «momento euro­peo» ecce­zio­nale che stiamo vivendo. CONDIVIDI: FACEBOOK GOOGLE+ LINKEDIN TWITTER EMAIL                  Facebook                               Google+                               LinkedIn                               Twitter                               WhatsApp                               Email              SCARICA IN: PdfePubmobi  Vota questo articolo   Un conflitto oltre le frontiere- Etienne Balibar-il Manifesto 18 /09/15Settembre 18 Pubblicato in Mesoregione Euromediterranea  Letto 0 volte  dimensione font riduci dimensione font aumenta la dimensione del font  Stampa  Email  Add new commentUn conflitto oltre le frontiere Derive continentali. La decisione della Germania di aprire le frontiere per accogliere i rifugiati per poi richiuderle ha messo in discussione un caposaldo dell’Unione Europea. Ma ha provocato un allargamento politico dell’Europa. Ad entrare non sono Stati, ma uomini, donne e bambini Étienne Balibar EDIZIONE DEL18.09.2015 PUBBLICATO18.9.2015, 0:45 AGGIORNATO17.9.2015, 21:10Men­tre i mini­stri dei ven­totto paesi Ue non sono riu­sciti a met­tersi d’accordo sull’attuazione del piano di ripar­ti­zione pro­po­sto dalla Com­mis­sione euro­pea, è senza dub­bio arri­vato il momento di ren­dersi conto dell’entità dell’avvenimento sto­rico a cui deve far fronte la «comu­nità» delle nazioni euro­pee, e delle con­trad­di­zioni che que­sto avve­ni­mento ha messo in luce. Esten­dendo a tutta l’Europa il pro­no­stico che la Can­cel­liera Angela Mer­kel ha for­mu­lato  — «que­sti avve­ni­menti cam­bie­ranno il nostro paese» — biso­gna dire: cam­bie­ranno l’Europa. Ma in che senso? Non abbiamo ancora la rispo­sta. Stiamo entrando in una zona di flut­tua­zioni bru­tali, dove dovremo dar prova di luci­dità e determinazione. Quello che sta avve­nendo è un allar­ga­mento dell’Unione e della stessa costru­zione euro­pea. Ma, a dif­fe­renza dei pre­ce­denti allar­ga­menti, que­sto è impo­sto dagli avve­ni­menti nel qua­dro di uno «stato d’emergenza» e non c’è una­ni­mità. Più che per gli allar­ga­menti del pas­sato, quindi, andrà incon­tro a dif­fi­coltà e pro­vo­cherà scon­tri poli­tici. Soprat­tutto, que­sto allar­ga­mento è para­dos­sale, per­ché non è ter­ri­to­riale ma demo­gra­fico: ciò che «entra in Europa» in que­sto momento non sono nuovi stati, ma uomini, donne e bam­bini. Sono dei cit­ta­dini euro­pei vir­tuali. Que­sto allar­ga­mento, essen­zia­le­mente umano, è anche morale: è un allar­ga­mento della defi­ni­zione di Europa, dall’idea che ha di se stessa fino agli inte­ressi che difende e agli obiet­tivi che si pone. In sostanza è un allar­ga­mento poli­tico, desti­nato a «rivo­lu­zio­nare» i diritti e gli obbli­ghi dei paesi mem­bri. Può fal­lire, ma allora la costru­zione euro­pea stessa avrà poche pos­si­bi­lità di resi­stere. Per que­sto motivo molti oggi in Europa par­lano di momento di verità. È evi­dente che la situa­zione mate­riale e morale creata dall’afflusso dei rifu­giati sia «ecce­zio­nale». Ma per­ché par­lare di stato d’eccezione, di emer­genza, nozione carica di ter­ri­bili signi­fi­cati, che evoca momenti in cui il qua­dro isti­tu­zio­nale della vita sociale vacilla e l’identità col­let­tiva dei popoli trema? Evo­cherò almeno tre ragioni. Addio a SchengenLa prima è che, de facto, un pezzo impor­tante della «costi­tu­zione» euro­pea ha smesso di fun­zio­nare: gli accordi di Schen­gen com­ple­tati dai rego­la­menti di Dublino. Que­sta sospen­sione era già chiara da quando il governo tede­sco ha dichia­rato che non avrebbe appli­cato ai rifu­giati siriani la regola dell’immatricolazione nel paese di arrivo in seno alla zona Schen­gen. La deci­sione del 13 set­tem­bre di chiu­dere la fron­tiera con l’Austria, a causa del supe­ra­mento delle capa­cità di acco­glienza della Ger­ma­nia e della cat­tiva volontà degli altri paesi euro­pei, non cam­bia nulla, al con­tra­rio. Mostra che l’apertura e la chiu­sura delle fron­tiere interne dell’Europa è oggetto di deci­sioni arbi­tra­rie degli stati e che la libertà di cir­co­la­zione è sospesa. La seconda ragione è che il «pro­blema migra­to­rio» dell’Europa è com­ple­ta­mente intrec­ciato allo stato di guerra del Medio­riente, che costi­tui­sce la fonte prin­ci­pale dell’afflusso dei rifu­giati. Si tratta di una guerra civile gene­ra­liz­zata, di una cru­deltà e capa­cità di distru­zione senza equi­va­lenti dopo la seconda guerra mon­diale nella nostra regione del mondo, che ha acqui­sito una dina­mica pro­pria. Non potremo fer­marla nell’immediato, soprat­tutto non con inter­venti mili­tari. Il numero delle vit­time e dei rifu­giati che causa aumen­terà. L’esodo, momen­ta­nea­mente con­cen­trato negli stati «tam­pone» (Tur­chia, Gior­da­nia, Libano, Tuni­sia), sta comin­ciando a tra­vol­gerli e minac­cia di farli esplo­dere. Lo spa­zio inve­stito da que­sto con­ta­gio ingloba tutta l’Europa (ivi com­preso benin­teso attra­verso i rischi di dif­fu­sione del terrorismo). Infine, pos­siamo par­lare di stato d’emergenza poi­ché la crisi migra­to­ria sta spez­zando il con­senso sui «valori» con­sti­tu­tivi dello stato demo­cra­tico, che porta a una messa a con­fronto dell’Europa con se stessa, suscet­ti­bile di assu­mere forme vio­lente. Tutti que­sti aspetti sono evi­den­te­mente legati tra loro. La mossa di «Merkiavelli» Dopo l’esplosione della crisi a fine ago­sto, la Can­cel­liera tede­sca ha svolto un ruolo deter­mi­nante nella defi­ni­zione del carat­tere poli­tico degli avve­ni­menti. È lei, in effetti, che ha dichia­rato lo stato di emer­genza pren­dendo misure «uni­la­te­rali» e ha posto la que­stione di una rifon­da­zione dei nostri stati di diritto, esclu­dendo qual­siasi «tol­le­ranza» nei con­fronti delle cor­renti xeno­fobe e raz­zi­ste. Coloro che, come me, deplo­rano asso­lu­ta­mente il modo in cui la Can­cel­liera Mer­kel ha pilo­tato l’imposizione a tutta l’Europa delle poli­ti­che di auste­rità, in par­ti­co­lare l’umiliazione e l’espropriazione della Gre­cia, devono oggi saper rico­no­scere il valore della sua azione e dirlo. Natu­ral­mente, Mer­kel non ha agito da sola: ha inter­pre­tato lo slan­cio di soli­da­rietà di una parte signi­fi­ca­tiva della società tede­sca. Alcuni sup­pon­gono che, così facendo, abbia difeso gli inte­ressi dell’economia tede­sca, ricor­dan­dosi dei bene­fici avuti dal suo paese dall’apporto di altri rifu­giati. Pos­siamo imma­gi­nare che «Mer­kia­velli» (come l’ha chia­mata Ulrich Beck) abbia visto un’occasione per ribal­tare l’immagine di inu­ma­nità che le era stata affi­biata dopo la «solu­zione» della crisi greca. Ma que­ste spie­ga­zioni non bastano e sono soprat­tutto inca­paci di cogliere l’effetto ogget­tivo della deci­sione di Mer­kel, che tra­sforma i dati del pro­blema costi­tu­zio­nale in Europa e inten­si­fica il con­flitto latente sull’identità euro­pea. Forse Mer­kel non ha com­preso subito fino a dove la sua deci­sione l’avrebbe por­tata: ma l’importante è che sia arri­vata a un punto di non ritorno di cui deve adesso assu­mere le con­se­guenze e difen­derne il significato. Si tratta di quat­tro ordini di con­se­guenze di primo piano. Le prime riguar­dano la gestione delle fron­tiere dell’Europa, ma anche del loro rap­porto con la sovra­nità nazio­nale. L’accordo di Schen­gen si basava sul pre­sup­po­sto ambi­guo che è pos­si­bile «met­tere in comune» la fun­zione di sor­ve­glianza delle entrate e delle uscite dallo spa­zio comu­ni­ta­rio, con­ti­nuando però al tempo stesso a con­si­de­rare sovrani gli stati, respon­sa­bili degli indi­vi­dui che si tro­vano sul «pro­prio» ter­ri­to­rio, dal punto di vista della sicu­rezza o della pro­te­zione. Dall’altro canto, l’Unione euro­pea – attra­verso gli allar­ga­menti selet­tivi – aveva cer­cato di man­te­nere con­tem­po­ra­nea­mente sia l’idea che ha voca­zione a incor­po­rare tutte le nazioni euro­pee che l’idea che que­sta mem­ber­ship com­porta delle « con­di­zioni di ade­sione » da rispet­tare (più o meno rigo­ro­sa­mente). Di qui la situa­zione di enclave ana­cro­ni­stica nella quale si tro­vano oggi alcuni paesi dell’ex Jugo­sla­via che costi­tui­scono delle «porte di accesso» al cuore dell’Europa. Que­sta situa­zione non è teni­bile dal punto di vista sia secu­ri­ta­rio che uma­ni­ta­rio: o i paesi bal­ca­nici ver­ranno incor­po­rati all’Europa come mem­bri a pieno titolo oppure l’Europa dovrà abo­lire tutte le pro­ce­dure di sicu­rezza comunitarie. Un con­ti­nente Borderland Ma più in gene­rale appa­rirà che l’Europa «non ha» delle fron­tiere nel senso clas­sico: né fron­tiere «fede­rali» né fron­tiere delle nazioni costi­tuenti. Piut­to­sto, è essa stessa una «fron­tiera» di nuovo tipo, pro­prio alla glo­ba­liz­za­zione, un Bor­der­land o un com­plesso di isti­tu­zioni e di dispo­si­tivi di sicu­rezza estesi su tutto il ter­ri­to­rio, per «rego­lare» i movi­menti di popo­la­zioni, in modo che può essere più o meno vio­lento, più o meno deciso e con­trol­lato demo­cra­ti­ca­mente. Per i cit­ta­dini è com­pli­cato capire que­sto, che però avrà un’influenza sem­pre mag­giore sulla loro vita quo­ti­diana e il loro destino. Di qui la seconda serie di con­se­guenze, sui regimi migra­tori. Nella pole­mica in corso sull’instaurazione delle quote per la ripar­ti­zione dei rifu­giati in Europa, la Ger­ma­nia e la Com­mis­sione euro­pea si aggrap­pano con tutte le forze alla distin­zione tra «rifu­giati» e «migranti eco­no­mici». È facile capirlo: lo fanno per con­ci­liarsi l’opinione pub­blica e per man­te­nere una dif­fe­renza di trat­ta­mento ammi­ni­stra­tivo per chi arriva, senza la quale, appa­re­nen­te­mente, l’unica solu­zione sarebbe di deci­dere l’abolizione delle fron­tiere. Non dirò che que­sta distin­zione non ha senso, la prima cate­go­ria defi­ni­sce uno sta­tuto di diritto inter­na­zio­nale, che non riguarda la seconda. Non c’è difatti uno «sta­tuto del migrante» nel mondo attuale. Ma è chiaro che la dif­fe­renza è social­mente arbi­tra­ria, poi­ché la mon­dia­liz­za­zione sel­vag­gia tende a tra­sfor­mare le zone di pau­pe­riz­za­zione in zone di guerra e reci­pro­ca­mente. Gli abi­tanti fug­gono in massa zone di morte, cor­rendo il rischio di per­dere tutto. Soprat­tutto, biso­gna chie­dersi con quali mezzi, che non siano vio­lenze su grande scala, l’Unione euro­pea potrà attuare una poli­tica di «rin­vio» degli inde­si­de­ra­bili, esclusi dall’ «acco­glienza». Que­sto non ha fun­zio­nato a livello indi­vi­duale, da decenni, e non ha nes­suna pos­si­bi­lità di fun­zio­nare a livello di massa. All’opposto delle con­di­zioni di rifu­giato o di migrante «inde­si­de­ra­bile», quali pro­spet­tive si aprono per coloro che guerre o mise­ria cac­ciano verso l’Europa e che arri­vano a peri­colo della vita? Cosa deve offrire loro l’Europa? Forse è solo l’accesso alla cit­ta­di­nanza euro­pea. Biso­gna quindi che que­sta nozione esca final­mente dal limbo nel quale è rele­gata dal rifiuto degli stati di aprire la strada alla sovra­na­zio­na­lità. Dicendo che stiamo assi­stendo a un allar­ga­mento demo­gra­fico della Ue, volevo appunto indi­care que­sta pro­spet­tiva. Deve essere una pro­spet­tiva rego­lata, nor­ma­liz­zata, ma è ine­lut­ta­bile. Tutti sanno che i rifu­giati che arri­vano adesso non se ne andranno: non tutti, di sicuro, e non subito. Se non vogliamo creare una popo­la­zione di stra­nieri rele­gati in un esi­lio interno per varie gene­ra­zioni, biso­gna aprire ampia­mente la pos­si­bi­lità di inte­gra­zione, cioè lavoro, diritti sociali e diritti cul­tu­rali eguali. Ma la chiave di tutti que­sti diritti e del loro legit­timo pos­sesso, con­tro tutte le stig­ma­tiz­za­zioni raz­zi­ste, è la cit­ta­di­nanza. Visto che il pro­blema si pre­senta su que­sta scala, biso­gna inven­tare nuove moda­lità e nuove pro­spet­tive di accesso alla nazio­na­lità, spe­ci­fi­ca­mente euro­pee, che per que­sto stesso fatto ne modi­fi­cano la defi­ni­zione. Ideal­mente, ne indi­vi­duo due: la prima sarebbe di isti­tuire, accanto all’accesso alla cit­ta­di­nanza euro­pea attra­verso la strada della cit­ta­di­nanza nazio­nale, un accesso diretto a una «nazio­na­lità fede­rale». Se que­sta pro­po­sta appare troppo sov­ver­siva o rischiosa, resta un’altra posi­bi­lità, senza dub­bio migliore : con­si­ste a gene­ra­liz­zare lo «jus soli» in tutta l’Ue. In que­sto modo, l’avvenire dei figli dei rifu­giati sarà garan­tito dall’Europa, e sap­piamo che que­sta pro­spet­tiva è uno dei fat­tori più potenti di inte­gra­zione per gli stessi genitori. L’inganno delle quote d’accoglienza In ultimo, la deci­sione «uni­la­te­rale» della Ger­ma­nia di acco­gliere dei rifu­giati, creando lo stato d’emergenza che ci porta all’allargamento «demo­gra­fico», per l’Europa com­porta delle con­se­guenze eco­no­mi­che strut­tu­rali. Si insi­ste sulle pro­spet­tive di tra­sfor­ma­zione del mer­cato del lavoro, ma si comin­cia anche a par­lare del costo dell’accoglienza e dell’integrazione dei rifu­giati, degli aiuti comu­ni­tari neces­sari per­ché alcuni paesi euro­pei pos­sano far fronte ai com­piti di sal­va­tag­gio, regi­stra­zione e tra­sfe­ri­mento, e delle sov­ven­zioni che costi­tui­scono la logica con­tro­par­tita dell’imposizione delle «quote di accoglienza». Biso­gna dire che, in realtà, l’apertura dell’Europa ai rifu­giati implica a breve ter­mine un cam­bia­mento di dot­trina e di poli­tica che con­trad­dice il regime eco­no­mico attuale. In cifre asso­lute, i rifu­giati rap­pre­sen­tano sol­tanto una pro­por­zione minima della popo­la­zione euro­pea. Ma saranno ancora a lungo a carico di alcuni comuni, regioni, paesi che non sono pre­pa­rati o fanno fronte essi stessi a reali dif­fi­coltà eco­no­mi­che e finan­zia­rie. Biso­gna quindi rove­sciare la ten­denza neo­li­be­ri­sta, aumen­tare il bud­get della Ue in modo signi­fi­ca­tivo, avviare un piano di inter­gra­zione su scala euro­pea, pro­muo­vere la soli­da­rietà tra stati e costruire in comune una nuova società, vegliando in par­ti­co­lare a che l’integrazione dei rifu­giati sul mer­cato del lavoro non avvenga a detri­mento dei «vec­chi euro­pei», o inver­sa­mente. Ma que­sta pia­ni­fi­ca­zione deve esi­gere a sua volta dei cam­bia­menti di poli­tica mone­ta­ria, dei pro­gressi nella costru­zione fede­rale, che pos­sono essere decisi e appli­cati demo­cra­ti­ca­mente, oppure impo­sti tec­ni­ca­mente. In quest’ultimo caso fal­li­ranno, nell’altro hanno una spe­ranza di riu­scire. Comin­ce­remo a capire che ci vuole un’altra Europa, per­ché l’Europa possa far fronte ai com­piti che, improv­vi­sa­mente, incom­bono, un’Europa che si tra­sformi, o che cambi forma politica. Nulla di tutto ciò, cer­ta­mente, potrà farsi in modo spon­ta­neo, né all’unanimità. Lo stato di emer­genza migra­to­rio ha fatto esplo­dere, sotto i nostri occhi, le con­trad­di­zioni intra-europee masche­rate, bene o male, dall’ideologia dell’«interesse comune» e delle «norme comuni». La pro­spet­tiva di un nuovo allar­ga­mento suscita vio­lente resi­stenze, che d’ora in ora si stanno tra­sfor­mando in un «fronte del rifuto» poli­ti­ca­mente orga­niz­zato. La que­stione mag­gior­mente discussa è il fos­sato che si è rive­lato tra la «vec­chia Europa» (all’ovest) e la «nuova» (all’est): sono state pro­po­ste varie spie­ga­zioni eco­no­mi­che, cul­tu­rali, sto­ri­che, poli­ti­che, che hanno tutte qual­che per­ti­nenza. Ma nei fatti, il rifiuto arriva anche dall’Olanda o dalla Dani­marca, non solo dalla Polo­nia o dalla Slo­vac­chia, per non par­lare della Gran Bre­ta­gna o per­sino della Fran­cia, che ha accet­tato solo tar­di­va­mente l’idea di quote vin­co­lanti, sem­pre cer­cando di mini­miz­zarne gli obbli­ghi. In realtà, la divi­sione mag­gior­mente rive­la­trice, quella che separa dav­vero due «Europa», attra­versa tutti i paesi, anche se con pro­por­zioni e rap­porti di forza diversi. È certo mira­co­loso che gran parte della popo­la­zione tede­sca sia accorsa in soc­corso dei rifu­giati siriani. Ma è altret­tanto signi­fi­ca­tivo che i capi della Csu si siano aper­ta­mente deso­li­da­riz­zati da que­sta poli­tica, arri­vando fino a con­clu­dere una alleanza con Vik­tor Orban e che la Frank­fur­ter All­ge­meine Zei­tung abbia pub­bli­cato un edi­to­riale per dichia­rare che «i paesi dell’est hanno ragione». Dopo la chiu­sura «prov­vi­so­ria» della fron­tiera con l’Austria, gli stessi si ral­le­grano aper­ta­mente per il «passo indie­tro senza pre­ce­denti» della cancelliera. Xeno­fo­bia continentale In realtà, ciò che è in via di costi­tu­zione in Europa è un fronte trans­na­zio­nale del rifiuto dei rifu­giati, di cui i gruppi aper­ta­mente raz­zi­sti e vio­lenti sono sol­tanto la punta estrema. Senza dub­bio assi­ste­remo per la prima volta a ciò che finora era sem­pre fal­lito a causa di riva­lità e nazio­na­li­smi: l’emergenza di un «par­tito» xeno­fobo uni­fi­cato in Europa. In rea­zione a ciò, l’Europa della soli­da­rietà non potrà evi­tare una lotta poli­tica deter­mi­nata, che comin­cia con la con­danna intran­si­gente delle vio­lenze con­tro i migranti, e pro­se­gue con la riven­di­ca­zione delle con­di­zioni di acco­glienza, che ho evo­cato prima. È que­sta lotta, se verrà vera­mente fatta, che «tra­sfor­merà» più pro­fon­da­mente l’Unione euro­pea. Ma la vit­to­ria non sarà facile. Da una pro­spet­tiva fran­cese, dove il Fronte nazio­nale ha con­ta­mi­nato tutta la vita poli­tica, pos­siamo dire che sarà molto dif­fi­cile. Ma è ine­lut­ta­bile, poi­ché la causa dei rifu­giati, se non fa passi avanti nell’opinione pub­blica e nelle isti­tu­zioni, rischia di indie­treg­giare molto in fretta e brutalmente. Que­sta lotta ha quindi biso­gno di una forte legit­ti­mità: in ogni paese e in tutta l’Unione. Ma la sola legit­ti­mità che, in ultima ana­lisi, sia in misura di inva­li­dare e di neu­tra­liz­zare le resi­stenze è la legit­ti­mità demo­cra­tica diretta. Que­sta legit­ti­ma­zione demo­cra­tica è il solo modo per per­met­tere alla Ger­ma­nia di pas­sare dall’iniziativa uni­la­te­rale alla soli­da­rietà comu­ni­ta­ria, senza la quale, mal­grado la sua ric­chezza e deter­mi­na­zione, non potrà riu­scire. È sto­ri­ca­mente deci­sivo che, per la prima volta dopo la riu­ni­fi­ca­zione degli anni Novanta, la Ger­ma­nia abbia di nuovo biso­gno della soli­da­rietà di altri paesi euro­pei: que­sta volta, però, non ne ha biso­gno solo per se stessa, ma nell’interesse di tutti. È una carat­te­ri­stica del «momento euro­peo» ecce­zio­nale che stiamo vivendo. CONDIVIDI: FACEBOOK GOOGLE+ LINKEDIN TWITTER EMAIL                  Facebook                               Google+                               LinkedIn                               Twitter                               WhatsApp                               Email              SCARICA IN: PdfePubmobi  Vota questo articolo  
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